Categoria: Sport

Lombardi non le manda a dire, “i giocatori non siano professionisti solo nel ricevere lo stipendio. Se si retrocedesse…”

Il presidente dell’Ambrì commenta la lettera che ha scritto ai tifosi. “Senza una giusta infrastruttura, risalire è difficile: per noi non sarebbe probabilmente possibile. E se non ci si salva, niente pista nuova”

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AMBRÌ – Filippo Lombardi è cupo: il suo Ambrì fatica, i tifosi hanno paura e contestano, i playout si avvicinano, e sullo sfondo c’è l’incubo di una possibile retrocessione che potrebbe vanificare tutti gli sforzi. Dopo la lettera che ha inviato ai fans, lo abbiamo contattato. Non ha fatto nulla per nasconderci gli scenari futuri, se sul ghiaccio andasse male, e per punzecchiare i giocatori.

“Una lettera è l’unico modo per parlare con moltissima gente. Con alcuni ho parlato negli ultimi giorni, soprattutto dopo il derby. Però si può farlo con una decina di persone, mentre io volevo rivolgermi alle migliaia di tifosi che hanno a cuore le sorti di questa squadra e sono delusi o arrabbiati, o semplicemente increduli, oppure preoccupati”.

Qual è lo stato d’animo dei tifosi con cui ha parlato?
“Ci sono molta delusione, preoccupazione e paura. La delusione si tradurrà in un’analisi e in conseguenza, ma in questo momento deve lasciare il posto a una reazione forte e corale, questa squadra va sostenuta, anche se non siamo contenti”.

Una retrocessione ora, con la nuova pista nei progetti, arriverebbe nel momento peggiore, vero?
“Le cose vanno a rilento. Mi chiedono spesso cosa succede con la Valascia, è molto semplice: tutto ciò che poteva esser fatto come iter preparatorio è stato approntato, i contratti di finanziamento non si possono firmare fino a che non si conosce il futuro sportivo della squadra. In caso di retrocessione, la Valascia nuova non si farà”.

Dunque, più che mai sono importanti, ora, i risultati sul ghiaccio?
“Sì, per quest’anno e per alcuni anni ancora. L’esempio del Langnau dice che si può retrocedere e risalire, ma se si ha l’infrastruttura apposto. Loro sono retrocessi dopo aver ristrutturato la pista. Ripartire senza l’infrastruttura giusta per Ambrì non sarebbe probabilmente più possibile”.

Nella lettera parla di autocritica, si rimprovera qualcosa?
“Ho detto che mi metto in discussione, punto. Non rimprovero nulla a nessuno e non a me stesso, o se c’è qualcosa di cui rimproverarmi lo faccio con me stesso e non tramite i media, visto che la necessità, come scritto, ora è un’altra”.

Qualcuno vi ha letto delle dimissioni annunciate…

“Non credo. Penso che ci sia scritto esattamente quello che volevo dire: faremo un’analisi a 360°, presidente compreso. È riuscito oppure no a trasmettere l’energia che ci voleva, a scegliere le persone giuste, a trovare i finanziamenti? Se le risposte saranno no, bisognerà vedere di fare altro”.

Conferma che non lascerà l’Ambrì?
“Ho detto anche recentemente, e non è la prima volta che lo affermo, che se qualcuno con le idee precise e convincenti è in grado a continuare dopo otto anni posso passare la mano, ma non è né una minaccia né una dimissione annunciata, solo la disponibilità a una verifica a tutto campo. Penso più a un gruppo che a singole persone, perché per una persona sostenere una società non è facile”.

Secondo molti tifosi, un suo eventuale addio sarebbe una grave perdita per il club.
(ride,ndr) “Magari potrebbe essere anche un punto di svolta, non lo so. Ma non bisogna parlarne adesso, la volontà è quella di andare a fondo con determinazione fino alla salvezza”.

Ha parlato con la squadra? Ha detto loro quello che ha scritto ai fans?
“Ho parlato con alcuni giocatori prima, con alcuni dopo e presto tornerò a riunire l’intera squadra. Dirò loro che comprensibilmente non tutti hanno lo stesso attaccamento alla maglia e alla tradizione del club ma tutti indistintamente devono fare il loro dovere da professionisti. Visto che quando si tratta di incassare lo stipendio si considerano dei grandi professionisti, lo facciano vedere sempre. E sono abbastanza fiducioso che questo avvenga, e ci sarà una scossa”.

L’hockey ticinese sta vivendo un’annata difficile sul piano dei risultati ed anche dei rapporti fra società e tifoserie, è d’accordo?
“Non mi occupo del Lugano, prima di tutto, né della società né dei suoi tifosi, ne ho abbastanza dei miei. Ciò che noto è che c’è stato un passato in cui, per orgoglio della maglia, per l’identità e per salvaguardare una realtà unica nel mondo dello sport, si accettava più serenamente di non avere dei grandi risultati sportivi, con i nostri mezzi limitati. Questa pazienza si è sgretolata, oggi si vuol vedere del gioco, si vuol vedere vincere, e certamente si chiede più impegno, e questa è l’unica cosa su cui possiamo fare la differenza: non i contratti milionari, bensì impegno e volontà”.


La paura della Valascia, “via tutti e dentro i giovani. Ma Lombardi è l’uomo giusto al comando, l’unico che può realizzare la pista”

Giro di opinioni fra i fans leventinesi dopo la lettera a cuore aperto di Filippo Lombardi, che chiedeva scusa alla gente per la stagione negativa e annunciava un’autocritica anche personale a fine stagione

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AMBRÌ – Dalle parti della Valascia è crisi nera. Tre sconfitte in pochissimi giorni, una marea di gol incassati, uno solo segnato, i playout ormai certezza da un po’, e la paura, che aleggia attorno alla compagine biancoblu.

Ieri il presidente Filippo Lombardi ha scritto una lettera ai sostenitori, affermando di capire lo scoramento del pubblico e aggiungendo il suo, quello di un dirigente che “non ha risparmiato forze e risorse personali in otto anni di presidenza, certo non per arrivare a questa situazione”. Per questo, “le responsabilità si devono però assumere, e me le assumo. Ho già annunciato un’analisi severa a 360 gradi, immediatamente al termine della stagione. All’analisi seguiranno decisioni, e sarò il primo a mettermi in discussione. Mi basti per ora chiedere scusa – a nome mio, del CdA, dello staff e della squadra – a tutti i tifosi per aver messo a dura prova la loro pazienza. Questa stagione non è quella che volevamo, non è quella per cui ci siamo impegnati perfino oltre al solito, anche sul piano finanziario. Comprendiamo bene la delusione di chi davvero ama questa Società e la segue da anni con passione e sacrifici. Chiediamo però comprensione anche per i nostri sforzi, la nostra passione ed i nostri sacrifici, pur se non hanno prodotto gli effetti desiderati”.

