Categoria: Oltre il tunnel

Chiesa pronto a portare alle Camere la tassa sugli immigrati di Eichenberger

L’economista aveva ipotizzato di tassare i lavoratori stranieri. Il democentrista lo incontrerà e, se l’idea sarà convincente, depositerà un’iniziativa

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BERNA – Dopo l’annuncio di volersi muovere per aumentare il costo del rilascio di permessi per stranieri (e per fare ciò, serve dapprima una modifica alla Legge federale sugli stranieri), Marco Chiesa sembra deciso a tradurre in un atto politico la nuova idea dell’economista Reiner Eichenberger.

Salito alla ribalta per aver fatto infuriare i frontalieri chiedendo una tassa su di loro, il decano della facoltà delle scienze economiche e sociali dell’Università di Friborgo, sostiene che, dato che la legge d’applicazione del voto del 9 febbraio non parla di contingenti, si potrebbe far pagare una tassa giornaliera ai lavoratori stranieri. La cifra? Ipoteticamente, dai 12 ai 15 franchi al giorno, il che porterebbe nelle casse della Confederazione dai 2 ai 2,5 miliardi di franchi annui.

Chiesa ha raccolto la proposta, e, come annuncia su Facebook, vuole quanto meno approfondirla. Fra due settimane, come primo passo, incontrerà Eichenberger.

“Egli sostiene, pubblicamente e senza timore, che dopo la non applicazione del 9 febbraio voluta da PLR e PS, sia divenuto necessario introdurre nel nostro Paese una tassa sull’immigrazione”, riassume sul suo profilo Facebook. “Se la proposta è convincente e plausibile, come penso, vorrei depositare un’iniziativa parlamentare che vada in tal senso durante la sessione primaverile delle Camere”.


Il popolo dice no alla Riforma III delle imprese. Sì alle naturalizzazioni facilitate, ottime percentuali per il FOSTRA

Il Ticino si allinea al resto della Svizzera su due temi su tre in votazione. Il Consiglio di Stato sulla Riforma III chiede al Consiglio Federale un nuovo progetto in tempi rapidi e gioisce per il FOSTRA

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BERNA – Oltre ai referendum lanciati dalla sinistra e l’inserimento della protezione giuridica degli animali nella costituzione, si votava anche per tre oggetti federali.

La Riforma III delle imprese è stata affossata alle urne, ma il Ticino è andato contro corrente. Il 59,1% dei votanti svizzeri hanno infatti detto sì alla riforma, che è stata accolta, oltre che nel nostro Cantone, solo da Zugo, Vaud e Nidvaldo.
Il risultato cantonale parla di un tirato 51,2% di sì, con i centri maggiori divisi: optano per il sì Mendrisio (50,31%), Lugano (56,5%) e Chiasso (50,72%), per il no Bellinzona (55,53%) e Locarno (54,67%).
Il Consiglio di Stato ticinese si rammarica per il risultato nazionale, non certo per quello cantonale. «Pur esprimendo il suo rammarico per il risultato negativo scaturito dalle urne a livello svizzero, il Governo è soddisfatto che la popolazione ticinese, dimostrando lungimiranza e sensibilità nei confronti dell’economia ticinese, abbia accolto il progetto di riforma seguendo le indicazioni del Consiglio di Stato. Spetterà ora alle autorità federali presentare in tempi rapidi un nuovo progetto. Nell’attesa, il Governo ticinese approfondirà la possibilità di anticipare delle misure fiscali cantonali, prestando particolare attenzione anche a delle misure nell’ambito sociale. Inoltre, il Consiglio di Stato parteciperà attivamente alla ricerca di una soluzione condivisa a livello federale e si adopererà affinché gli elementi essenziali per garantire competitività, occupazione, lo sviluppo di iniziative innovative e un solido substrato fiscale a medio-lungo termine per il nostro Cantone siano presi debitamente in considerazione».

Il Ticino, per pochissimo, accetta la naturalizzazione facilitata per gli stranieri di terza generazione, oggetto che in Svizzera ha avuto la meglio in modo più netto, con il 60,4% dei consensi. Turgovia, San Gallo, Appenzello interno, Glarona, Svitto, Uri e Obvaldo sono stati gli unici cantoni a votare no.
Nel nostro Cantone, i sì sono stati il 50,2%. L’unico centro a dire di no, per pochissimo, è stato Chiasso, con il 50,57% dei contrari, mentre passa il sì a Bellinzona (55,5%), Locarno (53,6%), Lugano (“solo” 51,7%) e Mendrisio (anche qui per un centinaio di schede, col 50,97% di favorevoli).

Approvato invece nettamente il Fondo strade nazionali e traffico d’agglomerato (FOSTRA), con un 61,9% dei consensi e tutti i Cantoni che hanno detto sì.
Anche in Ticino l’oggetto è passato senza problemi, con il 60,5% dei favorevoli. Per quanto concerne i centri, sì ovunque, da Bellinzona (55,49%) a Chiasso (54,05%) da Locarno (57,66%) a Lugano (64,48%) e Mendrisio (58,27%). A bocciare l’oggetto, solo tre comuni: Bodio, Brusino Arsizio e Moleno.
Il Governo ticinese approva il voto, infatti fa sapere che d essere soddisfatto di un voto «che permetterà un ampliamento della rete delle strade nazionali – aumentando le possibilità di vedere realizzati progetti fondamentali come il collegamento veloce A2/A13 del Locarnese e l’allacciamento Stabio est-Gaggiolo e la concretizzazione dei Piano di agglomerato che interessano anche le maggiori aree urbane del Ticino. A mente del Governo, il voto odierno rappresenta un tassello importante che permetterà interventi a favore della mobilità sostenibile e della riorganizzazione territoriale».


“Complotto” sul 9 febbraio? L’amarezza di Chiesa, «i nemici della nostra democrazia li abbiamo in casa»

Levrat, Rechsteiner, Müller e Keller-Sutter avrebbero architettato la legge di applicazione. «A Palazzo ci hanno abituato a certe bassezze. PS, PLR e PPD non hanno mai voluto applicare contingenti e tetti massimi»

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BERNA – La legge di applicazione del 9 febbraio che tanto ha fatto e continua a far discutere, è in realtà frutto di un accordo segreto che risale addirittura a fine 2015. Lo ha svelato oggi, a tre anni dal voto, la RTS: a ordire la trama sarebbero stati il presidente socialista Christian Levrat e il numero uno dell’Unione sindacale svizzera Paul Rechsteiner, l’allora presidente liberale Philipp Müller e la sua collega Karin Keller-Sutter. L’intento era di puntare sulla preferenza ai disoccupati, senza introdurre i contingenti, e infatti così è stato.

