Categoria: Oltre il tunnel

Maurer, «se passa il no subito un pacchetto di risparmio». Carobbio: «se vince il sì, mancheranno altri 3 miliardi»

Il Consigliere Federale spiega che cosa avverrà se i cittadini votassero no alla Riforma III delle imprese. La Consigliera Nazionale ribatte, «con un sì, sarebbero i cittadini a pagare»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – Alle urne il popolo boccerà la Riforma III delle imprese? Maurer attiverà immediatamente un programma di risparmio.

Il Consigliere Federale UDC oggi ha messo ulteriore pepe nella campagna in vista del foto del 12 febbraio, attraverso un’intervista al domenicale Schweiz am Sonntag. A suo avviso, un no sarebbe «un segnale assolutamente devastante. Se rifiutiamo la riforma perderemo impieghi e avremo zero probabilità di crearne di nuovi». La situazione di insicurezza giuridica nei confronti dell’UE sta facendo sì, prosegue, che sia difficile attirare nuove imprese.

Pronta la risposta, via Facebook, di Marina Carobbio, Consigliera Nazionale di quel PS che, assieme ad altre forze di sinistra e ai sindacati, è il principale oppositore della Riforma III: «La realtà è che la Confederazione sta già portando avanti un programma di risparmio (con addirittura tagli ai contributi federali per i sussidi cassa malati) e il Parlamento ha già tagliato pesantemente sul preventivo 2017. Se passa la riforma III mancheranno 3 miliardi allora si che si risparmierà ancora di più… e a farli saranno la Confederazione, i Cantoni e i Comuni. Mentre a pagarne le spese i cittadini!». Dunque, più che mai, rimane convinta che si debba votare no.


L’ambasciatore italiano, «siamo il paese che si impegna di più a mediare fra Berna e Bruxelles»

Del Panta Ridolfi ribadisce l’importanza dei legami economici fra i due paesi. «I frontalieri ci sono perché sono richiesti. “Prima i nostri” non è il modo migliore per risolvere i problemi collaterali»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – I rapporti fra Svizzera e Italia, in particolare fra il Ticino e la vicina penisola, sono pessimi come sono stati più volte descritti? Ne ha parlato, in un’intervista al sito online “La Bissa de l’Insübria”, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Marco Del Panta Ridolfi, in carica da un anno esatto (ha iniziato nel gennaio del 2016).

«Ho molto riflettuto sulle relazioni con il Canton Ticino, che sono formalmente ottime, ma in un clima, che si respira dalla lettura dei media ticinesi, di crescente diffidenza verso l’Italia, nonché di chiusura verso i frontalieri italiani. Mi sono chiesto perché la vicinanza culturale e linguistica non porti ad una maggiore “familiarità”», ha detto. «L’economia del Ticino è strettamente interconnessa a quella lombarda e ne ha tratto giovamento per decenni. Sarebbe bello “volare più alto”: non limitiamoci a vedere la contingenza di questi ultimi anni, nei quali l’economia italiana non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008».

I frontalieri? «La loro presenza risponde evidentemente ad una richiesta del tessuto economico ticinese e va vista anche come un arricchimento. Eventuali effetti collaterali, che possono verificarsi, devono essere regolati nel quadro del dialogo bilaterale fra Italia e Svizzera, e da parte nostra c’è sicuramente la volontà di risolvere le questioni. Iniziative come “Prima i nostri” non ci sembrano andare nella giusta direzione, anche con riguardo al negoziato fra Berna e Bruxelles».

Le economie di Italia e Svizzera, però, non possono fare a meno una dell’altra. «Abbiamo un interscambio che nel 2015 ha raggiunto i 33 miliardi di franchi, con un saldo positivo di 3,9 miliardi di franchi per noi, che ci rendono il terzo partner commerciale della Svizzera, mentre per noi la Confederazione rappresenta il settimo mercato di esportazione. Basterà un dato: il solo rapporto commerciale con la Lombardia supera quello che Berna intrattiene con la Cina. E per noi la Svizzera ha quasi la stessa importanza commerciale del gigante asiatico. Si tratta inoltre di relazioni che si sviluppano praticamente in tutti i settori merceologici», ha precisato.

Per quanto concerne l’accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri, si augura che quello parafato possa essere firmato al più presto, precisando che si tratta di questioni regolate dai rapporti fra Berna e Bruxelles.

I quali non sono resi certamente più semplici dal 9 febbraio. «O si ha la libera circolazione delle persone o si ha l’introduzione di quote e contingenti per gli stranieri, come vuole l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”», sostiene Del Panta Ridolfi. «In realtà la politica e la diplomazia possono trovare un compromesso tra queste due realtà apparentemente inconciliabili. Ci vuole buona volontà da entrambe le parti, buon senso e una seria intenzione di trovare un punto di equilibrio. L’Italia è forse il Paese che più si sta spendendo tra Berna e Bruxelles per favorire questo punto di equilibrio. In definitiva, una soluzione vantaggiosa per tutti e rispettosa sia del principio di libera circolazione delle persone sia del voto del popolo elvetico».

