Categoria: Ticino

Bühler, «gli apprendisti stregoni hanno sconfessato il popolo. Ecco come stiamo reagendo»

La votazione sulla tassa di circolazione risale a soli 20 mesi fa e ora il Consiglio di Stato ha alzato l’imposta di circolazione. Lanciata una petizione, si valuta il ricorso ed è pronto l’atto parlamentare

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BELLINZONA – L’aumento dell’imposta di circolazione prevista a partire da quest’anno non è proprio andata giù all’UDC, e ad Alain Bühler in particolare. Sin dall’annuncio della misura l’ha criticata fortemente, e si è attivato: è pronta una petizione online, si studia la forma del ricorso e quella dell’atto parlamentare.

«Solamente 20 mesi fa la popolazione ha votato contro la tassa di circolazione, non è possibile ora fare marcia indietro alzando l’imposta di circolazione. Tra l’altro, ai tempi si diceva che le auto inquinavano troppo, ora che sono troppo verdi… già qui vedo una contraddizione», ci spiega lo stesso Bühler.

«Semplicemente, il Consiglio di Stato voleva incassare 6 milioni di franchi, mentre in realtà, come diciamo da tempo, si potrebbe risparmiare, e anche molto, se si mettesse mano all’Amministrazione cantonale. Non parliamo di licenziamenti, ma di non sostituzioni in ruoli che sono doppioni, e sono diventati probabilmente feudi politici. Invece, i cinque apprendisti stregoni hanno pensato di incassa facilmente aumentando la tassa…».

Ma, appunto, Bühler non ci sta. Online circola una petizione in cui si chiede che «vengano ripristinati i coefficienti per il calcolo dell’imposta di circolazione in vigore fino al 31.12.2016 e che per ogni futura modifica sia competente il Legislativo Cantonale con possibilità di referendare la decisione». Non sono solo gli esponenti UDC a presentarla (con Marchesi, Filippini e Paltenghi), ci sono per esempio le firme di Fabio Käppeli del PLR e del compagno di partito, consigliere comunale di Mendrisio, Giovanni Poloni.

Come precisa Bühler, si sta pensando anche a un eventuale ricorso, però si teme che questa via avrebbe scarse possibilità di successo. Rimane allora la possibilità di agire per via parlamentare, anche se in quel caso la tassa per il 2017 non potrebbe più essere modificata, e se tutto andasse bene se ne riparlerebbe nel 2018. Non è infatti possibile lanciare un referendum, come qualche media ha erroneamente scritto, ma è già quasi pronto un atto parlamentare che conterrà le stesse richieste che si leggono nella petizione. Sicura è la firma di Käppeli, altri granconsiglieri stanno valutando se aderire o meno.


L’infermiera, «siamo una società evoluta, e chiunque vuol restare a casa il più a lungo possibile. No ai tagli!»

La presidente dell’Associazione professionale degli infermieri, «il problema maggiore non è il taglio finanziario I sacrifici non devono sempre ricadere sulle spalle dei cittadini più deboli»

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BELLINZONA – Essere curati a casa propria è un valore aggiunto. Le cure a domicilio permettono ciò, e dunque è soprattutto per quello, e non per i tagli, dato che 2 milioni in fondo appaiono poca cosa rispetto al bilancio complessivo dello Stato, che chi si occupa in prima persona di assistere le persone che hanno bisogno di cure al proprio domicilio, per voce della presidente dell’Associazione professionale degli infermieri ASI/SBK sezione Ticino, prende posizione in merito al referendum sul tema dei 12 febbraio.

«Gli ideali sociali e ugualitari, molto presenti nell’animo della nostra professione, vanno in opposizione alle leggi di mercato e profitto che regolano ampie fette della nostra società», esordisce Luzia Mariani-Abächerli.

Dato che «la speranza di vita si accresce, la popolazione invecchia, aumentano le patologie croniche che incidono sulla qualità di vita e sull’autonomia, le reti di sostegno informali sono sempre più fragili con famiglie a loro volta confrontate a disgregazione e difficoltà economiche…», «l’asssistenza e la cura a domicilio sono la risposta più efficace e di qualità che possiamo offrire, poiché permettono l’utilizzo ottimale delle risorse residue – fisiche, sociali e morali – della persona presa a carico, evitando di far capo alle istituzioni residenziali non appena la situazione diventa di difficile gestione. Senza dimenticare il grande valore di benessere che assume la casa per ogni essere umano lungo la vita: nido di protezione, oasi di tranquillità e spazio nel quale l’individualità può trovare la sua dimensione, libera e personalissima, alla quale non si vuole rinunciare, se non il più tardi possibile».

«Per tutto ciò (e non tanto per il taglio finanziario richiesto -2 milioni – che possono sembrare poca cosa nel complessivo dei conti dello Stato) e per il principio della simmetria dei sacrifici che non devono sempre ricadere sulle spalle della cittadinanza più debole, dobbiamo opporci alla decisione di ridurre il finanziamento delle cure a domicilio», spiega. «I franchi richiesti al singolo utente come contributo possono fare la differenza tra potersi permettere il servizio d’aiuto nella sua interezza o doverci rinunciare nonostante il bisogno. Siamo una società evoluta: non possiamo permettere che la soddisfazione dei bisogni primari sia ostaggio della condizione economica. Tutti devono poter essere sostenuti nel momento del bisogno tra le mura domestiche».


Quadri attacca, «PS, ti conviene che civica non venga insegnata. Però masturbazione e Islam sì!»

Il Consigliere Nazionale non gradisce il controprogetto socialista sulla civica. “Volete rottamare la sovranità svizzera, meglio non insegnarla. «E sia mai che i giovani vedano che calpestate i diritti popolari»

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BELLINZONA – Il PS ha annunciato ieri di aver redatto un rapporto di minoranza per quanto riguarda l’iniziativa popolare “Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)”. Secondo i socialisti, dividere storie e civica, per insegnare quest’ultima in maniera separata, non è agevole, richiedendo un’abilitazione separata e l’avere una cinquantina di classi per avere un tempo pieno.