Una beffa, conoscere questo possibile accordo? Lo abbiamo chiesto a Marco Chiesa, che come Consigliere Nazionale UDC si è battuto per l’applicazione letterale della legge.

La notizia la sorprende? Aveva avuto sospetti in tal senso?
«Non sono per nulla sorpreso. Ho assistito in prima persona a questa disarmante farsa che è andata in scena a Palazzo federale. PS, PLR e PPD non volevano, e non hanno mai voluto, applicare contingenti e tetti massimi all’immigrazione. Come neppure la preferenza indigena, cosa che l’UDC e il sottoscritto volevano fortemente. E pensare che oggi alcuni freschi e ruggenti leader di Partito si sciacquano la bocca con il sacrosanto principio del rispetto delle decisioni popolari. Ho visto passare sotto i miei occhi testi di legge, proposte giuridiche strampalate e tentativi d’annacquamento del volere popolare che gridavano vendetta al cielo, senza però che nessuno muovesse un dito per evitare il sabotaggio».
 
Crede che i quattro siano stati d’accordo anche con l’UE?
«La portavoce della Commissione europea Mina Andreeva ha affermato che la Commissione stessa aveva accompagnato i lavori parlamentari sul 9 febbraio, dirigendoli un po’ per assicurarsi che prendessero la giusta direzione. Ma ciò che preoccupa è che l’UE abbia trovato all’interno del nostro Paese dei “rappresentanti del Popolo svizzero” pronti genuflettersi al cospetto dei burocrati di Bruxelles. Evidentemente i nemici della nostra democrazia li abbiamo in casa».
 
Come rappresentante UDC e più in generale del popolo svizzero, come si sente di fronte a una notizia del genere?
«A Palazzo ci hanno abituato a queste bassezze. Pensiamo a quanto PPD e PS hanno orchestrato a suo tempo contro il consigliere federale Christoph Blocher. Mi spiace molto osservare inerme come si stia mortificando la nostra democrazia diretta che, al contrario, dovrebbe rappresentare un caposaldo del nostro Paese. A Berna sediamo per applicare fedelmente ciò che il Popolo svizzero ha democraticamente deciso e non per stravolgere l’esito delle urne secondo il nostro piacimento».
 
Cosa vorrebbe dire a chi ha di fatto “beffato” tutti?
«A me resta solo l’amarezza di aver visto naufragare la preferenza indigena sul mercato del lavoro. Chi vive sul nostro territorio dovrebbe godere, a parità di requisiti, di questo vantaggio. L’immigrazione deve essere selettiva. Se ci mancano determinate competenze ben venga l’apertura ma se abbiamo da noi lavoratori e lavoratrici formate e pronte per essere impiegate, queste devono avere la precedenza. A Berna, tutti i partiti, hanno sacrificato sull’altare dell’economia e dell’apertura incondizionata delle nostre frontiere, questa protezione del mercato del lavoro che è per me di fondamentale importanza».


L’UDC apre al PPD. «Sosteniamo il referendum, ma a due condizioni»

I democentristi chiedono che Dadò assicuri che i rappresentanti a Berna sostengano l’applicazione letterale del 9 febbraio, e che Lombardi si impegni a ottenere l’appoggio di tutti i pipidini alle Camere

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BELLINZONA – L’UDC, riunito ieri nel Comitato Cantonale, si è chinato sul referendum dei Cantoni che il PPD intende lanciare sulla legge di applicazione del 9 febbraio. E a sorpresa, apre: siamo disposti a sostenerlo, ma a precise condizioni.

«Il PPD Ticino per voce del suo Presidente Fiorenzo Dadò assicura che i rappresentanti del PPD Ticino a Berna, Filippo Lombardi, Marco Romano e Fabio Regazzi, abbiano cambiato idea e sono oggi disposti a unanimemente sostenere l’applicazione letterale della volontà popolare. In particolare l’introduzione di contingenti, tetti massimi e, evidentemente, della preferenza indigena», è la prima «logica garanzia» chiesta dai democentristi. Poi, «il Capogruppo alle Camere federali Filippo Lombardi si impegna ad ottenere il sostegno unanime dei rappresentanti PPD alle Camere federali e a informare l’opinione pubblica del riscontro ottenuto in seno al partito entro la data di trattazione del tema nel Gran Consiglio del Canton Ticino».

Senza queste condizioni, «premesse il gruppo in Gran Consiglio, su richiesta del Comitato cantonale, non potrà sostenere il referendum cantonale promosso
dal PPD Ticino. Non vi sarebbe ovviamente alcun senso nell’intraprendere un percorso volto a modificare la legge d’applicazione senza che coloro che si sono astenuti facendo sì che il testo venisse approvato nella forma che non rispetta il volere d’iniziativa, non dichiarassero preventivamente la loro volontà di modificare il loro voto in Parlamento e di sostenere il testo di legge proposto dall’UDC. Spiace nuovamente ribadire che chi oggi intende permettere al popolo di nuovamente esprimersi sul tema, facendosi paladino della volontà popolare, abbia deciso di astenersi “coraggiosamente”, per usare le parole del PPD stesso, al momento che i Ticinesi ne avevano più bisogno».

Insomma, l’UDC, per sostenere la richiesta di referendum dei Cantoni, «chiede prova di buona fede e il ravvedimento al PPD Ticino».

Infatti, «il 16 dicembre 2016, la maggioranza del Parlamento federale ha deliberatamente deciso di non rispettare la volontà popolare scaturita dalle urne il 9 febbraio 2014. La Costituzione svizzera, sulla quale hanno giurato i Consiglieri nazionali e i Consiglieri agli Stati, e in particolare l’articolo 121a, è stata indiscutibilmente umiliata. La legge d’applicazione non prevede l’introduzione né di contingenti né di tetti massimi. La preferenza indigena, così come fortemente sostenuta dai ticinesi al momento del voto, è rimasta lettera morta. Il PPD svizzero ha partecipato al sabotaggio dell’applicazione letterale della legge d’applicazione presentata dall’UDC astenendosi in votazione finale. Se l’UDC avesse potuto contare sul sostegno del PPD svizzero la legge d’applicazione che il PPD Ticino intende attaccare in referendum non avrebbe mai visto la luce».

La palla passa ora al PPD. Verranno accettate le condizioni?