Infine, ritiene che il traforo del Gottardo sia una grande occasione per entrambi i paesi, oltre che rendere più vicine Zurigo e Milano.


Berna, i conti sono peggio del previsto: si licenzia

Maurer ha annunciato che sono possibili tagli di posti di lavoro nell’amministrazione federale, anche se si tratterà di casi isolati

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – L’austerity è pronta a colpire sotto la cupola di Palazzo Federale. Si devono risparmiare 50 milioni di franchi nell’amministrazione federale, e Ueli Maurer questa mattina ha annunciato che si potrebbe arrivare a dei licenziamenti.

A dicembre erano state invocate delle misure di risparmio, ma in meno di due mesi la situazione è addirittura peggiorata, e dunque la possibilità di dover tagliare posti di lavoro è concreta, anche se il Consigliere Federale ha specificato che saranno casi isolati.

Anche il Parlamento federale sarà costretto a una cura dimagrante, e per risparmiare 1,6 milioni di franchi i gruppi parlamentari riceveranno solo il 90% di quanto previsto per il 2017 fino a quando non si sarà deciso dove operare i tagli.


La pistola di Amri veniva dalla Svizzera

Secondo la ZDF, il tunisino autore della strage al mercatino di Berlino, si è procurato l’arma con cui ha ucciso il camionista polacco e ha sparato agli agenti italiani nel nostro paese

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERLINO – Ha ucciso il camionista polacco e ha sparato agli agenti italiani usando una pistola acquistata in Svizzera. Sono le nuove indiscrezioni emerse sulla figura di Anis Amri, il tunisino autore della strage di Berlino, ucciso qualche giorno dopo dalla Polizia italiana a Sesto San Giovanni.

L’arma che aveva puntato contro i due agenti che lo avevano fermato vicino alla stazione del comune italiano è la stessa usata per freddare il camionista polacco a cui ha rubato il camion che poi ha scagliato sulla folla al mercatino.

Addirittura, secondo la ZDF, Amri avrebbe trascorso un lungo periodi in Svizzera, con più soggiorni. Durante uno di essi si sarebbe procurato la pistola, del produttore tedesco Erma.


RBI, osservando la Finlandia. «Esperimento interessante per i cantoni con molti disoccupati»

La Finlandia svolgerà una prova inserendo un reddito di cittadinanza minimo. Che rapporti ci sono con il reddito di base incondizionato bocciato dalla Svizzera? Ne parliamo con Sergio Rossi

Share on FacebookTweet about this on Twitter

FRIBURGO – 560 euro al mese a 2’000 disoccupati, per la durata di due anni. In Finlandia, il Governo ha deciso di sperimentare il cosiddetto reddito minimo di cittadinanza, con l’intenzione di monitorare l’esperimento, per eventualmente estenderlo a livello nazionale. La base teorica può ricordare quella del reddito di base incondizionato contro cui la popolazione svizzera si è decisamente pronunciata alle urne qualche mese fa, seppur con notevoli differenze.

Di queste ultime, e di quanto l’iniziativa finlandese potrà essere d’esempio per riproporre in futuro il tema anche in Svizzera abbiamo parlato con Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo, una delle voci autorevoli che erano favorevoli al RBI.

Come commenta questo esperimento? È paragonabile al reddito proposto in Svizzera o va considerato come una sorta di “sussidio disoccupazione” sui generis?
«Si tratta di un esperimento interessante, seppur limitato nel tempo e nello spazio, dato che si svolgerà nell’arco di due soli anni e che riguarderà soltanto 2’000 disoccupati scelti a caso nell’insieme del territorio finlandese. Non è paragonabile al reddito di base incondizionato proposto in Svizzera in quanto è versato soltanto a una parte delle persone disoccupate, mentre la proposta svizzera riguardava l’insieme della popolazione residente. Si avvicina tuttavia al modello svizzero in quanto le persone che ricevono questo sussidio non lo perderanno se trovano una occupazione qualsiasi nell’arco temporale durante il quale questo esperimento sarà svolto in Finlandia».

Come mai la Finlandia lo ha accettato e la Svizzera no? Ci sono differenze economiche o di mentalità che possono spiegarlo?
«Nel caso finlandese si tratta di un progetto pilota che il governo ha deciso di attuare per semplificare sul piano burocratico il sistema delle politiche sociali e incentivare le persone disoccupate a trovare un lavoro, anche se soltanto per qualche ora al giorno o per qualche giorno alla settimana. L’importo del reddito di base versato nel caso finlandese è molto inferiore a quanto proposto a titolo illustrativo durante la campagna per l’iniziativa popolare svizzera, ciò che lo rende più accettabile sul piano politico, dove è necessario trovare un consenso trasversale ai partiti per implementare questo progetto pilota. Se i suoi risultati saranno incoraggianti, la Finlandia potrebbe essere il primo paese a versare un reddito di base incondizionato a tutta la sua popolazione. Non si tratta infatti soltanto di incoraggiare i disoccupati a trovare un lavoro, ma anche di liberare le forze creative delle persone giovani e meno giovani per il bene comune».

