Categoria: Oltre la ramina

L’ambasciatore italiano, «siamo il paese che si impegna di più a mediare fra Berna e Bruxelles»

Del Panta Ridolfi ribadisce l’importanza dei legami economici fra i due paesi. «I frontalieri ci sono perché sono richiesti. “Prima i nostri” non è il modo migliore per risolvere i problemi collaterali»

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BERNA – I rapporti fra Svizzera e Italia, in particolare fra il Ticino e la vicina penisola, sono pessimi come sono stati più volte descritti? Ne ha parlato, in un’intervista al sito online “La Bissa de l’Insübria”, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Marco Del Panta Ridolfi, in carica da un anno esatto (ha iniziato nel gennaio del 2016).

«Ho molto riflettuto sulle relazioni con il Canton Ticino, che sono formalmente ottime, ma in un clima, che si respira dalla lettura dei media ticinesi, di crescente diffidenza verso l’Italia, nonché di chiusura verso i frontalieri italiani. Mi sono chiesto perché la vicinanza culturale e linguistica non porti ad una maggiore “familiarità”», ha detto. «L’economia del Ticino è strettamente interconnessa a quella lombarda e ne ha tratto giovamento per decenni. Sarebbe bello “volare più alto”: non limitiamoci a vedere la contingenza di questi ultimi anni, nei quali l’economia italiana non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008».

I frontalieri? «La loro presenza risponde evidentemente ad una richiesta del tessuto economico ticinese e va vista anche come un arricchimento. Eventuali effetti collaterali, che possono verificarsi, devono essere regolati nel quadro del dialogo bilaterale fra Italia e Svizzera, e da parte nostra c’è sicuramente la volontà di risolvere le questioni. Iniziative come “Prima i nostri” non ci sembrano andare nella giusta direzione, anche con riguardo al negoziato fra Berna e Bruxelles».

Le economie di Italia e Svizzera, però, non possono fare a meno una dell’altra. «Abbiamo un interscambio che nel 2015 ha raggiunto i 33 miliardi di franchi, con un saldo positivo di 3,9 miliardi di franchi per noi, che ci rendono il terzo partner commerciale della Svizzera, mentre per noi la Confederazione rappresenta il settimo mercato di esportazione. Basterà un dato: il solo rapporto commerciale con la Lombardia supera quello che Berna intrattiene con la Cina. E per noi la Svizzera ha quasi la stessa importanza commerciale del gigante asiatico. Si tratta inoltre di relazioni che si sviluppano praticamente in tutti i settori merceologici», ha precisato.

Per quanto concerne l’accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri, si augura che quello parafato possa essere firmato al più presto, precisando che si tratta di questioni regolate dai rapporti fra Berna e Bruxelles.

I quali non sono resi certamente più semplici dal 9 febbraio. «O si ha la libera circolazione delle persone o si ha l’introduzione di quote e contingenti per gli stranieri, come vuole l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”», sostiene Del Panta Ridolfi. «In realtà la politica e la diplomazia possono trovare un compromesso tra queste due realtà apparentemente inconciliabili. Ci vuole buona volontà da entrambe le parti, buon senso e una seria intenzione di trovare un punto di equilibrio. L’Italia è forse il Paese che più si sta spendendo tra Berna e Bruxelles per favorire questo punto di equilibrio. In definitiva, una soluzione vantaggiosa per tutti e rispettosa sia del principio di libera circolazione delle persone sia del voto del popolo elvetico».

Infine, ritiene che il traforo del Gottardo sia una grande occasione per entrambi i paesi, oltre che rendere più vicine Zurigo e Milano.


Gran Bretagna, una tassa sui lavoratori UE? Ma in Ticino, Galeazzi e Pamini…

Dopo Brexit, la proposta è di inserire una tassa sui lavoratori provenienti dall’UE. Il democentrista parlò di “incentivo ecosostenibile aziendale”, Pamini voleva vendere i permessi per i frontalieri

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LONDRA – In Gran Bretagna, si porta avanti il processo per uscire dall’UE, come chiesto dai cittadini con il voto denominato Brexit. Dalla voce del sottosegretario all’Immigrazione Robert Goodwill è giunta una proposta destinata a far discutere: applicare una tassa di mille sterline all’anno da imporre alle aziende locali per ogni lavoratore specializzato proveniente da un paese UE che viene assunto.

Lo scopo? Dare la priorità ai cittadini britannici. Qualcosa di simile entrerà in vigore a partire da aprile per le assunzioni di lavoratori da paesi che non fanno parte dell’UE.

In Svizzera, e in particolare in un Cantone come il Ticino con tanti frontalieri quale è il Ticino, una misura ispirata a quella britannica potrebbe funzionare, portando in cassa diversi soldi? Spulciando fra vecchi articoli, si evince che l’idea, in modo diversi, era stata espressa da almeno due esponenti della destra ticinese: il democentrista Tiziano Galeazzi e Paolo Pamini, di Area Liberale.