Riforma III, i fautori del sì hanno speso 19 volte più di quelli del no! Marty, «una speculazione in cui si sa chi vince»

Il Comitato “Stop ai tagli” rende noti alcuni dati. «l denaro c’è e che bisogna cercarlo dov’è invece di tagliare a danno di chi fa già fatica ad arrivare a fine mese». L’ex deputato, «una riforma serve ma non questa»

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BELLINZONA – I fautori della Riforma III hanno speso cifre 19 volte più alte di quelle di chi spinge per il no: secondo questi ultimi, è la prova che chi ha pagato sa che guadagnerà ben più di quella cifra. Ed anche Dick Marty, ex senatore PLR, ha voluto dire la sua, ribadendo che serve una riforma, ma non questa.

Il Comitato “Stop ai tagli” (che, come dice il termine, si sta adoperando anche per il no ai referendum cantonali), di cui fanno parte forze di sinistra e sindacati, ha diffuso oggi un comunicato con alcuni numeri, corredati da qualche riflessione. «In termini di mezzi finanziari disponibili, la campagna sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese ha reso evidente un’enorme disparità tra la Destra, con i sostenitori della riforma, e il fronte del NO. Sull’insieme della campagna nazionale, per la sola cartellonistica e la pubblicità, il campo in favore della Riforma III ha speso 3,3 milioni (3’300’000) di franchi di cui ha volutamente celato l’origine: 19 volte di più dei 171 mila franchi investiti dal fronte del NO.
Sebbene il campo che sostiene la Riforma III stia cercando con ogni mezzo di nascondere l’evidenza, la lettura di questo preoccupante squilibrio è chiara: chi ha deciso di spendere così tanto denaro sa che se la Riforma III dovesse passare guadagnerà molto di più di quanto ha speso», si legge. Chi pagherà? «La popolazione».

«I partiti di maggioranza, che appoggiano questa riforma fiscale, stanno portando avanti una politica incoerente. Da un lato ammettono che la Riforma III genererà delle perdite per gli Enti pubblici, in particolare per i Comuni, ma la sostengono comunque. Dall’altro – invece – tagliano nelle prestazioni sociali, riducono i sussidi cassa malati, peggiorano i servizi di cura a domicilio e indeboliscono la giustizia», prosegue il Comitato. Cosa succederà, in caso di sì? «Un radicale peggioramento di quanto già oggi la popolazione è costretta a subire anche in Ticino: dei tagli alle prestazioni e ai servizi motivate da minori entrate nelle casse dello Stato.
Il fatto che il campo favorevole alla Riforma III abbia speso 3,3 milioni di franchi per la sola cartellonistica e la pubblicità proprio quando si decidono i tagli alle prestazioni sociali dimostra che il denaro c’è e che bisogna cercarlo dov’è invece di tagliare a danno di chi fa già fatica ad arrivare a fine mese. Rifiutandola nelle urne, la popolazione ha l’opportunità di frenare questa politica che fa gli interessi delle multinazionali e delle grandi aziende, chiedendo così più responsabilità sociale ai partiti di maggioranza».

Su La Regione, ha detto la sua anche Dick Marty, che ritiene come quanto progettato dal Consiglio Federale fosse equilibrato, mentre ciò che è uscito dal Parlamento e andrà dunque all’esame delle urne non lo è. «La Riforma, se dovesse essere accettata, andrà a colpire il ceto medio. Come al solito si ricorre al catastrofismo e si agita lo spauracchio della perdita di migliaia di posti di lavoro». Marty sottolinea come molto enti comunali non potranno più finanziare, in caso di sì, servizi pubblici sociali ora a disposizione della popolazione.

Secondo lui, l’oggetto in votazione «assume le sembianze di una speculazione ad altissimo rischio. Con la particolarità che se va bene, chi ha speculato sarà in ogni caso vincitore, mentre il normale cittadino ne subirà le conseguenze». Concorda coi fautori della Riforma: qualcosa bisogna fare, «ma non questa. Rifiutiamola e riprendiamo subito il progetto del Consiglio Federale, questa volta proteggendo meglio la diligenza».


Il ritorno di Eichenberger: «dai 2 ai 2,5 miliardi annui alla Confederazione tassando gli immigrati»

L’economista che aveva proposto la tassa sui frontalieri, ora pensa a far pagare dai 12 a 15 franchi al giorno. Quadri: «se dice che si potrebbe fare, credo più a lui che ai Consiglieri Federali “calabraghe”»

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BERNA – Reiner Eichenberger colpisce ancora. Dopo la tassa di entrata sui frontalieri, che aveva scatenato un putiferio, ora l’economista propone una tassa di soggiorno aggiuntiva per gli immigrati. Un’idea che arriva a pochi giorni da quella volta a far pagare di più l’ottenimento dei permessi di lavoro che Marco Chiesa ci ha svelato in esclusiva, così come il complesso iter che dovrà compiere.

In un’intervista alla Berner Zeitung, ha rivelato di pensare che la libera circolazione nel nostro paese abbia impatti diversi rispetto a quello su altri, e che è dannosa. La sua teoria è che gli Accordi bilaterali vadano mantenuti, per cui va trovata una soluzione al problema migratorio senza metterli in pericolo.

E se l’UE non accetta contingenti, si potrebbe prelevare una tassa. Eichenberger ha parlato di una cifra che varia dai 12 ai 15 franchi al giorno, oppure dai 4000 ai 5000 franchi annui. Il che porterebbe nelle casse della Confederazione dai 2 ai 2,5 miliardi di franchi annui. L’immigrazione diminuirebbe, ma soprattutto chi desidera venire nel nostro paese a lavorare per poco tempo sarebbe scoraggiato, perché non gli converrebbe più. La tassa, in ogni caso, dovrebbe essere uguale per ogni categoria di lavoratori.

Favorevole di principio alla tassa è, come prevedibile, il Consigliere Nazionale Lorenzo Quadri. La sua mozione riguardo la tassa sui frontalieri, ispirata alla teoria del professore, è ferma. Ma ora, con questa nuova proposta, «è certo che per ridurre l’immigrazione – ed in particolare quella che non ha nulla a che vedere che le necessità (?) dell’economia (solo la metà degli immigrati arriva in Svizzera per lavorare) e quella che danneggia il mercato del lavoro (frontalierato senza limiti) – bisogna intervenire anche sul “borsello”».

In conclusione, per Quadri, «se Eichenberger, che non è l’ultimo bambela arrivato ma insegna economia all’Università di Friburgo, sostiene che “sa pò”, ci sono buoni motivi per ritenere che sia davvero così. E dunque per Fcredere a lui piuttosto che ad un Consiglio Federale affetto da calabraghismo cronico compulsivo, che solo a sentire la parola “UE” corre ad abbassarsi i pantaloni ad altezza caviglia».