Secondo Lei, il fatto che si parli di una cifra più modesta rispetto a quella proposta in Svizzera (dove si parlava di 2’500 franchi al mese), è d’aiuto a farlo accettare?
«Indubbiamente, l’importo modesto versato a una parte limitata delle persone disoccupate ha reso la proposta finlandese accettabile dalla maggioranza dei partiti politici al governo. Trattandosi di un progetto pilota, la sua durata limitata nel tempo e il fatto che il governo abbia allocato i finanziamenti necessari per questo progetto lo hanno reso accettabile senza resistenze politiche. In Svizzera, al contrario, l’iniziativa popolare per un reddito di base incondizionato fu lanciata da un piccolo gruppo di persone della società civile senza alcun sostegno politico sul piano nazionale, anche se poi alcune sezioni cantonali dei Verdi e del Partito socialista appoggiarono questa iniziativa prima del voto popolare del giugno 2016».

Se l’esperimento funzionasse, potrebbe essere un esempio per altre nazioni? Sarebbe pronto a riproporre l’idea in Svizzera?
«Si tratta certamente di un esperimento interessante, i cui risultati dovranno essere valutati attentamente da altre nazioni. Ce ne potremo sicuramente ispirare anche in Svizzera, allo scopo di rilanciare l’idea di un reddito di base incondizionato quando gli effetti negativi della quarta rivoluzione industriale saranno notevoli per quanto riguarda la disoccupazione di una gran parte della popolazione residente nel nostro paese. Le forze politiche dovranno perciò studiare attentamente i risultati del progetto pilota finlandese, immaginando per esempio di svolgere un esperimento simile nei cantoni dove la disoccupazione è maggiore in Svizzera o rappresenta un problema importante per la popolazione, come nel caso del Ticino».

Sarebbe favorevole a modificare, eventualmente, il modello proposto per la Svizzera a uno vicino a quello finlandese, se i risultati fossero positivi?
«Il modello proposto per la Svizzera potrà assolutamente essere rivisto e modificato, sia per tener conto dei risultati del progetto pilota finlandese sia per definire l’importo del reddito di base e le fonti del suo finanziamento. Questi elementi non figuravano nell’iniziativa posta in votazione nel giugno 2016, dato che si è votato solo sul principio costituzionale di versare un reddito di base incondizionato a tutta la popolazione residente stabilmente in Svizzera. L’esperimento finlandese ha tuttavia due limiti importanti, che potrebbero ripercuotersi sui risultati negativamente. Da un lato, la sua durata è molto breve e potrebbe non incentivare sufficientemente le persone disoccupate a trovare un lavoro, sapendo che dopo la fine del 2018 potrebbero perdere questo reddito di base se l’esperimento non fosse prolungato nel tempo. Dall’altro lato, il fatto che questo reddito di base è versato a soltanto 2000 persone, in un paese di oltre 5 milioni di abitanti, con un tasso di disoccupazione attorno al 9%, non permette veramente di immaginare quale sarebbero i risultati sul piano macroeconomico se l’esperimento fosse esteso all’insieme dei disoccupati e poi magari a tutta la popolazione».


Romano sollecita Berna, «che effetti ha avuto la legge sulla disoccupazione introdotta cinque anni fa?»

La nuova legge ha permesso di sistemare i conti dell’Assicurazione Disoccupazione, ma in molti finiscono in assistenza, con costi per Cantoni e Comuni: il pipidino chiede un rapporto

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – Sono passati cinque anni dall’introduzione della nuova legge sulla disoccupazione: quali sono stati i risultati? Lo ha chiesto Marco Romano in un postulato al Consiglio Federale inoltrato a fine dicembre. A suo avviso, è fondamentale, soprattutto alla luce della situazione sul mercato del lavoro ticinese, valutare a livello nazionale le conseguenze dell’ultima revisione della Legge sulla disoccupazione approvata dal popolo nel 2010.

Secondo il Consigliere Nazionale PPD, gli effetti si vedono sui giovani e sui disoccupati di lunga data, d’altro canto la legge ha permesso di migliorare i conti di un’assicurazione sociale da lui definita fondamentale.

La sua richiesta è che «il Consiglio federale sia incaricato di presentare un rapporto descrittivo sugli effetti della 4a revisione della Legge sull’assicurazione contro la disoccupazione (LADI) a cinque anni dall’entrata in vigore. Nello specifico, avvalendosi dei dati disponibili, è opportuno esporre gli effetti sulle persone in entrata nel mondo del lavoro al termine degli studi, sui disoccupati di lunga durata, nonché l’eventuale trasferimento di costi dall’Assicurazione Disoccupazione all’assistenza sociale, a carico dei cantoni e dei comuni».