Nel lontano 2012, quando i frontalieri erano “solo” 55mila, Tiziano Galeazzi propose, oltre a concedere incentivi fiscali e accordi di dilazioni sulle imprese a chi occupava almeno il 60% di residenti, di escludere dai benefici o di penalizzare chi invece non rispetta la quota. Qualche tempo dopo, azzardò a parlare, in modo provocatorio, di un’ipotetica forma di partecipazione annuale sul personale proveniente dall’UE. La cifra? 1’000 franchi per posto di lavoro, da far versare dal datore di lavoro, con una sorta di contributo aziendale per la promozione economica, definito anche “incentivo ecosostenibile aziendale”.

Dopo aver sentito dell’idra britannica, ha commentato su Facebook: «Oggi, in pratica oltre a sistemare le casse cantonali, potremmo usare i soldi per la formazione scolastica, la riqualifica professionale, il pareggio di bilancio, la socialità e il promovimento economico. Entrerebbero cosi di nuovo nel circuito economico cantonale…».

Anche Paolo Pamini, quando era candidato nel 2015 per il Consiglio di Stato, in un’intervista a ticinonews.ch propose di vendere i permessi per i frontalieri. A che prezzo? «Uno che equivalga alla differenza di salario fra un frontaliere e un residente. Parlando di cifre, se poniamo uno stipendio a 3000 franchi (cifre comunque minime), in Italia equivarrebbe a un salario di 1000 franchi: il permesso G potrebbe dunque costare 2000 franchi al mese. Chi lo pagherebbe? Sarebbe indifferente, sia che lo facesse il lavoratore sia che fosse a carico dell’azienda i risultati sarebbero gli stessi».

E poi avrebbe voluto utilizzare questi fondi per abbassare le imprese alle imposte, in modo da annullare il dumping salariale (dato che, con il costo del permesso, un lavoratore residente e uno frontaliero costerebbero uguali) e rendendo il Ticino attrattivo in termini fiscali.


Il sindacalista italiano, «il clima per i frontalieri è peggiorato. Ma i salari più alti che in Italia restano determinanti»

Tarpini di Cgil non usa torni morbidi: i problemi esistono, ma il Governo ticinese trovi il modo di risolverl, sennò la gente si incattivisce. Se non cambia l’accordo fiscale, si rischia la debâcle dello Stato Italiano»

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COMO – Clima del lavoro sempre più ostile, Governo che urla ma non risolve nulla, accordo fiscale, LIA: in una lunga intervista a “La Provincia di Como”, il referente nazionale della Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro) per i frontalieri, Alessandro Tarpini, non le manda a dire al Ticino.

Prima di tutto, la questione relativa all’accordo fiscale, a suo avviso, è ancora apertissima. C’erano dei dettagli che non andavano bene, ma si stava discutendo e si era a buon punto, però poi il Governo Renzi è caduto, spazzato via dal famoso referendum, ed ora va riconsiderato. Al momento, il rischio maggiore che vede è «lo spopolamento delle aree di confine. Sta avvenendo perché c’è una richiesta esplicita da parte delle aziende svizzere di andare di là per alcune mansioni».

E in un futuro prevede che i redditi medio alti, ovvero quelli da 50mila-60mila franchi in su, possano scegliere di trasferirsi in Svizzera, con «il rischio di una débâcle dello Stato italiano e dell’economia di confine».

Molto è dovuto al clima di ostilità esistente in Ticino verso i lavoratori italiani, secondo Tarpini. E se le richieste italiane andavano nella misura di eliminare misure ritenute discriminatorie, la situazione è addirittura peggiorata, con la possibilità che si arrivi a «presentare problemi di dignità alle rispettive diplomazie. Anche per i toni che vengono utilizzati. Nessuno nega che esistono problemi oggettivi, come traffico e inquinamento. Dopo di che se la classe politica trovasse anche delle soluzioni… Altrimenti i problemi marciscono e la gente si incattivisce. E sul Governo sostiene anche che spesso l’Italia stringe accordo con Berna, e «tre giorni dopo il Cantone fa esattamente il contrario».

Una brutta aria che si respira, a suo dire, anche nei posti di lavoro, dove «persone che hanno convissuto per decenni iniziano a guardarsi in cagnesco».

Per Tarpini, conscio che un’affermazione del genere farà discutere, Como, Varese e la Svizzera sino a Bellinzona sono ormai da ritenere parte della vasta area delle metropoli milanese.

I sindacati Cgil, Cisl (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) e Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiane) sono pronti a presentare un documento unitario per migliorare la situazione dei frontalieri, consci che con la Svizzera il tutto è complicato dal fatto che si tratta di uno stato che non fa parte dell’UE.

Ma, gli chiedono, è ancora attrattivo andare a lavorare in Ticino? «L’aspetto economico è rilevante, visto che le retribuzioni sono più elevate», ammette, imponendo di non scordare «che ci sono aziende interessanti dal punto di vista del know how».

