Categoria: Ticino

Maxi operazione anti terrorismo, un arresto in Ticino

Oltre 100 poliziotti impegnati in diverse perquisizioni, compresa una in un luogo di preghiera.. Due persone indagate per presunti legami con gruppi terroristici e forse per aver reclutato adepti per l’ISIS

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BELLINZONA – 100 poliziotti, due inchieste separate, un arresto e la perquisizione di un luogo di preghiera. Oggi in Ticino è stata messa in atto un’operazione anti terrorismo di vaste dimensioni.

Le due inchieste sono svolte una dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC), l’altra dalla procura cantonale, e gli agenti coinvolti sono sia della Polizia Cantonale che di quella federale.

Come reso noto in un comunicato, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) conduce un procedimento penale nei confronti di un imputato con doppia nazionalità svizzera e turca e di un cittadino turco. Il procedimento penale sarà condotto per violazione dell’articolo 2 della legge federale del 12 dicembre 2014 che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate (RS 122), sostegno o partecipazione a un’organizzazione criminale (art. 260ter CP) e violazione del divieto di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 CP). Vi è il sospetto che siano state reclutate persone a favore dello Stato islamico o di organizzazioni associate.

Nel frattempo, nell’ambito del procedimento penale il MPC, coadiuvato dall’Ufficio federale di polizia fedpol e la Polizia cantonale ticinese, ha eseguito più perquisizioni domiciliari nel Cantone Ticino. Una persona è stata arrestata. È stata perquisita anche la moschea di Viganello, dove tuttavia non sono stati compiuti arresti.

Dato che il procedimento penale comprende alcuni collegamenti relativi ai presunti autori con il procedimento penale condotto dal Cantone Ticino, le operazioni sono state svolte in stretta collaborazione con il Ministero pubblico del Cantone Ticino.


Sul caso Rotaris interviene Pedrazzini. “RSI, le difese senza contradditorio non vanno bene”

“Mi sarei aspettato un confronto aperto in televisione fra Fabio Pontiggia, che ha criticato la scelta, e il responsabile del programma “Gioco del mondo””, scrive il presidente della CORSI

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di Luigi Pedrazzini*

Illustrare alla RSI un’esperienza come quella di Rotaris – passato dalla militanza terroristica all’impegno sociale – è senz’altro scelta redazionale condivisibile.

Il problema è che la RSI aveva già prestato nel passato spazio a questo ospite, nell’ambito della trasmissione “Storie”, e allora non devono stupire le reazioni di chi, come Pontiggia e Regazzi, stigmatizzano la ripetitività della scelta e pongono domande sulla sua opportunità. Personalmente ho poi considerato fuori luogo la reazione di Sergio Savoia, perché emblematica di un atteggiamento autoreferenziale che molti rimproverano alla RSI.

Da parte della RSI avrei preferito, e mi sarei aspettato, una risposta diversa, attraverso un confronto aperto in televisione fra Fabio Pontiggia e il responsabile del programma “Gioco del mondo”, per spiegare il primo le ragioni della sua posizione critica e, il secondo, i motivi che hanno portato alla rinnovata scelta dell’ospite!

In prospettiva penso che farebbe bene al nostro servizio pubblico creare in radio e televisione un dibattito aperto sulle scelte editoriali. Le difese d’ufficio senza contradditorio non convincono più, tanto meno affermazioni del tipo: “ci criticano? È la prova che siamo bravi e indipendenti!”.

*presidente della CORSI


I pipidini bacchettano Lega e UDC su “Prima i nostri”. “Non vogliamo lavorare da soli”. Pronta un’iniziativa per USI e SUPSI

Ghisla propone la preferenza indigena in alcune assunzioni accademiche, il partito fa notare che “da chi ha la maggioranza assoluta in Commissione non è arrivato quasi nulla”

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BELLINZONA – Il PPD punzecchia l’UDC (“tutti siamo ancora in attesa della Legge di applicazione che durante la campagna l’UDC assicurava essere già pronta) su “Prima i nostri” e annuncia che, grazie al suo rappresentante Simone Ghisla, la Commissione speciale per l’attuazione dell’iniziativa popolare ha presentato l’iniziativa parlamentare “Preferenza indigena per il personale amministrativo, bibliotecario, tecnico e ausiliario dell’Università della Svizzera italiana (USI), della Scuola universitaria professionale della
Svizzera italiana (SUPSI) e degli Istituti di ricerca.

Analizzando il comportamento di USI e SUPSI si sono notate delle nette differenze. “Un’attenta analisi dello statuto dell’USI e del regolamento sulle condizioni generali di lavoro per il suo personale amministrativo, bibliotecario, tecnico e ausiliario, ha permesso di evidenziare ottime condizioni di lavoro e un’eccellente protezione del dipendente. Non vi è
tuttavia traccia di una volontà di tutela del mercato del lavoro indigeno.
La stessa analisi sulle direttive interne emanate dalla SUPSI e del suo regolamento del personale, oltre che mettere in risalto la medesima volontà di tutela del dipendente, permette invece di evidenziare una direttiva volta a valorizzare le figure professionali residenti sul territorio”. La SUPSI, dunque, “sebbene non in maniera vincolante, si sia dotata di una regolamentazione interna che in tempi non sospetti già guardava con particolare riguardo al mercato del lavoro indigeno”.

Pur tenendo conto del fatto di dover salvaguardare il livello degli istituti universitari ticinesi (si pensi che il 90% dei dottorandi è straniero), si propone di aggiungere all’articolo 10, quello relativo alle Assunzioni, un capoverso: “Nell’assunzione del personale amministrativo, bibliotecario, tecnico e ausiliario, l’Università della Svizzera italiana, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana e gli Istituti di ricerca, a parità di requisiti e qualifiche e salvaguardando gli obiettivi aziendali, devono dare la precedenza alle persone residenti, purché idonee a occupare il posto di lavoro offerto”.