L’invito è poi quello di mettere da parte, almeno sino a fine stagione, processi e rimpianti, per concentrarsi sull’obiettivo sportivo: “uniamo tutte le forze attorno alla nostra squadra. Ai nostri tecnici e ai nostri ragazzi chiediamo il massimo di disciplina, di compattezza e di grinta, nello spogliatoio e sul ghiaccio. Fuori dal ghiaccio il nostro compito è lo stesso: unità e sostegno senza esitazioni”.

Ma i tifosi, come hanno recepito queste parole? C’è il timore che Lombardi, parlando a cuore aperto, stia facendo capire che è pronto (o desidera?) fare un passo indietro? Come sempre, abbiamo sondato il polso della piazza.

“Credo che Lombardi abbia capito che quest’anno si rischia, e molto e quindi chiama a raccolta i tifosi di non abbandonare la nave che sta affondando”, interpreta qualcuno. E non si nasconde la paura. “Speriamo di salvarci, io onestamente ho molta paura”, ci dice un tifoso.

C’è chi non risparmia critiche, e chiede che sia fatta piazza pulita a fine anno, per puntare su giovani locali, come ai tempi di Pestoni e Grassi. “La dirigenza ha la colpa di non aver inserito giocatori ticinesi del Biasca che difendono con cuore la maglia e di aver scelto al loro posto giocatori a fine carriera che sono arrivati solo per la meritata pensione. Gli stranieri sono stati clamorosamente sbagliati da Zanatta, che dovrebbe andare in pensione”, affonda un appassionato.

Ma su Lombardi sono tutti d’accordo: “speriamo non si dimetta, anche se potrebbe anche essere possibile. Nel bene e nel male è l’unico che ci mette la faccia, oltre a un milione all’anno per l’Ambrì… chi vuole prendersi la responsabilità di salvare la squadra e realizzare una pista?”, si chiede qualcuno. In effetti, la pista è secondo diversi tifosi il vero obiettivo del presidente. “Ma senza di lui negli ultimi otto anni saremmo già spariti…”

“È chiaro che fare il presidente dell’Ambrì non è facile e anzi ha già dichiarato che se ci fosse qualcuno disposto lascerebbe il timone”, aggiunge un altro tifoso, che inserisce il tema dell’influenza di Lombardi, anche grazie a agganci extrasportivi. “In questi anni credo il presidente abbia fatto molto soprattutto per la nuova pista. Per questo aspetto è l’uomo giusto al posto giusto per cercare i finanziamenti anche alla luce del suo peso a Berna”.

Insomma, il presidente è l’uomo giusto al comando, per il popolo della Valascia. Ma chi scende sul ghiaccio… “Via Zanatta, via gli stranieri, via i vecchi, dentro i giovani. Fa niente se con i giovani saremo ultimi e ci salveremo allo spareggio: il pubblico dell’Ambri vuole questo, i ticinesi, i biaschesi e i leventinesi”.

Prima, però, come chiede Filippo Lombardi, bisogna stringersi attorno alla squadra, e salvare la categoria.


Un’altra bandiera viene ammainata. Il Lugano non rinnova il contratto di Hirschi

Da 14 anni in bianconero, l’anno prossimo non sarà più sul ghiaccio. La società gli offre un posto da allenatore, lui prende tempo, e i tifosi sono divisi

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LUGANO – Le bandiere, si sa, nello sport esistono sempre meno. Un giocatore cambia maglia spesso, cercando la scalata, il prestigio, il guadagno, oppure accetta di tornare indietro, per ridare slancio alla carriera. Se una volta si iniziava e si finiva con gli stessi colori addosso, ora è raro.

Non è una carriera intera, ma 14 anni di sicuro non sono pochi. E se si pensa che nell’hockey siamo abituati a vedere giocatori che per un mese giocano con una squadra e poi, come se nulla fosse, due giorni dopo affrontano gli ex compagni con un’altra maglia, oppure che scendono in campo poche ore dopo un volo extraoceanico, 14 anni sono una vita. Steve Hirschi è arrivato a Lugano quando la sua parabola sportiva stava andando verso l’alto, come ammette lui stesso con qualche titubanza perché gli dispiaceva allontanarsi dalla famiglia. Allora era un ragazzo di 22 anni, ora è un uomo di 36.

E la sua storia sul ghiaccio col Lugano si sta per chiudere. Lo ha annunciato la società, in un comunicato, in cui spiega di aver “informato in questi giorni Steve Hirschi che non intende proporgli il rinnovo del contratto in scadenza alla fine della stagione in corso. La decisione rientra nella programmazione sportiva del club che vuole progressivamente ringiovanire l’età dei difensori che fanno parte della rosa”. Dopo aver ricapitolato la sua carriera, arriva l’elogio, doveroso e sentito: “Da 14 stagioni è un uomo chiave del Lugano, sul ghiaccio e nello spogliatoio e nello stesso tempo un punto di riferimento fondamentale per compagni, allenatori, società e tifosi. La sua serietà, la sua grinta e la sua tenacia nel superare anche i momenti sportivamente più difficili sono un modello da seguire per ogni atleta che si affaccia allo sport professionistico”.

Una bandiera, insomma, nonostante da quest’anno qualcuno abbia deciso di dare la fascia di capitano a Chiesa e non più a lui, che ha accettato senza batter ciglio. Il Lugano si separa da Hirschi, dunque, ma gli offre un posto come allenatore delle giovanili: contentino? Voglia di rinnovamento ma contemporaneamente di non staccarsi del tutto dal passato?

I tifosi, che in questo periodo non sono pienamente d’accordo con la loro dirigenza, in particolare col ds Habisretuiger, non l’hanno presa benissimo. Qualcuno afferma che deve arrivare il momento di dire stop, per quanto male possa fare, altri si lamentano dello strappo operato con un veterano.