Idea shock per risparmiare sui premi delle casse malati: «rimborsiamo solo 150mila franchi per un anno di vita»

La proposta è di un economista della salute e professore all’Università di Basilea, che parte dal dato secondo cui i costi della saluti si impennano soprattutto nell’ultimo anno di vita

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BASILEA – Un costo massimo rimborsabile in un anno di vita, che diminuisce con l’arrivare dell’età avanzata. I premi di cassa malati sono sempre più cari, e la proposta shock per diminuirli arriva da Stefan Felder, economista della salute e professore all’Università di Basilea.

Secondo la sua teoria, riportata dal settimanale Il Caffè, «non perché un medicinale o una terapia esistono vanno per forza rimborsati». Per esempio, non ogni intervento agli anziani viene finanziato, come la protesi alle anche, cita.

Negli ultimi anni di vita, i costi della salute crescono, e l’idea di Felder è di fissare un prezzo per ogni anno di vita in più. Ha già un’ipotesi anche sulla cifra: 150 mila franchi annui. E se una cura costasse di più? Starebbe al paziente pagarsela.

Una medicina a due velocità, dunque, che Felder sottolinea esiste già. A pensarla come lui, sempre secondo il professore sarebbero diversi svizzeri, stando al Fondo nazionale di ricerca: per un malato di cancro, all’ultimo anno di vita, sostengono si dovrebbe fissare un massimo di 55mila franchi. Stando ai numeri, il costo delle cure di un quarto dei malati anziani e del 9% di quelli più giovani supera queste cifre.

Etico o meno? Felder, nel suo ragionamento, pensa a meri calcoli, a come far scendere i costi delle casse malati.


Marco Chiesa, un’idea per far sì che i frontalieri “fruttino” 40 milioni al Ticino

Il Consigliere Nazionale vorrebbe far pagare 50 franchi mensili per il permesso G. Ma prima deve far cambiare un articolo della legge federale sugli stranieri. In esclusiva ci racconta la sua proposta

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BELLINZONA – In Gran Bretagna, qualcuno proponeva di mettere una tassa di 100 sterline su ogni lavoratore proveniente dall’UE. Il ragionamento, per molti, era scattato spontaneo: ma se il Ticino tassasse i frontalieri, quanto incasserebbe? Marco Chiesa, Consigliere Nazionale dell’UDC, sta lavorando per far sì che il Canton Ticino possa aumentare il prezzo dei permessi di lavoro per gli stranieri, ma per arrivare a una proposta simile l’iter è lungo. Il democentrista parla in esclusiva a TicinoLibero della sua idea e di come dovrà procedere.

La tassa britannica è stata un’ispirazione?
Il concetto del pagamento di un permesso sotto forma di tassa è stato evocato sia in Gran Bretagna sia a suo tempo da alcuni deputati ticinesi, penso a Paolo Pamini e a Tiziano Galeazzi. Proprio ieri poi anche Marine Le Pen accennava a questa proposta. Non ho fatto dunque nient’altro che approfondire il tema studiando la nostra legislazione federale. Ora é il momento di formulare una soluzione concreta con un’iniziativa che vada in quella direzione».

Dunque, qual è la sua proposta, in termini concreti?
«La mia proposta è di far sì che i Cantoni possano decidere in modo autonomo i costi massimi dei permessi per stranieri, che al momento, secondo l’articolo 123 della legge sugli stranieri, sono di competenza della Confederazione. É necessario dunque modificare questa base legale, cancellando di fatto la competenza del Consiglio federale sugli emolumenti cantonali. Ritengo che vi sia in gioco anche il nostro federalismo.».
Una volta ottenuto questo, che cosa significherebbe?
«Passasse questo principio, ogni Cantone potrà confermare o ridefinire i montanti che ritiene congrui e adeguati per rilasciare un permesso per stranieri».


Che prezzo stabilirebbe per i permessi rilasciati in Ticino?

«Sono convinto sia necessario sganciarsi dalla logica che il rilascio del permesso di lavoro sia solamente legato al costo della prestazione burocratica. Nella legge federale si dice che si può far pagare solo il costo amministrativo di chi rilascia fisicamente il permesso. Invece il suo rilascio, in un’ottica cantonale, comporta un costo per la società diversa, in funzione della pressione esercitata sulle infrastrutture, dello smog generato dal traffico veicolare, dell’impatto sul mercato del lavoro, della disoccupazione e dell’effetto di sostituzione. Ebbene, tirate le somme di questi costi indotti, io non mi scandalizzerei se il Ticino chiedesse un importo medio per esempio di 50 franchi al mese per i permessi per frontalieri. E non mi scandalizzerei se si modulassero in funzione dei bisogni dell’economia. Ossia meno cari laddove non vi sono risorse indigene e più cari dove vi sono lavoratori ticinesi disponibili. Dal momento in cui gli importi massimi vengono a decadere, è il Cantone a stabilire quanto far pagare un permesso G. A quel momento, ci vorrebbe una riflessione cantonale».

Facendo due calcoli, che somma potrebbe guadagnare il Cantone?
«Se per ipotesi applicassimo 50 franchi al mese visti i numeri in gioco il Cantone potrebbe mettere a preventivo un apporto di poco meno di 40 milioni annui, da usare per migliorare e rinnovare le nostre infrastrutture, da investire nel contesto sociale, nella formazione e più in generale in favore dei cittadini del nostro Cantone.

La somma di 50 franchi al mese probabilmente non avrà un effetto deterrente, dunque il suo scopo è fare in modo che il Cantone possa incassare una determinata cifra, giusto?
«Come l’aumento del moltiplicatore dei frontalieri al 100%, oggi realtà, l’aumento del costo del permesso permetterà al Cantone di incassare un importo estremamente consistente per le nostre finanze pubbliche da investire nelle politiche sociali che ci stanno a cuore. E renderà comunque sensibilmente più caro far capo a lavoratori stranieri laddove vi sono lavoratori residenti disponibili».

Che avversari pensa di incontrare lungo l’iter per realizzare questa idea? Con ogni probabilità, all’UE non piacerà…
«Sul cammino di questa proposta troverò come avversari degli esperti nel campo del diritto e tutti quelli che a priori esclamano “non si può fare”, spesso si tratta di coloro che preferiscono strizzare l’occhio all’Europa piuttosto che ai cittadini svizzeri. Si griderà alla discriminazione.  Penso al PS? Non solo, basti guardare chi ha votato contro il 9 febbraio, per cui tutti tranne l’UDC… Chiederò però a tutti i colleghi in Consiglio Nazionale, non solo i ticinesi, di sostenere questo federalismo, essendo in ogni caso qualcosa che può tornar utile a ogni cantone, poiché ritengo che siano i Cantoni a dover decidere in merito. Ovviamente, domanderò il sostegno a tutta la deputazione ticinese».


