9 lug 2012 - 10:28

L’anno scorso avevamo fatto una lunghissima intervista, in occasione del decennale del G8 di Genova, al leader del Genova Social Forum, Vittorio Agnoletto. Negli scorsi giorni la cassazione italiana ha confermato le pesantissime condanne agli uomini delle forze dell’ordine, responsabili dell’irruzione nella scuola Diaz e della mattanza di Bolzaneto. Abbiamo ricontattato Agnoletto per un suo commento su queste condanne, che non manca di stigmatizzare pesantemente soprattutto le parole di De Gennaro, allora capo della polizia.


Questa settimana c’è stata la sentenza in cassazione definitiva su la vicenda riguardante la scuola Diaz e la caserma di Bolazaneto. La polizia ne esce fuori con le ossa rotta, avendo collezionato diverse condanna ai suoi uomini, compreso funzionari di alto livello, come il capo del reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini. Lei che è stato il leader del Social Forum di Genova, la ritiene una vittoria?
È una vittoria del diritto, della legalità e della Costituzione. È una vittoria di tutti i cittadini italiani, in un momento in cui i magistrati erano stati messi in una situazione estremamente difficile. Perché i magistrati, come lavoro, dovrebbero amministrare la giustizia. Su questi magistrati della Cassazione è stato fatto un vero e proprio ricatto da parte del mondo politico e dei principali mezzi di comunicazione. Per giorni e giorni hanno continuato a ripetere “guardate che se confermate le condanne ai dirigenti di polizia, importanti istituzioni rimangono senza responsabili, decapitate alcune istituzioni italiane”. E questi magistrati hanno invece avuto il coraggio di far prevalere la legalità rispetto alla ragione di Stato, dimostrando ancora una volta quanto sia importante in uno Stato moderno l’autonomia della magistratura rispetto alla politica. Loro non hanno decapitato nessuna istituzione, c’erano delle persone che non erano degne di stare nei posti che ricoprivano, la responsabilità di essere arrivati fino a questo punto è dell’insieme del mondo politico e dell’attuale parlamento, che a 360 gradi come un suol uomo, hanno continuato a promuovere a responsabilità sempre più importanti coloro che erano stati condannati in appello.

Queste condanne sono condanne molto importanti, e anche scandalose, perché riguardanti uomini dello Stato. Secondo lei, finalmente, dopo questa sentenza cambierà il modo di gestire da parte delle forze dell’ordine italiane, polizia e carabinieri, le grandi manifestazioni e contestazioni che in Italia dagli anni ’70 ad oggi hanno avuto più di un’ombra da parte delle forze dell’ordine?
Se lei mi chiede se provvedimenti simili mettano in moto all’interno della polizia un percorso reale di rinnovamento e di cambiamento, aprendo ad esempio la possibilità affinché ci sia un codice di riconoscimento sulle divise dei poliziotti, in modo tale che sia possibile attribuire a ciascuno le responsabilità per gli atti che hanno compiuto, se lei mi chiede se c’è la possibilità di riprendere quel percorso di democratizzazione della polizia che era stato avviato con grande successo alla fine degli anni ’70 con la conquista del sindacato di polizia nell’81, io le rispondo che penso di no. Non credo neanche che cambieranno gli attuali metodi di reclutamento. Oggi in Italia uno diventa poliziotto dopo aver fatto tre anni di servizio militare volontario in scenari di guerra, con il risultato che pensa di applicare nel servizio d’ordine pubblico le tattiche che vengono applicate in guerra. Abbiamo avuto una drammatica dimostrazione di questo durante gli interrogatori dei dirigenti di polizia nel processo Diaz. Io non credo che la polizia sia interessata ad un percorso di rinnovamento interno. Penso però un’altra cosa: che sentenze di questo tipo possono incutere timore alla polizia, che ha ritenuto per tanto tanto tempo di poter agire al di fuori, al di sopra e contro la legge. La sentenza dice in pratica che nessuno gode dell’impunità. Se qualcosa può far ragionare la polizia, è semplicemente il timore di ritrovarsi un domani dietro la sbarra di un processo senza avere la garanzia a priori dell’assoluzione. Sono parole tristi, ma io purtroppo penso che oggi in Italia siamo in questa situazione. E la dichiarazione rilasciata qualche ora fa da Gianni De Gennaro, oggi sottosegretario del governo Monti con delega ai servizi segreti, allora capo della polizia, è una dichiarazione che lascia allibiti. Non una parola verso le vittime! Anzi, esprime solidarietà verso dei suoi sottoposti che sono stati condannati per dei fatti gravissimi e – quasi a sfottere la magistratura – dichiara di essersi sempre comportato seguendo le indicazioni della Costituzione. Ma a Genova era lui il responsabile dell’ordine pubblico, era lui il responsabile di quello che è avvenuto. Altro che chiedere scusa, non c’è un minimo segno di autocritica.