E lui? In modo molto signorile, afferma di “capire e accettare la scelta della società anche se mi sarebbe piaciuto continuare a stare sul ghiaccio. Non posso che ringraziare l’Hockey Club Lugano per tutto quello che mi ha dato in questi quattordici splendidi anni. È stato un onore vestire la maglia di un club che ha sempre fatto tutto il possibile per aiutarmi e che mi ha sempre aspettato anche dopo lunghi infortuni. Ora sportivamente mi voglio concentrare sulla fase finale di questa stagione. Apprezzo molto che l’HCL ha pensato a me per un ruolo a contatto con i giovani e in questo senso voglio prendermi il tempo necessario per una decisione così importante per il mio futuro”.

Un’altra bandiera, insomma, lascia la Resega. Lo sport è cambiato, ma per un tifoso, a volte, è difficile accettarlo. Soprattutto se con la società non c’è grande fiducia, e i rapporti sono tesi, come in questo momento. Hirschi, emozionato, nelle interviste dei giorni scorsi, ha promesso impegno sino all’ultimo secondo dell’ultima partita. Poi? Chissà se nel suo futuro ci sarà la panchina, oppure il ghiaccio, con un’altra maglia, un’altra storia.
 


Lara Gut, infortunio al ginocchio e stagione forse finita

La ticinese ha riportato uno strappo al legamento crociato anteriore e lesione del menisco del ginocchio sinistro cadendo nel riscaldamento per la prova del Mondiale dove la Svizzera ha conquistato due medaglie

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ST. MORITZ – Doccia gelata per i tifosi di Lara Gut e per gli appassionati di sport ticinesi in genere. Nel giorno in cui la Svizzera festeggia le medaglie di Holdener e Gisin, la sciatrice di Comano ha riportato un serio infortunio: strappo al legamento crociato anteriore e lesione del menisco del ginocchio sinistro.

La ticinese era caduta male questa mattina durante il riscaldamento per Slalom della Combinata dei Mondiali di St. Moritz ed era stata elitrasportata all’ospedale di Samedan.

Poi, dopo qualche ora, mentre le due connazionali conquistavano podio e medaglie, il verdetto.

Il Mondiale di Lara Gut finisce qui, e non è escluso che anche la stagione debba concludersi anzitempo, lasciando di fatto via libera a Mikaela Shiffrin per la conquista della Classifica Generale. Lo sport, come la vita, è spesso una ruota che gira: l’anno scorso gli incidenti delle migliori concorrenti avevano spianato la strada a Lara (nella foto, ha in mano la Coppa vinta la stagione scorsa), che oggi è costretta allo stop. E i fans ticinesi maledicono una giornata che poteva essere di festa.


A Lugano i tifosi si arrabbiano con la società per… Rocco Siffredi. «Incoerenti!»

Nello scorso derby alla Resega, la società si era distanziata dalla coreografia della curva, ritenuta sessista. Ma ospite in pista, domenica, c’era il noto porno attore, ed è scattata la polemica

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LUGANO – Il derby è il derby, e dunque vincere quella partita vale certamente doppio. Se non fosse per il lato emotivo, Ambrì e Lugano escono pari dal fine settimana, con una vittoria e una sconfitta a testa, ma ai leventinesi rimane la gioia di aver vinto nella sfida più sentita, regalando un esordio da ricordare a Dwyer, anche se oggi si deve fare i conti con la matematica che condanna ai playout.

La polemica, però, come accaduto nello scorso derby della Resega, è sul… contorno. Qualche mese fa, si ricorderà di sicuro, era stata una coreografia della curva bianconera, ritenuta sessista, a scaldare gli animi: come si ricorderà, era rappresentato un corpo femminile, con fra le gambe un simbolo del Lugano, con la scritta «c’è chi pensa che non ci sia niente di meglio, ma di meglio ci sei tu».

Il tema aveva toccato anche la politica, e la società si era distanziata con una nota in cui si leggeva che «quanto proposto sabato scorso alla Resega in apertura del derby contro l’Ambrì è stato volgare e di pessimo gusto. La società bianconera disapprova pertanto l’accaduto e si scusa pubblicamente con tutti coloro che hanno percepito la coreografia della Curva Nord come irrispettosa e riduttiva dell’immagine della donna», pur non dimenticando l’apporto della curva.

Mesi dopo, si torna a parlare del tema. Il Lugano ha infatti invitato nella partita di domenica Rocco Siffredi, testimonial della bevanda Maca Love, che ha organizzato la “Giornata dell’amore”. E i tifosi si sono scatenati.

In diversi ci hanno scritto, indignati, per segnalare che la presenza del noto attore porno italiano denota un’incoerenza della società. Ovvero, la coreografia era ritenuta sessista, e la presenza di Siffredi no? È la domanda che si pongono in molti, sottolineando come sia oltretutto stata scelta una partita pomeridiana in cui poteva essere presente molti bambini (un rimprovero che si era mosso anche dopo il derby).

Rocco Siffredi è da tempo l’icona del porno italiano, con cui viene spesso identificato. La sua partecipazione all’Isola dei Famosi di qualche anno fa gli aveva fatto pensare di cambiar vita, ma la volontà era durata poco, ed è tornato sui suoi passi, ricominciando a fare ciò per cui è divenuto famoso.

A onor del vero, alla Resega Siffredi si è limitato a scattare qualche selfie e a seguire, anche con interesse, la partita. Ma i tifosi sono sul piede di guerra, in un momento in cui, oltretutto, i rapporti con la società non sono idilliaci, poiché la curva sta protestando sin dal momento dell’esonero del tecnico Shedden contro il direttore sportivo Habisreutiger. Ora, si aggiungono anche Rocco Siffredi e la presunta incoerenza al calderone delle questioni che, secondo i fans, non vanno bene.

Insomma, non è un bel periodo per i rapporti fra curva e dirigenza, con la squadra che, dal canto suo, alterna buoni risultati ad altri meno positivi. E non farà per nulla felici alcuni frequentatori della Resega sapere che al pornodivo, giunto accompagnato dalla moglie, il pomeriggio è piaciuto. Da sottolineare come, oltre a chi si è arrabbiato, non sono mancate battute ironiche, sia di fans dell’Ambrì che di luganesi, in fondo, divertiti.


Il calcio ticinese contro le grandi della Svizzera. Sadiku e Marzouk, a voi la porta

Il Lugano riprende con un allenatore nuovo, il ritorno dell’albanese e la conferma di Alioski. I rossoblu hanno salutato Lurati e Milosavljevic e perso Guatelli per infortunio, ora puntano sullo juventino e su Sad.