In che cosa consisteva, a grandi linee, la riforma? Come spiega Romano, «conteneva numerose modifiche puntuali mirate a tipologie specifiche di persone senza impiego. Nello specifico, per esempio, il periodo di attesa di 120 giorni per i giovani che concludono gli studi e si affacciano sul mondo del lavoro, la riduzione del periodo di prestazioni per i disoccupati di lunga durata e la soppressione della presa in considerazione delle indennità compensative nel calcolo del guadagno assicurato in un termine-quadro successivo». Ora, dopo cinque anni, un rapporto descrittivo aiuterebbe a valutare le conseguenze e a poter impostare eventuali nuove riforme future.

In particolare, «è opportuno verificare la conseguenza diretta del periodo di attesa osservando l’evoluzione del numero di giovani al beneficio delle prestazioni di disoccupazione, rispettivamente il numero di persone che a causa dell’esaurimento del diritto alle prestazioni si trovano nella situazione di dover accedere al sostegno sociale».

Tutto ciò alla luce di un recente studio SECO, il quale «ha dimostrato che da un lato, si è ridotta la durata media della disoccupazione nel primo anno dopo aver perso il lavoro, ma dall’altro, è aumentata di molto la probabilità che un disoccupato esca dal nostro sistema assicurativo senza aver trovato un impiego. La riforma ha comunque prodotto l’effetto di riportare sotto controllo i conti. Sennonché è verosimile che vi possa essere un trasferimento di costi dall’Assicurazione Disoccupazione all’assistenza sociale che provoca un aumento importante dei beneficiari e di conseguenza dell’onere finanziario a carico dei cantoni e dei comuni».
 


Paura ad Appenzello, pregiudicato ferisce due poliziotti poi si uccide

Gli agenti stavano esaminando una cascina dove credevano potesse esserci una piantagione di cannabis. L’uomo era pregiudicato, piuttosto che consegnarsi si è tolto la vita

Share on FacebookTweet about this on Twitter

RETHETOBEL – Giornata movimentata e ricca di paura in Appenzello Esterno. Un uomo ha sparato a due poliziotti, ferendone uno in modo grave (l’altro non rischia la vita) e poi ha fatto perdere le sue tracce. In serata è giunta la notizia del suo suicidio.

Si tratta di un 33enne svizzero, pregiudicato, in quanto era già stato condannato per aver tentato di uccidere due persone nel 2003, e aveva dunque trascorso cinque anni in un istituto.

Questa mattina, era stato convocato al posto di Polizia di Heiden: si è presentato, e in modo collaborativo è andato con due agenti a vedere una cascina in cui le forze dell’ordine sospettano tenesse una piantagione di canapa. A quel punto, il suo atteggiamento è cambiato, tanto che ha estratto l’arma e ha aperto il fuoco, ferendo uno dei due agenti al cuore e alla testa (la sua vita è in pericolo) e l’altro ad una gamba.

Dopo la fuga, per rintracciarlo sono stati utilizzati ingenti dispositivi, con corpi di polizia di altri Cantoni e cani poliziotto. Tre ore più tardi è stato trovato a casa sua, a Rethetobel, e invece di consegnarsi ha preferito il suicidio.


Chi ha stuprato e ucciso una donna in Germania? Potrebbero esserci testimoni ticinesi

Il fatto è avvenuto a novembre vicino a Friburgo. Pare che nella zona fossero transitate una o più vetture con targhe svizzere, forse anche ticinesi, e la Polizia tedesca sta cercando di rintracciare i proprietari

Share on FacebookTweet about this on Twitter

KAISERSTHUL – Un giallo che sta scuotendo la Germania potrebbe avere qualche legame con la Svizzera e, forse, anche col Ticino: addirittura, una targa del nostro paese potrebbe essere una chiave di svolta nelle indagini di un delitto.

Una domenica pomeriggio di un paio di mesi fa, era il novembre, una 27enne che stava praticando dello jogging è stata violentata e uccisa da un autore non identificato a Kaiserstuhl, vicino a Friburgo in Germania. Il corpo della donna è stato trovato giovedì quattro giorni più tardi in una zona boschiva tra i villaggi di Endingen e Bahlingen dopo alcuni giorni di ricerca.

La foresta si trova in una viticoltura, che è una destinazione turistica per gli ospiti stranieri, comunica il Polizeipräsidium Freiburg” del Baden-Wurttemberg.

Cosa c’entra il Ticino? Potrebbero esserci dei testimoni ticinesi. Nell’ambito delle indagini della Commissione speciale “Erle” sono state ricevute, tra l’altro, informazioni su veicoli con targhe svizzere che sono stati visti in il 6 novembre 2016 nei pressi del ritrovamento della donna.
Potrebbe essere possibile che queste testimonianze non si riferiscono a differenti veicoli, ma solo su uno. L’autovettura era di colore chiaro (probabilmente bianco o grigio) e targata TI (Ticino), TG (Turgovia) o SZ (Svitto).