Infine, una stoccata alla LIA, aggirata da svariati padroncini che si sono fatti assumere in Ticino (come scrive senza problemi il giornalista che ha effettuato l’intervista): «la cosa che sconvolge di più è che anziché diminuire il carico burocratico italiano, il Canton Ticino rischia di omologarlo».

Parole al vetriolo, insomma. Anche il 2017 si preannuncia infuocato sul tema frontalieri.


La pistola di Amri veniva dalla Svizzera

Secondo la ZDF, il tunisino autore della strage al mercatino di Berlino, si è procurato l’arma con cui ha ucciso il camionista polacco e ha sparato agli agenti italiani nel nostro paese

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BERLINO – Ha ucciso il camionista polacco e ha sparato agli agenti italiani usando una pistola acquistata in Svizzera. Sono le nuove indiscrezioni emerse sulla figura di Anis Amri, il tunisino autore della strage di Berlino, ucciso qualche giorno dopo dalla Polizia italiana a Sesto San Giovanni.

L’arma che aveva puntato contro i due agenti che lo avevano fermato vicino alla stazione del comune italiano è la stessa usata per freddare il camionista polacco a cui ha rubato il camion che poi ha scagliato sulla folla al mercatino.

Addirittura, secondo la ZDF, Amri avrebbe trascorso un lungo periodi in Svizzera, con più soggiorni. Durante uno di essi si sarebbe procurato la pistola, del produttore tedesco Erma.


La misteriosa sparatoria all’aeroporto causa cinque morti e otto feriti

Un 26enne militare di origine ispanica, giunto a Miami con un volo proveniente dal Canada, ha aperto il fuoco, puntando alla testa delle persone. È stato fermato, non si sa ancora nulla del movente

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MIAMI – Sarebbe stato un lupo solitario (non si hanno notizie che lo colleghino al terrorismo, anche se nessuna pista è al momento da escludere) a fare cinque vittime all’aeroporto di Fort Lauderdale, in Florida. Un 26enne di origine ispanica, Esteban Santiago, ha aperto il fuoco con una pistola puntando alla testa delle persone, uccidendone appunto cinque e ferendone otto.

L’aeroporto è chiuso, e lo sarà a tempo indeterminato, la gente è nel caos, anche se l’uomo è stato fermato dalla Polizia. È un militare, e aveva con sé una carta di identità militare e indossava una maglietta di Guerre Stellari. Del movente non si sa ancora nulla. Addirittura un testimone avrebbe detto che l’attentatore, una volta esauriti i proiettili, si sia seduto ad attendere l’arrivo degli agenti.

Il panico è scoppiato nell’area di ritiro bagagli, dove il giovane, arrivato con un volo proveniente dal Canada, ha cominciato a sparare, fermandosi solo per ricaricare l’arma.

Al momento è esclusa la presenza di altre persone, e dunque sembra che Santiago abbia agito da solo.


RBI, osservando la Finlandia. «Esperimento interessante per i cantoni con molti disoccupati»

La Finlandia svolgerà una prova inserendo un reddito di cittadinanza minimo. Che rapporti ci sono con il reddito di base incondizionato bocciato dalla Svizzera? Ne parliamo con Sergio Rossi

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FRIBURGO – 560 euro al mese a 2’000 disoccupati, per la durata di due anni. In Finlandia, il Governo ha deciso di sperimentare il cosiddetto reddito minimo di cittadinanza, con l’intenzione di monitorare l’esperimento, per eventualmente estenderlo a livello nazionale. La base teorica può ricordare quella del reddito di base incondizionato contro cui la popolazione svizzera si è decisamente pronunciata alle urne qualche mese fa, seppur con notevoli differenze.

Di queste ultime, e di quanto l’iniziativa finlandese potrà essere d’esempio per riproporre in futuro il tema anche in Svizzera abbiamo parlato con Sergio Rossi, professore ordinario di macroeconomia ed economia monetaria all’Università di Friburgo, una delle voci autorevoli che erano favorevoli al RBI.

Come commenta questo esperimento? È paragonabile al reddito proposto in Svizzera o va considerato come una sorta di “sussidio disoccupazione” sui generis?
«Si tratta di un esperimento interessante, seppur limitato nel tempo e nello spazio, dato che si svolgerà nell’arco di due soli anni e che riguarderà soltanto 2’000 disoccupati scelti a caso nell’insieme del territorio finlandese. Non è paragonabile al reddito di base incondizionato proposto in Svizzera in quanto è versato soltanto a una parte delle persone disoccupate, mentre la proposta svizzera riguardava l’insieme della popolazione residente. Si avvicina tuttavia al modello svizzero in quanto le persone che ricevono questo sussidio non lo perderanno se trovano una occupazione qualsiasi nell’arco temporale durante il quale questo esperimento sarà svolto in Finlandia».