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LUGANO/CHIASSO – Si ricomincia. Il Lugano in Super League e il Chiasso in Challenge League si trovano a dover condurre la stessa lotta, quella per mantenere la categoria, e una retrocessione rischia di essere pesantissima per il futuro di entrambe, da quello sportivo a quello economico (che non sempre è roseo…).

Il Lugano, con Manzo pareva proiettato nell’Olimpo del calcio. Poi, come è rapida la salita, altrettanto lo è stata la discesa, e così la conclusione dell’epopea del tecnico. Col senno di poi, ci si può chiedere quanto la lunga squalifica, frutto di un momento di rabbia per episodi arbitrali avversi, abbia influito sul futuro dell’allenatore. Renzetti ha cominciato a nutrire i primi dubbi, e alla fine, come in molti si attendevano, ha cambiato. La scelta è caduta su un’altra scommessa, su Tramezzani, che all’ombra di De Biasi tanto bene aveva fatto nell’Albania all’Europeo, ma che di fatto ha pochissima esperienza.

Se a Manzo si rimproverava di essere troppo amico del calciatori, Tramezzani si è imposto sin da subito come una sorta si sergente di ferro, e il ritiro, pieno di doppi allenamenti e sedute video, lo ha confermato. Basterà? Il Lugano deve fare i conti anche con l’infortunio di Rosseti, e in attacco ha ripreso un suo ex, mai dimenticato dalla tifoseria. Armando Sadiku ha voluto fortemente tornare, spinto dalla presenza di Tramezzani. Assieme a Bruno Martignoni, il cui arrivo si inserisce nella filosofia di dare, in fondo, un cuore ticinese alla squadra, è l’unico acquisto di peso. La lotta sarà col Vaduz, che da sempre rischia di oscillare fra una categoria e l’altra, e col Thun, la compagine da sempre dedita ai miracoli che quest’anno è rimasta invischiata nella lotta per non retrocedere.

Da segnalare che è rimasto Alioski, un colpo certamente importante per il Lugano.

Sulla sponda Chiasso, si registrano più movimenti. In pochissimi giorni, il Sion si è assicurato Ivan Lurati e Nikola Milosavljevic, che in pochi mesi in rossoblù hanno trovato la loro rampa di lancio. In fondo, il Chiasso ha sempre detto che, in questa fase economicamente non semplicissima della sua ultracentenaria esistenza, il compito è quello di formare e lanciare giovani, e la benedizione ai due ragazzi non è mancata, come giusto che sia, però adesso Scienza dovrà ripartire. La difesa ha perso, per un infortunio alla coscia patito in allenamento, per un po’ di tempo Andrea Guatelli, che nonostante qualche errore di troppo nella prima fase, rimane un perno. La società è corsa ai ripari chiamando Mitrovic, anche se tutto va presagire che si punterà su Bellante. Un altro giovane, quindi, in un ruolo chiave, e davanti a lui dovrà imporsi Cinquini, che dopo aver girovagato un po’ fra le compagini ticinesi, si è imposto a Cipro e ora per vari motivi ha voluto tornare.

Fra i nuovi acquisti, si segnalano delle scommesse interessanti, dallo juventino Marzouk, che nell’ultima amichevole è andato in gol, a Said del Brescia che ha ben impressionato, sino a Belometti, arrivato dal Lugano (al quale, nell’annunciata collaborazione, è stato ceduto Franzese). Marzouk, in particolare, saprà dare quel tocco in più ad un attacco che, dopo le prime ottime partite di Mujic, ha faticato? È andato via Susnjar, che nonostante le buone premesse non ha mai lasciato un segno, lascia più stupiti l’addio di Felitti, sceso di una categoria, e in prestito, per approdare al Bellinzona.

Sarà difficile, a Chiasso lo sanno. Se quasi tutte le altre sono andate in ritiro, i rossoblù si sono dovuti giostrare tra l’Eracle Center, Sagnino e il Palapenz, causa anche l’emergenza neve. Per molti, la principale avversaria per la salvezza è il Winterthur, che guarda caso arriverà domani al Riva IV. Lo Sciaffusa ora ha i fratelli Yakin, e bisognerà valutare il loro peso, anche tenendo conto però delle condizioni di salute del presidente. A Wil pare che la dirigenza turca voglia smobilitare, ma speculare sulle disgrazie finanziarie degli altri non è mai bello.

Il calcio ticinese, dunque, ancora una volta sfida i giganti, e per il suo futuro ci auguriamo che ne esca vincente.


Ambrì, ecco Dwyer. «Lottiamo per mantenere ancora una volta un piccolo villaggio leventinese in LNA»

Nessuna sorpresa: il nuovo tecnico è il 39enne canadese, che già domani dirigerà l’allenamento. «Apprezziamo la sua carica giovanile», scrive la società, che mette l’accento sul “miracolo” Ambrì

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AMBRÌ – Come era stato auspicato nel comunicato in cui si annunciava, ieri, l’esonero di Hans Kossmann, il nuovo tecnico dirigerà l’allenamento dell’Ambrì già domani. Non ci sono sorprese: è stato scelto il canadese Gordie Dwyer, 39 anni, da due allena in KHL, ed è stato assistent coach del Team Canada nell’ultima Spengler, terminata con la vittoria.

Dwyer ha rescisso il contratto che lo legava al Medvescak Zagreb per approdare in Leventina.

Nella nota che annuncia il suo arrivo, la società sottolinea «l’energia giovanile, la “grinta” e le competenze tecniche necessarie a dare nuova motivazione alla squadra e ad impostare al meglio il finale di stagione».

Una stagione, che come detto da più parti, per l’Ambrì pare cominciare ora, addirittura con il derby.

«Sono ora riunite le condizioni per riportare, già da sabato sera, l’entusiasmo del pubblico alla Valascia, dove inizia da subito la lotta determinata per mantenere una volta ancora il posto del piccolo villaggio leventinese nella massima categoria hockeistica svizzera», si chiude la nota, sottolineando ancora una volta il “miracolo” costituto dall’Ambrì.


Uno svizzero alla conquista del mondo. King Roger, perché sei speciale?

È stato impressionante il coinvolgimento di sportivi e non per la vittoria di Federer. Ma cosa piace di lui? La sua faccia pulita? La famiglia da Mulino Bianco? O lo sport è semplicemente una favola?

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MELBOURNE – Roger Federer entra nella leggenda, battendo il rivale storico, con cui ha regalato anni di grande tennis, Rafa Nadal, e conquista il 18esimo Grande Slam. E lo fa dopo uno stop di sei mesi, qualcosa di impensabile. Sono passati alcuni giorni, eppure l’euforia e l’orgoglio non diminuiscono, anzi, una volta metabolizzate, le emozioni appaiono ancor più intense.