Il PPD sottolinea come l’iniziativa sia partita da Ghisla, il quale “ha dato prova di responsabilità e di un atteggiamento costruttivo rispettoso della volontà popolare, promuovendo una proposta volta a prevedere la preferenza indigena nelle assunzioni effettuate da USI, SUPSI e Istituti di ricerca. Questo, lo ricordiamo, dopo che Simone Ghisla, lo scorso mese di gennaio, aveva proposto una misura analoga per EOC, istituti, cure a domicilio e formazione”.

Mentre “si constata che da quei partiti che in seno alla Commissione detengono la maggioranza assoluta è arrivato quasi nulla, sebbene manchi poco più di un mese alla consegna del rapporto finale, così come deciso dal Gran Consiglio”: ovvero, l’UDC, per i pipidini ferma sul posto. Il PPD specifica di essersi assunto “questo compito demandato dalla popolazione con serietà e nel pieno rispetto della volontà democratica, ma non è disposto a lavorare da solo senza l’aiuto concreto delle altre forze politiche. L’elaborazione delle modifiche legislative orientate a favorire i lavoratori indigeni è un lavoro complesso che richiede l’impegno di tutti, Lega e UDC compresi”.


Fabrizio Sirica, “ecco lo schifo che vedo sui cantieri. Ed è tutta colpa di PLR, PPD, Lega e UDC”

Durissimo sfogo del sindacalista UNIA: “qualcuno non prende lo stipendio da tre mesi, molti regalano le indennità di viaggio, meglio essere meno qualificato per costare meno. E se parli sei out”

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di Fabrizio Sirica*

Scrivo dall’ufficio al termine di una dura giornata. Sto un po’ così… E voglio raccontarvi perché. Nel primo cantiere che ho visitato stamattina discuto con un gruppo di operai del gesso che si sono messi in proprio dopo esser stati sfruttati dal precedente datore di lavoro. Parlo anche con un elettricista, che da tempo ormai viene a lavorare a Locarno dal Mendrisiotto regalando il tempo e il rimborso per la trasferta che gli spetterebbe (normale amministrazione, non uso percentuali scientifiche ma la stragrande maggioranza dei lavoratori, soprattutto sotto agenzia, viene quotidianamente derubata sotto questo aspetto), ma che vuoi fare? Se parli sei out: “la porta è quella”. Al secondo cantiere un gruppo di lavoratori con cui ho già discusso e ai quali hanno precarizzato il contratto: temono per il futuro. Il terzo cantiere miracolosamente incolume. Al quarto dei lavoratori che già conosco mi fermano, posano la pesantissima finestra che stanno trasportando e mi chiedono: “non prendiamo lo stipendio da tre mesi, che dobbiamo fare?”

A pranzo guardo il telefono, mi scrive un’amica per una situazione in un istituto del sociale, lamenta un palese abuso, domani approfondiamo e vediamo come posso aiutarla, seppur non è l’ambito sindacale di UNIA. Il pomeriggio va un po’ meglio. Due spensierate chiacchiere coi muratori a Tenero (beh sì, ci sarebbe il caso di un elettricista a cui non viene riconosciuto il diploma estero, ma a lui va bene così, perché in agenzia se sei troppo formato non ti vogliono, costi troppo. Pur di lavorare meglio fingersi senza diploma. Perché dovete sapere che una ditta può avere 99 manovali e un solo formato, i padroni non vogliono vincoli o percentuali sulle categorie, sennò siamo troppo rigidi, invece dobbiamo essere flessibili), distribuisco volantini informativi fuori da un magazzino e torno in ufficio, devo approfondire la giurisprudenza e i criteri accedere all’insolvenza in modo da dare informazioni e una presa a carico impeccabili. Ho paura di sbagliare, di dire cose sbagliate e non posso permettermelo: ci sono in ballo delle famiglie.

C’è da una parte chi si fa il c–o, chi lavora e fatica svegliandosi prestissimo, rompendosi tutto il giorno la schiena e nonostante questo viene preso in giro, sfruttato da padroni senza scrupoli, con la loro testa di cazzo inquinata dall’unico obiettivo di fare profitto ad ogni costo. Perché tanto, anche se sei un criminale, la legge Svizzera non te la fa pagare, male che va gli ridai quel che hai provato a fottergli, ma mica paghi di più o rischi qualcosa. Oppure apri/chiudi una, due, tre, quattro ditte come in un caso che si discuteva settimana scorsa in ufficio e i debiti crepano con lei. Libertà di impresa, la chiamano i partiti borghesi. Libertà di sottomettere, sfruttare e arricchirsi col sudore dei lavoratori, la chiamo io. Vuoi arricchirti? Sei un mafioso? ti consiglio di investire sullo sfruttamento dei lavoratori. Tanto, chi ti dice nulla?

Vedete, ogni tanto ho paura di abituarmi, di non provare più nulla. Invece voglio stare così. Voglio avere l’ansia da questo schifo come ho ora, voglio incazzarmi per poi motivarmi e reagire, voglio essere triste a pensare alle famiglie di questi lavoratori che faticano. Io lavoro da poco al sindacato, non ho ancora fatto niente per i lavoratori e non voglio star qui a far l’uomo vissuto. Ho tantissimo da imparare e colleghi coi controc—i che scrivono e parlano la metà di me nonostante avrebbero tantissimo da dire.

Ma voglio sfogarmi e sfruttare il ruolo politico che ho per provare a far del bene, provare a cambiare ‘sto schifo, provare a convincervi che è importante lottare, importante iscriversi e partecipare alle lotte sindacali, è importante far capire che non ci sta f——o il frontaliere, ma il Padrone, il PLR, il PPD, la LEGA E l’UDC che alle mille proposte che potrei farvi seduta stante per migliorare la vita di queste persone e la legge sul lavoro dicono no. Perché volenti o nolenti, che sia per folle ideologia iperliberale o per interesse, quei partiti stanno rovinando la vita di migliaia di onesti lavoratori e nel caso della destra li stanno mettendo uno contro l’altro.

*vicepresidente PS, sindacalista di UNIA


Don Feliciani, “rispettiamo chi sceglie di morire. Ma che non sia lontano dagli occhi dei bambini: quella sarebbe ipocrisia!”