In una nota inviata, appunto, dal Polizeipräsidium Freiburg” del Baden-Wurttemberg, e condivisa dalla Polizia Cantonale, gli investigatori tedeschi chiedono l’aiuto a coloro che si trovavano con un veicolo immatricolato in Svizzera nel Kaiserstuhl tra i villaggi di Endingen e Bahlingen domenica 6 novembre 2016.

Per gli investigatori siete dei testimoni importanti! Queste o altre persone che possono dare informazioni in merito possono annunciarsi presso la Polizia criminale di Emmendingen “Soko Erle” al numero 0049 7641 / 582-114


Fiamme in albergo, tre feriti ad Arosa

Un incendio si è sprigionato dai piani bassi del Posthotel Holiday Villa. Ospiti evacuati con una gru, sul posto un centinaio di persone fra pompieri e soccorritori

Share on FacebookTweet about this on Twitter

AROSA – Le fiamme sono il comun denominatore, purtroppo, di questa fine anno, in Ticino e Grigioni. Oggi pomeriggio è infatti scoppiato un rogo al Posthotel Holiday Villa di Arosa.

Il fuoco ha iniziato a svilupparsi attorno alle 16, come spiega in una nota la Polizia grigionese, e i lavori di spegnimento sono tutt’ora in corso. L’incendio è partito dai piani inferiori per poi propagarsi a quelli superiori, gettando nel panico gli ospiti. Tre persone sono rimaste ferite in modo grave e sono state traportate con tre elicotteri della Rega all’ospedale di Coira, altre dieci sono ferite lievemente. Per evacuare chi si trovava all’interno dell’edificio è stato necessario l’utilizzo di una gru.

Anche diverse auto parcheggiate fuori dall’hotel sono andate distrutte, e la Ferrovia Retica ha comunicato che a causa dell’incendio dell’albergo, che si trova nelle immediate vicinanze della stazione, la linea di Arosa è stata chiusa fino a nuovo avviso a partire da Litzirüti. Tra le due località è stato organizzato un servizio di autobus sostitutivi.

Sul posto sono operative un centinaio di persone, fra pompieri e soccorritori con ambulanze.

Si invita la popolazione a tenere chiuse le finestre, poiché dal luogo dell’incendio fuoriesce un fumo nero e denso.


Una cinquantina di militari a sostegno delle Guardie di Confine

Ueli Maurer lo proporrà a Governo e Parlamento. Felice Norman Gobbi, che si augura che il provvedimento possa essere operativo al più presto

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – La situazione del Ticino è particolare, e dunque è giustificato l’invio di una cinquantina di militari a sostegno delle Guardie di Confine.

Lo ha affermato il Consigliere Federali Ueli Maurer, che è pronto a portare la richiesta a Governo e Parlamento. Per aiutare chi lavora coi migranti alle frontiere dovrebbero essere inviati militari di professione, e non ragazzi che stanno svolgendo i corsi.

Ovviamente felice della notizia il Consigliere di Stato Norman Gobbi, che si rallegra del fatto che Maurer abbia compreso la delicata posizione ticinese, e auspica che il provvedimento possa divenire operativo il prima possibile.


Chiesa dice no a Stojanovic. «Mi attiverò per raccogliere firme per disdire la libera circolazione»

Secondo il Consigliere Nazionale, il referendum lanciato dal socialista sulla legge di applicazione non cambierebbe nulla. «Invece la nostra è la vera battaglia per la Svizzera e il Ticino»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Nenad Stojanovic lancia la raccolta firme per mandare il popolo al voto sulla legge di applicazione del 9 febbraio (ieri, per primi, ne abbiamo riferito, sentendo le parole dell’esponente socialista), e apre le porte ai partiti contrari. Marco Chiesa, Consigliere Nazionale UDC, non intende aderire, ed anzi rilancia un’altra raccolta di firme, quella per un referendum volto a disdire la libera circolazione delle persone.

Chiesa ha risposto a Stojanovic, che per email gli aveva parlato della sua iniziativa, invitandolo a entrare a far parte del comitato referendario, e ha voluto renderla pubblica.

Per prima cosa, un voto sulla legge sarebbe per il democentrista del tutto inutile. «Nell’ottica di chi ha voluto l’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa e dunque di chi sostiene i contingenti, i tetti massimi e la preferenza indigena, come ben sai, un referendum sulla legge d’applicazione è totalmente inefficace. Anche in caso di successo, il referendum non raggiungerebbe mai l’obiettivo di obbligare il Parlamento ad applicare alla lettera l’articolo 121a della nostra Costituzione, e anche questo tu come politologo lo sai fin troppo bene».

