14 giu 2012 - 09:41

Gli Orange si inchinano alla Germania e solo un miracolo li porterà ai quarti. Se nel ‘74 la squadra era la fantasia del calcio, questa è slegata come una mucca al pasolo


L’Olanda che ci fece innamorare da ragazzini era libera, unita e visionaria. Nulla a che vedere con quella di ieri: litigiosa, disarticolata e isterica. Quella perse in finale con tedeschi ed argentini incantando il mondo, come in un romanzo di Hemingway; questa è a un passo dall’eliminazione e sull’orlo di una crisi di nervi, vedasi la sostituzione Robben. Ormai solo un miracolo può tenere in gioco i tulipani, un successo tedesco sulla Danimarca e soprattutto una vittoria arancione sul Portogallo (con almeno due gol di scarto). Sulla Germania si può mettere la mano sul fuoco, anche se sullo slancio etico il televisivo Ferrando ne impossibilita il “biscotto” con i danesi dimenticando quello dell’82 con l’Austria che eliminò l’Algeria. Il problema è l’Olanda stessa, che contro i tedeschi ha dimostrato di non essere “squadra”. Una squadra non è fatta di solisti cocciuti e primedonne, ma passa dalla costruzione di legami caratteriali e di visioni condivise. In Sudafrica, due anni fa, pur incantando poco (forse solo contro un Brasile irritante) giunse in finale sulla spinta di un collettivo. E ci mancò un pelo che randellando all’argentina non la facesse alla Spagna del gioco “olandese”.

Questa Olanda sembra invece quella del 1976, che andò agli Europei in Cecoslovacchia slegata come una mucca al pascolo al punto da far dire a Cruijff : “Senza unità d’intenti non si va da nessuna parte”. E infatti non andò proprio da nessuna parte. Come quella di ieri, malgrado Lui, Neskeens, Krol, Rensenbrink, Haan, Repp e compagnia. Ma almeno quella squadra era composta da libertari del calcio, che fumavano e bevevano perché se lo potevano permettere.

Questi qua, che vantano forse gli stessi diritti, non ne approfittano per ridipingere le regole del calcio, ma per rinchiudersi in un autismo agonistico da playstation e twitter. “Débet” Van Persie non parla con nessuno, neanche in campo. Si inventa un gol con gran tiro da fuori area, per il desiderio di giocare da solo, cacciando il pallone ai Campì; Robben si infila in cose personali come un coniglio nel sacco a pelo, e non ne esce più; Snejder se la prende con tutti anche quando è lui a incartarsi. Gli altri sono dei taglialegna senza l’attitudine al lavoro, il che…

La Germania, che pur vanta un paio di oggetti misteriosi come il malinconico Özil o il rupestre Kedhira, non ha dato loro scampo. Due gol di Mario Gomez, uno che sembra lì per caso con la sua faccia da B-movie ma che poi ti inventa cose bellissime, tanto per far capire a tutti perché è campo. È probabile che i tedeschi non faranno sconti alla Danimarca, perché loro non dimenticano: il rospo della finale nel ’92 persa coi danesi già in vacanza sta ancora lì. All’Olanda basterebbe in fondo battere i portoghesi del metrosexual Ronaldo, una squadra orgogliosa e di talento, ma non al meglio. Ma non accadrà. A meno che non la piantino di farsi il muso a ogni passaggio sbagliato e comincino invece a unire gli intenti in mezzo al groviglio di egoismi. Ma qua, di spiriti liberi non ce ne sono; quelli di 38 anni fa inventavano calcio, anche perdendo; questi se va bene si asciugano i capelli con l’iPhone (è di Crozza/Bersani).

Giorgen e Collettivo Primo Maggio ‘93