14 lug 2012 - 15:16

di Michele Kauz, consigliere comunale di Lugano e ispettore agricolo

La Mati Sa, società che ha edificato e gestito il macello cantonale di Cresciano, ha depositato i propri bilanci in pretura. Le difficoltà finanziarie hanno portato al fallimento, causato soprattutto dalla sproporzionalità della struttura, decisamente troppo grande per le esigenze del nostro territorio. Vedere un’opera, sostenuta finanziariamente dal Cantone, finire così la sua avventura dispiace, ma l’esito non poteva essere che questo. Gli agricoltori hanno dimostrato sin dall’inaugurazione le proprie perplessità, non solo per le mastodontiche dimensioni dell’edificio e per i costi che l’utente avrebbe dovuto sopportare, ma pure per la mancanza di lavorare la carne in una struttura annessa. Il macello di Cresciano è di fato stato costruito per macellare 1,2 milioni di chili di carne, ma senza la possibilità di lavorarla, una fatto che non è piaciuto ai suoi potenziali utilizzatori, che hanno così trovato altre soluzioni sul nostro territorio oppure oltralpe.

Il progetto si è insomma rivelato esagerato ma incompleto. I costi di gestione sono di conseguenza lievitati oltre misura, togliendo concorrenzialità e attrattività alla struttura. I grossi produttori di carne hanno perciò continuato a macellare le proprie bestie oltre Gottardo, mentre i piccoli allevatori che vi hanno fatto capo non hanno di sicuro potuto salvare il bilancio della Mati. Le scelte fatte in fase di progettazione si sono dunque rivelate ancor peggiori di quanto prospettato dai più critici.

La battaglia per la scelta della sede del nuovo macello cantonale fu a suo tempo molto discussa e infine la variante di una struttura da 600 mila chili di carne collocata Rivera, con la possibilità di trasformare direttamente in loco la carne, non ebbe il necessario appoggio del Governo che scelse invece Cresciano. Ora, vedendo l’esito della struttura è chiaro che qualcosa non ha funzionato come auspicato dai promotori, che forse avrebbero dovuto optare per una struttura adatta alle esigenze del Ticino, senza sottovalutare le lunghe distanze che possono esserci tra le nostre valli, dove viene allevata la maggior parte del bestiame, e la sede del mattatoio. Sostenere i piccoli macelli locali (per adeguarsi alle norme in vigore) sarebbe stato più proficuo e senz’altro più apprezzato dagli agricoltori che avrebbero potuto abbattere (e lavorare) i loro animali più vicino a casa, senza inutili, dispendiosi e traumatici (per gli animali) trasporti.

Ricordiamo che attualmente sono ancora cinque i macelli in funzione e abilitati alla lavorazione della carne: a Lavorgo, Ambrì, Malvaglia, San Antonino e Blenio, mentre un altro progetto è in fase di studio a Avegno. Se quest’ultimo dovesse andare in porto le valli del locarnese troverebbero il luogo ideale per lavorare la propria carne e dunque una sede come quella di Cresciano perderebbe ancora più di attualità. Difficile valutare se tutti questi piccoli macelli potranno soddisfare le esigenze del Ticino, ma sicuramente avere delle piccole strutture, che possono eventualmente lavorare a ritmi ridotti nei periodi di fiacca senza causare delle perdite finanziarie, è sicuramente la soluzione migliore.

La triste fine della Mati sicuramente dispiace e per il futuro dello stabile di Cresciano si aprono ora alcune varianti: continuare a ritmi ridotti, attrezzare la struttura con dei locali per la macellazione e delle celle frigorifere, utilizzare il tutto per altri scopi,… Qualsiasi sarà la scelta, andrà ben ponderata perché nessuno vuole una altro “macello” del genere.

Michele Kauz, consigliere comunale di Lugano e ispettore agricolo