Roger e Didier, con stili completamente diversi, vincono sempre a dispetto di che li vedrebbe al tramonto. Uno scierà fino a quando ci sarà neve sulle montagne, l’altro è sempre il più grande. L’allenatore del Bellinzona, invece, alla caccia del premio-simpatia

Alla fine della festa è arrivato e come Ulisse ha scacciato i Proci. Oppure, visto che siamo a Londra, ha svuotato la sala del trono di principini e reucci e si è seduto al posto che gli spetta, più in alto e al centro della luce. Roger Federer è una sorpresa perenne, scivolate (non cade mai però) e voli che non hanno niente di banale. Alla fine di una stagione in cui per il computer è terzo al mondo travolge tutto e tutti al Master, conquistandolo per la sesta volta, superando Lendl e Sampras.
Mai come stavolta i pretendenti al trono sono stati scacciati senza remissione: Murray che si rompe a torneo in corso, Djokovic insicuro che non arriva nemmeno in semifinale. E Nadal? Nadal polverizzato dallo stesso Federer alla seconda partita e parso dubbioso, smunto, con meno capelli del solito, magro e timoroso. Il leone Tsonga è stato il miglior avversario – le stranezze del torneo hanno costretto Federer ad incontrarlo due volte, all’inizio e alla fine -, si è battutto con coraggio e qualità anche in finale ma poco ha potuto pure lui. Ne avevamo già parlato: la sensazione è che gli altri siano costretti a continui fuori giri e relativi malanni e cali, mentre lui, come diceva Celentano riferendosi al paradiso, “è un cavallo bianco che non suda mai”.
Molto più sudato e plebeo Didier Cuche, ma vincente come Federer. Nel primo week-end serio di Coppa del Mondo ha colto una vittoria in discesa e un secondo posto in super-G. A 37 anni, il neocastellano di montagna, ha raggiunto nelle statistiche della libera le vittorie di Pirmin Zurbriggen. Vittorie conquistate non con l’algido candore del vallesano, ma strappate a forza di braccia e inseguite a testa bassa, alla moda di un giocatore di rugby. Da anni gli fanno tutti la stessa domanda: “Quando smetti?”. Didier risponde sempre vagamente, per non offendere nessuno, ma si capisce dalla faccia che fino a quando ci sarà neve sulle montagne ci sarà pure lui. Simpatico, diretto, scontroso, tenace, Cuche è umano in tutto quello che fa. E lo fa talmente bene che il solo a batterlo è uno che lo conosce da secoli, l’altro old boy Aksel Svindal. I ragazzi possono attendere.
Scendiamo di diversi gradini perché c’è un’osservazione da fare sul Bellinzona. Sul suo allenatore, più precisamente. In breve tempo, grazie a competenza e ottimi risultati, Martin Andermatt è diventato il manager tuttofare del club, con il presidente Giulini a fidarsi ciecamente. La sconfitta di Coppa, imputabile anche a lui per le scelte tattiche alquanto avventurose, è stata analizzata di fronte alla stampa (quattro giornalisti infreddoliti) con una serie di evasive supercazzole alla svizzerotedesca, però meno divertenti di quelle di Tognazzi. Che ormai non possa più ambire al premio-simpatia pare scontato, ma che faccia almeno giocare bene la sua squadra. Possibilmente senza far passare per cretini gli altri.
di Giorgen