Il PPD si schiera col referendum sul 9 febbraio. «Ci auguriamo che altri partiti facciano lo stesso. Il popolo deve dire la sua»

I popolari democratici, a sorpresa, sostengono il referendum per andare al voto sulla legge di applicazione del 9 febbraio, e sono pronti a presentare al Gran Consiglio una domanda di referendum dei Cantoni

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BELLINZONA – Clamoroso! In modo del tutto inatteso, Nenad Stojanovic, nella sua raccolta di firme per mandare il popolo a votare sulla legge di applicazione del 9 febbraio, trova un alleato. Il PPD ha infatti comunicato, nel corso di una conferenza stampa di questa mattina, la sua volontà ad aderire al referendum, «si attiverà nella raccolta delle firme, invitando tutti i Partiti ticinesi a fare altrettanto in ossequio alla volontà
popolare».

Non solo, «il Gruppo PPD in Gran Consiglio presenterà alla sessione di febbraio una domanda di referendum dei Cantoni (8 Cantoni possono chiedere che una legge federale sia sottoposta a voto popolare) e, in caso di voto positivo del Gran Consiglio, chiederà all’Ufficio presidenziale e al Consiglio di Stato di attivarsi presso gli altri Cantoni – in particolare quelli che hanno votato a favore dell’art. 121a – affinché sia raggiunto il quorum dei Cantoni necessario per il referendum».

Che la legge d’applicazione, raggiunta dopo innumerevoli discussioni, non piaccia al PPD non è una novità, anche se il Gruppo alla fine si era astenuto dalle votazioni finali. «L’unica norma sostanziale è costituita dal nuovo articolo 21a LStr, che prevede – a certe condizioni (tasso di disoccupazione superiore alla media), ma con diverse eccezioni – un obbligo di annunciare i posti vacanti agli uffici di collocamento e l’obbligo di convocare i disoccupati a un colloquio di assunzione. Nella modifica di legge non sono invece previsti né dei contingenti, né dei tetti massimi e neppure è previsto il principio di preferenza agli Svizzeri. Il PPD e il Gruppo in Parlamento sono convinti che questa modifica di legge – che potrebbe oltretutto creare un inefficiente mostro burocratico – non rispecchi in nessun modo il contenuto e lo spirito dell’art. 121a e non sia quindi rispettosa della volontà popolare espressa il 9 febbraio 2014», si ricorda infatti.

Il Ticino, fa notare il PPD, è stato uno dei Cantoni determinanti nella votazione del 9 febbraio, contribuendo in modo massiccio al sì.

E ritiene che «al di là delle opinioni di ciascuno sull’art. 121a il PPD è convinto che la democrazia diretta su cui si fonda la Svizzera possa essere preservata solo se la volontà popolare è concretamente rispettata e applicata».

Dunque, ecco il sostegno, con raccolta firme, a Stojanovic, e la domanda di referendum dei Cantoni. Se la raccolta di adesioni di Stojanovic sinora non aveva ottenuto grandissimi risultati, questa potrebbe essere una svolta: lo stesso esponente socialista si augura che altri partiti seguano l’esempio del PPD.


Il mondo contro Trump, Quadri contro Burkhalter. Il muslim ban mobilita persino… Rihanna, Starbucks e Google

ONU, UE, Germania e Svizzera criticano la scelta anti immigrazione del presidente. Per gli jihadisti è la prova di un odio esistente, un giudice federale è il simbolo degli anti-Trump, il leghista invece…

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WASHINGTON – Donald Trump fa davvero sul serio: è presidente da pochi giorni fa, gli va dato atto, sta realizzando velocemente quanto aveva promesso in campagna elettorale. La misura che sta facendo discutere il mondo intero riguarda lo stop degli arrivi di rifugiati da paesi a maggioranza religiosa. Il Tycoon in particolare ha puntato il dito su sette stati, Siria, Iraq, Sudan, Libia, Somalia, Yemen e Iran: per 90 giorni, nessuno proveniente da questi paesi potrà ottenere un visto di entrata negli Stati Uniti.

La battaglia legale è già scattata, dato che un giudice federale di New York, Ann M. Donnelly, 57 anni, ha ordinato il blocco di questa misura, in particolare ha ascoltato la richiesta di fermare le espulsioni di alcuni cittadini stranieri detenuti, sostenendo che le persone arrestate, fermate e rispedite a casa o bloccate alla partenza erano già state controllate e autorizzate a un visto di soggiorno. La Casa Bianca ha comunque precisato che chi è in possesso di una green card, ovvero l’autorizzazione a risedere nel Paese per un tempo illimitato, ma la giudice Donnelly è divenuta la paladina degli anti Trump. Per il presidente, però, è una misura necessaria: «Il nostro Paese ha bisogno di confini forti e controlli estremi, adesso. Guardate cosa sta succedendo in tutta Europa e nel mondo, un caos orribile!», ha twittato.

I commenti, in ogni caso, stanno giungendo da tutto il mondo, oltre che dagli USA: il 51% degli americani è contrario. Poi, gli jihadisti, per esempio, esultano: secondo loro, è la dimostrazione che gli Stati Uniti sono in guerra contro l’Islam. Trump, si sa, non piace alle star, e Rihanna è stata l’ultima in ordine di tempo a scagliarsi contro di lui, definendolo «un maiale immorale».
L’ONU è convinta che il bando sia meschino, e che «la discriminazione basata sulla nazionalità contraria ai diritti umani». Sulla stessa scia l’UE, che ha sottolineato di non «non discriminare le persone sulla base della «nazionalità, della razza o della religione». La Russia ha affermato che «non è affar nostro», mentre la Cancelliera tedesca Angela Merkel disapprova.

E in Svizzera? «Ci siamo sempre opposti alla discriminazione degli esseri umani per la loro religione o provenienza», ha dichiarato il consigliere federale Didier Burkhalter. Per lui, Trump sta andando decisamente nella direzione sbagliata, e per esempio bloccando gli arrivi dalla Siria si viola la Convenzione di Ginevra. «Ci riserviamo tutte le misure volte a difendere i diritti dei cittadini coinvolti», spiega il capo del Dipartimento degli esteri, pensando in particolare a chi ha la doppia nazionalità. Dando un’occhiata ai numeri, in Svizzera risiedono al momento (dati di fine 2015) 10’643 siriani, 7’092 iracheni, 6’907 somali, 4’593 iraniani, 843 libici, 690 sudanesi e 563 yemeniti.