La questione non è piaciuta a Lorenzo Quadri, che si è scagliato contro il PS e la volontà, a suo dire, di voler escludere la civica, e dunque le istituzioni svizzere, dalle scuole.

Su Facebook, il Consigliere Nazionale ha scritto: «I socialisti, quelli che hanno appena lanciato la campagna per la naturalizzazione di massa dei permessi B, escono allo scoperto. Loro dell’insegnamento della civica non ne vogliono proprio sapere, e così vanno alla ricerca di scuse». Dunque, quelli addotti sarebbero solo pretesti.

«Certo: secondo la sinistra nella griglia oraria ticinese c’è spazio per insegnare a fare calzetta, per l’elogio della masturbazione (vedi nuovo manuale di educazione sessuale), magari anche per l’Islam (che il presidente del PSS vorrebbe promuovere a religione ufficiale). Ma non per l’insegnamento dei fondamenti del nostro ordinamento istituzionale», prosegue, tornando sul discusso manuale di educazione sessuale che tanto aveva fatto parlare qualche mese orsono.

Ma poi va oltre: non insegnare la civica potrebbe essere utile al Partito socialista e alle sue idee. «Secondo la sinistra nella griglia oraria ticinese c’è spazio per insegnare a fare calzetta, per l’elogio della masturbazione (vedi nuovo manuale di educazione sessuale), magari anche per l’Islam (che il presidente del PSS vorrebbe promuovere a religione ufficiale). Ma non per l’insegnamento dei fondamenti del nostro ordinamento istituzionale. Visto che la sinistra vuole rottamare la sovranità svizzera ed i diritti popolari per portarci nell’UE (come da programma del PSS), niente di strano che non voglia che certe cose “sconvenienti” vengano insegnate. È più facile far sparire quello che non si conosce, nevvero?».

«E non sia mai che insegnando seriamente la civica i giovani si accorgano che la sinistra è in prima fila nel calpestare i diritti popolari: vedi l’affossamento a Berna del 9 febbraio. Perché il popolo becero vota sbagliato. Come giustificare davanti a degli scolari il comportamento del PS in quella circostanza? Evidentemente qualche prof iscritto al partito si troverebbe in imbarazz, tremend imbarazz…», continua Quadri. Per il PS, quindi, secondo lui, ignorare le istituzioni svizzere e non spiegarle agli allievi è utile per coprire quelle che ritiene essere decisioni errate.


Sutter, «chiuderei il Centro e aiuterei così il dialetto. O siamo di fronte ad altri intoccabili?»

Il consigliere comunale di Mendrisio per Lega, UDC e Indipendenti lancia la sua idea: «per risparmiare tre milioni, spostiamolo all’USI. E diamo soldi alle compagnie dialettali»

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MENDRISIO – Il caso del giovane torinese assunto al 60% dopo uno stage di un anno, per un progetto della Confederazione, ha messo il Centro di dialettologia sotto la lente di ingrandimento.

E oltre alle domande legate alla vicenda specifica, qualcuno ha iniziato a domandarsi se i collaboratori, 24, non siano troppi, quanto viene speso, chi lavora esattamente al centro… Un’analisi, insomma, tout court. Di tutt’altro avviso si è mostrato il direttore del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia, che ha difeso l’assunzione del ragazzo (i dialetti del nord Italia sono strettamente legati a quelli ticinesi, ha detto), rimproverando i deputati che avevano chiesto ragguagli sul numero di impiegati al centro di non aver letto il consuntivo.

Una voce fuori dal coro, a cui ha risposto il consigliere comunale di Mendrisio per Lega, UDC e Indipendenti, Nadir Sutter, che propone un modo totalmente diverso di destinare fondi a sostegno del dialetto.

«24 persone, 3,5 milioni all’anno sono una super esagerazione. Un lavoro più che dignitoso sul dialetto che non sfigura certo per contenuto e utilità pratica è possibile senza costare 3,5 milioni di franchi all’anno», posta.

Dunque, ecco secondo lui che cosa si può fare: «Chiudere il Centro, dare dai 10mila ai 50mila franchi all’anno alle compagnie teatrali dialettali, per il dialetto sarebbero spesi sicuramente in modo migliore. Spostare il Centro presso l’USI, scienze della comunicazione (che quando è stato fondato il centro non esisteva), con due persone a metà tempo, senza aumentare di un franco il budget dell’USI: sarebbe già un contributo da oltre 3 milioni alla riduzione del debito».

Ma poi lancia una frecciatina: «O siamo un’altra volta di fronte a intoccabilspoi?».


Disagio, sofferenza, potere, ma anche verità, coraggio e speranza: Monsignor Lazzeri e il tema degli abusi

Questa mattina la Diocesi ha presentato un progretto di aiuto a chi ha subito abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Con Valerio Lazzeri abbiamo parlato dell’argomento a 360°.

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LUGANO – Una conferenza stampa per affrontare un tema scottante e di grande importanza quale gli abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Monsignor Lazzeri ha esposto un nuovo progetto secondo cui, seguendo le disposizioni di cui si è dotata la Conferenza dei vescovi svizzeri, vengono messe a disposizione di chi ha subito o ha assistito ad abusi due persone laiche e competenti (in questo caso, lo psichiatra Carlo Calanchini e la psicoterapeuta Rita Pezzati), per ascoltare e aiutare a trovare il coraggio di denunciare. Col Vescovo abbiamo parlato del problema, nel presente e nel passato.

Quanto sente, personalmente, il problema degli abusi in ambito ecclesiastico?
«Lo avverto soprattutto come pensiero che ci possano essere attualmente delle persone che hanno sofferto in passato e non riescano a trovare il coraggio, la forza e gli strumenti per arrivare a raccontare la loro vicenda. Quello che è stato presentato questa mattina vuole soprattutto aiutare questo genere di persone, coloro che hanno subito abusi e sono in grado di denunciare. Il vero problema è aiutarli ad arrivare a denunciare i propri abusanti, e con le misure presentate vogliamo mettere in atto ciò».