Lo sport, dicono in molti, unisce. Quale evento più della vittoria della propria squadra del cuore fa sentire tutti amici e vicini? Persino la politica non si avvicina, in questo, allo sport. Quando poi si ha un personaggio capace di piacere a chiunque, alle figlie e alle mamme, ai nonni e ai giovanissimi, agli appassionati e non, la sensazione si moltiplica.

La Svizzera, questo qualcuno ce l’ha, e in tanti si preoccupano delle sorti dello sport rossocrociato e della passione di molti sportivi un domani che appenderà, come si suol dire, la racchetta al chiodo. Roger Federer ha la faccia pulita e la vittoria facile, abbastanza da entrare nei cuori di chiunque. È svizzero, vince molto e da tanto tempo, è ricco ma sa donare in beneficienza, fuori dal tennis non ha mai dato adito a scandali da divo, anzi la sua appare la famiglia del Mulino Bianco, con la moglie che lo segue dovunque e i quattro figli, due coppie di gemellini.

Federer faceva parte della squadra che vinse la Davis. Con lui e Wawrinka, la Svizzera sta vivendo senza dubbio i suoi migliori anni nel mondo del tennis. Ma per molti, per quasi tutti, il preferito è lui, King Roger.

Durante, prima e dopo il match, pareva che il mondo si fosse fermato. Ogni tv, nei bar e nelle case, era sintonizzata sul match. Tifavano gli esperti, tifava anche chi non sa che cos’è un ace e non distingue un dritto da un rovescio. Roger fenomeno nazionale, si potrebbe dire. Ha monopolizzato le bacheche di Facebook: bandiere, foto, incoraggiamenti, commenti. E il “povero” Nadal aveva tutti contro, non perché non abbia tifosi, non perché non meritasse la vittoria (Federer ha poi detto che avrebbe accettato anche un pareggio), ma perché giocava contro un eroe trasversale. Non erano solo gli svizzeri a tifare per lui: c’erano tifosi italiani che non vedevano l’ora di leggere i commenti dei giornali, il giorno dopo. E il tennis mondiale trema all’idea che Federer dica basta. Al torneo annuale di Roma, aspettano Roger più che gli italiani, e questo qualcosa vorrà dire, in un periodo di grande rivalità fra Svizzera e Penisola.

È stato assente sei mesi per infortunio, e il mondo del tennis ha trattenuto il fiato, non è stato lo stesso. E ora, quando ha detto che proseguirà ancora un po’ a giocare, ha tirato un sospiro di sollievo. Il cambiamento epocale ci sarà, ma non immediato. Vincere il 18esimo Grande Slam, e farlo dopo sei mesi lontano dalle gare, con qualche time out medico durante i match, è qualcosa di impensabile. È tutto scritto nelle lacrime del dopo partita di Federer, un campione umano che sa ancora commuoversi, capendo che cosa sta riuscendo a realizzare.

Gli appassionati ringraziano, il mondo vede che lo sport, in fondo, sa regalare favole che non smettono mai di esserlo. Dire che Federer entra nella leggenda è limitativo: vorrebbe dire che si ferma, e lui non lo fa. La storia non ha ancora il suo lieto fine, aspetta di scriverne altri. Col mondo che tifa affinché ci siano.


Ambrì, comincia una nuova stagione. Via Kossmann e «dobbiamo combattere solo per la salvezza»

I leventinesi hanno deciso di separarsi dal tecnico: il suo sostituto dovrebbe essere un altro canadese, Dwyer. Nel comunicato, la società dice di fatto addio al sogno playoff e invita la squadra a reagire

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AMBRÌ – È finita l’era Kossmann. Non si arrabbino i tifosi di hockey, ma è proprio vero che in questo periodo più che mai le sorti di Ambrì e Lugano paiono andare a braccetto. I bianconeri avevano cambiato tecnico un paio di settimane fa, ora anche i leventinesi hanno optato per il cambio.

La decisione, come sempre quando nello sport le vittorie non arrivano e la classifica fa paura, era nell’aria. Diversi tifosi, parlando col nostro portale settimana scorsa, avevano sostenuto di preferire un cambio che arrivasse più in là, per dare la giusta scossa in caso di (probabili) playout. L’Ambrî invece ha scelto di separarsi da Kossmann, e questa mattina lo ha comunicato alla squadra.

Nel rituale comunicato d’addio, lo si ringrazia per la dedizione e il lavoro svolto, ma, si precisa, «il ringraziamento che gli va rivolto non è di facciata, ma sincero e doveroso, ed è accompagnato dal dispiacere per un esito non corrispondente purtroppo né al suo impegno né alle aspettative della Società e del pubblico».

Il sostituto? La società spiega che verrà comunicato non appena saranno ultimate alcune questioni formali. Secondo indiscrezioni, potrebbe essere Gordie u, 39enne anch’egli canadese. La speranza del club è che possa già dirigere l’allenamento di mercoledì.

L’allontanamento di Kossmann dà il via anche a una nuova fase della stagione dell’Ambrì, e lo si evince dal seguito del comunicato: basta sognare i playoff, bisogna pensare a salvarsi (il concetto che, in fondo, avevano espresso i tifosi da noi interpellati). «La Società ha chiesto alla squadra di reagire immediatamente alla spirale negativa delle ultime partite, ripartendo con determinazione per affrontare con lo spirito giusto il finale di questa stagione. Un finale che richiede coraggio e piena coesione di tutti coloro che amano la Società, al di là delle comprensibili riserve sui risultati sin qui ottenuti, i quali daranno luogo ad una disamina molto severa di tutte le componenti dell’organizzazione al termine della stagione. Ora si tratta però unicamente di combattere per la salvezza, con la grinta e la forza di volontà che hanno sempre contraddistinto l’HCAP nei momenti difficili della sua storia. E ciò vale tanto per la dirigenza e per lo staff, quanto per i giocatori e per i sostenitori. Grazie sin d’ora a tutti coloro che dimostreranno il loro attaccamento alla maglia, sul ghiaccio e fuori!».

Un richiamo, insomma: testa bassa e pensare a salvarsi. Con chi in panchina, lo si saprà ufficialmente fra qualche giorno.