Fra i ticinesi, non si notano grandi reazioni. Il Consigliere Nazionale Lorenzo Quadri, evidentemente d’accordo con Trump, se la prende via Facebook con Burkhalter: «l’ intervento a vanvera (qualcuno gli ha chiesto qualcosa?) di questo signore PLR costituisce l’ennesima cappellata politica. Una volta si diceva che buona regola della diplomazia elvetica era parlare il meno possibile. Costui invece sbrocca a casaccio. E fa danni. Il nuovo presidente USA è insediato da una settimana ed il radikalchic Burkhaltèèèèr si affretta a schierare la Svizzera nei ranghi dei suoi oppositori (assieme alle carampane dello “star system” che, in nome della dignità della donna, pomettevano sesso orale a chi votava contro Trump). Ma naturalmente bisogna adeguarsi agli ordini di scuderia degli eurobalivi in disfacimento», ha postato. Anzi, «scappato a suo tempo dal Dipartimento degli Interni perché era troppo difficile da gestire per rifugiarsi al più ricreativo Dipartimento degli Esteri (viaggi per il mondo, strette di mano, aperitivi, cene di gala, e dire sempre di sì agli eurofunzionarietti) – è proprio l’ultima persona nella condizione di sparare sentenze su direzioni “giuste” o “sbagliate”».

Dunque, mentre per esempio il giornalista Vittorio Feltri va contro tutti e appoggia la decisione di Trump, e Starbucks preannuncia la volontà di assumere 10mila rifugiati e Google istituisce un fondo di 4 milioni in loro aiuto, il Ticino politico tace.


PPD, la prova del 9 (febbraio). «Con il monitoraggio sapremo la verità sulle promesse di PLR e PS»

Il Gruppo a Berna ha inoltrato una mozione, chiedendo al Consiglio Federale di monitorare i risultati dell’applicazione della legge sull’immigrazione di massa. E si va verso il sì…

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BERNA – Su invito del PPD Ticino, il Consiglio Federale monitorerà gli effetti della legge sull’immigrazione di massa (in pratica, la tanto discussa applicazione del 9 febbraio), e in caso di risultati negativi, sottoporrà al Parlamento nuove misure relative al mercato del lavoro oppure delle misure correttive.

«Non è un mistero per nessuno che il PPD non sia soddisfatto dell’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa così come uscita dal Parlamento. Siamo tuttavia coscienti che una soluzione doveva essere adottata entro il 9 febbraio 2017. In qualità di partito di Governo
abbiamo rispettato il risultato parlamentare, senza pronunciarci contro quest’ultimo», si legge in una nota del PPD.

Ma non è rimasto con le mani in mano. «Il Gruppo PPD ha invece depositato una mozione di gruppo che incarica il Consiglio federale di avviare un monitoraggio sulle ripercussioni della legge di applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa sull’immigrazione. Se il monitoraggio dovesse mostrare che le misure adottate hanno un impatto debole o addirittura nullo, il Consiglio federale dovrà sottoporre al Parlamento nuove misure relative al
mercato del lavoro oppure delle misure correttive».

L’idea sembra andare nella direzione dell’essere accettata: il Consiglio Federale è pronto ad assumersi il compito, e ha raccomandato di accettare la mozione. «Il Consiglio federale riconosce così l’effetto incerto della
legislazione d’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Accogliamo inoltre con piacere la volontà di collaborazione con le autorità cantonali al fine i condurre il monitoraggio. Attendiamo a questo punto che il Parlamento accetti la mozione, affinché sia fatta luce sulla veridicità o meno delle promesse fatte dall’alleanza PS-PLR che ha elaborato questa legge di applicazione».


I comunisti, «collaborare con la NATO? No, riconquistiamo neutralità e sovranità svizzere!»

La Svizzera valuta l’ipotesi di aderire al Centro di eccellenza di cyberdifesa cooperativa della NATO. La disapprovazione del Partito Comunista: «persino Trump dice che è obsoleta…»

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BELLINZONA – Il Governo svizzero sta attualmente esaminando la possibilità di aderire al Centro di eccellenza di cyberdifesa cooperativa della NATO (Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence – CCDCOE) con sede a Tallinn, e il Partito Comunista disapprova.

Il centro si trova, scrive, vicino alla Russia, e non è un caso. Inoltre, «il Dipartimento federale della difesa conferma inoltre che vi sono studenti universitari svizzeri che a Tallinn stanno svolgendo degli stage sotto la supervisione di Berna».

«È una decisione strategicamente sbagliata, che mina la credibilità del nostro statuto di paese neutrale – e fautore attivo della pace e della distensione internazionale! – e ci rende di fatto complici della spinta verso Est della NATO, che con la scusa dei cosiddetti “cyberattacchi” russi sta giustificando la sua politica espansionistica con continue provocazioni», afferma il PC, che chiede «anzitutto che le università svizzere cessino immediatamente la collaborazione con questo centro e ritirino qualsiasi stagista, poiché si tratta di un programma che di accademico non ha nulla, ma che al contrario è inserito esplicitamente in una dinamica bellicista»”, oltre che «invitare il Consiglio federale a fare marcia indietro e rinunciare a presentare la domanda di adesione».

«Non è infatti nell’interesse nazionale della Svizzera omologarci ad una struttura di attacco (e non di difesa!) come la NATO: in questo momento in cui persino un personaggio come Donald Trump la definisce “obsoleta” è peraltro anche fuori tempo massimo», prosegue la nota. «Una Svizzera che accetta di inserirsi organicamente nel campo atlantico non solo insulta la propria neutralità, ma accetta di entrare in contrasto con la Russia e i paesi emergenti dell’aerea euroasiatica. Non ha alcun senso né dal punto di vista della sicurezza, né dal punto di vista economico e commerciale. La Svizzera riconquisti piuttosto la propria sovranità e la propria neutralità, rifiuti l’allineamento con la politica bellicista e aggressiva della NATO e riconfiguri il proprio ruolo geopolitico quale ponte di dialogo e cooperazione fra l’Occidente e l’Oriente».


Riforma III, il fronte del sì vacilla. «Il Consiglio Nazionale non ha ascoltato gli appelli di Maurer»

Widmer-Schlumpf ritiene che la riforma si stata spinta troppo in là, Carobbio cita il sito del Parlamento Federale. Ma per il PLR è equilibrata, e in Ticino garantirà 20 milioni per misure in ambito sociale

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BERNA/BELLINZONA – La campagna per la votazione del 12 febbraio è entrata nel vivo, e in particolare si è scaldata per quanto concerne la Riforma III delle imprese.