Come mai la Finlandia lo ha accettato e la Svizzera no? Ci sono differenze economiche o di mentalità che possono spiegarlo?
«Nel caso finlandese si tratta di un progetto pilota che il governo ha deciso di attuare per semplificare sul piano burocratico il sistema delle politiche sociali e incentivare le persone disoccupate a trovare un lavoro, anche se soltanto per qualche ora al giorno o per qualche giorno alla settimana. L’importo del reddito di base versato nel caso finlandese è molto inferiore a quanto proposto a titolo illustrativo durante la campagna per l’iniziativa popolare svizzera, ciò che lo rende più accettabile sul piano politico, dove è necessario trovare un consenso trasversale ai partiti per implementare questo progetto pilota. Se i suoi risultati saranno incoraggianti, la Finlandia potrebbe essere il primo paese a versare un reddito di base incondizionato a tutta la sua popolazione. Non si tratta infatti soltanto di incoraggiare i disoccupati a trovare un lavoro, ma anche di liberare le forze creative delle persone giovani e meno giovani per il bene comune».

Secondo Lei, il fatto che si parli di una cifra più modesta rispetto a quella proposta in Svizzera (dove si parlava di 2’500 franchi al mese), è d’aiuto a farlo accettare?
«Indubbiamente, l’importo modesto versato a una parte limitata delle persone disoccupate ha reso la proposta finlandese accettabile dalla maggioranza dei partiti politici al governo. Trattandosi di un progetto pilota, la sua durata limitata nel tempo e il fatto che il governo abbia allocato i finanziamenti necessari per questo progetto lo hanno reso accettabile senza resistenze politiche. In Svizzera, al contrario, l’iniziativa popolare per un reddito di base incondizionato fu lanciata da un piccolo gruppo di persone della società civile senza alcun sostegno politico sul piano nazionale, anche se poi alcune sezioni cantonali dei Verdi e del Partito socialista appoggiarono questa iniziativa prima del voto popolare del giugno 2016».

Se l’esperimento funzionasse, potrebbe essere un esempio per altre nazioni? Sarebbe pronto a riproporre l’idea in Svizzera?
«Si tratta certamente di un esperimento interessante, i cui risultati dovranno essere valutati attentamente da altre nazioni. Ce ne potremo sicuramente ispirare anche in Svizzera, allo scopo di rilanciare l’idea di un reddito di base incondizionato quando gli effetti negativi della quarta rivoluzione industriale saranno notevoli per quanto riguarda la disoccupazione di una gran parte della popolazione residente nel nostro paese. Le forze politiche dovranno perciò studiare attentamente i risultati del progetto pilota finlandese, immaginando per esempio di svolgere un esperimento simile nei cantoni dove la disoccupazione è maggiore in Svizzera o rappresenta un problema importante per la popolazione, come nel caso del Ticino».

Sarebbe favorevole a modificare, eventualmente, il modello proposto per la Svizzera a uno vicino a quello finlandese, se i risultati fossero positivi?
«Il modello proposto per la Svizzera potrà assolutamente essere rivisto e modificato, sia per tener conto dei risultati del progetto pilota finlandese sia per definire l’importo del reddito di base e le fonti del suo finanziamento. Questi elementi non figuravano nell’iniziativa posta in votazione nel giugno 2016, dato che si è votato solo sul principio costituzionale di versare un reddito di base incondizionato a tutta la popolazione residente stabilmente in Svizzera. L’esperimento finlandese ha tuttavia due limiti importanti, che potrebbero ripercuotersi sui risultati negativamente. Da un lato, la sua durata è molto breve e potrebbe non incentivare sufficientemente le persone disoccupate a trovare un lavoro, sapendo che dopo la fine del 2018 potrebbero perdere questo reddito di base se l’esperimento non fosse prolungato nel tempo. Dall’altro lato, il fatto che questo reddito di base è versato a soltanto 2000 persone, in un paese di oltre 5 milioni di abitanti, con un tasso di disoccupazione attorno al 9%, non permette veramente di immaginare quale sarebbero i risultati sul piano macroeconomico se l’esperimento fosse esteso all’insieme dei disoccupati e poi magari a tutta la popolazione».


Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga, test per le chiusure notturne

Sono stati comunicati i valichi che per sette mesi chiuderanno la notte a partire dalla prossima primavera. Roberta Pantani soddisfatta, «la collaborazione fra cittadini e autorità ha funzionato»

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BELLINZONA – Tre valichi e sette mesi per un esperimento. Oggi sono state rese note le dogane che verranno chiuse di notte, come chiedeva da tempo la Lega dei Ticinesi, in particolar modo tramite Roberta Pantani (anche Lorenzo Quadri ne ha parlato oggi, come abbiamo riportato qualche ora fa).

Ebbene, la prova avverrà con i valichi di Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga, tre dogane dunque minori. Si partirà probabilmente nei prossimi mesi, attorno alla primavera.