Lei parla soprattutto al passato: ritiene dunque che in questo momento all’interno della Chiesa ticinese si possa stare tranquilli?
«Il fatto di offrire un aiuto a chi ha subito in passato vuol dire anche accendere nel presente un’attenzione e una vigilanza, perché non si è mai del tutto al riparo. Alla conferenza stampa non c’erano persone pronte solo ad ascoltare chi ha subito, ma anche chi si occupa di prevenzione e preparazione, come la Dottoressa Caravanzano, del terreno, in modo che vi sia un clima in cui chi sta subendo ora degli abusi possa essere ascoltato nel suo disagio, per arrivare poi a risalire alle persone che ne sono la causa».

Crede che sia più difficile denunciare abusi avvenuti in ambito ecclesiastico?
«Un prete o un operatore pastorale sono figure pubbliche, con una loro autorevolezza. Non penso sia più difficile rispetto ad altri casi in cui le persone che abusano hanno a loro volta una figura pubblica, persone che possono causare una situazione di dipendenza verso chi è più fragile. Certamente vi sono delle implicazioni nel caso di ecclesiastici che rendono ancor più delicato il parlare, ci possono essere delle reticenze e dobbiamo fare in modo che esse non impediscano a chi ha sofferto di dirlo.

Come mai secondo lei in passato vi sono stati tanti casi nella Chiesa, ovviamente non solo in Ticino ma nel mondo?
«La Dottoressa Caranzano ha fatto notare che da quando si è cominciato a parlare di abusi sessuali su minori, l’impressione è stata di una moltiplicazione di casi, poi si è assistito a una diminuzione, mostrando quanto la prevenzione è importante e efficace. In passato sembrava che il fenomeno fosse meno presente perché se ne parlava di meno».

Cosa scatta nella mente di un ecclesiastico che compie abusi? Qualcosa di diverso dai casi di persone che non fanno parte del mondo pastorale?
«Il meccanismo è sempre quello del potere, sia in famiglia che altrove. Spesso gli abusi su minori sono abusi di potere, dove uno si sente più forte dell’altro e in diritto di soddisfare le proprie pulsioni sull’altro».

Ritiene che gli obblighi di celibato e castità non influiscano?
«I casi di abusi in famiglia sono talmente numerosi che portano a escludere che l’aspetto del celibato sia un fattore scatenante. La maggior parte delle persone che sono arrivate a parlarmi di questo problema avevano subito in famiglia, dove è ancor più difficile arrivare a denunciare un papà, una mamma o un zio rispetto a un ecclesiastico».

C’è particolare attenzione anche durante la formazione di futuri preti al tema?
«Nell’ambito della formazione dei futuri presbiteri c’è un’attenzione da anni all’aspetto psicologico. C’è un servizio di aiuto psicologico, chi si prepara a diventare prete viene reso attento sulle dinamiche che si possono scatenare. Ci sono strumenti che mettiamo a disposizione anche per i preti già in attività. È un discorso che va portato avanti, trovando sempre altre modalità per tenerlo presente e non farlo cadere nell’oblio».

È capitato di ravvisare tendenze pericolose durante la formazione? Che provvedimenti sono stati presi?
«Il disagio che può preparare a degli abusi prende delle forme molto diverse. Ci sono delle situazioni in cui si constata che la maturità affettiva non è stata raggiunta o non ci sono sufficienti garanzie di una tenuta psicologica, per cui si fa in modo che non prosegua nel cammino di preparazione. È successo già più volte.

Offrite anche un servizio grazie al quale chi avverte pulsioni verso bambini può segnalarle. Crede che qualcuno avrebbe il coraggio di farlo?
«Tenga presente che noi ci occupiamo di persone in ambito pastorale. Credo che bisogna essere pronti ad ascoltare il disagio come si formula. Una persona può cominciare a manifestare la propria difficoltà, un momento di crisi, a segnalare che non riesce a gestire una parte della sua vita: ecco, non dirà “sono un pedofilo”, ma che ha delle difficoltà e deve farsi aiutare, il che è l’inizio di un percorso prezioso».

Ha sempre detto che la giustizia deve punire chi commette abusi. Come si pone rispetto al concetto di perdono cristiano?

«Ci sono diversi elementi da tener presente. Dipende molto da quale coscienza ha la persona che ha compiuto gli abusi. Penso che il perdono possa essere sperimentato solo nella verità. Il primo aiuto da offrire alla persona che ha abusato è farlo arrivare a dire “sì, io ho fatto questo”, che è anche l’unico strumento in mano all’abusante per recuperare quel minimo di dignità che non si deve negare a nessuno».

L’immagine della Chiesa ha risentito di alcuni casi passati?
«Dobbiamo renderci conto che la verità non ha mai fatto male a nessuno. Ha pesato e pesa che siano avvenuti degli abusi, ma pesa ancor di più un atteggiamento non disponibile all’ascolto, dove c’è mancanza di trasparenza. Anche per noi l’unica via è quella di essere veri e di mostrarci capaci di assumere le cose che sono avvenute in una maniera che evolva positivamente. Ci devono essere comprensione e fermezza, la gente deve avere la percezione che non si tollerano abusi e che insieme si cerca il più possibile di avere come attenzione centrale coloro che hanno subito gli abusi».

Vuole lanciare un appello a chi è stato o è vittima di abusi?
«Direi loro di non lasciarsi vincere dalla paura, di non lasciare sommergere dalla sofferenza, di trovare il coraggio di farsi aiutare. Ci sono persone che sanno ascoltare e che danno una mano a fare un percorso. Anche se non si è ancora pronti a esporsi pubblicamente, si può fare qualcosa, c’è speranza per tutti».