L’arciprete di Chiasso sviscera con noi il tema della dolce morte, da Giovanni Paolo II all’accanimento terapeutico, dall’individualismo e dei martiri. “Temo che il diritto possa diventare un dovere”

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CHIASSO – Quello della dolce morte è un tema tornato sotto i riflettori dopo la denuncia di Fonio di un caso praticato, senza autorizzazione, a Chiasso. E quel che colpisce è che per molti la pratica sembra essere accettata, ma vada operata lontano da occhi sensibili. Ne abbiamo parlato con Don Gianfranco Feliciani, che come sempre con schiettezza ha sviscerato diversi dubbi che l’argomento fa nascere.

Un tema complesso e delicato, lei che posizione ha?
“Io ritengo sia un problema umano, e che la fede non sia qualcosa di estrinseco all’umano. (esita, ndr) Cosa vuole che le dica… ognuno tiene alla propria pelle. Di fronte alle prospettiva della sofferenza, di un dolore terribile, della morte, come si comporta? I confini non sono chiari, non si può dire se si è pro o contro, ogni caso è a sé. Penso a Giovanni Paolo II, quando nei suoi ultimi giorni di vita rifiutò un ricovero all’Ospedale Gemelli, dicendo “lasciatemi andare alla casa del Signore””.

Non si tratta di una dolce morte, però, ma di un non accanimento terapeutico…
“Anche parlare di accanimento terapeutico, sospensione delle terapie è relativo. Quando penso ai malati e ai morenti mi accosto a coloro che hanno paura della sofferenza e amministrano loro farmaci e medicamenti che tolgono il dolore, ma in un certo modo affrettano la morte: per me è giusto, non siamo fatti per soffrire bensì per stare bene. E si apre un altro discorso, mi viene in mente chi rifiuta la chemioterapia pur sapendo di poter guarire (come la ragazza italiana diciottenne passata per Bellinzona, ndr). Abbiamo bisogno di aiutare le persone a vivere con dignità, non giudico chi è talmente disperato e solo che chiede di farla finita.

Se un suo conoscente, amico o parrocchiano le annunciasse di voler morire, per esempio con Exit, come si comporterebbe?
“Non mi è mai accaduto. Ci sono state persone che me lo hanno detto ma non hanno mai avuto il coraggio di farlo. In loro c’era una tale premura e una tale delicatezza che non hanno chiesto la dolce morte. Conosco invece chi ha rifiutato anche le terapie più normali, ho rispettato loro e la loro scelta, li ho accompagnati verso la morte. Sarei disposto a dare l’estrema unzione a chi vuole morire? Certo, ci mancherebbe altro. Nessuno è escluso, anzi.”

Sui social, in molti sembrano appoggiare la libertà di scelta. Come lo leggiamo?
“Mi chiedo però se questo non sia un fenomeno del nostro individualismo: si sceglie di farla finita perché non se ne può più o perché non si hanno appoggio e affetto? Nei paesi del terzo mondo soffrono molto più di noi a livello fisico, non hanno medicine, non hanno neppure il cibo, eppure la comunità riesce a supplire. Madre Teresa diceva che morire di solitudine è peggio di morire di fame, e mi chiedo se questo non è un segno del nostro individualismo estremo che porta a queste scelte. Ritengo si faccia in fretta a parlare in teoria, poi la pratica è diversa. Quando una persona sperimenta la malattia rivede molte cose del suo vissuto, si apre a realtà che prima non aveva mai preso in considerazione. Pensiamo a tutte le volte in cui abbiamo sofferto anche a livello di cuore e mente, le certezze traballano. I sondaggi e le discussioni sono un po’ superficiali”.

Vede qualcosa che le fa paura, in questa pratica?
“Un conto è il diritto a morire, ma se poi un domani diventasse il dovere di farlo? Qualcuno, per esempio, non ha più soldi ed è solo, e vive da solo o in casa anziani, vede attorno a sé un clima dove gli si fa capire che è ora che se ne vada, che dà fastidio e non vorrei che il diritto diventasse un dovere. Mi fa paura. La domanda che dobbiamo porci è: cosa fanno la nostra società, la nostra famiglia, per i malati e per coloro che sono soli? L’anziano viene isolato, viene ritenuto, dato che non produce più, un peso inutile? Dire che si rispettano le scelte è un lavarsi le mani, va proposta una cultura per l’accoglienza, dove le case anziani non siano dei garage ma dei luoghi di vita. I quesiti veri sono questi, è riduttivo schierarsi per il sì o per il no”.

Secondo lei, ci vuole coraggio per scegliere di morire?
“Non lo so, ripeto che ogni caso è diverso. Pensiamo ai primi martiri cristiani, alle donne vergini che pur di non finire in pasto ai soldati che le avrebbero violate, si sono gettate nel vuoto o nel fuoco. Non sono mai state criticate, anzi sono venerate. Oppure mi viene in mente un conoscente dei miei familiari, un partigiano che pur di non finire in mano ai tedeschi, temendo di rivelare sotto tortura dei nomi, si è suicidato col cianuro. Ha fatto bene? Credo ci sia dell’eroismo. È complicato come tema, e mi dispiace se finisse all’interno di schemi legati alla religione, trascende tutto”.

In molti chiedono che la dolce morte avvenga in periferia, lontano dagli occhi. Concorda?
“Sarebbe un altro gesto di ipocrisia. I bambini devono sapere che si invecchia, che ci si ammala, che gli anziani non sono il rifiuto della società. Morire lontano da tutti, come se si trattasse di una realtà osé come la prostituzione, non è giusto. Credo bisogni parlare ai bambini di malattia, vecchiaia e morte, il che è tabù. Nelle scuole si parla di come nasce la vita ma non di come muore. È riduttivo dare rispetto purché sia lontano da tutti”.


Pontiggia attacca, Savoia difende, Regazzi attacca di nuovo. Ma chi è Rotaris, il terrorista redento?