Tutto rimarrebbe come prima, insomma, anzi.. «Il tuo partito e i suoi rappresentanti, come altri, felici per aver sabotato il volere popolare, non cambieranno certo idea sul 9 febbraio. Persevereranno nell’assecondare l’Unione europea, se non addirittura peggio facendosi suggerire i nostri articoli della legge come abbiamo sentito dalle tanto improvvide quanto sincere parole della portavoce Mina Andreeva. Il ritorno alla casella 0, dunque alla legge sugli stranieri precedente, con tutti i partiti della Berna federale chiaramente schierati a sostegno della linea eurocompatibile, paurosi di possibili rappresaglie di Bruxelles, aggrappati agli accordi bilaterali e alla libera circolazione, non permetterebbe di migliorare la situazione istituzionale e politica. Una situazione che ritengo, come immagino anche tu, indegna per una democrazia diretta e socioeconomicamente dannosa, in particolare, per il Canton Ticino».

Chiesa avrebbe preferito che Stojanovic si fosse espresso prima. «Peccato, caro Nenad, di non aver sentito la tua autorevole voce di sinistra alzarsi contro questa infame legge e le subdole furbizie partitiche prima della votazione finale di qualche settimana fa alle Camere. Magari avresti potuto influenzare il presidente del tuo partito e alcuni rappresentanti socialisti».

Il Consigliere Nazionale, però, non resterà con le mani in mano. «Mi attiverò con forza per la buona riuscita dell’iniziativa in gestazione per la disdetta della libera circolazione. Dopo quanto visto e sentito alle Camere questa è la vera battaglia per la Svizzera e per il Ticino. Le tempistiche per il lancio della raccolta firme sono quelle dichiarate pubblicamente sia dall’UDC che dall’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI)».


Stojanovic lancia il referendum sul 9 febbraio. «Vedremo se UDC e Lega rappresentano il popolo»

L’esponente socialista ritiene che il popolo debba poter dire la sua sulla legge di applicazione. «Speravo che qualcun altro agisse. Senza un voto, si rischiano anni di politica federale avvelenata»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Il Foglio federale di oggi pubblica la legge di applicazione del 9 febbraio: è dunque possibile sin d’ora far partire la raccolta firme per un referendum. Qualcuno ha deciso di farlo. UDC? Lega? PPD? No, Nenad Stojanovic, un esponente di sinistra. Lo abbiamo contattato per capire se la sua è un’iniziativa isolata, e che fini vuol raggiungere. «È giusto che il popolo si esprima. Una sfida ai contrari? Sì, lo è».

La richiesta di firmare per un referendum sulla legge di applicazione è una sua idea, oppure lei parla a nome di un gruppo?
«È una mia iniziativa personale, della quale ho però parlato con diverse persone a livello politico e associazioni, che sono giunte con me alla conclusione che sarebbe auspicabile nonché importantissimo avere una votazione popolare sulla modifica di legge sugli stranieri con cui si intende applicare l’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa. Non posso rivelare i nomi di queste persone, appartengono a diverse aree politiche e credono che una soluzione debba essere trovata. Il popolo ha accettato il 9 febbraio 2014, seppur con una maggioranza molto risicata, e a ciò va dato seguito. Il Parlamento o quanto meno la sua maggioranza ha fatto quello che poteva, se avesse potuto fare meglio o diversamente non lo sappiamo, ha comunque cercato di tener conto dell’insieme della situazione, dunque non solo quella votazione ma anche quelle precedenti e numerose in cui il popolo ha accettato i bilaterali. Al di là di quanto si pensa sulla legge, ritengo che sia importante che il popolo possa esprimersi, e dire se è d’accordo con questa applicazione oppure no».

Pare di capire che lei non rimprovera nulla al Parlamento, giusto?
«Mi riferisco alla maggioranza che ha elaborato e votato questa legge. Il Parlamento ha cercato di assumersi le sue responsabilità, cercando una soluzione che permettesse alla Svizzera di mantenere i rapporti con l’UE che il popolo a più riprese ha detto di voler avere. Non dobbiamo dimenticare che c’era una necessità temporale, sia perché l’articolo costituzionale chiedeva un’applicazione entro tre anni, sia perché a inizio febbraio scadeva la possibilità di aderire al programma Horizon 2020, un grande progetto a livello di ricerca universitaria, dal quale tutte le università svizzere, dunque anche l’USI, rischiavano di essere escluse: sarebbe stato un duro colpo per un settore importante della nostra economia».

Però a suo avviso l’ultima parola deve spettare, di nuovo, al popolo…
«Il popolo deve esprimersi, perché altrimenti rischiamo di avere una situazione nei prossimi anni, sino alle prossime elezioni federali, in cui i partiti contrari alla legge d’applicazione, anche se non è ben chiaro quale sarebbe stata la loro proposta, avrebbero avuto la possibilità di scaldare gli animi col populismo, dicendo che il Parlamento e le élite politiche non hanno rispettato la volontà popolare. Bisogna andare sul campo di battaglia e capire cosa vuole il popolo, non mi va bene la pretesa populistica dei contrari, sostanzialmente UDC e Lega, di essere gli unici a parlare a nome della gente».