Parliamo allora di De Gennaro, che nel ’99 viene nominato capo della polizia dal premier Massimo D’Alema, viene riconfermato dal governo di Giuliano Amato e quello di Berlusconi nel 2001. Nel 2006 arriva a palazzo Chigi Prodi che lo promuove a nuovi incarichi, torna Berlusconi nel 2008 e rimane nelle sue cariche. Nel 2011 arriva Monti, e come ha ricordato lei, e lo promuove addirittura sottosegretario. Spieghi a un lettore svvizzero, un uomo principale responsabile della mattanza di Bolzaneto come fa a fare una carriera così spettacolare?
Perché De Gennaro è dal 1992 al vertice di posti delicatissimi. Prima all’antimafia, poi capo della polizia, poi capo dei servizi segreti, poi direttore generale del ministero degli interni, e poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. In vent’anni in ruoli di questo tipo si possono avere tutte le informazioni che si vogliono. Si possono avere file su chiunque. La situazione attuale è che non è la politica che nomina i vertici della polizia, ma è questo gruppo di polizia raccolto attorno a De Gennaro che sui temi della gestione dell’ordine pubblico dava la linea al governo. Un potere che nel dopoguerra in Italia nessun funzionario dello Stato ha mai avuto. Ed è un potere che mantiene tutt’oggi. Nel suo comunicato lui dice “io rimango qui”, non è che chiede al presidente del Consiglio se deve rimanere o meno. No, manda lui il segnale, dice “rimango qui, da questo ruolo non mi muovo”. Ecco, in un paese dove il presidente della Repubblica resta in carica sette anni, e poi c’è sempre stata una rotazione, io credo che non dovrebbe essere permesso a nessuno di ricoprire per vent’anni dei ruoli così importanti.

In questi giorni nelle sale cinematografiche c’è il film Diaz. Un anno fa, proprio nell’intervista che ci ha concesso in occasione del decennale dell’omicidio di Carlo Giuliani e della mattanza alla scuola Diaz, aveva espresso molti dubbi su questo film. È andato a vederlo? E le sue riserve sono cadute?
Io penso che il film “Diaz” sia da vedere, perché ricostruisce attraverso le immagini quello che è avvenuto quella notte alla scuola Diaz e a Bolzaneto. E siccome le immagini di quei fatti non ci sono, vedere un film può aiutare a ricostruire quello che è accaduto. Detto questo, è un film assolutamente compatibile con le tesi dei più alti dirigenti di polizia. È un film che sembra duro, che fa vedere delle scene durissime, ma sono scene dei pestaggi per le quali non è mai stato accusato nessuno perché i magistrati non hanno potuto individuare i poliziotti che hanno pestato i ragazzi che dormivano alla Diaz. Ma quando invece deve individuare i responsabili della polizia, coloro che erano stati già condannati quando il film è stato girato, allora lì il film sfuma, e – come ha detto il pubblico ministero che ha fatto il processo Diaz – in più di un’occasione finisce per avallare proprio le tesi dei dirigenti di polizia. Ci sono proprio dei fatti che assolutamente non corrispondono al vero, ci sono alcuni passaggi che mettono al riparo i dirigenti che erano allora condannati in appello, e oggi condannati in cassazione. È evidente che uno spettatore non riconosce questi passaggi, esce sconvolto dalla violenza, e pensa che sia un film fatto per denunciare i comportamenti della polizia. Ma è un film furbo, che fa cassetta, e che da un lato strizza gli occhi alla sinistra, al nostro movimento, perché fa vedere la violenza della polizia, ma che dall’altra parte fa come se le responsabilità non ci siano. Nel film le responsabilità vengono date tutte ad un dirigente di polizia, La Barbera, che è l’unico che è morto. Ed è proprio il tentativo che fu fatto per tanti anni nel processo da parte della polizia, che il responsabile era La Barbera, l’unico che non poteva difendersi. Il film lascia agli spettatori questa impresione. O come per esempio ignora completamente il ruolo di De Gennaro, mostrando alcuni fatti compiuti da De Gennaro, ma non dicendo che li ha compiuti lui. Glissa totalmente su quella responsabilità. Oppure ancora, addirittura dipinge uno dei massimi responsabili delle violenze alla Diaz, ossia colui che aveva il comando in quel momento quando c’è stata l’irruzione, trasformandolo quasi in un samaritano. Invece questa persona ferma l’aggressione, ma solo dopo che l’aggressione c’era già ampiamente stata, e lui l’aveva lasciata compiere. Non era intervenuto per fermarla quando era l’unico che lo poteva fare, perché aveva il collegamento radio con tutti i suoi uomini. Era l’unico che poteva fermare il pestaggio, e lo ferma soltanto quando crede che una persona sia morta. Allora lì si spaventa, e nel film invece diventa quasi un eroe. Ci sono davvero tanti episodi che evidentemente sfuggono allo spettatore comune, ma che non sfuggono a chi come me o come Lorenzo Guadagnucci, che assime a me ha scritto il libro “L’eclisse della democrazia” con il pubblico ministero Enrico Zucca, ricostruendo tutti gli eventi alla luce degli atti giudiziari. Detto questo, è bene andare a vederlo, perché dà un’idea di quello che è accaduto. Ma ecco, i processi in tribunale sono andati molto più avanti. Era un film che aveva un senso se fosse stato girato nel 2002, quando ancora non si sapeva chi erano i responsabili. Fatto nel 2011 è un film che è reticente su tante cose.