Maurizio Rotaris è stato invitato al “Gioco del Mondo” sulla RSI, che lo ha ospitato per la seconda volta. Mentre scatta la polemica, ripercorriamo la sua storia, che stranamente è trattata spesso in modo compiacente

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BELLINZONA – Come mai la RSI ha deciso di invitare Maurizio Rotaris alla trasmissione “Il gioco del mondo”? Non a tutti è piaciuta la scelta, tanto più che l’uomo, con precedenti penali gravissimi, era già stato ospite a Comano qualche anno fa nel corso di un’intervista.

Fabio Pontiggia ne ha parlato questa mattina sul Corriere del Ticino, sollevando la questione, che, latente, circola su Facebook sin da domenica. La motivazione ufficiale della RSI è che l’uomo, dopo essere stato condannato a una pena detentiva nel carcere di massima sicurezza di Badu ‘e Carros in Sardegna per aver partecipato ad alcune azioni terroristiche e soprattutto per essere stato la mente di altre, si è redento e da 30 anni è alla testa di SOS Stazione Centrale, una struttura che accoglie persone in difficoltà.

Una storia di vittoria sull’odio, su come si può arrivare a far del bene dopo aver toccato il fondo? Non è convinto, il direttore del Corriere del Ticino. “Quante persone che fanno del bene senza aver mai fatto del male (e che male) agli altri meritano quello spazio televisivo molto di più dell’ex terrorista di Prima Linea?”. Per Pontiggia, è anche grave il fatto che Rotaris si sia definito un prigioniero, termine usato spesso dagli ex terroristi della sinistra eversiva. Perché non è stato puntualizzato? “Se proprio si vuol raccontare una storia, la si racconti con parole giuste. E se proprio si vuole giocare, si giochi fino in fondo, e non solo fin dove piace o torna comodo restare”, conclude.

Ma chi è, in definitiva, Maurizio Rotaris? Faceva parte di Prima Linea (PL), un’organizzazione armata di estrema sinistra italiana di stampo comunista, nata inizialmente come associazione politica extraparlamentare legale, poi indirizzata quasi immediatamente verso la linea armata. L’organizzazione è meno nota ai più rispetto alle Brigate Rosse, ma dopo di esse è quella che ha colpito più persone, 39, di cui 16 sono state uccise. Si differenzia essenzialmente dalle Brigate Rosse per il fatto di ritenersi rappresentante dell’avanguardia delle masse proletarie, restando parte delle stesse e senza tramutarsi in una élite di combattenti.

Rotaris, come si è descritto in diverse interviste (stranamente, anche qui abbastanza compiacenti, basti inserire il suo nome nei motori di ricerca per leggere biografie che analizzano il percorso umano, con tanto di libro con l’introduzione del noto psichiatra Andreolli), fu un adolescente sensibile, finito all’ospedale psichiatrico a Milano, poi arrestato per la prima volta ad Amsterdam, dove subì violenze e entrò in contatto con l’eroina. Voleva uccidersi, non lo fece, e rivolse l’odio verso gli altri. Entrò, spinto dalla rabbia che lo divorò per lunghi anni, in Prima Linea, e partecipò a poche azioni in modo diretto, agendo per lo più dietro le quinte raccogliendo informazioni e pianificando le operazioni. Fino al momento in cui, come racconta, la rabbia finì, e si consegnò nelle mani della giustizia.

Poi, uscito dal carcere, entrò nell’orbita di Don Mazzi, aprendo SOS. E la sua vicenda viene spesso raccontata come una di redenzione. La domanda di Pontiggia, ad ogni modo, è pertinente: ospitarlo due volte, togliendo spazio a chi ha compiuto percorsi umani che non prevedevano assassini e partecipazioni ad organizzazioni criminali, è corretto?

E intanto, anche Fabio Regazzi ha attaccato su Facebook sul tema. “Cosa ha di meglio da raccontare a noi, un ex-terrorista italiano rispetto a tanta gente che anche qui in Ticino si prodiga a favore degli emarginati? Lo si considera esemplare per che cosa, per aver direttamente ordito efferati omicidi, o per aver comodamente intrapreso la strada della riabilitazione svolgendo un’attività sociale come tanti altri che lo fanno da sempre lontano dai riflettori? Eh no, cara RSI hai sbroccato un’altra volta, e non è la prima!”.
A farlo arrabbiare, anche la difesa di Sergio Savoia, il quale ha scritto “a prova che una testata giornalistica o una media company fa un buon lavoro sono gli attacchi. Più ti attaccano, e più pretestuosi sono gli attacchi, più vuol dire che sei indipendente e libero. Non passa giorno senza che il servizio pubblico sia sottoposto a sferzanti editoriali o pungenti spilli (spesso anonimi) da giornalisti che si guardano bene dal sottoporre a simile scrutinio i propri padroni”.

“Ma siccome al peggio non c’è limite, ci mancava solo la difesa d’ufficio di uno che venne licenziato in tronco dalla RSI, per poi essere recentemente riassunto con un lauto stipendio finanziato da noi che paghiamo (senza per altro aver possibilità di scelta!) il canone radiotelevisivo, dopo che fra l’altro per anni non ha fatto altro che sputare nel piatto in cui ora è tornato a mangiare. Un Ente pubblico e soprattutto questo Cantone meritano ben altri modelli che quelli di un ex-terrorista difeso da un ex-animatore radiofonico dal trascorso politico ondivago”, tuona Regazzi.

Da una polemica su Rotaris alla (solita) polemica sulla RSI?


La Gestione si muove: istituita una Sottocommissione per indagare su permessopoli

In una conferenza stampa, sono state annunciate misure pesanti: ci si vuole affidare a esperti indipendenti, in quanto non convincono Pasi e Corti. Non si esclude di verificare altri settori dell’Amministrazione

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BELLINZONA – La Commissione della gestione si muove in merito a permessopoli. Ha deciso, prima di tutti, di istituire una Sottocommissione denominata “Permessi”, composta da Alex Farinelli, Daniele Caverzasio, Fiorenzo Dadò, Ivo Durisch, Gabriele Pinoja (capigruppo) e da Franco Denti, che si avvarrà di esperti esterni indipendenti di comprovata competenza nazionale. Dunque, senza legami politici. Tutto ciò è stato annunciato in una conferenza stampa convocata d’urgenza, cui erano presenti Michele Guerra (Lega), Fiorenzo Dadò (PPD), Gabriele Pinoja (La Destra) e Alex Farinelli e Walter Gianora (PLR). Quest’ultimo ha preso la parola, e d’ora innanzi sarà l’unico autorizzato a rilasciare dichiarazioni sul tema.