Cosa pensa del fatto che sia lei, che è di sinistra, a lanciare il referendum e non, appunto, UDC o Lega?
«Dovranno comunque pronunciarsi sul tema. Con questa iniziativa ho lanciato un sasso nello stagno, ma ben volentieri accoglierò nel comitato referendario chi fra i democentristi, i leghisti e i pipini avranno voglia di aderire, anche a titolo personale. Speravo che qualcuno facesse qualcosa, anche se l’UDC si era rifiutato. Mi auguravo che un giorno sul Mattino la Lega lanciasse il referendum, si vede che anche loro non vogliono farlo, oppure che fosse l’Azione per una Svizzera neutrale e indipendente (ASNI) a proporsi».

Se il referendum riuscisse e il popolo votasse contro la legge di applicazione, saremmo però al punto di partenza, non trova?
«Dal punto di vista formale toccherebbe al Consiglio Federale fare un decreto dove applica l’articolo costituzionale nel modo che ritiene migliore, senza passare dal Parlamento. Dal punto di vista politico invece ci sarà chiarezza, il popolo avrà votato con cognizione di causa maggiore rispetto a quanta ne aveva il 9 febbraio 2014».

Per contro, se riusciste a raccogliere le firme e il popolo accettasse la legge, secondo lei nessuno dovrebbe più lamentarsi?
«I contrari potrebbero ovviamente parlare, ma non ci sarebbe più una logica nel loro argomento che il Parlamento ha fatto qualcosa che il popolo non vuole. Verrebbe tolto loro un argomento con cui potrebbero avvelenare la politica svizzera per anni».

Dunque è anche una sfida ai contrari, una sorta di prova di quanto essi rappresentano il popolo, vero?
«Certo!»

Foto tratta dal profilo Facebook di Nenad Stojanovic


Carobbio furibonda. «Ieri i soldi non c’erano, oggi per far passare gli sgravi invece…»

Vitta, Beltraminelli e Gobbi, esponendo misure complementari alla Riforma III delle imprese, «contrabbandano nebulose proposte di riduzione delle imposte alle ditte e di aiuto alla socialità»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Vitta, Beltraminelli e Gobbi fanno infuriare Marina Carobbio. In una conferenza stampa odierna, i tre ministri hanno esposto le misure che completerebbero la Riforma III delle imprese per meglio poterla applicare a livello cantonale e comunale.

Vitta ha portato l’idea di una riduzione dell’onere fiscale a livello cantonale e di incentivi mirati alle start-up innovative per aumentare l’attrattività del Cantone quale sede di imprese, Beltraminelli ha parlato di misure di sostegno alla formazione e iniziative per la politica familiare, mentre Gobbi intende mettere a disposizione dei Comuni degli strumenti per recepire al meglio i cambiamenti indotti dalla Riforma III.

Il tempismo, l’aperto sostegno alla riforma (non una novità, comunque) e soprattutto la promessa di aiuti sociali quando essi sono stati tagliati attraverso la manovra da 185, non sono per nulla piaciuta alla Consigliera Nazionale socialista, che ha esternato il suo disappunto attraverso Facebook. «I consiglieri di Stato Vitta, Gobbi e Beltraminelli scendono in campo a favore di ulteriori sgravi fiscali a favore delle aziende e dei grandi azionisti. Non è una novità, ma che lo facciano cercando di contrabbandare proposte di riduzione delle imposte alle imprese con aiuti poco chiari e ancora molto nebulosi nella socialità, sa tanto di presa in giro. Soprattutto alla viglia del voto popolare del 12 febbraio 2017 sui referendum, che abbiamo lanciato sulla riforma III delle imprese e sui tagli cantonali nella socialità».

A sconcertarla è il cambio di parere sulla possibilità di elargire aiuto sociali. «Ma come, ieri non c’erano soldi e si doveva risparmiare sui più deboli e oggi per far passare sgravi alle aziende si promettono aiuti alle famiglie? Da quel che ho potuto leggere dopo la loro conferenza stampa, senza aspettare l’esito del voto del 12 febbraio, lanciano già le loro proposte di attuazione della riforma fiscale delle imprese e propongono di utilizzare il margine di manovra previsto dalla legge federale per fare ulteriori sgravi alle aziende…».

«Mi sarebbe piaciuto vedere tanta solerzia dei consiglieri di Stato ticinesi nell’intervenire a Berna per combattere l’aumento delle franchigie delle casse malati! Questo sì che sarebbe stato un intervento concreto a favore delle famiglie», aggiunge Carobbio, ribandendo la necessità di votare no alla Riforma III delle imprese e ai tagli previsti sulla socialità a livello cantonale.