«Il passaporto svizzero è un pezzo di carta inutile, chi lo vuole?»

Marchesi afferma che si regalano i passaporti, una cittadina bulgara che viva qui dal 1990 ci ha contattati per dire perché non vuole diventare svizzera. «Cari svizzeri, rimboccatevi le maniche. e fuori i profughi!»

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BELLINZONA – Il passaporto svizzero svenduto a tutti, come dice Piero Marchesi, facile come acquistare un pezzo di pane? «Ma chi lo vuole?», ci chiede la nostra interlocutrice. La sua è la storia controcorrente di una straniera che, se fosse svizzera, voterebbe per la destra, ma non vuole diventare svizzera, almeno finché non si è nell’UE, e accusa i nostri compatrioti, e pure i profughi. Ci contatta per raccontare la sua visione, e le diamo spazio, alla domanda: tutti vogliono il passaporto rossocrociato?

Ci racconta qualcosa di lei, innanzitutto?
«Sono bulgara, vivo in Svizzera dal 1990. Nei primi tempi ho lavorato nei night, era l’unica soluzione per noi, non riuscivamo ad avere altri contratti e altri posti. Mi sono sposata con un italiano, ho acquisito la nazionalità italiana, anche se ora non siamo più insieme. Adesso sono in malattia, altrimenti svolgo un lavoro di agente di sicurezza».

Come si trova in Svizzera? Perché, da quanto ci ha detto, non desidera diventare cittadina svizzera?
«Non mi ritengo straniera perché mi sono integrata benissimo, ho sempre lavorato e contribuito. L’unica cosa che mi manca è il passaporto rossocrociato, che non voglio richiedere. Pensi che se rinunciassi alla mia cittadinanza bulgara d’origine, per tornare al mio paese dovrei andare ogni volta a Berna a chiedere il visto, non esiste! È ridicolo! Non ho mai avuto problemi senza il passaporto, non ho bisogno di averlo. Non voglio spendere soldi per ottenerlo. Chiunque contribuisce alle spese sociali, anche col minimo… Da come ha parlato Marchesi sembra che stiano regalando i passaporti, ma altre persone la pensano come me, non ne sentono la necessità».

Quali sono le loro motivazioni, sono uguali alle sue?
«Sì, non vogliono spendere per averlo: conosco chi l’ha fatto, ed ora il passaporto è lì, come un soprammobile. E senza alcun vantaggio! Anzi, siamo avvantaggiati e agevolati noi stranieri, se come me vengono da un paese che fa parte dell’UE, rispetto agli svizzeri, perché essendo cittadina UE posso andare ovunque».

Dunque, se la Svizzera facesse parte dell’UE tutto il suo discorso cadrebbe?
«Sarebbe molto diverso. Se la Svizzera entrasse nell’UE lo chiederei, ora come ora è un pezzo di carta inutile».

Non può votare non essendo cittadina, ma se potesse farlo, sentendola parlare e leggendo Facebook, sembra vicina alla destra. Vero?
«Si. Prima di tutto butterei fuori i profughi, non vanno accettati coloro che non fuggono da una guerra. Sembra che tutti li abbiano a cuore, non capisco…»

La provoco: anche lei è arrivata in Svizzera da straniera e se la prende con gli asilanti…
«Io lavoravo e contribuivo, è diverso. Invece li stiamo mantenendo, cosa ci guadagna la Svizzera? Ci sono anche svizzeri, devo dire, che non hanno voglia di fare nulla e si fanno mantenere dall’assistenza. Perché, se si impegnano, non trovano lavoro? Non è possibile, non capisco. E perciò non devono dare dei falliti agli stranieri. Io, per esempio, non sono contraria ai frontalieri perché fanno i lavori più umili e pesanti. Non ho mai visto uno svizzero far l’asfalto o spaccare i sassi, è inutile lamentarsi che ci sono troppi frontalieri che rubano il lavoro: rimboccatevi le maniche voi! Oltretutto lasciano un sacco di contributi qui, al contrario dei profughi, che invece girano col telefonino ultimo modello».

Lei si sente maggiormente svizzera o bulgara?
«Mi ritengo sempre bulgara. La mia patria è comunque quella dove vivo, qui sto bene. In Bulgaria va molto peggio, si muore di fame, in Svizzera se si ha voglia di fare il lavoro si trova, lì è impossibile».


La mamma ha ottenuto una proroga fino a luglio. Il dramma del figlio, «pensa sia colpa sua…»

Settimana scorsa ci siamo occupati del caso della donna ucraina. Ci ha scritto per ringraziarci: può rimanere ancora alcuni mesi, ma poi dovrà andarsene. «Continuerò a lottare»

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LUGANO – Settimana scorsa abbiamo raccontato la storia di una donna ucraina, madre di un bambino svizzero di 11 anni, costretta a lasciare il paese, dopo che la storia col padre di suo figlio è finita, dopo aver trascorso un periodo in assistenza e aver poi trovato lavoro, perché il permesso B è scaduto. La data fissata per la partenza era il 13 gennaio.

Oggi, in redazione, è giunta una sua email, in cui ringraziava TicinoLibero per lo spazio dato alla sua vicenda, e Lisa Bosia Mirra che aveva preso posizione a suo favore, dicendo che le donne straniere sono poco tutelate e che i legami affettivi vanno salvaguardati.

La contattiamo, e ci racconta di aver ottenuto una proroga fino a luglio. «Sono convinta che è anche molto merito vostro perché avete sensibilizzato sul problema. Continuerò a lottare ogni giorno per risolvere la situazione perché una proroga non è chiaramente una soluzione. Anzi mostra il paradosso delle leggi, che quando trovano una lacuna si crea un intoppo, e si rimanda il problema al posto di risolverlo», spiega-

L’hanno aiutata anche il suo legale e una dottoressa che ha mostrato quanto l’idea di separarsi da suo figlio danneggi la sua salute.