Oltre all’istituzione della Sottocomissione, la Gestione ha espresso al Consiglio di Stato la sua volontà di “avvalersi dell’ausilio del Controllo cantonale delle finanze in maniera esclusiva”:

L’audit commissionato dal Governo rimane in in auge, anche se a proposito di esso, i membri della gestione non hanno esitato a rendere noti i loro dubbi in merito agli esperti scelti dal Governo, ovvero Pierluigi Pasi e Guido Corti, “auspicando figure garanti di una maggiore indipendenza e lontane dall’Amministrazione e da schieramenti politici”.

Infine, la Gestione si riserva di estendere le verifiche ad altri settori sensibili dell’Amministrazione e di valutare le modalità di controllo all’interno dell’Amministrazione, e “chiede di congelare la riorganizzazione della Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni al fine di poter tener conto delle risultanze delle verifiche che verranno espletate”.


Il grido d’aiuto di una giovane donna.”Sono malata e incinta, non mandate via mio marito!”

Balza agli onori della cronaca un’altra storia di una possibile separazione forzata. Se l’uomo non trova lavoro, almeno parziale, non otterrà il rinnovo del permesso B, lasciando la giovane moglie che aspetta il loro bambino

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BELLINZONA – L’espulsione di genitori stranieri di figli svizzeri fa sempre discutere: separare famiglie non è mai facile per nessuno. 15 ore di lavoro settimanali per permettere a un uomo di rimanere vicino alla moglie, incinta e malata, e di veder nascere il primo figlio.

Lei è cittadina svizzera, nata e cresciuta in Ticino. Qualche mese fa ha sposato un cittadino italiano, in possesso del permesso B, che vive nel nostro Cantone da parecchi anni. In un mercato del lavoro difficile, per questo giovane è complicato, poiché non ha un diploma, essendo andato a lavorare molto giovane, e con le lingue fa decisamente fatica.

Ora, il permesso B sta per scadere, proprio nel momento sbagliato. La moglie fra un paio di mesi metterà al mondo il loro primo figlio, un avvenimento che dovrebbe essere felice per ogni coppia, e che invece rischia di divenire una tragedia. Se non trova lavoro, almeno 15 ore, dovrà lasciare presto la Svizzera. Sta cercando ovunque, anche lavoretti part-time.

La giovane coppia si è recata più volte all’Ufficio stranieri per render nota la situazione e chiedere aiuti, ma la risposta è rimasta sempre quella: o trova un lavoro, oppure gli serve un garante.

La moglie è malata, ha richiesto una rendita AI, di cui è in attesa di risposta, dunque non può lavorare, e nessuno della famiglia, secondo l’ufficio, guadagna a sufficienza per assumere il ruolo di garante.

La ragazza ha chiesto aiuto su alcuni gruppi Facebook, dove in molti si sono scagliati contro la decisione, e ha espresso la propria rabbia per il fatto di non trovare aiuto, pur essendo cittadina svizzera, malata e incinta. E ha esternato la propria paura all’idea di rimanere senza il suo uomo a crescere il bambino. E se un’altra donna, che ha vissuto un’esperienza analoga, le racconta di aver lasciato anch’essa la Svizzera per stare a fianco del marito, la protagonista di questa triste storia ribadisce di non potersi trasferire, in quanto necessita di cure mediche e viene seguita da dottori ticinesi.


“Ci sono radar mobili”, ma non si saprà dove

Il Consiglio di Stato ha deciso di percorrere questa strada: gli utenti saranno avvisati della presenza di dispositivi mobili, senza sapere con esattezza dove, in modo da non perdere l’efficacia dei controlli

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BELLINZONA – Il Governo cercava una soluzione per applicare il voto del Gran Consiglio, che aveva approvato la segnalazione della presenza dei radar mobili sulle strade ticinesi, senza compromettere l’efficacia di tali controlli (in effetti, era stato provato che, se l’automobilista è a conoscenza della presenza di un radar, rallenta appena prima, per poi riaccelerare, prassi pericolosa).

Dopo alcuni mesi, pare averla trovata: i controlli radar saranno annunciati tramite i canali di informazione istituzionali. Gli utenti della strada saranno quindi a conoscenza che in una determinata regione del Cantone sono previsti rilevamenti della velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari di attività.

Per quanto riguarda invece l’autostrada A2, l’Ufficio federale delle strade ha categoricamente respinto l’idea di annunciare in anticipo i controlli sui tratti di sua competenza.

Per evitare il sovrapporsi di controlli radar a distanza troppo esigua nel tempo e nello spazio, il Consiglio di Stato ha inoltre incaricato il Dipartimento delle istituzioni di valutare una modifica del Regolamento della legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali; l’intento è di inserire un obbligo di coordinamento per le attività dei radar mobili, o di ripartire in modo più rigoroso le competenze, in base al tipo di strada che deve essere posta sotto controllo.

Il Governo precisa di rimanere convinto che la prevenzione sia lo strumento più efficace nell’ambito della lotta agli incidenti stradali e del miglioramento della sicurezza, e annuncia che, come già accade oggi, gli apparecchi mobili per il rilevamento della velocità continueranno a essere utilizzati come opzione secondaria, solo nei punti per i quali le misure di prevenzione non portano ancora ai miglioramenti auspicati


Condanne per impiego irregolare di manodopera, e un’inchiesta a Zurigo: i precedenti dell’imprenditore di Camorino

Il 42enne, in carcere, era stato condannato per reati simili, ed ha passato un periodo dietro le sbarre a Zurigo. Nel frattempo, la 23enne ex stagista è uscita dal carcere

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BELLINZONA – Una persona con precedenti penali e un’inchiesta in corso. È il profilo che emerge riguardo a uno degli indagati, tutt’ora dietro le sbarre, per permessopoli.