Ambrì e Lugano unite? «Pista da 20mila posti, Cereda allenatore, i migliori ticinesi e stranieri da sballo…»

A lanciare quella che ritiene una provocazione è l’ex presidente del Bellinzona Morelli. «Una generazione di tifosi soffrirebbe, ma un’altra vincerebbe di più». Anche perché secondo lui il futuro…

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BELLINZONA – Una provocazione, un’idea che potrebbe sconvolgere i tifosi di un intero Cantone, anche se oggettivamente al momento appare difficilmente realizzabile, se non utopistico. Lugano e Ambrì unite in una sola squadra ticinese, in grado di provare a vincere? La proposta, o come insiste a chiamarla lui, la provocazione, viene da Manuele Morelli, ex presidente del Bellinzona.

Su Facebook, ha lanciato l’idea qualche giorno fa. «Lugano ed Ambrì sono oramai tristemente anacronistici. Una sola squadra, una sola pista, un budget indipendente da mecenatismo e collette a scadenze regolari. Ciò per il bene dell’hockey ticinese, disciplina da sempre di grande passione…nonostante le 1’000 monotone partite prima di quelle che contano per davvero…».

Il Mattino della Domenica lo ha contattato, per capire qualcosa in più della sua pazza idea. Lo spunto è stato, ha affermato, una trasmissione televisiva (Fuorigioco), in cui si parlava del momento delle ticinesi: una puntata ripetitiva nella situazione di crisi che caratterizza Lugano e Ambrì. Ieri, per esempio, i bianconeri hanno vinto un’importante sfida in chiave playoff col Friborgo dopo però aver perso il giorno prima col Berna, mentre nel weekend i leventinesi hanno di nuovo perso due volte).

Morelli, probabilmente, ha pensato a lungo alla questione, perché sempre avere in chiaro cosa servirebbe. «Una pista da 20mila posti a sud di Bellinzona o in zona Monte Ceneri, Luca Cereda allenatore, i migliori ticinesi tutti riuniti e stranieri da sballo».

E i tifosi, da sempre divisi, da sempre rivali? «Una generazione soffrirebbe come un cane bastonato per la fede sportiva smarrita ma quella successiva vincerebbe tutto in pista e molto anche fuori», è convinto Morelli.

Anche perché il futuro, a suo avviso, non è garantito per nessuno. A Lugano c’è la famiglia Mantegazza, col presidente Vicky che ha preso le redini dopo il padre Geo, e una fusione sarebbe esclusa, ma «ci saranno altri membri della famiglia ad ereditare la passione? Nemmeno 20mila spettatori, un raddoppio del merchandising e magari un canale televisivo dedicato, interesserebbero al Lugano del futuro? Ne siamo certi?». Mentre per l’Ambrì, perennemente in lotta per far quadrare i conti, «siamo però sicuri che la festa sia davvero senza fine? Chi dopo l’attuale presidente (Filippo Lombardi, ndr)? Chi se gli attuali sponsor principali se ne andassero?».

Morelli, insomma, come ci tiene a dire, ha lanciato il sasso. Ci sarà un seguito? È molto difficile pensarlo, non c’è riuscito il calcio dove le rivalità sono accese ma non vi è un Cantone diviso in due fra bianconeri e biancoblu. Il tema è senza dubbio interessante, però.

Nella foto, il derby di metà dicembre


Lugano, si prospetta un braccio di ferro? L’Ambrì e quell’asticella forse troppo alta

Dopo le contestazioni, abbiamo tastato il polso delle piazze delle due ticinesi di hockey. I bianconeri continuano a volere la testa di Habisreutinger, i biancoblu si accontenterebbero della salvezza

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LUGANO/AMBRÌ – Nell’hockey, quasi una settimana senza partite è qualcosa di inusuale. Una pausa che certamente può far bene al fisico dei giocatori, ma che in questo momento è caduta nel periodo peggiore per le due ticinesi.

Le abbiamo lasciate, infatti, in crisi di risultati, e soprattutto, in piena contestazione. Lugano e Ambrì, da sempre rivali, hanno più cose in comune di quanto pensino, in questo frangente della stagione: si trovano più in basso in classifica di quanto sperassero (soprattutto i bianconeri, che si qualificherebbero ai playoff con l’ultimo posto disponibile), e hanno le tifoserie contro. O meglio, il pubblico di Valascia e Resega si lamenta. Ad Ambrì uno striscione, non il primo di questa stagione, accusava la società di essere muta e la squadra inguardabile, mentre a Lugano è andato in scena un botta e risposta fra la curva che chiedeva la testa del ds Habisreutinger e la società che aveva risposto, stizzita.

Ed ora, com’è la situazione? Tastando il polso dei tifosi poco è cambiato. I bianconeri rimangono per lo più fedeli a quanto affermavano un paio di settimane orsono, al momento dell’avvicendamento in panchina fra Shedden e Ireland. La prima vittoria di quest’ultimo, ai rigori, aveva fatto gridare al miracolo, ma razionalmente un successo ottenuto dopo neppure un giorno alla guida di una squadra e per di più ai rigori non può essere una sentenza, e il weekend successivo lo ha dimostrato. Al tecnico serve tempo.
Intanto, sul banco degli imputati, c’è Habisreutinger. «In seguito all’esonero degli ultimi allenatori, ulteriori vittime di questa scellerata gestione societaria, troviamo inaudito che dal 2009 ad oggi, dopo stagioni molto imbarazzanti e non degne del nostro amato Lugano, abbiano dovuto pagare tutti, tranne uno degli “alti” responsabili. Non solleviamo da colpe gli allenatori o i giocatori e questa nostra protesta non è volta a loro, ma alle alte sfere, che come al solito scaricano le loro responsabilità sui soliti soggetti, sperando nel nulla. La gestione attuale conta un obbiettivo raggiunto in 10 anni, giusto per fare un accorgimento», avevano scritto i tifosi in una nota. «Non riusciamo e non possiamo tollerare che una persona responsabile come il nostro DS-Roland Habisreutinger, non si assuma/non voglia assumersi le responsabilità che lo riguardano, inoltre dicendo che gli unici a cui deve rendere conto sono i membri del CdA! Noi chi siamo? Dove è finito tutto questo rispetto di cui sempre si è parlato in questa gestione? Sarà tutta facciata?».

L’ultimo passaggio riguarda il fatto che il ds, nel corso della conferenza stampa di presentazione di Ireland, avesse detto di fare autocritica, appunto, con la società e non davanti ai microfoni. Sempre cordiale, il canadese si era mostrato in quell’occasione particolarmente nervoso. La società ha preso la sue difese, però la contestazione, anche se i gruppi organizzati non confermano, potrebbe continuare. Si prospetta un braccio di ferro fra Mantegazza e fans, con in mezzo Habisreutinger? Chi cederà per primo? Soprattutto, quali ripercussioni potrebbe avere tutto ciò sulla squadra?

