L’Inghilterra rovescia il punteggio di una partita che sembrava messa male. Ingobbito paurosamente, il Nostro si è raddrizzato con la vittoria sulla Svezia. Ibrahimovic, ormai un caso di negatività planetaria, se ne torna a casa per l’ennesima volta

Hodgson alla fine ha salutato la curva, come se alzasse un immaginario ombrello inglese, ma sarà stato ancora madido di sudore, dopo una partita che ha visto ondeggiare il punteggio come un maroso tropicale. La sua squadra l’ha spuntata, portandosi a riva con tre punti fondamentali sulla strada dei quarti. Basterà un pari contro l’Ucraina e ciò che si allontanava, al 2-1 di Mellberg per la Svezia, è tornato nelle vicino. Ci sono squadre migliori di questa Inghilterra, senza dubbio, ma poche sarebbero state capaci di ribaltare la sorte in condizioni confuse. Alla prossima rientrerà John Wayne Rooney, con tanto di capelli finalmente al vento e una rabbia che si spera non sfoci in una cretinata come quella commessa contro Il Montenegro, nello spareggio per essere lì, quando rifilò una bella ginocchiata “a gratis” a uno sconosciuto avversario. Con il suo 4-4-1-1 di stampo elvetico, nel senso che lo applicava già tale e quale vent’anni fa con la Svizzera, il nostro Roy se la cava, anche se Kubi non perde occasione per dirgli che è banale e prevedibile, togliendosi sassolini come se nelle scarpe avesse il Valegion.
Non è stato prevedibile, il ct inglese, quando per recuperare la situazione ha messo dentro Walcott ad allargare il gioco, trasformando il grigiore in una specie di forcone che ha infilzato la povera e illusa Svezia. La Svezia. Sarà solo un’impressione, ma Ibrahimovic è letale per la serenità di questa squadra, con i continui rimbrotti, l’aria di fastidio ad ogni giocata nella quale non viene coinvolto e quell’aria cupa, come di uno che stesse spaccando legna all’inferno invece che starsene tranquillo a giocare a calcio. Ibra a lampi a tuoni (come quelli che hanno ritardato di un’ora la partita tra Ucraina e Francia) ma senza una goccia d’acqua. Ha propiziato sì il primo gol dei suoi, ma è troppo forte l’aura negativa che questo giocatore si porta dietro. Un atteggiamento di perenne dissenso che ha finito per annichilire i suoi. Solo Mellberg, con la sua barba rinascimentale, non ne è stato contagiato, ma il suo contributo non è bastato per evitare la fine della corsa. Ibra, dunque, di nuovo ricacciato nelle cantine d’Europa: forse sarebbe meglio davvero che smettesse di giocare, perché miglioramenti caratteriali non ce ne saranno e perché trasformare ogni partita di calcio in una faccenda personale da risolvere a minacce è una cosa patetica.
Per tornare a Hodgson, in poche settimane ha fatto dimenticare il regime di Capello ridando serenità a una squadra che negli ultimi due anni era diventata un covo di rancori. Ci voleva poco, forse solo qualcuno che parlasse inglese. Quel poco per ora è bastato, se basterà martedì prossimo o eventualmente dopo lo vedremo. Se riuscisse a liberare ancora di più i supersonici Walcott, Welbeck e Chamberlain, evitando lo schema elvetico a cucù (andava bene da noi che senza organizzazione le beccavamo da tutti), l’Inghilterra potrebbe diventare la sorpresa degli Europei. Ancora una volta sarà Rooney, nel bene o nel male, a scompaginare le carte ben disposte in tavola dal Nostro.
Intanto, dopo che si era ingobbito paurosamente sotto il peso di una possibile catastrofe, Hodgson si è raddrizzato, quasi come il suo sosia John Steed, eroe televisivo degli anni Settanta. Quello però aveva un ombrello che si tramutava in spada o fucile in mezzo secondo (anche se il più delle volte era la supersexy Emma Peel a tirarlo fuori dai guai), mentre il nostro Roy, guida di una squadra ancora indefinibile, ha solo un braccio da alzare verso la sua curva ringraziando per la pazienza. Sempre meglio delle arti marziali esibite al vento dall’impossibile Ibrahimovic.
giorgen