Già, e il figlio? Cerchiamo di usare tatto per chiederle come sta questo ragazzino undicenne che rischia di essere separato dalla madre. «È a scuola, quando è uscito di casa era calmo e beato, non sa ancora nulla». Ma, insistiamo, non è a conoscenza del fatto che la mamma probabilmente dovrà lasciare la Svizzera? «Gli abbiamo detto che c’è questa minaccia sul nostro futuro, dato che io sono straniera. E lui mi ha chiesto come mai prima potevo restare e ora no. Gli ho risposto che prima suo padre era dalla mia parte per il rinnovo dei permessi, ora non più. Prova rabbia per il papà? Piuttosto direi che è arrabbiato con tutto il mondo, perché è un bambino e pensa che sia colpa sua se c’è qualcosa che non va…».

«Sto comunque molto male, confido nella giustizia di questo paese che è un modello per tutto il mondo», conclude.

Una vicenda che continueremo a seguire.


Il Consiglio della Magistratura. «Corti, certe accuse non si fanno a mezzo stampa. Sono infondate e offensive»

Il procuratore pubblico dimissionario sarà sentito per «sostanziare le sue accuse nelle sedi opportune, anche a tutela della magistratura e della sua immagine. C’è sconcerto».

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BELLINZONA – Le dimissioni di Nicola Corti da procuratore pubblico hanno fatto molto discutere. Se in politica qualcuno (la Lega) desidera cogliere l’occasione per risparmiare e dunque non vuole sostituire Corti, altri (il PPD su tutti) chiede un incontro per chiarire le motivazioni.

Le accuse infatti formulate dall’ormai ex procuratore pubblico sono pesanti. A suo avviso, esistono nel sistema giudiziario dei problemi irrisolti, che non gli permetterebbero di svolgere il suo lavoro in modo sereno, e addirittura l’autonomia dei giudici, nel sistema, non sarebbe garantita. Una dichiarazione che ha fatto rizzare i capelli in testa a Norman Gobbi, che ha saputo replicato smentendo.

Oggi il presidente del Consiglio della magistratura, giudice Werner Walser, ha incontrato, nel primo pomeriggio, l’Ufficio del procuratore generale. Dall’incontro, come comunica il Ministero, «si rileva il profondo sconcerto del Ministero pubblico, per le accuse espresse dal procuratore pubblico Nicola Corti nei suoi confronti, considerate infondate e offensive per chi, in realtà, opera sul fronte e giornalmente si prodiga per garantire il buon funzionamento della procura».

Inoltre, secondo il Ministero pubblico, «eventuali situazioni considerate problematiche debbano essere oggetto di discussione prima di tutto tra gli interessati e deplora di esserne posto a conoscenza solo tramite gli organi di stampa. Il modo di procedere adottato dal magistrato dimissionario è ritenuto suscettibile di influire negativamente sul rapporto di fiducia e di collegialità, necessario affinché tutti possano operare con la dovuta tranquillità in seno al Ministero pubblico».

Corti sarà sentito dal Consiglio della magistratura, per «sostanziare le sue accuse nelle sedi opportune, anche a tutela della magistratura e della sua immagine».


Civica, il PS è contrario. «Un tempo pieno equivarrebbe a insegnare a cinquanta classi: dannoso per tutti»

I socialisti preparano un rapporto di minoranza contrario a “Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)”. «Se Civica fosse una materia a sé stante, servirebbe un’abilitazione in più. Tutto assurdo!»

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BELLINZONA – Il PS annuncia di aver presentato un rapporto di minoranza contrario all’iniziativa popolare “Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)”.

Lo rendono noto i granconsiglieri socialisti presenti nella Commissione scolastica, in una nota firmata da Raoul Ghisletta, sperando in un controprogetto che definiscono ragionevole.

Il nodo è la questione della Civica, che i promotori dell’iniziativa vorrebbero fosse insegnata separatamente dalla materia Storia, con la conseguenza di dover «abilitare in modo separato il centinaio di docenti che insegnano oggi “Storia e civica” nella scuola media» (dato che poi le due materie sarebbero separate, ndr).

«Si tratta di uno spreco di risorse inutile, tanto più che l’insegnamento della Civica avverrebbe mediamente per mezz’ora alla settimana (due ore al mese): un capriccio voluto dai promotori dell’iniziativa popolare “Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)”, che esigono che la Civica sia una materia a sé stante, e contro i quali la maggioranza della Commissione scolastica non vuole andare, nonostante sia una palese assurdità», si legge nella nota.

Anche essere un professore di Civica non sarebbe agevole. «Si arriverebbe inoltre ad una situazione insostenibile per il docente abilitato nella sola materia Civica per la scuola media, che dovrebbe insegnare in 50 classi di scuola media, per accumulare un tempo pieno: una situazione dannosa anche per gli allievi della scuola media».

Dunque, la speranza è che «la Commissione scolastica si ricreda e che trovi una soluzione concordata con il DECS sviluppando un controprogetto ragionevole all’iniziativa popolare».


Marchesi non ci sta, «passaporto svizzero venduto come il pane».

Per il presidente UDC, semplificare ulteriormente la procedura non è necessario. E l’islamizzazione? «Facciamo in modo che non siano dei neosvizzeri a volerla», mentre Marra offre 2000 franchi per un burqa

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BELLINZONA – Che differenza c’è tra l’acquisire la nazionalità svizzera e l’acquistare un pezzo di pane, a livello di semplicità? Secondo il presidente dell’UDC Piero Marchesi, non molta. Almeno se il popolo desse ragione ai socialisti, votando a favore di una facilitazione della naturalizzazione degli stranieri di terza generalizzazione.