Il PLR di Lugano giovedì scorso ha presentato i motivi per votare sì in una serata informativa alla presenza del Consigliere di Stato Christian Vitta e del consulente fiscale Paolo Morel. Il rischio, in caso di no, è stato ribadito, sono la perdita di 3’000 posti di lavoro e 180 milioni di gettito fiscale per Cantoni e Comuni nel solo Ticino. Per i favorevoli, «la Riforma ci doterà di un sistema fiscale più equo, garantendo la parità di trattamento di tutte le aziende, più moderno ed efficiente, ciò che renderà il territorio più attrattivo per la localizzazione di attività ad alto valore aggiunto, e ciò grazie in particolare agli strumenti che favoriranno le attività innovative, di ricerca di sviluppo e la nascita di nuove start-up», oltre che consolidare il gettito fiscale di Comuni e Cantone. Inoltre con un sì, ci sarebbe «l’adozione di nuove misure in ambito sociale, che rafforzino gli strumenti esistenti per conciliare lavoro e famiglia. Queste misure avranno un costo di circa 20 milioni, che saranno finanziati dalle aziende attraverso in particolare le riserve generate dai prelievi esistenti sulla massa salariale».

La Riforma viene definita equilibrata, ma è proprio su questo termine che si è scatenato il dibattito. Soprattutto da quando l’ex Consigliera Federale Eveline Widmer-Schlumpf, già ministra delle finanze per l’UDC, si è schierata in un’intervista al Blick contro la posizione del suo partito. Quanto proposto ora non è il pacchetto su cui aveva lavorato l’Esecutivo, ed è sbilanciato. A suo dire, «il Parlamento s’è spinto troppo in là negli sgravi a favore delle aziende».

Una presa di posizione, la sua, che ha fatto discutere. «Non solo per la sinistra ma anche per chi inizialmente ha proposto la riforma III, quanto scaturito dal parlamento e ora sottoposto al voto va troppo in là “perché avere cura della piazza economica è importante, ma non bisogna farlo concedendo privilegi come quello di trattare diversamente gli utili conseguiti all’estero da quelli realizzati in Svizzera”», ha sottolineato attraverso Facebook la Consigliera Nazionale Marina Carobbio. Che oggi ha ripreso un estratto dal sito del parlamento federale che ne riassume le deliberazioni: «Malgrado gli appelli del ministro delle finanze Ueli Maurer a una certa moderazione, il Consiglio nazionale ha deciso di includere nel progetto nuove deduzioni fiscali», si legge, dando ragione a Widmer-Schlumpf.

E oggi, come scrive ancora Carobbio, il fronte del sì ha avuto un’altra defezione, quella dell’ex presidente dei direttori cantonali delle finanze e già consigliere di stato e direttore del dipartimento delle finanze del Canton Soletta, il liberale radicale Wanner, che in un’intervista al Tagesanzeiger ha dichiarato che la riforma va troppo in là, che costerà a Cantoni e comuni molti soldi e sarà pagata dal ceto medio.


«La Riforma III è la chiave per il benessere della Svizzera. Socialisti, e il piano B?»

Regazzi, Pantani, Ferrara e Chiesa hanno parlato in rappresentanza del Comitato interpartitico a favore del sì. «Col no, gli statuti speciali sarebbero aboliti lo stesso. E si metterebbero a rischio 150mila impieghi…»

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BELLINZONA – Sinora, avevano parlato i contrari. Oggi a Bellinzona, invece, hanno preso la parola coloro che sono favorevoli alla Riforma III delle imprese: il Comitato interpartitico per il sì è ampio, formato da rappresentanti del PLR, della Lega, del PPD, dell’UDC e dei Verdi liberali. A illustrare i motivi per cui ritengono che si debba votare sì sono stati il Consigliere Nazionale PPD e presidente di AITI Fabio Regazzi, la Consigliera Nazionale leghista Roberta Pantani, la deputata liberale in Gran Consiglio Natalia Ferrara e il Consigliere Nazionale dell’UDC Marco Chiesa.

«La riforma fiscale mira a preservare l’attrattività e la competitività della piazza economica svizzera, garantendo posti di lavoro, entrate fiscali e investimenti nella ricerca e sviluppo. Grazie a questa riforma, il nostro Paese è pronto per affrontare un futuro brillante e ancora più prosperoso», sostiene il Comitato: 150’000 persone hanno un lavoro grazie alle 24’000 imprese attive a livello internazionale che beneficiano di uno statuto fiscale speciale e per far sì che la Svizzera rimanga competitiva, è necessario un sì, sostenuto peraltro da Confederazione, Parlamento, economia, e Cantoni, oltre che dall’Associazione dei Comuni svizzeri (ACS)

Non solo sarà utile per mantenere i posti di lavoro, ma anche per crearne altri. «Una bocciatura della Riforma III delle imprese metterebbe a rischio oltre 150’000 impieghi e oltre 5 miliardi di entrate fiscali. A livello cantonale si parla di oltre 3’000 impieghi, 180 milioni di gettito fiscale e il 7,7% del PIL a rischio. La riforma fiscale stabilisce un’imposizione uniforme di tutte le imprese e abolisce i privilegi concessi attualmente ad alcuni gruppi di esse. Le PMI in particolare potranno approfittarne, grazie a tassi di imposizione minori rispetto ad oggi. Questa riforma rende la nostra economia più competitiva», si prosegue, sottolineando l’importanza di una piazza economica forte.

E nel caso in cui vincesse il no? Non esiste, per il Comitato, un piano B. «I Socialisti hanno lanciato il referendum senza tuttavia offrire alcuna alternativa. Se dovessero mancare le entrate fiscali delle imprese internazionali, il PS sarebbe il primo a chiedere degli aumenti d’imposta, a meno che la Confederazione e i Cantoni prevedano nuovi programmi di risparmio. Programmi che colpirebbero duramente sia i privati che le PMI. In caso di bocciatura, gli statuti speciali dovranno comunque essere aboliti. Per questa ragione i Cantoni ci mettono in guardia: „Un rifiuto della Riforma III dell’imposizione delle imprese metterebbe in pericolo gli impieghi e creerebbe un buco ancora maggiore nelle casse di Cantoni e Comuni”».

Dunque, l’invito è di votare sì a «un’opportunità preziosa per incentivare la capacità innovativa delle aziende presenti sul nostro territorio attraverso nuovi strumenti fiscali, quali l’imposizione parziale dei redditi da brevetti (patent box) e la maggiore deducibilità delle spese di ricerca e sviluppo. Attraverso la riforma fiscale, la capacità d’innovazione del nostro Paese sarà rafforzata», che è «la chiave per il benessere e il successo a lungo termine della Svizzera, una delle economie più innovative al mondo».