Il 42enne kosovare, titolare della M+M Ponteggi di Camorino, è accusato di aver impiegato del personale in possesso di documenti falsi, procuratogli probabilmente dal 27enne, anch’egli di origine kosovara, al centro dell’inchiesta.

La ditta di Camorino è attualmente in liquidazione, ma l’uomo, svela La Regione, era già stato condannato per impiego irregolare di manodopera, non solo in Ticino. E pochi mesi fa era stato arrestato a Zurigo per reati contro l’incolumità delle persone, una vicenda che non è chiusa perché l’uomo, dopo un periodo di prigione, è stato rilasciato ma risulta ancora indagato.

Adesso i due fascicoli, quello ticinese e quello zurighese, potrebbero unirsi.

Intanto, una delle persone in carcere è stata rilasciata, anche se rimane indagata. Si tratta della 23enne ex stagista, che aveva rubato dei fogli e delle custodie, usati per rilasciare i permessi (e dunque, probabilmente, anche per falsificarli).


“Potremmo denunciare Gobbi: attendiamo l’evolversi della vicenda”. L’Associazione Frontalieri si distanzia, “vogliamo il dialogo”

L’idea è partita da una nota pagina Facebook di frontalieri. La denuncia potrebbe essere per “favoreggiamento del dumping salariale e tratta di esseri umani con finalità lucrative”.

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BELLINZONA – Norman Gobbi è da alcuni giorni, ormai si sa, nell’occhio del ciclone. Qualcuno chiede le sue dimissioni, in diversi lo attaccano per quella frase sul funzionario italiano, “abbiamo sbagliato ad assumere un italiano”, indagato nell’ambito di permessopoli.

Ticinonews.ch aveva diffuso stamattina la notizia di una possibile class action italiana contro il Ministro, ovvero di un gruppo di persone pronte a denunciarlo per quanto detto. L’avvocato Paolo Bernasconi, qualche giorno orsono, aveva specificato che gli estremi per una denuncia per discriminazione razziale, infatti, esistono.

L’azione sarebbe partita dal gruppo Facebook “Frontalieri Ticino”. Il responsabile della pagina Marco Villa ci conferma che in effetti “stiamo valutando seriamente la possibilità di sporgere denuncia ma, al momento attendiamo l’evolversi della vicenda…”. Non vuole dire il nome del legale di fiducia, per cui non si sa se il gruppo di persone si rivolgerebbe a Paolo Bernasconi.
Ma per che cosa verrebbe denunciato Gobbi? “Potrà essere fatta denuncia per favoreggiamento del dumping salariale e tratta di esseri umani con finalità lucrative”.

L’idea è stata comunque lanciata da un singolo utente, con cui abbiamo dialogato. Ammette che si sta muovendo verso la denuncia ma che “è arduo ad essere onesti. Saremmo in cinque.. sia svizzeri che italiani… ma servono di più persone”.

Non c’entra nulla, ad ogni modo, l’Associazione Frontalieri Ticino: Eros Sebastiani ci ha detto di non aver gradito lo scivolone di Gobbi, ma di non voler sporgere denuncia. “L’Italia è purtroppo conosciuta nel mondo per le sue mafie, e non si può negare, ma non è per nulla tutto negativo, basti pensare alle cure per i tumori che nella Penisola sono avanzate, e che in ruoli dirigenziali al CERN ci sono italiani. Non mi piace quando gli svizzeri insultano gli italiani, e viceversa. Però denunciare vorrebbe dire acuire ancora il clima di tensione e non è ciò che serve. Anzi, io penso a questa zona, che comprende italiani e svizzeri, come ad un’unica zona, e bisogna lavorare per il suo bene”. Il suo auspicio, dunque, è un invito ai politici ticinesi: “mi rivolgo a Gobbi, ma anche a Zali e Quadri: siamo aperti al dialogo, parliamo insieme di come risolvere i problemi”.


Se la dolce morte viene accettata, “preferite che qualcuno si butti sotto un treno?”. E la questione non è se ma dove

Il caso portato alla luce da Fonio a Chiasso ha scatenato di nuovo la discussione su una pratica che solitamente divide ma in questi giorni pare trovare grande apertura. Ma dove si può morire?

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CHIASSO – Un caso segnalato da Giorgio Fonio, in un appartamento di uno stabile come tutti gli altri in via San Gottardo a Chiasso, ha riaperto il dibattito. La dolce morte, ovvero il suicidio assistito, può essere praticato negli appartamenti? È di qualche mese fa la polemica relativa al fatto che, nelle cliniche e negli ospedali, così come nelle case per anziani, è proibito, quanto meno in Ticino. C’è Exit, ma evidentemente altri scelgono altre vie, come pare sia accaduto a Chiasso, senza l’autorizzazione richiesta prima in Municipio.

“A te andrebbe bene se nel tuo condominio si insediasse una di queste associazioni e dunque, settimanalmente, dovresti convivere con il dramma della morte? Magari anche in presenza di figli piccoli?”, chiede Giorgio Fonio nella discussione scatenatasi via Facebook sulla sua bacheca, pur precisando che si parla di “una pratica che aldilà delle ideologie personali di ognuno di noi merita un’approfondita riflessione e non può essere banalizzata in contesti che potrebbero urtare le varie sensibilità”. Dunque, il giudizio non è legato alla scelta in sé, ma al luogo.

“Forse bisogna farsi un’idea della casistica… non penso che ci siano suicidi assistiti tutti i giorni. Poi cosa centrano i bambini? Non mi risulta che gli ospedali o i cimiteri debbano stare fuori dalle zone residenziali”, gli risponde per esempio Jessica Bottinelli, collega di Consiglio comunale.

