18 giu 2012 - 09:41

Gli Azzurri sfidano un’Irlanda già eliminata. Ma il cuore irlandese e un precedente dovrebbe inquietare gli uomini di Prandelli ben più di improbabili dolci e biscotti


“Dicono che Madre Terra respiri
ad ogni onda che frange la costa;
e il suo cuore è lassù in Irlanda
custodito in fondo all’Isola di Smeraldo”
(Davis, Yates, Brooks)

L’Eire, la Repubblica d’Irlanda, ottenne la sofferta indipendenza dall’Impero britannico soltanto nel 1937, ci credereste? Isola di bellezza e povertà, razziata sin dalle notte dei tempi; dai Vichinghi, dagli Inglesi di Enrico VIII, dalle carestie. La patria di Oscar Wilde, della famiglia Kennedy, di Van Morrison, John Banville, “Bono” Hewson, Roddy Doyle e Shane MacGowan. Scrittori, musicisti, martiri e ubriaconi – spesso contemporaneamente – e per piantarcela nel cuore, a noi del Collettivo questo basta e avanza.

Sul palcoscenico del calcio che conta, l’Eire esordì agli Europei dell’88 beffando, con gol di Ray Houghton, proprio gli antichi oppressori. Ironia della sorte, sulla panchina irlandese sedeva un baronetto dell’impero di Sua Maestà: quella giraffa di Sir Jack Charlton, ad oggi uno dei pochi inglesi ad aver alzato la Coppa del mondo. Nel pandemonio di quella storica rete, l’imperturbabile Jackie si teneva il cappellino bianco con l’aria di uno che passasse di lì per caso.

Furono però i successivi Mondiali italiani a farci innamorare degli irlandesi. Il sorteggio di Sophia Loren li aveva spediti a Cagliari, a giocarsela in un girone infernale comprendente: l’Olanda di Gullit e Van Basten fresca campione d’Europa, l’ultima Inghilterra senza wags ma con le palle (quella di Lineker, Waddle, Robson, Barnes e un Gascoigne ancora sobrio) e vabbé… l’Egitto in quarta fascia. Esordio shock ancora contro i bianchi di Albione, e pareggio che più britannico non si può (non si ricorda un passaggio rasoterra). Con altri due pari i verdi approdarono in continente, eliminando a Genova la Romania di Hagi, quella col buco nella bandiera. Era L’Irlanda di Bonner, Staunton, dei centrali da calcio gaelico Moran-McCarthy, e poi Sheedy, Aldridge e McGrath (che poteva allenarsi solo sulla cyclette a causa dell’artrosi). L’ariete era Tony Cascarino, un lungagnone i cui avi non figurano però nella saga di Fergus Mac Léti. L’onda verde li portò fino all’Olimpico di Roma a sfidare i superfavoriti (in ogni senso) padroni di casa. Schillaci segnò in fuorigioco, e tutto sembrò finire lì.

Quattro anni più tardi però, gli Irlandesi erano di nuovo in marcia, e si presero la loro rivincita davanti agli 80’000 del Giants Stadium nel match d’esordio del Gruppo E ad U.S.A ‘94. Un pallonetto da fuori area (nella foto d’apertura) del solito Ray Hougthon gelò un esterefatto Pagliuca nel mezzogiorno torrido di East Rutherford. Una parabola geniale e inesplicabile, degna dell’Ulisse di Joyce, o del culo di Sacchi. La data? Esattamente diciotto anni fa. Di qua dell’Atlantico, Dublino impazziva di gioia, ma non solo lei.

Per quel 18 giugno noi del Collettivo avevamo recuperato maglie col trifoglio di San Patrizio risalenti a epoche diverse. Il gestore dell’unico bar del paese – che ci vedeva di buon occhio – ci aveva procurato una tele più grande e birra irlandese a go-go (seppur a temperatura ambiente). All’11esimo del primo tempo il nostro tavolo seguì l’identica traiettoria di Houghton, e tutti ci ritrovammo sul pavimento madido di Guinness. Un’esplosione di gioia che neanche in Temple Bar: il Rio Bass era il Grand Canal, Campirasc era St. Stephen’s Green, il Pizzo di Claro, Howth Head. I giganti nel New Jersey c’erano eccome, e vestivano di verde. Due avventrici occasionali, fraintendendo il nostro sincero entusiasmo per antagonismo nei confronti degli azzurri, confidarono poi alla cameriera che, in caso di pareggio, sarebbero saltate sui tavoli.

Ma ciò non avvenne. L’Irlanda si impose, e pareggiò in seguito con la Norvegia, costringendo i futuri finalisti a ricorrere alla loro specialità: il ripescaggio per differenza reti. I verdi d’Irlanda sfidarono così l’Olanda al Citrus Bowl di Orlando ma, ahinoi, il nome dello stadio fu di nuovo profetico. Spremuti come limoni dal sole giaguaro della Florida, i nostri dovettero inchinarsi al maggior tasso tecnico dei tulipani di Berkamp. Ai Mondiali del 2002, lontani dagli occhi e lontani dal cuore, l’Eire non palpitò. Da lì in poi, zero presenze ai grandi eventi, anche se il Sudafrica glielo scippò la mano galeotta di “Kiki” Henry.

Ora sulla panchina che fu di Charlton siede Giovanni Trapattoni, quello che con la maglia del Milan francobollò Pelè (anche se quella sera la “Perla Nera” spedì il pallone in rete per ben due volte; altro che timbro postale). Come Jackie, un’altra vecchia volpe dall’aria un po’ svampita. Stasera, in una data poco propizia agli Azzurri, l’Eire saluterà l’Europeo. E se l’inglese mondiale fece piangere i connazionali, c’è da scommettere che il Trap non vorrà essere da meno. Lo spettacolare pubblico irlandese applaudirà anche una sconfitta, come in occasione dei quattro manrovèrs incassati dall’“Invencible Armada” di Del Bosque: dieci minuti di canti a squarciagola alla faccia dell’eliminazione. Una lezione di calcio, di civiltà e d’amore per tutti. Ma c’è ancora una battaglia per il cuore irlandese. Non ce ne vogliano gli esteti del calcio, o i culturi di Pirlo, Cassano e Balotelli, ma “com’as fa a mighi tegnìic?” …

Giorgen e Collettivo Primo Maggio ’93