Ada Marra, «la caratteristica che unisce tutti gli svizzeri è il rispetto. E sul volantino in arabo dico che…»

La socialista parla della riforma per faciliare la naturalizzazione degli immigrati di terza generazione. «Non sono più nemmeno immigrati, conoscono solo la Svizzera. Non ho trovato la donna col burqa…»

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BELLINZONA – È una delle principali fautrici dell’agevolazione della naturalizzazione degli stranieri di terza generazione, lei che è figlia di immigrati e si è interrogata a lungo, ci dice, sul significato di sentirsi svizzeri. Oggi la Consigliera Nazionale vodese socialista Ada Marra è ospite di un dibattito organizzato dalla GISO sul tema, ne abbiamo approfittato per parlare con lei di integrazione e naturalizzazione.

Come mai ha deciso di proporre questo tema?
«È partito tutto nel 2008, dopo il rifiuto del popolo dell’iniziativa dell’UDC “Per naturalizzazioni democratiche”, secondo cui le procedure di naturalizzazione sarebbero dovute essere sottoposte a votazione popolare nei comuni. Siccome il dibattito sul tema era stato abbastanza forte, ed era stato dimostrato che essere naturalizzati è una lotteria, a seconda di dove si nasce, ho pensato che era il momento giusto di proporre qualcosa per gli stranieri di terza generazione».

Gli immigrati di terza generazione sono ormai svizzeri, anche senza passaporto, per lei?
«Secondo me si può dire che alla terza generazione l’integrazione è certamente più forte che alla prima, e non vanno utilizzate le stesse procedure per la naturalizzazione nei due casi».

Probabilmente avrà parlato con alcuni di loro: si sentono svizzeri? Vogliono diventarlo?
«Non lo so, vedremo. Ovviamente non sono obbligati a farlo, se passa la riforma. Di sicuro si sentono parte di questo paese, non hanno conosciuto nient’altro che la Svizzera. E non solo loro, anche i loro genitori. I legami col paese di origine non ci sono quasi più, o persistono quelli che io chiamo “romantici”, ovvero questi giovani passano le vacanze nel paese di origine, lì vive una parte della famiglia. Ma questo non definisce l’appartenenza! Non è il luogo dove si passano le ferie a definire l’origine, essa è data da quello dove si parla, si vive, si ama, si lavora, si studia, anche dalla lingua che si usa».

Lei è figlia di immigrati italiani, per cui queste sensazioni e queste riflessioni le avrà vissute in prima persona, giusto?
«Già il termine immigrata di seconda generazione è falsa, io non sono immigrata, ho sempre vissuto qui. Sono figlia di immigrati, e questo ha fatto sì che mi ponessi delle domande su identità e patriottismo, che magari altre persone non si fanno».

E cosa si è risposta?
«Sono contro il nazionalismo e a favore del patriottismo, che sono due cose diverse. Queste domande fanno però perdere un sacco di tempo alle persone. Per 25 anni mi sono chiesta “di dove sono?”, poi ho capito che il quesito era sbagliato. Io sono di dove vivo, magari parlo anche il dialetto salentino e non lo svizzero tedesco. Ciò che ci accomuna è cercare di vivere insieme bene in questo paese. Mi sento completamente losannese, completamente romanda, ma non posso dire di sentirmi come un contadino di Uzwil, come egli non può sentirsi come uno di Losanna. In una Confederazione come la nostra la domanda è ancora di più difficile risposta, parliamo tre lingue diverse, abbiamo religioni diverse, non abbiamo gli stessi programmi scolastici».

Dunque, che cosa unisce gli svizzeri?
«Sicuramente, la volontà di vivere insieme. Qualcuno si chiede cosa è la particolarità della Svizzera, secondo me è il rispetto, delle differenze. La riforma da noi proposta non toglie niente a nessuno, vuol solo che la terza generazione può essere facilitata nella procedura. Dovranno in ogni caso fare la richiesta, la volontà di essere svizzero deve manifestarsi attraverso di essa».

Come mai la destra teme così tanto questa riforma?
«Non lo so, onestamente. È un periodo in cui si confonde tutto, appena si parla di migrazione tutte le tematiche vengono mischiate: prima generazione, seconda generazione, clandestini, profughi, asilanti. La popolazione di cui parliamo nella riforma ha caratteristiche diverse da altre, non si tratta nemmeno più di stranieri: non possiamo mettere sullo stesso piano uno straniero di terza generazione e un profugo».

Lei cercava una ragazza, immigrata di terza generazione, che portasse il burqa, offrendo anche dei soldi. L’ha trovata?
No… potrei anche alzare la posta in palio (ride, ndr), non esiste! Pensiamo ai manifesti, c’è una visione come se il tempo non facesse il suo lavoro di integrazione. Se riteniamo che la terza generazione porta ancora il burqa, è come dire che i nipoti degli italiani, dato che si parla al 60% di loro, mangiano solo spaghetti e ballano solamente la tarantella».

A voi che proponete la riforma non importa quale sarà la religione dei futuri naturalizzati, pare di capire…

«Questo è evidente. Il problema è che si rende la religione essenziale, ma una persona non si definisce unicamente con essa».

In molti ritengono o temono che il PS porti avanti questa tematica credendo che i “nuovi svizzeri” voterebbero socialista, cosa ribatte?

«Non è una riforma portata solo dai socialisti e da Ada Marra, anzi è lontana dal progetto iniziale che io avrei voluto, ed è stata concordata in Parlamento anche col centro destro. Dove gli stranieri hanno il diritto di voto a livello comunale non si è constatato nessun cambiamento nei rapporti di forza. È come pensare che tutti gli svizzeri votano in un modo e tutti gli stranieri in un altro, non è così: ci saranno futuri stranieri che voteranno destra e altri sinistra, come accade con gli svizzeri».

Questa mattina sono scoppiate delle polemiche per il volantino scritto in arabo dal suo partito (in particolare, si sono infuriati Marchesi e Chiesa).
«È stato scritto non solo in arabo, ma anche in tamil o in italiano. È un appello con cui stiamo cercando di toccare le comunità, che sono le prime interessanti. Ma è stato messo l’accento solo sul volantino arabo, per la perenne paura dell’Islam».

Ma altri affermano che, se queste persone fossero realmente integrate, non avrebbero bisogno di un volantino nella propria lingua, non crede?
«Noi ci rivolgiamo a associazioni che comprendono prima e seconda generazione, non è detto che saranno loro a votare, possono chiedere ai figli, che sono magari naturalizzati, di andare a farlo».

Quanto sarebbe una vittoria di Ada Marra, se vincesse il sì?
«Quanto lo sarebbe se fosse una sconfitta? In entrambi i casi, non lo so».