Le incognite sono comunque tante, sia a livello di gestione che di divisione dei compiti fra Polizia e Guardie di Confine.

Intanto, Pantani, che si batteva dal 2014 per questo obiettivo, esulta tramite social. «Dopo una lunga attesa, ecco finalmente l’elenco ufficiale dei valichi secondari che saranno chiusi durante la notte, così come richiesto dalla mia mozione, approvata dal Parlamento nel 2014. Sono contenta della conferma che si tratti di due valichi del Mendrisiotto particolarmente sensibili e uno del Malcantone. La collaborazione tra cittadini e autorità ha funzionato».


Quadri ammonisce i politici italiani, «non prendiamo ordini da voi! Anzi, le chiusure notturne…»

Il caso della chiusura di alcune dogane dopo la rapina di Monteggio approda al Pirellone. E il leghista non ci sta: «strillino quanto vogliono, tanto le frontiere verranno chiuse, eccome!»

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LUGANO – La chiusura di alcuni valichi svizzeri, in occasione dell’ormai famosa rapina di Monteggio di un mese fa, continua a far discutere. Se ne parlerà al Pirellone, dopo che un gruppo di deputati varesini e comaschi, comandati da Luca Marsico di Forza Italia e provenienti da diverse aree politiche, aveva inoltrato una mozione.

Il Consiglio Regionale della Lombardia dovrà affrontare la loro richiesta di domandare spiegazioni sull’accaduto e di far si che «episodi similari possano trovare una disciplina condivisa e, quindi, regolamentata». L’appuntamento è per il 10 gennaio.

Infuriato Lorenzo Quadri, Consigliere Nazionale della Lega dei Ticinesi, che si è sfogato su Facebook. «I politicanti del Belpaese – che nei confronti della Svizzera in generale e del Ticino in particolare sono inadempienti più o meno su tutto – pensano di poter comandare in casa nostra. Lorsignori vaneggiano di poterci prescrivere come l’autorità di questo ridente Cantone deve gestire i controlli di polizia ai valichi, in caso di rapina ad opera di delinquenti in arrivo (ma guarda un po’) proprio da oltreconfine. Mantenere un minimo di decenza sembrava brutto?», sbotta infatti.

A suo avviso, la scelta di discutere del tema al Pirellone è puro marketing politico verso i frontalieri. Ma, ammonisce, i politici italiani «faranno bene a rendersi conto che non hanno nessunissima voce in capitolo. Il Ticino non prende ordini da loro».

Anzi, «si preparino anche, lorsignori, alla chiusura notturna dei valichi secondari. Chiusura decisa da oltre due anni dal parlamento federale e che da troppo tempo giace imboscata a Berna mentre si tenta di tener buono il Ticino cianciando di “progetti pilota”». E l’episodio di Ponte Tresa, a suo dire, è un motivo in più per procedere con la chiusura, unito al bisogno di proteggersi dagli sfollamenti di migranti decisi a Como. «Le frontiere verranno ancora chiuse, eccome che verranno chiuse. Piaccia o non piaccia ai vicini a sud, i quali possono strillare quanto gli aggrada», conclude Quadri.


Identificato il killer di Capodanno, ma dov’è?

Abu Muslim Horasani è il nome in codice usato dall’uomo che il 31 dicembre ha ucciso 39 persone in una discoteca a Istanbul. Fermate altre 27 legate a lui

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ISTANBUL – L’attentatore di Istanbul, che ha ucciso 39 persone in una discoteca la notte di Capodanno, si chiama Abu Muslim Horasani. O meglio, questo è il suo nome in codice, che usava per le azioni terroristiche legate all’ISIS, mentre la sua vera identità non viene svelata.

In Turchia, comunque, sono sicuri di averlo identificato. L’uomo, pare, ha cambiato ben otto taxi nel tragitto verso il locale dove ha compiuto la strage, per rendere difficile rintracciarlo. Era partito dalla sua casa nel quartiere Zeytinburnu, popolare e conservatore. Gli autisti dei taxi sono stati interrogati.

Dove si trovi Abu Muslim Horasani, comunque, non si sa. Il Parlamento turco ha deciso di prorogare per tre mesi lo stato di emergenza, e nel frattempo si cerca di risalire al killer arrestando chi era in contatto con lui. A quel proposito, sono state fermate altre 27 persone, provincia egea di Smirne. In manette anche membri di tre famiglie straniere, che erano in contatto con lui a Konya, dove a fine novembre si era trasferito con moglie e figli, e che dopo l’attentato stavano cercando di fuggire verso Smirne. Il numero di persone fermate per legami con l’attentatore sale a 43.