Quello che colpisce è come, nei commenti, la maggior parte delle persone si dica favorevole alla scelta di poter morire quando vorrà, una volta malato.
“Dovresti domandarti perché Dio oltre a regalarci la vita, Dio regala il cancro alla persona quando è in fin di vita?”, riflette, in modo molto crudo, qualcuno, riportando la frase di un giovane malato di leucemia che scelse di morire con Exit.

“Prima di esprimerti sul suicidio assistito aspetta di aver 70/80 anni. Di avere una vita di dolore e di non farcela più. Di non aver futuro ma solo sofferenza e di non voler più vivere. Preferisci che un anziano si butti da un ponte o sotto un treno piuttosto di finirla dolcemente? Meno male che ora c’è chi ti aiuta a farla finita se è una tua scelta”, afferma qualcun altro, riportando la teoria di un’anziana.

E non solo sulla bacheca di Fonio si parla di libera scelta. Corrado Mordasini ha intavolato un’altra discussione, per raccogliere pareri, e prevale la teoria che, a un certo punto, quando la vita di fatto non appartiene più, vuoi perché l’anzianità non permette di ragionare in modo lucido, vuoi perché una malattia costringe a vivere fra ospedali e sofferenza, si può scegliere di andarsene. Dove, semmai, è diverso: qualcuno sostiene che andrebbe a trovare e salutare il vicino di casa prima di una scelta simile, altri ritengono che l’andirivieni di bare e di parenti in lacrime potrebbe essere dannoso per la salute psicologica di chi vive a fianco (come riporta anche Fonio in una sentenza). C’è chi afferma che non ricorrerebbe mai a una scelta simile ma che desidera che chi vuole possa farlo, paragonando un po’ il tema a quello dell’aborto: non perché non lo farei, non sono d’accordo sul fatto che si possa fare.

Ad affermare convinti che il suicidio assistito è un diritto sono i Liberi Pensatori, in una nota. “In Svizzera il suicidio assistito è considerato dall’art. 115 del Codice penale un atto non punibile. A livello nazionale, il tentativo di lanciare un’iniziativa popolare per vietare l’accompagnamento alla morte è miseramente fallito. In Svizzera il rispetto delle libertà individuali sui grandi temi della vita è un concetto largamente diffuso. In Ticino invece si fatica a trovare soluzioni. E così il suicidio assistito continua a non essere permesso negli ospedali e si usano argomentazioni pretestuose per negarlo, come quella della precedenza alle cure palliative per i malati in fase terminale. Queste sono sicuramente preferibili all’accanimento terapeutico, ma non possono e non devono escludere la libertà di scelta della persona. Bisogna finalmente superare resistenze ataviche, in particolare quelle moraliste basate solo sulla religione”, affermano, contestando i titoli dei giornali sull’episodio di Chiasso, “quasi che il suicidio assistito rappresentasse una calamità naturale”.

Dunque, riassumendo i pensieri, va bene la possibilità di scegliere di morire, il dove è da discutere. Chissà se un’opinione così diffusa servirà a cambiare la legge, che non permette di applicare la “dolce morte” nelle strutture, oppure se rimarrà la solita discussione.


Battaglioni, “dal Preventivo 2018 alle black list: quali sono per il Ticino le conseguenze del no alla Riforma III?”

l deputato del PPD interroga il Governo, specificando che si è parlato molto di questioni fiscali ma che nessuno ha spiegato con chiarezza che cosa accadrà dopo il voto popolare

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BELLINZONA – La Riforma III delle imprese, come noto, è stata bocciata alle urne dal popolo svizzero, col Ticino in controtendenza rispetto alla totalità del paese. Ma che cosa accadrà con il no, dai profili della concorrenza fiscale, del preventivo 2018 e di un possibile reinserimento della Svizzera nella black list italiana? Se lo chiede il deputato del PPD Fabio Battaglioni, che inoltra in merito un’interrogazione al Consiglio di Stato.

“Nel corso delle ultime settimane grazie alla Legge sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese in Ticino si è dibattuto molto di fiscalità.
Sia il fronte dei favorevoli che quello dei contrari, però, hanno presentato scenari positivi e negativi in funzione del voto finale sulla Riforma. Questa interessante pluralità di informazioni non aiuta ad avere chiarezza sulle effettive conseguenze del NO. Cosa cambierà per il Ticino?”, si chiede.

Dunque, le sue domande al Governo sono:

1. Quali sono concretamente le conseguenze del NO alla Riforma III dell’imposizione delle imprese sul Preventivo 2018 e sulla pianificazione finanziaria dei prossimi anni? Quali nuove misure sono previste dal Consiglio di Stato nel quadro della pianificazione finanziaria?

2. Il Consiglio federale vede nella bocciatura il pericolo di un’accresciuta concorrenza fiscale. Quali sono i rischi per il Canton Ticino? Come deve profilarsi il Cantone, in futuro, dal punto di vista fiscale? Sono da attendersi delle modifiche legislative a livello fiscale per contrastare i rischi derivanti da una maggiore concorrenza?

3. La Confederazione sta progettando una nuova versione della Riforma III dell’imposizione delle imprese in stretta collaborazione con i Cantoni. Quale posizione assumerà il Canton Ticino in occasione di questi negoziati?

4. Vi sono segnali che lasciano presagire l’intenzione da parte dell’Italia di inserire nuovamente la Svizzera in una black list? Come intende agire il Canton Ticino per scongiurare questa eventualità?”.


“Asilanti, il Cantone non può spendere più di quanto gli viene rimborsato dalla Confederazione”. Mozione per plafonare le spese

Un gruppo di deputati leghisti e UDC desiderano che venga messo un tetto alle spese per gli asilanti, “che ammontano a quasi 40 milioni e sono destinate a salire. Il deficit si combatte anche così”

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BELLINZONA – Il deficit cantonale non va combattuto solo sul fronte delle entrate, bensì anche in quello delle uscite, e un primo passo deve essere quello di plafonare, ovvero mettere un limite, alle spese per gli asilanti. Lo chiedono in una mozione diversi esponenti di destra in una mozione: il primo firmatario è il leghista Boris Bignasca, assieme a lui i compagni di partito Massimiliano Robbiani, Omar Balli, Mauro Minotti, Lelia Guscio, Fabio Badasci, Silvana Minoretti, Giancarlo Seitz, Patrizia Ramsauer, Ivano Lurati e Maruska Ortelli, oltre ai democentristi Tiziano Galeazzi e Lara Filippini.