La destra, ha scritto Marchesi su Facebook qualche giorno fa, ha speso tanto nella campagna contro la facilitazione della naturalizzazione. Oggi, in un intervento inviatoci in redazione, chiarisce ancora una volta quali sono le problematiche che vede, in caso di sì, tenendo presente anche il fatto che il PS svizzero ha invitato chi possiede un permesso B a richiedere l nazionalità entro il 2018 (da quella data in poi, lo potranno fare solo coloro che hanno fra le mani il permesso C). Oltretutto, Ada Marra si era scagliata contro i cartelloni a favore del no, che rappresentano una donna in burqa, offrendo 2’000 franchi a una straniera di terza generazione, dato che è a loro che l’atto si rivolge, che lo indossa. Ora, parola al presidente UDC.

Prima di tutto, Machesi elenca un po’ di numeri: «annualmente in Svizzera il saldo migratorio porta a un incremento medio della popolazione residente di circa 75’000 unità. Una nuova grande Lugano ogni 12 mesi, 365 giorni. Ogni anno sono 40’000 i cittadini stranieri che acquisiscono la cittadinanza svizzera seguendo la normale prassi, che già oggi concede agevolazioni alle persone nate e cresciute in Svizzera. Negli ultimi 30 anni ben 900’000 stranieri sono divenuti cittadini svizzeri. Nel 2014 l’ufficio federale di statistica registrava circa 338’000 musulmani residenti nel Paese con età superiore ai 15 anni, quasi 500’000 in totale. Ben il 35% di essi è in possesso di un passaporto rossocrociato». Per Marchesi, è la prova che dare un passaporto non vuol dire necessariamente integrare.

La procedura, poi, è semplice. «Ai giorni nostri ricevere la cittadinanza svizzera non è poi tanto complicato. Basta seguire la prassi ordinaria, o la via agevolata per chi è nato, cresciuto e ha frequentato le scuole in Svizzera, dimostrare di essere integrato e l’ottenimento del passaporto è cosa fatta. Già la prassi attuale è per certi versi troppo scontata, dove con le varie revisioni della legge, si è trasformata in semplice atto formale. Capita non poche volte di leggere sui quotidiani che il tal Consiglio comunale decide di negare la cittadinanza a un richiedente straniero per motivi di mancata integrazione o per condanne, per poi veder smentita la decisione da qualche tribunale perché le valutazioni extra – amministrativa non è più concessa».

Dunque, secondo il presidente dell’UDC, «non ci sarebbero dunque motivi affinché vi sia un ulteriore snellimento delle pratiche, eppure no. La sinistra, che è ben conosciuta per dare scarsa importanza ai criteri per l’ottenimento della cittadinanza svizzera purché si naturalizzi in modo quasi smisurato, lancia questo affondo atto a smantellare ulteriormente i più basilari requisiti, che permettono di differenziare la procedura per l’ottenimento del passaporto svizzero dall’acquisto del pane al negozio di paese».

Per lui, «l’ottenimento della cittadinanza svizzera deve essere un atto profondamente importante, non relegabile a semplice formalità, come invece vorrebbe la sinistra, con il solito tacito consenso dei partiti di centro». E non è da sottovalutare la minaccia di islamizzazione dell’Europa e della Svizzera stessa, «che per la cronaca non sono così remote, è utile e intelligente fare in modo che si possa valutare chi veramente merita di essere definito svizzero a tutti gli effetti. Cosi facendo non escluderemmo completamente queste minacce, ma almeno limiteremmo al minimo che si possano verificare per volere di neo cittadini svizzeri. Sempre che non si ritenga che il passaporto elvetico sia un pezzo di carta insignificante e obsoleto».


Pontiggia fuori dal coro. «Dov’è il problema al centro di dialettolgoia? Deputati, leggete il consuntivo…»

Il direttore del Corriere del Ticino trova «disarmante» la polemica dei giorni scorsi. «Per studiare i nostri dialetti serve il confronto con quelli del nord Italia, un ricercatore torinese non è fuori posto»

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BELLINZONA – Il caso del giovane torinese assunto al Centro di dialettologia ha scandalizzato molti, facendo muovere anche la politica. Massimiliano Robbiani e i deputati di UDC e La Destra hanno infatti inoltrato due interrogazioni indistinte sul caso.

Una voce controcorrente è stata quella di Aris Della Fontana, Direttore di #politicanuova e membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (PC), pubblicata da noi nella sezione “Tribuna libera”. Questa sera, ne è giunta un’altra, e si tratta del direttore del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia.

«Trovo disarmante la polemica sul Centro di dialettologia. Il fondatore del nostro Vocabolario dei dialetti, il filologo e linguista Carlo Salvioni, ha lavorato in Italia, è stato accademico dei Lincei», ha scritto su Facebook.

«Lo studio dei nostri dialetti richiede la conoscenza, l’indagine, il confronto con i dialetti dell’Italia del nord. E dunque un ricercatore italiano, di Torino, non è fuori posto», prosegue.

Negli atti parlamentari, in particolare in quello targato UDC-La Destra, si esponevano dubbi riguardo il centro e il numero dei suoi funzionari, al di là del caso specifico del giovane torinese. «Si grida allo scandalo perché al Centro lavorano 24 persone (alcune a tempo parziale). Non giudico se siano troppe. Che i cittadini comuni esprimano meraviglia può anche starci; che lo facciano deputati in Gran Consiglio, no: il numero degli impiegati del Centro (e di tutti gli altri servizi statali) è pubblicato ogni anno nel messaggio del Governo sul consuntivo. I deputati dovrebbero leggerlo», ha ribattuto Pontiggia.


Maurer, «se passa il no subito un pacchetto di risparmio». Carobbio: «se vince il sì, mancheranno altri 3 miliardi»

Il Consigliere Federale spiega che cosa avverrà se i cittadini votassero no alla Riforma III delle imprese. La Consigliera Nazionale ribatte, «con un sì, sarebbero i cittadini a pagare»

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BERNA – Alle urne il popolo boccerà la Riforma III delle imprese? Maurer attiverà immediatamente un programma di risparmio.