Chi ha stuprato e ucciso una donna in Germania? Potrebbero esserci testimoni ticinesi

Il fatto è avvenuto a novembre vicino a Friburgo. Pare che nella zona fossero transitate una o più vetture con targhe svizzere, forse anche ticinesi, e la Polizia tedesca sta cercando di rintracciare i proprietari

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KAISERSTHUL – Un giallo che sta scuotendo la Germania potrebbe avere qualche legame con la Svizzera e, forse, anche col Ticino: addirittura, una targa del nostro paese potrebbe essere una chiave di svolta nelle indagini di un delitto.

Una domenica pomeriggio di un paio di mesi fa, era il novembre, una 27enne che stava praticando dello jogging è stata violentata e uccisa da un autore non identificato a Kaiserstuhl, vicino a Friburgo in Germania. Il corpo della donna è stato trovato giovedì quattro giorni più tardi in una zona boschiva tra i villaggi di Endingen e Bahlingen dopo alcuni giorni di ricerca.

La foresta si trova in una viticoltura, che è una destinazione turistica per gli ospiti stranieri, comunica il Polizeipräsidium Freiburg” del Baden-Wurttemberg.

Cosa c’entra il Ticino? Potrebbero esserci dei testimoni ticinesi. Nell’ambito delle indagini della Commissione speciale “Erle” sono state ricevute, tra l’altro, informazioni su veicoli con targhe svizzere che sono stati visti in il 6 novembre 2016 nei pressi del ritrovamento della donna.
Potrebbe essere possibile che queste testimonianze non si riferiscono a differenti veicoli, ma solo su uno. L’autovettura era di colore chiaro (probabilmente bianco o grigio) e targata TI (Ticino), TG (Turgovia) o SZ (Svitto).

In una nota inviata, appunto, dal Polizeipräsidium Freiburg” del Baden-Wurttemberg, e condivisa dalla Polizia Cantonale, gli investigatori tedeschi chiedono l’aiuto a coloro che si trovavano con un veicolo immatricolato in Svizzera nel Kaiserstuhl tra i villaggi di Endingen e Bahlingen domenica 6 novembre 2016.

Per gli investigatori siete dei testimoni importanti! Queste o altre persone che possono dare informazioni in merito possono annunciarsi presso la Polizia criminale di Emmendingen “Soko Erle” al numero 0049 7641 / 582-114


Tragedia in Cile, muore un 24enne di Camorino

Il giovane, assieme a un’amica belga, è salito su un edificio chiuso da sei anni per assistere a uno spettacolo pirotecnico. Una cupola di vetro non ha retto il loro peso e sono caduti da 14 metri di altezza

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VALPARAISO – Capodanno tragico per un 24enne di Camorino, che ha perso la vita cadendo da un’altezza di 14 metri in Cile.

Come riferiscono i media locali, il giovane si trovava ormai da una ventina di giorno nel paese sudamericano, e desiderava ammirare uno spettacolo pirotecnico celebrativo del nuovo anno da un edificio in rovina, assieme a un’amica belga.

Palacio Polanco, così si chiama il palazzo, è chiuso da sei anni. A quanto pare, un agente di sicurezza avrebbe autorizzato i due giovani a salire, ma una cupola di vetro non ha retto il loro peso, e sono caduti da 14 metri. Per il ticinese non vi è stato nulla da fare, le ferite riportate (in particolar modo la frattura cranica) lo hanno portato alla morte. La ragazza belga che era con lui è in gravi condizioni e si trova in ospedale, ma la sua vita non sarebbe in pericolo.

Nella foto, tratta da Wikipedia, il Palacio Polanco


Strage a Istanbul

Da una a tre persone sono entrate all’1.30 in una discoteca, sparando sulla folla

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ISTANBUL- Anno nuovo, terrore e sangue vecchi. Un 2016 da incubo sul fronte del terrorismo è finito e già in un noto locale di Istanbul si contano 39 morti e almeno 69 feriti, di cui tre gravi, per un attentato.

Era l’1.30 quando alcune persone, da uno a tre secondo le prime informazioni, sono entrati nella discoteca (qualcuno dice vestiti da Babbo Natale) e hanno cominciato a sparare a caso sulla gente terrorizzata. Alcuni per salvarsi si sono buttati nel Bosforo.

È stato posto sotto sequestro il taxi con cui pare sia arrivato uno dei terroristi.

Foto Ansa


Pooh, è davvero “l’ultima notte insieme”. L’omaggio di TicinoLibero

Oggi lo storico gruppo suonerà assieme per l’ultima volta a Bologna. Il nostro portale lo omaggia riproponendovi l’intervista realizzata coi cinque componenti a luglio

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BOLOGNA – Lì tutto cominciò, 50 anni fa, e lì tutto terminerà. Oggi, con diretta in molti cinema di tutta Italia, si svolgerà l’ultimo concerto della storia dei Pooh. Lo storico gruppo si scioglierà, lasciando alla musica italiana, e non solo, grandi canzoni. La reunion li ha portato in giro per l’Italia e il mondo, per cantare ancora una volta per tutti i fan, che in queste ore stanno certamente vivendo emozioni contrastanti, come scrive Dodi Battaglia sul suo profilo Facebook.