In tutto l’Occidente si assiste ad una profonda crisi economica. Qua e là vi sono manifestazioni di cittadini contro questa crisi (in Grecia, in Spagna, in Italia, in Germania, …). Da più di un anno esiste il movimento degli indignados/occupy, ma sembrano più delle contestazioni molto circoscritte e non paragonabili a quelle di Genova del 2001 o di Seattle di qualche anno prima. Nell’autunno 2002 a Firenze si tenne il primo Forum Sociale europeo. Come mai oggi giorno appuntamenti come quello di Firenze non sono in programma eil movimento sembra più ripiegato su un’opposizione generica alla finanza piuttosto che su quella di riunirsi per avanzare delle proposte alternative, capaci di farci uscire dalla crisi?
Intanto posso annunciare che a novembre a Firenze ci sarà un Forum sociale europeo, che sarà intitolato “10+10″, cioé a dieci anni dal forum europeo del 2002, ma guardando anche in avanti al mondo che abbiamo di fronte, a quanto avverrà nel prossimo futuro. Non c’è ombra di dubbio che il grande movimento di Porto Alegre, un movimento mondiale, si è sviluppato molto di più in altri continenti, in America latina, in Africa, in Asia. In America latina questo movimento ha avuto la capacità di cambiare dei governi; dell’Africa si parla poco, ma questo movimento ha avuto la capacità di bloccare i peggiori accordi economici che l’Europa voleva applicare all’Africa, i famosi Economic Partnership Agreement (EPA); e si potrebbero fare tanti altri esempi. In Europa e nell’America del Nord la situazione è molto più difficile. Noi ci troviamo in una realtà dove le grandi istituzioni del liberismo, le multinazionali, riescono ad avere un dominio e un controllo totale della società. La cultura liberista ha vinto totalmente negli anni passati, e prima che si riesca a capovolgere la situazione sono necessari purtroppo dei tempi lunghi. È più facile cambiare un governo che modificare una cultura. I movimenti però ci sono. Certo, non hanno il peso che avevano nel 2001, però sono in grado di ottenere vittorie inaspettate. Pensiamo al fatto che un anno fa 27 milioni di italiani sono andati a votare per mantenere pubblica l’acqua, con un referendum contro il parere del 100% del parlamento italiano, che invece voleva privatizzare l’acqua. La vittoria sul referendum dell’acqua è il risultato di un lavoro fatto da tante piccole realtà, che nel 2001 stando insieme hanno costruito il grande movimento di Genova. Quindi il movimento è in grado di dare dei segnali importanti, anche se sicuramente non ha la forza di allora. L’Italia deve uscire dalla visione del liberismo. Per dieci anni ha prevalso il pensiero berlusconiano, secondo cui tu puoi ottenere qualcosa se riesci a calpestare chi ti sta di fianco. Forse adesso si inizia a capire che quella logica del tutti contro tutti, in cui vince il più forte, è una logica che porta a un disastro sociale.

Rileggi l’intervista a Vittorio Agnoletto realizzata l’anno scorso, a dieci anni dai fatti di Genova