Ad Ambrì, l’obiettivo playoff si allontana, ma, parlando coi tifosi sembra che la società abbia puntato più alto rispetto alle ambizioni della piazza. Vincere piace a tutti, è evidente, e finire nelle prime otto, come non accade da anni, sarebbe un sogno per tutti i fans leventinesi. Alla Valascia c’è però la consapevolezza che le risorse economiche sono limitate, e dunque si accontenterebbero di raggiungere la salvezza. Il traguardo prefissato, insomma, appare a molti troppo ambizioso.

E il tecnico Kossmann? In pochi gli imputano colpe, perché il vero problema dell’Ambrì è sempre quello economico, che porta, secondo molti tifosi, a una mancanza di giocatori di un certo spessore. Alcune sconfitte contro compagini blasonate sono ritenute preventivabili e accettabili. L’idea di seguire i cugini bianconeri e di cambiare guida tecnica non è prioritaria per il pubblico di fede biancoblu (anche se a volte si fatica a capire se Kossmann abbia effettivamente lo spogliatoio con sé o meno).

Oltretutto, per sostituirlo servono risorse, che l’Ambrì fatica ad avere. Qualcuno ipotizza, semmai, un cambio nel momento in cui una scossa potrebbe essere inevitabile, ovvero magari poco prima di eventuali playout. I tifosi rimangono convinti che i biancoblu sapranno dare il massimo nel momento clou della stagione, come spesso accaduto.

Una piazza arrabbiata, dunque, ed una pronta ad accontentarsi della salvezza, senza voli pindarici. Lugano e Ambrì, in questo momento si pongono così: questa sera il ghiaccio, e rispettivamente Berna e Zugo oggi e Friborgo e Langnau domani, parleranno.


Ireland, buona la prima!

Due volte sotto, i bianconeri rimontano sempre, sprecano un cinque contro tre e nei supplementari un’occasionissima, vengono graziati e poi vincono ai rigori

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GINEVRA – Vince, seppur solo ai rigori, nel suo debutto sulla panchina del Lugano. D’altronde, di più Greg Ireland non poteva fare, essendo stato scelto solo ieri. La sfida di Ginevra è finita 3-2.

In power play, è stato il Ginevra a sbloccare la situazione dopo appena 3′ con Spaling. Il Lugano ha saputo non abbattersi e trovare in fretta il pari con Bertaggia, ma Spalling a 3′ dalla sirena ha ridato il vantaggio ai padroni di casa, complice un po’ di fortuna. Nel secondo tempo i bianconeri sono rientrati sul ghiaccio determinati a rimontare ancora una volta, rendendosi più volte pericolosi davanti al portiere avversario. Non vi è stata però nessuna rete, e si è andati alla nuova pausa con Ginevra sempre in vantaggio. Stesso copione nel terzo tempo, con il Lugano che però ha trovato finalmente il pari al 56′ con Sannitz, dopo molta pressione e svariati tentativi. Dopo il gol, gli uomini di Ireland non hanno saputo sfruttare un momento abbastanza lungo in cinque contro tre. Anche ai supplementari si mangiano le mani, perché Klasen ha sprecato il 3-2, e hanno tremato a un secondo dalla fine, quando Merzlinkins ha saputo ipnotizzare su rigore Gerbe. Infine, i rigori sono serviti per decidere il vincitore, e le realizzazioni di Fazzini, Klasen e Brunner hanno portato al Lugano una vittoria che fa bene soprattutto al morale.


L’errore è stato la riconoscenza? «Dovevamo intervenire prima. Shedden ha messo troppa pressione»

Mantegazza fa autocritica. «A settembre Shedden aveva detto di non conoscere Zacrkisson, un errore non far niente. Curcio si era preso troppe responsabilità» Ora tocca a Ireland. E il ds…

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LUGANO – Ribaltone a Lugano: l’andamento alquanto altalenante della squadra di hockey, che fuori casa ha raccolto solo tre vittorie, e che, anziché trovarsi nelle parti alte della classifica, naviga pericolosamente vicino alla zona playout, ha fatto sì che la società decidesse di cambiare guida tecnica. Esonerato Doug Shedden, colui che l’anno scorso aveva portato i bianconeri a un entusiasmante secondo posto. Con lui via il suo secondo Curcio, al loro posto Greg Ireland (come traghettatore), già tecnico dei bianconeri nei playout del 2010/11, assieme a Jussi Silander (attuale assistent coach dei Rockets).

Le parole di Vicky Mantegazza e di Roland Habisreutinger sono dure, verso Shedden e verso sé stessi. In primis, è stato chiarito durante una conferenza stampa che il tecnico non sarebbe stato confermato per la prossima stagione. Lui stesso, non sapendo forse più cosa fare, se l’era presa con i giocatori, che a suo avviso non lotterebbero abbastanza, mentre all’interno dello spogliatoio il clima non sarebbe dei migliori.

Dopo l’ottima annata passata, il club si era posto degli obiettivi: «uno stile di gioco offensivo che parta da una difesa solida, lo sviluppo quotidiano dei giovani e l’impegno a farli crescere dando loro la fiducia necessaria, il fatto di avere quattro linee di giocatori con un ruolo ben definito», ha spiegato il presidente. Soprattutto sul primo, non si può dire che siano stati raggiunti.

Il secondo posto dello scorso anno ha forse però fatto vedere tutto sotto una luce dorata, tanto da ignorare qualche campanello d’allarme. Come quando Shedden, in merito al mercato, disse di non conoscere Zackrisson. «Gli stranieri sono stati scelti assieme da società, dirigenza e staff tecnico, sarei dovuta intervenire quando Shedden in settembre ha rilasciato quella dichiarazione», ha ammesso Mantegazza. Zackrisson, si potrebbe aggiungere, sta decisamente rendendo meno di quanto ci si attendeva. E al tecnico è stata rinnovata la fiducia come «atto dovuto», così dice il presidente, anche poco dopo Natale. Ma in fondo nello sport ogni anno è a sé, e la riconoscenza non sempre porta frutti.

