27 giu 2012 - 09:41

Prandelli va in pellegrinaggio, invocando per la sua squadra la Divina Provvidenza come neanche Manzoni. Le belle prestazioni sul campo non bastano, ci vuole di più. E allora sotto con lamenti preventivi, invocazioni e rimembranze belliche


Non si discute che all’Europeo la squadra del momento sia l’Italia. Sorprendente per tanti motivi, la squadra di Prandelli è al centro dell’attenzione per la sua capacità di andare oltre gli stilemi del calcio italiano, tradizionalmente difensivo e piagnucoloso. Pirlo e compagni sono belli da vedere e anche educati, hanno abbandonato speculazioni e proteste per lanciarsi nella modernità del calcio. Tutto bene allora? Non ancora, alcune abitudini discutibili resistono, fuori dal campo. La prima è un’atavica superstizione, che porta a scongiuri e a strani pellegrinaggi, la seconda è il lamento preventivo.

Andando con ordine, è strano osservare che per ricevere una benedizione e per ingraziarsi la sorte, Cesare Prandelli si sciroppi chilometri di pellegrinaggio tra monasteri e chiese, forse consigliato dal “Celeste” Albertini. Si badi: camminate non per cultura o per curiosità intellettuale personale, ma proprio per fede, invocando la Provvidenza quanto Manzoni (anche se l’Alessandro ne faceva un uso sottilmente ironico, per compassione e leggera derisione nei confronti dei suoi personaggi meno attrezzati quanto a capacità intellettive). Da buon allenatore, Prandelli intercede per la sua squadra. Non solo diagonali e possesso palla, ma anche voti e promesse. Non preghiere per chi è meno fortunato dei suoi calciatori o per sbiancare l’anima, ma per vincere partite contro squadre, magari pagane.

Diciamo che sul piano etico ci sarebbe molto da obiettare, sia che si creda in Dio o no (noi no), dato che si tratta di puro egoismo: ottenere un favore a scapito di qualcun altro. Diciamo etico, perché Prandelli ha perfino elaborato un codice in tal senso, seguito con rigore invero altalenante. Se davvero ci fosse una vera etica, un credente scomoderebbe i cieli per ottenerne i favori? E un allenatore vorrebbe davvero contare su forze esterne a quelle che può esprimere la sua squadra? Se sì, allora si potrebbe pure pregare per far in modo che l’arbitro sia sempre dalla tua parte e che l’avversario si inebetisca. Tutto questo, con il calcio, che è attività profondamente umana, non c’entra nulla ed è anche irrispettoso nei confronti delle priorità mondiali: sfamare tutti, curare chi non ha i mezzi per farlo da sé, regalare felicità a chi soffre, eliminare le sopraffazioni, restituire dignità e giustizia ad ogni vittima. Altro che battere la Germania.

E veniamo al lamento. Con le lodi alla bellezza dell’Italia ancora in corso, ecco che partono le proteste per i giorni in meno di riposo rispetto alla Germania. Come se il calendario fosse apparso all’improvviso. Anche qua, riflessioni poche. L’Italia si è qualificata ai quarti come seconda, la Germania come prima e quindi gode di un minimo di meritocrazia. Inoltre, se le parti fossero invertite ci sarebbero tutte queste proteste? Crediamo proprio di no, anzi si sentirebbe il coro di scherno per le eventuali lamentele tedesche. Naturalmente, questa cosa del minor recupero è il solito mettere le mani avanti, atteggiamento, questo sì, non modernizzabile né da Prandelli né dal codice etico.

C’è un’ultima cosa che infastidisce, da parte italica: il presentare la semifinale con la Germania come un evento bellico, con rimembranze eroiche alle sfide del 1970, del 1982 e del 2006, tirando in ballo tutta una serie di luoghi comuni sulle caratteristiche dei due popoli. Come se il mondo si fosse fermato. Per fortuna, almeno in campo, l’Italia di Prandelli guarda al presente e al futuro, pensando a giocare e non a reminiscenze guerresche drammatiche e anacronistiche. I giorni di riposo, visto che sono così pochi, non conviene sprecarli in camminate sacre e polemiche profane, dato che la multiculturale Germania sembra immune a tutto quanto non sia calcio. Se c’è ancora strada da fare, non è quella di un vago pellegrinaggio.

giorgen