“Il Canton Ticino è confrontato con un elevato flusso di richiedenti l’asilo. L’entrata e la presenza di questi ospiti sul nostro territorio sta subendo un’impennata negli ultimi anni, rendendo palese come certe politiche federali vogliano trasformare il Ticino nell’HUB della migrazione a livello svizzero. In questo senso assistiamo, dunque, al moltiplicarsi di centri asilanti in tutto il territorio cantonale. Le spese per la gestione di questi centri – coperte in parte dal contribuente ticinese – ammontano a quasi 40 milioni di franchi e, se viene mantenuta la tendenza degli ultimi anni, sono destinate ad aumentare”, si legge nel testo.

I centri asilanti comportano spese accessorie di ordine pubblico, poiché “sono spesso al centro di episodi di fuga, violenza e schiamazzi che, oltre a rappresentare un disturbo per la popolazione, provocano un costo per la collettività, vista la richiesta d’intervento di polizia e altri mezzi”.

Ma il tema centrale è un altro. “Il Canton Ticino è confrontato con un deficit cantonale che il governo sta combattendo principalmente sul fronte delle entrate. Dal nostro punto di vista, vorremmo invece che si provasse ad agire in maniera più incisiva sulle uscite cantonali a partire appunto da quella per la gestione degli asilanti”.

Dunque, “per queste ragioni, sull’esempio anche di altri cantoni svizzeri, chiediamo che le spese alla voce “Asilanti, ammissione provvisoria e NEM” vengano plafonate. Il Cantone non può spendere per questa voce più di quanto viene rimborsato dalla Confederazione. Alla luce delle problematiche descritte e ritenendo che delle misure incisive vadano prese al più presto, si chiede al Consiglio di Stato – e in particolare al DSS responsabile del dossier – di mettere in atto tutti gli strumenti a disposizione per limitare queste spese”.¨

In concreto, “si chiede al Consiglio di Stato di apportare le necessarie modifiche al Regolamento concernente le prestazioni assistenziali per i richiedenti l’asilo, le persone bisognose di protezione non titolari di un permesso di dimora, le persone provvisoriamente ammesse e le persone la cui domanda d’asilo è stata rigettata e che devono lasciare il territorio svizzero, in particolare modo agli articoli riguardanti l’entità delle prestazioni assistenziali a favore di dette persone. Il Consiglio di Stato è inoltre invitato a proporre al Gran Consiglio eventuali modifiche di legge che si rendessero necessarie per consentire il raggiungimento dell’obiettivo formulato con la presente mozione”, concludono i deputati.


La GISO e Bang con Stojanovic, ma per il popolo di Facebook serve una nuova iniziativa

Interessante sondaggio lanciato sul social dal presidente UDC Alain Bühler: su 72 persone che hanno partecipato, solo 2 sono a favore del referendum. La gioventù socialista a sorpresa si smarca dal PS

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BELLINZONA – Il referendum di Nenad Stojanovic contro la legge di applicazione del 9 febbraio rimane al momento l’unica via per contrastare la tanto discussa legge. Il referendum dei cantoni proposto dal PPD è infatti stato bocciato a larga maggiorana dal Gran Consiglio settimana scorsa.

A sorpresa, Stojanovic incassa il sostegno dei giovani socialisti, come conferma la responsabile amministrativa Laura Riget al Tages Anzeiger. “Il punto non è se l’applicazione del 9 febbraio sia giusta o sbagliata. Ma visto che si tratta di un argomento controverso è giusto che il popolo possa esprimersi in merito”. Il partito socialista si è sempre detto contrario, anche se alcuni esponenti invece strizzano l’occhio al referendum: per esempio, il giornale zurighese cita il granconsigliere Henrik Bang. Una presa di posizione ufficiale del PS è attesa mercoledì, dato che se ne discuterà durante il Comitato Cantonale. Per quanto riguarda i giovani a livello svizzero, la decisione è attesa per l’11 marzo, quando i tempi per raccogliere firme saranno ormai troppo stretti.

Ma il popolo cosa ne pensa? Sarebbe favorevole a tornare alle urne? Il vicepresidente dell’UDC Alain Bühler ha lanciato in merito un sondaggio sul suo profilo Facebook. Era il 16 febbraio, e oggi si può dire che i risultati sono schiaccianti. “Si fa un gran parlare sul tradimento dei ticinesi in merito al 9 Febbraio, e voi conoscete la mia posizione e quella del mio partito in merito alla questione. Riteniamo infatti che la via migliore per ottenere ciò che l’iniziativa “Stop immigrazione di massa” chiedeva, è quella che passa per una nuova iniziativa. Più chiara e diretta, senza possibilità d’interpretazione. Altri ritengono che sia meglio lanciare un referendum su un’applicazione che rappresenta il nulla per tornare al nulla precedente e ridiscutere la legge in Parlamento. Con i medesimi attori, gli stessi equilibri e, soprattutto, gli stessi traditori”, era il suo post. “Ma non sarebbe male sapere cosa ne pensate voi cittadini. Qual è, secondo il vostro parere, il modo migliore per arrivare ad arginare la libera circolazione e gestire l’immigrazione autonomamente?”.

Dunque, in modalità “facebookiana”, chi desidera una nuova iniziativa doveva premere il tasto col dito che fa il segno ok, chi invece vuole un referendum (di fatto, quello di Stojanovic), doveva segnalarlo con un cuoricino. Ebbene, su 72 persone che si sono espresse, 70 erano per la nuova iniziativa, contro sole 2 che si schieravano con Stojanovic. Ora, è possibile che parecchi amici di Bühler siano della sua medesima area politica, e un sondaggio sui social non può certo essere scientifico, ma i dati appaiono abbastanza eclatanti. E allo stesso modo, i commenti: in molti chiedono di disdire i bilaterali.