A luglio la band aveva fatto tappa a Locarno nell’ambito di Moon and Stars. Il nostro portale li aveva incontrati, rivolgendo due domande a ciascun componente, e oggi riproponendo quell’intervista omaggia un gruppo che mancherà alla musica.

Roby Facchinetti, cosa pensa che proverete quando uscirete dal palco per l’ultima volta?
«Non ci saremmo mai aspettati di arrivare a 50 di carriera. 20 anni fa scherzavamo dicendoci che se fossimo arrivati a questo traguardo lo avremmo festeggiato alla grande e concluso così la nostra carriera. L’emozione che abbiamo provato nei primi concerti negli stadi è stata immensa e indescrivibile, ma sicuramente quando scenderemo dal palco per l’ultima volta il 30 dicembre essa sarà enorme. Per ora preferisco non pensarci e godermi questo anno di festeggiamenti» (ma ora siamo davvero all’ora x, ndr).

La vittoria di “Pensiero” a Sanremo è stato il punto più alto della carriera? O quale è stato?
«Credo che in una storia così lunga come la nostra di punti alti ce ne siano stati parecchi, tante soddisfazioni e tanto impegno».

Riccardo Fogli, lasciare al cinquantesimo vi garantisce gloria eterna, ovvero siete d’accordo col fatto che è meglio lasciare quando si è sulla cresta dell’onda?
«Quello dei cinquant’anni è un traguardo fantastico e vale la pena lasciare ora che siamo in grado di farlo alla grande, con dei grandi concerti e tutta l’energia che ci ha contraddistinto nel corso della carriera».

Pensando a “La donna del mio amico ” e “Amici per sempre”, quanto sono stati importanti l’amicizia fra voi e l’amore per le vostre famiglie?
«L’amicizia è fondamentale e dopo tutti questi anni ci siamo ritrovati come se non ci fossimo mai lasciati, con la stessa sintonia dei primi tempi. La mia famiglia è tutto per me, è la mia forza».

Dodi Battaglia, chi vi piace della musica di oggi?
«Premesso che la musica è bella sempre, ci sono sicuramente dei gruppi molto interessanti, giovani talenti che escono anche dai talent e sono davvero sorprendenti. Le cose sono molto cambiate da quando abbiamo iniziato noi, i tempi sono diversi ma la musica è sempre la musica».

“Chi fermerà la musica” parla degli ostacoli incontrati dagli artisti ai tempi, adesso talent show e social network rendono le carriere più facili? O è il contrario?

«Da un lato sicuramente agevolano l’ascesa al successo ma dall’altro sono meccanismi talmente veloci che a mio avviso a volte destabilizzano. La gavetta è molto importante in questo lavoro e oggi non si fa più come si faceva una volta».

Red Canzian, avete sempre prodotto anche da solisti, è quello il vostro futuro?
«Non so ancora cosa ne sarà di noi dopo il 31 dicembre ma sicuramente andremo avanti a fare quello che abbiamo sempre fatto, e quindi musica. Avremo anche molto più tempo per le nostre famiglie e per rilassarci un po’».

“Uomini soli” parla di insegnamenti e di cambiamenti: qual è il più grande insegnamento che vi ha dato la musica? Cambiereste qualcosa della vostra carriera?

«Nella nostra carriera e nella nostra vita, come in quella di tutti, ci sono stati alti e bassi ma ciò non toglie che non cambierei nulla della mia storia musicale, ogni esperienza è stata bellissima ed è servita».

Stefano D’Orazio, il vostro nome viene da Winnie the Pooh, cosa vi è rimasto nello spirito di quando eravate bambini? Lo rivedere nei giovani d’oggi?
«I tempi sono molto cambiati quindi non riesco a rivedere nei giovani d’oggi quello che eravamo noi all’epoca. Il nostro spirito comunque è quello di quando eravamo agli inizi, sempre pronti a nuove sfide e ad imparare qualcosa».

“Piccola Katy” fotografava una ragazza degli anni ’60, se doveste indicare una canzone, vostra oppure di altri, che rappresenta l’oggi, quale scegliereste?
«Ce ne sono davvero tante, trovarne una è davvero difficile».


«Voglio stare con Carrie», se ne è andata anche la mamma della Principessa Leila

L’attrice, 84enne, è deceduta per un ictus mentre preparava il funerale della figlia, Carrie Fisher. «Ora sono insieme, ora i nostri cuori sono doppiamente spezzati», ha detto il figlio

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LOS ANGELES – «Voglio stare con Carrie», sono state le sue ultime parole. Erano passate poco più di 24 ore dalla morte di sua figlia, Carrie Fisher, la Principessa Leila di “Guerre stellari”, quando sua madre è deceduta. Attrice come la figlia, Debbie Reynolds, 84 anni, è stata colpita da un ictus che le è poi stato fatale, mentre stava organizzando il funerale di Carrie a casa del figlio.