A Doug Shedden poi si rimprovera di aver caricato eccessivamente di pressioni la squadra. «Il suo atteggiamento è stato sbagliato. Dichiarando di puntare alla vittoria delle quattro competizioni (Champions League, campionato, Coppa Svizzera e Coppa Spengler, ndr) ha messo troppa pressione sulla squadra», anche se bisogna ricordare come puntare in alto fosse l’obiettivo della società. D’altronde, per il Lugano è quasi un obbligo.

Ha pagato anche Pat Curcio, l’assistente di Shedden, perché secondo Mantegazza «negli ultimi tempi si era preso troppe responsabilità e questo ha cambiato gli equilibri nello spogliatoio». 

Perché, dunque, Ireland? «Non volevamo regalare nessun contratto per il futuro prima di vedere come andranno le cose. Lo riconfermeremo se saprà convincerci», ha detto dal canto suo Habisreutinger, definendo il nuovo tecnico come «un formatore che sa anche gestire i leader del gruppo».

In diversi chiedevano la testa dello stesso direttore sportivo, ma Vicky Mantegazza lo difende, «so quanto lavora per la società».
«Io faccio sempre autocritica, ma non davanti alle telecamere. Non è nel mio stile», ha aggiunto il canadese, ammettendo poi che probabilmente la sua lunga assenza (un congedo poco prima dell’inizio della stagione) ha penalizzato la squadra.

Ireland avrà pochissime ore (domani si gioca) per fare suo il Lugano, per motivare la squadra dopo lo scossone. E comincerà il suo nuovo campionato: poche partite prima (ci si augura) dei playoff. Poi, chissà.


Lugano, lontano da casa è un problema. L’Ambrì combatte ma i playoff sembrano un miraggio

I bianconeri perdono senza appello a Zugo, con la partita già chiusa dopo 40′. I biancoblu sono reattivi e combattivi, e nel finale il portiere salva il Ginevra, che poi vince all’overtime

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ZUGO/AMBRÌ – Il Lugano lontano dalla Resega proprio non riesce a farsi valere, e torna ancora una volta sconfitto, in modo anche pesante: 4-0 dallo Zugo. L’Ambrì, contrariamente a ieri, lotta ma conquista solo un punto, perdendo col Ginevra 3-2 ai supplementari.

Per puntare in alto, un ruolino alquanto deludente fuori casa non basta. La squadra di Shedden paga, infatti, i soli tre successi in trasferta, e la dimostrazione è arrivata anche questa sera. Eppure l’inizio dei bianconeri non è stato da buttare, certamente grintoso se è vero che Lapierre dopo 26” ha preso dieci minuti di penalità! Sin quasi alla fine del primo tempo, la partita è rimasta in equilibrio, poi Martschini ha punito al 18′ Merzlinkins, e poco prima della pausa Senteler ha addirittura raddoppiato. Il Lugano era chiamato alla reazione nel secondo tempo, e ha provato a pungere soprattutto con Brunner senza successo: a segnare è stato ancora lo Zugo, non una ma ben due volte. E il terzo tempo non ha aggiunto niente a una sconfitta pesante.

Se ieri aveva pagato 40′ disastrosi, questa volta l’Ambrì è sceso in campo determinato e tonico sin da subito, regalando una sfida col Ginevra in cui entrambe le compagini hanno provato a superarsi. Al 18′, Fuchs ha sbloccato il risultato, ma la possibilità di andare in pausa in vantaggio si è infranta su un brutto errore di Berger, che ha permesso a Wick di trovare l’1-1. Nel secondo tempo, il Ginevra ha saputo dosare difesa e attacco, andando in vantaggio con Impose attorno alla mezz’ora, mentre l’Ambrì si è reso pericoloso solo con Emmerton. L’ultimo terzo invece è stato diverso, coi leventinesi che si sono affacciati più volte in attacco, trovando il pari con Ngoy al 49′ e creando chances con Pesonen (più volte) e Bianchi: tutti i tentativi sono andati però a sbattere contro il portiere, per cui si è andati all’overtime. E dopo nemmeno un minuto e mezzo, Jacquemet ha permesso ai suoi di espugnare la Valascia. L’Ambrì è vivo, ma i playoff si allontanano.

Foto da Facebook


Lugano, la vittoria di chi non molla mai. Ambrì, la sveglia suona troppo tardi

I bianconeri vanno in doppio vantaggio, poi si trovano addirittura sotto e alla fine vincono. I biancoblu in serata no pagano 40′ mal giocato, e reagiscono solo nel terzo tempo

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LUGANO/BIENNE – Due partite sofferte, che si concludono però in modi opposti: il Lugano esulta, battendo per 4-3 il Langnau, l’Ambrì si sveglia troppo tardi contro il Bienne (3-2).

Per i bianconeri, la serata davanti al pubblico amico è iniziata come meglio non poteva, col rientro sul ghiaccio e nel tabellino dei marcatori già al 2′ di Brunner in power play. Al 4′ un rigore ha permesso a Reuille di raddoppiare, ma quando la strada pareva poter essere in discesa, il Lugano ha pagato chiaro un momento in cui ha abbassato i ritmi. Il Langnau ha infatti dapprima accorciato, poi ha trovato addirittura il pari, con le reti di Albrecht e Kuonen. Rabbioso, nel secondo tempo gli uomini di Shedden sono tornati sul ghiaccio con voglia di tornare avanti, ma la traversa ha fermato Fazzini e così, poco prima della mezz’ora, è stato Albrecht a siglare la doppietta personale. È stata la scossa, con Bürgler e Fazzini che hanno ribaltato il risultato nel giro di 5′. Nel terzo tempo, contrariamente a quanto accaduto in precedenza, la difesa ha retto senza eccessivi patemi, e il Lugano ha portato a casa una vittoria importante.

Al contrario di quanto accaduto alla Resega ai cugini, la partita per l’Ambrì è cominciata male: da subito si è vista una squadra non in serata. Il Bienne è passato in vantaggio anche abbastanza agevolmente con Schmutz, per poi raddoppiare grazie a Wetzel, con la difesa addormentata. Uno scatto d’orgoglio ha permesso ai leventinesi di mettere a segno il 2-1 con Monnet, ma nel secondo tempo il canovaccio della sfida non è cambiato. Al 26′ un erroraccio di Berger ha regalato a Pedretti il 3-1. E in zona offensiva? L’Ambrì ci ha provato senza grande successo. Più grintoso nell’ultimo terzo, al 45′ ha accorciato con Monnet, poi nonostante il tempo ancora a disposizione e gli sforzi compiuti non è riuscito ad agguantare il pari. La reazione sarebbe servita prima.