18 giu 2012 - 06:28

Abbiamo approfittato della presenza al convegno del Ceneri del consigliere nazionale ginevrino Carlo Sommaruga per porgergli qualche domande. Sommaruga si esprime in modo critico sulla sinistra europea ed elvetica, chiedendo “politiche di trasformazione sociale”.


Carlo Sommaruga, lei qui oggi al Ceneri ha fatto un discorso critico nei confronti della socialdemocrazia europea. Ci può spiegare meglio?
Sono critico con la socialdemocrazia europea, attirando anche l’attenzione dei socialisti svizzeri e ticinesi, sulla necessità di ricostruire un certo discorso, perché oggi penso che molte cittadine e molti cittadini europei e svizzeri non si ritrovino nelle tesi del Partito socialista. Penso sia importante non soltanto dare delle risposte sociali alle piaghe del capitalismo e del neoliberalismo, dobbiamo fare un discorso che dia speranza per un’altra società, una società con un altro modello sociale ed economico. Questo è un discorso che dobbiamo portare a tutti i livelli dell’azione politica, sia a livello militante, sia a livello parlamentare, con proposte di politiche di trasformazione sociale, e non solo gestionali.

Lei evidentemente fa riferimento al contesto attuale di crisi dell’Europa e della moneta unica. Un contesto che ci pare sia sottovalutato, perlomeno alle nostre latitudini. Parliamoci chiaro, salta l’euro, la Svizzera non è immune… .
Penso che nessuno in Europa, fra le forze progressiste e anche fra la destra borghese, abbia voglia di vedere l’istituzione europea, che ha unito l’Europa e garantito la pace, perché ricordiamolo, è uno strumento che ha permesso di evitare le derive nazionalistiche. Nessuno in Europa vuole nemmeno vedere il progetto di libero scambio, il mercato unico europeo, sfracellarsi. Nessuno nemmeno vuole, sempre fra le forze progressiste e la destra borghese, vedere l’euro sparire o indebolirsi. Il grande problema attuale è che manca tutta la dimensione sociale, e sono pronto a scommettere che quanto succederà oggi in Grecia (al momento dell’intervista i seggi in Grecia erano ancora aperti, ndr.) con una maggioranza favorevole all’Unione europea, ma critica nei confronti del modello economico, critica nei confronti dell’austerità, della riduzione delle prestazioni sociali, con la volontà di rompere con questo modello, con una domanda sociale del popolo, possa sviluppare una nuova dinamica positiva dell’Europa. Dunque non romperla, ma di integrare questa dimensione sociale, che oggi manca fortemente.

Rimaniamo in Europa, con i nuovi trattati di doppia imposizione siglati dalla Svizzera. L’UDC ha rinunciato a lanciare il referendum, ma ci sarà l’ASNI. Oggi tra l’altro anche la Lega dei Ticinesi ha espresso il suo appoggio al referendum. A sinistra la Gioventù socialista (Juso) ha espresso le sue forti perplessità nei confronti di questi trattati. Il Partito socialista cosa farà? Appoggerà il referendum, o farà come l’UDC, che dice “non ci piacciono questi trattati ma non lanciamo il referendum”?
In parlamento io mi sono impegnato contro questi trattati di doppia imposizione. Questo perché di fatto si tratta di un’amnistia gestita dalla Svizzera per dei cittadini tedeschi nei confronti del fisco tedesco. Questo considerando che noi socialisti ci siamo sempre opposti alle amnistie fiscali per i cittadini svizzeri, a Ginevra quanto in Ticino. E perché abbiamo avuto questa posizione? Perché non è giustizia fiscale, perché in fondo alla fine gli evasori se la cavano più a buon mercato di chi paga tutto il proprio debito fiscale. Inoltre in Germania chi non paga le imposte commette un delitto. E dunque perché concedere un’amnistia ai cittadini tedeschi per quello che in Germania è considerato un reato penale, semplicemente perché da noi è considerata una contravvenzione? Questi due elementi mi hanno spinto a respingere in parlamento questi accordi. Alla prossima assemblea dei delegati del PSS, prevista per settimana prossima, andrò a dire a Giovani socialisti che le loro ragioni sono giuste. Però dirò loro anche che non è opportuno portare la richiesta di appoggiare il referendum al Partito socialista, e questo perché al momento il PSS è diviso su questo tema. Dunque a mio avviso dovrebbero evitare di portare la questione al PSS, ma dovrebbero creare un comitato di persone di sinistra, che provengano dal PSS, dai Verdi, o da altre forze progressiste, in modo da lanciare una campagna su questo tema portando avanti le ragioni della sinistra. Penso sia il modo migliore per mantenere la coesione del partito: lanciare il referendum, e poi si vedrà anche se i socialdemocratici tedeschi vogliono o meno questa amnistia per i loro cittadini o meno. A quanto pare non mi sembra siano molto propensi, e dunque il lancio del referendum in Svizzera forse darà loro la forza per opporsi in Germania. Alla fine saranno dunque loro, in ultima istanza, a decidere se questo accordo entrerà in vigore o meno.

Lei che è vicepresidente della commissione esteri del Consiglio nazionale, non solo l’Europa è calda. Anche nel Maghreb e nel Medio Oriente la situazione è decisamente delicata. Quali sono le situazioni attualmente, e come Svizzera cosa possiamo fare?
Ogni paese ha una situazione diversa. In Siria la situazione è molto drammatica. Da una parte abbiamo una rivolta da parte della gioventù araba, con le minoranze curde e druse che però non vi partecipano, e questo per la paura sia della repressione del governo di Assad, sia per la paura del potere che potrebbe avere la maggioranza araba una volta caduto il regime. Il fattore problematico è che non c’è nessuna istanza, all’interno del paese o a livello internazionale, che possa coordinare la rivolta e proporre un programma politico. Il Consiglio nazionale siriano, che si trova all’estero, è uno strumento messo in piedi dai turchi, ma difficilmente ci si può immaginare vada molto lontano. Come Svizzera quello che forse possiamo fare è proporre degli spazi di discussione, in cui le diverse forze politiche possano elaborare una piattaforma comune, con la quale rispondere alle aspettative del popolo, e proporre delle garanzie per le minoranze, proponendo dunque un funzionamento direi quasi federale, che già una volta esisteva in Siria. Questo possiamo fare, oltre chiaramente a ricordare la necessità di rispettare il diritto internazionale, i diritti dell’uomo, fare in modo che ci siano dei corridoi umanitari. In questo senso penso che il governo svizzero si stia muovendo, ma credo che vada portato anche un sostegno alla società civile siriana.