Si licenzia, uccide l’ex amico, spara nella moschea e si suicida. Chi è il 24enne che ha terrorizzato Zurigo?

Il giovane che ha aperto il fuoco ieri nella moschea si è tolto la vita. Aveva 24 anni, era svizzero di origini ghanesi e aveva ucciso un coetaneo domenica. Non vi sono legami col terrorismo islamico

Share on FacebookTweet about this on Twitter

ZURIGO – L’uomo che ieri ha seminato il panico, sparando in una moschea a Zurigo, è morto. Era uno svizzero originario del Ghana e aveva 24 anni. L’unica vittima, dunque, al momento, dell’attacco di ieri è proprio lui, mentre due cittadini somali di 30 e 35 anni e di un 56enne svizzero sono feriti ma non in pericolo di vita.

Da una conferenza stampa indetta dalla Polizia della città di Zurigo, alla presenza della procuratrice Françoise Stadelmann, del capo della Polizia criminale Christiane Lentjes Meili e del responsabile della comunicazione della Polizia cantonale zurighese Werner Schaub, è stato escluso qualsiasi legame con l’estremismo islamico, ed anche con l’estrema destra.

Allora, perché il giovane ha aperto il fuoco in moschea? Le indagini al momento non hanno trovato un movente, neppure dopo una perquisizione nella case dove l’uomo viveva solo, a Uster.

Quel che si sa di certo è che il 24enne ha ucciso domenica un uomo parco giochi del quartiere alla periferia nord di Zurigo. Si tratta di un coetaneo, di origini cilene, con cui pare avesse intrattenuto rapporti di amicizia, poi rovinati da qualche malinteso.

L’assassino si era licenziato alla fine della scorsa settimana dal suo lavoro di venditore. La pistola con cui si è ucciso vicino al fiume Sihl parrebbe essere quella con cui ha aperto il fuoco anche nella moschea, ed era regolarmente intestata a suo nome. Aveva anche il porto d’armi.

L’unica pista che al momento si segue è quella di possibili legami con il mondo dell’occultismo, anche se non vengono esclusi, dopo le azioni compiute, dei problemi psichici.


«Cara Doris ti scrivo…». Il triciclo torna unito per l’idroelettrico

Dadò, Farinelli e Sanvido scrivono a Doris Leuthard per sostenere il settore, in particolar modo nelle valli, e per salvaguardare i posti di lavoro in Ticino

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Il triciclo, diviso dalle ultime decisioni in Parlamento, torna unito a difesa dell’idroelettrico ticinese.

Su iniziativa del capogruppo in Gran Consiglio Fiorenzo Dadò, i tre partiti politici ticinesi di Governo (PPD, PLR, Lega, rappresentati rispettivamente dallo stesso Dadò, da Farinelli e da Sanvido) – nell’ambito degli incontri promossi nelle scorse settimane dallo stesso Dadò e dal consigliere di Stato Christian Vitta con i dirigenti di Ofima, Ofible, AET e i deputati delle zone periferiche – hanno scritto alla consigliera federale Doris Leuthard affinché sia sensibilizzata sull’importanza delle aziende idroelettriche in Ticino, dei posti di lavoro nelle zone periferiche, e affinché presti particolare attenzione alla tematica dei canoni d’acqua, risorsa fondamentale per le casse cantonali e comunali.
Lo scorso 30 settembre le Camere federali hanno infatti approvato il primo pacchetto di misure della Strategia Energetica 2050, che riconosce il settore idroelettrico quale elemento fondamentale della strategia energetica nazionale.

Purtroppo il settore idroelettrico svizzero si trova oggi in difficoltà a causa della concorrenza dell’energia elettrica “sporca”, importata in particolare dalla Germania. Le attuali misure di razionalizzazione e riduzione dei costi avviate dai grandi gruppi elettrici non sono la strada giusta da seguire e preoccupano la popolazione. In assenza di misure mirate ed efficaci il pilastro centrale della Strategia Energetica 2050 rischia così di essere in pericolo e di mettere seriamente in difficoltà il Ticino. Bisogna quindi trovare soluzioni durature per poter valorizzare le competenze acquisite in passato, mantenere i posti di lavoro soprattutto nelle regioni periferiche e realizzare gli obiettivi energetico-ambientali nazionali e cantonali

A questo proposito i tre gruppi politici ticinesi ricordano il ruolo attivo e pionieristico svolto dalle Partnerwerke nello sviluppo degli impianti idroelettrici del Cantone: esse hanno saputo sfruttare le forze idriche presenti nelle zone periferiche, destinando tuttavia oltre San Gottardo gran parte delle risorse finanziare derivate da queste attività, per centinaia di milioni di franchi”. 

Si ritiene quindi importante sensibilizzare sin d’ora le aziende di distribuzione ticinesi affinché acquistino una determinata quota di energia idroelettrica indigena a sostegno di questa importante risorsa cantonale e dei posti di lavoro.