Il Consigliere Federale UDC oggi ha messo ulteriore pepe nella campagna in vista del foto del 12 febbraio, attraverso un’intervista al domenicale Schweiz am Sonntag. A suo avviso, un no sarebbe «un segnale assolutamente devastante. Se rifiutiamo la riforma perderemo impieghi e avremo zero probabilità di crearne di nuovi». La situazione di insicurezza giuridica nei confronti dell’UE sta facendo sì, prosegue, che sia difficile attirare nuove imprese.

Pronta la risposta, via Facebook, di Marina Carobbio, Consigliera Nazionale di quel PS che, assieme ad altre forze di sinistra e ai sindacati, è il principale oppositore della Riforma III: «La realtà è che la Confederazione sta già portando avanti un programma di risparmio (con addirittura tagli ai contributi federali per i sussidi cassa malati) e il Parlamento ha già tagliato pesantemente sul preventivo 2017. Se passa la riforma III mancheranno 3 miliardi allora si che si risparmierà ancora di più… e a farli saranno la Confederazione, i Cantoni e i Comuni. Mentre a pagarne le spese i cittadini!». Dunque, più che mai, rimane convinta che si debba votare no.


L’ambasciatore italiano, «siamo il paese che si impegna di più a mediare fra Berna e Bruxelles»

Del Panta Ridolfi ribadisce l’importanza dei legami economici fra i due paesi. «I frontalieri ci sono perché sono richiesti. “Prima i nostri” non è il modo migliore per risolvere i problemi collaterali»

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BERNA – I rapporti fra Svizzera e Italia, in particolare fra il Ticino e la vicina penisola, sono pessimi come sono stati più volte descritti? Ne ha parlato, in un’intervista al sito online “La Bissa de l’Insübria”, l’ambasciatore italiano in Svizzera, Marco Del Panta Ridolfi, in carica da un anno esatto (ha iniziato nel gennaio del 2016).

«Ho molto riflettuto sulle relazioni con il Canton Ticino, che sono formalmente ottime, ma in un clima, che si respira dalla lettura dei media ticinesi, di crescente diffidenza verso l’Italia, nonché di chiusura verso i frontalieri italiani. Mi sono chiesto perché la vicinanza culturale e linguistica non porti ad una maggiore “familiarità”», ha detto. «L’economia del Ticino è strettamente interconnessa a quella lombarda e ne ha tratto giovamento per decenni. Sarebbe bello “volare più alto”: non limitiamoci a vedere la contingenza di questi ultimi anni, nei quali l’economia italiana non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008».

I frontalieri? «La loro presenza risponde evidentemente ad una richiesta del tessuto economico ticinese e va vista anche come un arricchimento. Eventuali effetti collaterali, che possono verificarsi, devono essere regolati nel quadro del dialogo bilaterale fra Italia e Svizzera, e da parte nostra c’è sicuramente la volontà di risolvere le questioni. Iniziative come “Prima i nostri” non ci sembrano andare nella giusta direzione, anche con riguardo al negoziato fra Berna e Bruxelles».

Le economie di Italia e Svizzera, però, non possono fare a meno una dell’altra. «Abbiamo un interscambio che nel 2015 ha raggiunto i 33 miliardi di franchi, con un saldo positivo di 3,9 miliardi di franchi per noi, che ci rendono il terzo partner commerciale della Svizzera, mentre per noi la Confederazione rappresenta il settimo mercato di esportazione. Basterà un dato: il solo rapporto commerciale con la Lombardia supera quello che Berna intrattiene con la Cina. E per noi la Svizzera ha quasi la stessa importanza commerciale del gigante asiatico. Si tratta inoltre di relazioni che si sviluppano praticamente in tutti i settori merceologici», ha precisato.

Per quanto concerne l’accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri, si augura che quello parafato possa essere firmato al più presto, precisando che si tratta di questioni regolate dai rapporti fra Berna e Bruxelles.

I quali non sono resi certamente più semplici dal 9 febbraio. «O si ha la libera circolazione delle persone o si ha l’introduzione di quote e contingenti per gli stranieri, come vuole l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”», sostiene Del Panta Ridolfi. «In realtà la politica e la diplomazia possono trovare un compromesso tra queste due realtà apparentemente inconciliabili. Ci vuole buona volontà da entrambe le parti, buon senso e una seria intenzione di trovare un punto di equilibrio. L’Italia è forse il Paese che più si sta spendendo tra Berna e Bruxelles per favorire questo punto di equilibrio. In definitiva, una soluzione vantaggiosa per tutti e rispettosa sia del principio di libera circolazione delle persone sia del voto del popolo elvetico».

Infine, ritiene che il traforo del Gottardo sia una grande occasione per entrambi i paesi, oltre che rendere più vicine Zurigo e Milano.


Ivan Monaco, «giovani, lo Stato è nostro. Un tema da trattare è quello degli aiuti agli studenti»

Generazione Giovani ha lanciato l’iniziativa per le aperture sino alle 3.00, il Governo vuole concedere le 2.00 (ma tutti i giorni). Il presidente del movimento giovanile incoraggia i coetanei

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BELLINZONA – L’iniziativa partì dai giovani PPD, per poi coinvolgere i movimenti giovanili di tutti i partiti ed anche le associazioni di categorie. Si voleva chiedere di lasciar aperti i bar sino alle ore 3.00 il venerdì e il sabato, il Consiglio di Stato ha optato per un compromesso: si chiude alle 2.00, ma vale per tutti i giorni della settimana.

Chi si è impegnato per le aperture è soddisfatto? Lo abbiamo chiesto a Ivan Monaco, Presidente di Generazione Giovani.

«La nostra iniziativa aveva fra gli obiettivi quello di smuovere lo stato su questo punto, far suonare un campanello d’allarme e far capire che è ora di cambiare la legge, che è del 2010 e regola pur sempre un settore economico. Esso non è come l’ente pubblico, è in costante mutazione, e va sostenuto. L’obiettivo è stato raggiunto, era ciò che volevamo come primo step».