Ecco, ancora una volta, il destino, spietato e crudele. Il 2016 si prende un’altra diva del grande schermo, porta via una mamma che non ha sopportato il dolore di dover seppellire la figlia.

È stata attrice, cantante e ballerina. Caratterizzata da una bellezza fresca a delicata, ha esordito solo 15enne nel film “Vorrei sposare”, per poi raggiungere il successo con “Cantando sotto la pioggia”, un musical. Per il cinema, interpretò molte commedie, ricevendo una nomination agli Academy Awards per la sua interpretazione nel musical Voglio essere amata in un letto d’ottone, mentre per la tv diede volto alla madre di Grace Adler nella sitcom “Will & Grace”.

Una madre, appunto, che non ha retto alla morte della figlia. Dal cantante Eddie Fisher ebbe, oltre a Carrie, Todd, anche lui attore. Il marito la lasciò per sposare quella che all’epoca era la sua migliore amica, la celebre Liz Taylor, con cui ricucì poi il rapporto.

«Ora Debbie è insieme a Carrie, ora i nostri cuori sono doppiamente spezzati», ha detto il figlio Todd.


Voleva essere forte e indipendente come la sua Principessa Leila, addio a Carrie Fisher

L’attrice è deceduta all’età di 60 anni. Desiderava essere come il suo personaggio più celebre, veniva da una famiglia di attori ed era stata colpita da un infarto il 23 dicembre

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LOS ANGELES – Il 2016 terribile delle star non è ancora finito, purtroppo. Se ne è andata infatti anche la Principessa Leila: Carrie Fisher era stata vittima di un infarto mentre si trovava in areo il 23 dicembre, ed oggi si è spenta.

Aveva 60 anni, e a dare l’annuncio della morte è stata la figlia. L’attrice, che è stata anche sceneggiatrice e scrittrice, è diventata famosa per il ruolo interpretato nella saga di “Guerre Stellari”, dove fu generata dall’unione fra la senatrice di Naboo Padmé Amidala (morta subito dopo il parto) e il Jedi Anakin Skywalker. Divisa su consiglio di Yoda dal gemello alla nascita, Leila fu cresciuta dal principe Bail Organa e sua moglie, la regina Breha Organa, in mezzo a politici, ottenendo così un posto nel Senato Galattico, giocando un ruolo, rimasto segreto, nell’Alleanza Ribelle, e partecipò, come unica donna, alla battaglia di Endor. Nomi, fatti e episodi che gli appassionati della saga conoscono a memoria, gli stessi aficionados che probabilmente in questi giorni si stanno recando al cinema per vedere “Rouge”, lo uno spin-off di “Guerre Stellari”.

Carrie Fisher era solita dire che ad essere famosa non era lei, bensì la Principessa Leila, che il caso aveva creato somigliante a lei.

La sua vita non è stata semplice. Cresciuta in una famiglia di personaggi famosi (il padre fu il cantante Eddie Fisher, che poi sposò Elizabet Taylor, la madre l’attrice Debbie Reynolds, attori sono stati anche il fratello Todd e due sorellastre), da sempre voleva seguire le orme dei genitori. Mentre interpretava la Principessa Leila cadde vittima dell’abuso di droga e alcool, e nel 1078 andò vicina al licenziamento mentre girava “The Blues Brothers”. Carrie Fisher seppe reagire e si iscrisse alla Narcotics Anonymous e all’Alcolisti Anonimi, vincendo la battaglia.

A 24 anni le diagnosticarono un disturbo bipolare, che però l’attrice non volle accettare per alcuni anni.

La sua via sentimentale è caratterizzata dal breve matrimonio con Paul Simon, un cantautore con cui restò sposata solo un anno, per poi riprendere in seguito la relazione. Ebbe anche una relazione con Harrison Ford.

Recitò anche nel celeberrimo “Hally ti presento Sally”, ma per tutti Carrie Fisher rimarrà la Principessa Leila, che era tornata a interpretare lo scorso anno. Un personaggio che lei stessa definì forte e indipendente, come avrebbe desiderato essere nella vita quando la interpretò per la prima volta.

A fianco a lei, mentre le sue condizioni erano apparse disperate, la madre attrice, Debbie Reynolds, la figlia Billie Lourd, avuta dall’agente Bryan Lourd e lei stessa nel cinema, oltre all’amato cagnolino. «È stata amata dal mondo e lei ci mancherà profondamente. La nostra famiglia vi ringrazia per i vostri pensieri e le vostre preghiere», è stato il messaggio della famiglia.

E chi andrà a vedere “Rouge” non potrà trattenere una lacrima per la Principessa, che se ne è andata proprio quando nei cinema torna a vivere la saga che l’ha resa famosa. Il destino sa essere, a volte, crudele come nessuna sceneggiatura.