Il Bellinzona esce dalla Coppa in una serata di quasi totale indifferenza. Giocare di domenica, il giorno più morto della settimana, magari con un po’ di sole, non si può più

Non sarà colpa solo del Bellinzona o di Bellinzona, ma un match di Coppa Svizzera così deprimente è difficile ricordarlo. La collocazione della partita, le 17.30 di un geliduccio sabato di novembre, è il primo macigno e già apre un discorso addirittura sociologico: ma perché mai non si può giocare la domenica pomeriggio, momento della settimana che è un mortorio per antonomasia e che futilità come il calcio, la messa o il pranzo coi parenti possono riscattare? Ci sono perfino arrivati gli svizzeri tedeschi, che per godersi un po’ di sole giocano oggi (domenica) tra le due e le due e mezza. Vero che loro mangiano alle undici, e fanno meno fatica di noi che ci svegliamo quando il gallo è disperato e quindi anche la mensa si sposta avanti, ma più dei 1’700 di sabato saremmo stati di sicuro. E più ben disposti.
E invece no, avanti con le cinque e mezza di sabato. Una volta rassegnati alla cosa, è cominciata la partita e uno pensa: “Speriamo almeno che vincano, o giochino bene”. Né uno né due. Perdono, giocano male, contro il Losanna ultimo della A. Ma fin qui potrebbe rientrare tutto nelle logiche del calcio.
È che sono mancate le emozioni. I soli sussulti (d’ira, di rabbia, di livore) quando l’arbitro ne combinava una, tipo espellere Pergl per un paio di inviti affanqualcosa o decretare un rigore per raggiunti limiti di ingenuità del portiere, col pallone tra le braccia a mollare uno spintone al primo che passava, così, per fare.
Ci si sono messi anche gli avversari a complicare la serata. Ben piantati a terra, hanno fatto volteggiare i granata come sbandieratori i loro drappi. Un gol, due gol, tre gol, quattro gol. Molti spettatori sono spariti prima della fine – anche questo andare via dieci minuti prima è difficile da capire, se non con l’immenso traffico che si crea a Bellinzona dopo gli incredibili eventi che vi si organizzano.
Al fischio finale, dopo le contumelie all’arbitro (responsabile di tutte le disgrazie delle nostre vite), sono partiti i cori dei 17 tifosi losannesi, che si sono sentiti fino in via Codeborgo e qualcuno già tremava all’idea di un “divieto comunale alla disputa di partite per disturbo delle quiete pubblica”.
Intervistato, l’allenatore Martin Andermatt ha messo su la solita espressione diplomatica, né rabbia né gioia, e ha detto che “domani è un altro giorno” – non è mica detto, tra l’altro, potrebbe anche essere talmente uguale da sembrare quello appena pasato. Poi, lentamente, lo stadio si è fatto cadavere, senza rimpianti, senza dolore, dimentico delle grandi passioni passate. Il popolo corre a casa, che c’è la minestra, prima di rovesciarsi in centro a folleggiare.
Good night and good luck.
di Giorgen