Voi chiedevate aperture sino alle 3.00, avete ottenuto le 2.00. Va bene lo stesso?
«Dobbiamo approfondire. Quella proposta dal Dipartimento è una modifica generale per tutti i giorni, noi pensavamo alle 3.00 solo per il venerdì, il sabato e i festivi, mentre per gli altri giorni sarebbe rimasto l’orario di chiusura della 1.00. In comitato potremmo sostenere questa idea. È la via di mezzo, che io personalmente vedo in modo favorevole. Dovremmo poi incontrarci con la Commissione della legislazione del Gran Consiglio per capire quali sono le preoccupazioni dei Municipi e infine cercare il modo migliore per risolvere il problema delle aperture».

I giovani vi hanno sollecitato su questo tema? Perché voi avete agito pensando alla categoria economica, ma di certo il motivo principale era dare ai coetanei la possibilità di divertirsi la sera…
«Frequentando i bar ci siamo detto che venerdì o sabato a mezzanotte e mezzo è tutto chiuso e tutto spento, e le uniche possibilità sono tornare a casa o recarsi in discoteca. Abbiamo puntato sugli orari di apertura, poi ovviamente la legge va rivista, è troppo rigida e piena di burocrazia. Anche i rapporti con le associazioni di categoria vanno migliorati. Già ai tempi dell’ultima modifica del 2010 c’è stata una discussione accesa sul tema, oltre agli orari anche sulla liberalizzazione della vendita di alcolici ai minorenni. Anche se non sarà sino alle 3.00, ma arriveremo ad aperture sino alle 2.00 tutti i giorni, penso che i giovani possono essere contenti, perché ricordo che ci sono ambienti diversi fra bar e discoteche. Nei primi si può stare tranquilli, e fare una chiacchierata, allungando gli orari si accontenta tutti. E anche i costi non sono uguali…»

L’iniziativa ha unito i movimenti giovanili di molti partiti. Credete di ripetere l’esperienza oppure rimarrà isolata?
«Il 27 novembre abbiamo costituito il nuovo Comitato di Generazione Giovani. Siamo assolutamente aperti, il partito conta poco: siamo giovani e dobbiamo collaborare, anche se poi per determinati temi saremmo staccati. Su questo tema abbiamo trovato appoggio, abbiamo fatto sentire la nostra voce».

Avete già in mente qualche nuovo tema su cui concentrarvi?
«Dovremmo discuterne, ma sicuramente si parlerà di scuola e di aiuti agli studenti, sia qui in Ticino che fuori Cantone, viste le misure di risparmio contenute nel nuovo Preventivo».

Nei giorni scorsi si è sciolta l’associazione locarnese LOCattiva, che ha faticato a coinvolgere i giovani. Avete notato anche voi questo problema?

«Abbiamo dovuto fare la cosa più classica, ovvero andare in piazza e nei bar a raccogliere firme. Siamo stati noi ad avvicinarsi. Alcuni si sono mobilitati, per gli altri ci siamo dovuti muovere noi. In effetti c’è il problema dei giovani che sono disinteressati, è competenza nostra cercare di riaccendere il loro interesse. È troppo facile lamentarsi e non proporre soluzioni, non fare in modo che con un gesto si possano cambiare le cose. Dobbiamo ricordarci che il nostro Stato funziona così. Va seguita la procedura per cambiare ciò che si ritiene sbagliato, serve il coraggio di interessarsi, a volte di tirare indietro le maniche e mettersi a disposizione, e impegnarsi perché si crede in uno scopo o in un ideale. Lo Stato, dopotutto, è nostro. Se desideriamo qualcosa, lanciamoci. Non ci si deve nascondere dietro le scuse e tentare, se poi non dovesse funzionare il lato positivo del nostro sistema è che si può tornare indietro».


L’ultima di Rocco. «Gli unici con valori. Paradiso, un bocconcino prelibato per Lugano»

Ieri sera c’è stato l’ultimo Comitato Cantonale del PLR con Cattaneo come presidente. Che ha voluto essere a Paradiso, a sostegno «di un comune dinamico che fa invidia a molti»

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PARADISO – In una serata piena di neve, Rocco Cattaneo ha preso parte all’ultimo Comitato Cantonale come presidente del PLR. Presto si conoscerà il nome di chi è destinato a succedergli, dopo quattro anni e mezzo, alla guida dei liberali: Nicola Brivio, Bixio Caprara o Matteo Quadranti? Questa, però, sarà musica del futuro.

Cattaneo ha voluto salutare con orgoglio, parlando di tre valori fondamentali che a suo avviso caratterizzano il suo partito: «siamo gli unici che sbandieriamo dei valori: libertà, coesione e progresso. Sono tre fari che ci servono per non perdere la bussola».

L’ultima volta del presidente è stata una scelta forte. Infatti, ha voluto che la serata si tenesse a Paradiso come gesto di solidarietà ai liberali del Comune. Come noto, si tornerà alle urne per le presunte irregolarità al voto, e il sindaco PLR Ettore Vismara aveva tuonato al complotto, accusando Norman Gobbi (che ha poi specificato come il suo Dipartimento sia estraneo alla decisione) e Marco Borradori, che desidererebbero indebolire Paradiso per rendere più facile l’aggregazione con Lugano.

«Questa sera siamo a Paradiso per sostenere gli amici dopo questo inconveniente, ma vi dirò di più: la verità è che c’è invidia per l’agire di questo Comune dinamico, siete un bocconcino prelibato per la grande Lugano», ha tuonato, deciso, Cattaneo.

Alla presenza dei socialisti Durisch e Ghisletta e del leghista Foletti, si è poi discusso dei tre referendum su cui si voterà il 12 febbraio. Il PLR ha deciso di bocciarli tutti.

E così si chiude l’era Cattaneo.