Categoria: Ticino

Se la Svizzera mi permette un escamotage… che all’UE non piace più

Grandi ditte di moda, come la Gucci, fatturerebbero importanti percentuali dei propri utili in Ticino, grazie a imposte favorevoli. Ma ora l’UE ora chiede modifiche

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BELLINZONA – Il fenomeno delle grandi marche di moda che dall’Italia si spostano in Ticino per avere imposte fiscali più favorevoli ha interessato il settimanale L’espresso, che ne parla diffusamente nell’ultimo numero.

«Con l’andare del tempo il fenomeno ha raggiunto dimensioni tali da innescare la reazione dell’Unione europea», viene detto nell’articolo. E Bruxelles ha convinto la Svizzera a promettere di rivedere, almeno parzialmente, le leggi su cui si poggia la discussione. Nel frattempo, secondo il giornalista autore dell’inchiesta, Vittorio Malagutti, «i marchi di moda fanno soldi a palate grazie ai generosi sconti sulle tasse garantiti oltre il confine di Chiasso».

Due gli esempi portati a supporto della tesi: Armani e Gucci.

Non è, comunque, il momento migliore per utilizzare come termine di paragone Armani, dato che con ogni probabilità, anche se nessuno ne ha ancora la certezza, il negozio di Mendrisio sarà delocalizzato a Milano e in Ticino rimarranno massimo 3-4 dipendenti. Le aziende guadagnerebbero lautamente, ma a perderci è il fisco italiano: Armani, per esempio, ha pagato 270 milioni per sanare una controversia con l’Agenzia delle entrate relativa al domicilio fiscale di alcuni ditte controllate. Nel caso specifico, la GA Modefine, che si era fusa con l’Armani di Milano e le cui attività erano state proseguite dall’ormai tristemente noto Giorgio Armani Swiss Branch di Mendrisio.

Il settimanale ipotizza un collegamento fra l’addio a Mendrisio del gruppo e il fatto che, con le sue aziende delocalizzate in Svizzera, il fisco italiano subisca delle perdite.

Viene poi portato l’esempio di Gucci. Nel 2013 il fatturato della griffe toscana in portafoglio a Kering è stato di 1,2 miliardi di euro, sparsi in 120 paesi. I due terzi, però, sarebbero arrivati dal solo Canton Ticino, con 835 milioni fatturati da Luxury Goods International, che sarebbe responsabile della maggior parte delle vendite all’estero. E le imposte? Del 12-13%, con un prelievo effettivo vicino al 5%.

Un escamotage fiscale, insomma, che permetterebbe alle aziende di trovare l’Eldorado in Ticino, con reciproco guadagno. Al fisco italiano, e non solo, comincia a non piacere e l’UE ha strappato la promessa che Berna rivedrà le norme. E quali potranno essere, a quel punto, le conseguenze per il mercato svizzero?


Mezz’ora in più per ammodernarsi? Ma il CCL fa discutere

Marco Chiesa a confronto con Saverio Lurati sulla legge sull’apertura dei negozi che si andrà a votare il 28 febbraio. E Federcommercio fa un appello per il sì

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BELLINZONA – Il giorno del voto si avvicina, e il popolo ticinese dovrà esprimersi sulla possibilità di prolungare di mezz’ora le aperture dei negozi, fino alle 19 in settimana (e sino alle 18,30 al sabato, mentre rimane la chiusura alle 21 del giovedì). Se vincerà il sì, padronato e partner sociali dovranno trovare un accordo sul CCL dei lavoratori.
Unia è contraria, OCST favorevole. Federcommercio, assieme a diverse società dei commercianti di tutto il cantone, ha comprato una pagina su La Regione per invitare a votare sì, e per precisare che la mezz’ora in più non sarà obbligatoria bensì a discrezione dei singoli commercianti, e che non comporterà più lavoro per gli impiegati attuali ma anzi creerà più posti di lavoro. Solo il 10% dei commercianti ha però firmato l’appello, e Federcommercio si chiede se chi non ha aderito si opponga al prolungamento delle aperture o, piuttosto, al principio del nuovo CCL.

Fra i favorevoli, Marco Chiesa sul Corriere del Ticino fa notare come le numerose deroghe chieste in questi anni riflettono delle esigenze che, dalla legge entrata in vigore ormai nel 1968, sono mutate. Nonostante avrebbe desiderato una legge più coraggiosa, efinisce la riforma «equilibrata. Porta con sé una certa modernità senza eccedere né sul fronte del liberalismo né su quello del proibizionismo statale», sottolineando come il sì permetterebbe un vantaggio anche in ambito turistico.
«La legge sull’apertura dei negozi è una legge di polizia cantonale che sancisce gli orari nei quali un commerciante può tenere alzate le serrande. Nulla a che fare dunque con la legge federale sul lavoro nella quale sono prescritte per l’appunto le condizioni di lavoro e la relativa possibilità di impiegare del personale», ha specificato. E a suo avviso il vincolo del CCL è un errore. «Non nascondo che l’appoggio determinante della Lega, che democraticamente ho rispettato ma non ho condiviso, in quel momento abbia dato legittimità e slancio alla sindacalizzazione del settore».

Decisamente contrario è l’ex presidente del PS Saverio Lurati, «perché attraverso interventi a fetta di salame (e quindi introdotti in maniera subdola) si vorrebbe gradualmente arrivare alle aperture ininterrotte e non solo per i negozi. Insomma si tende ad una società 7 giorni su 7, 24 ore su 24».
Le persone, a suo avviso, sono da mettere al centro di ogni legge. «Una questione poco discussa e spesso mal compresa riguarda la gestione degli orari di lavoro. Ciò che sta avvenendo è uno spezzettamento del tempo di lavoro che viene ripartito sulle 14 ore d’apertura. Di fatto ciò corrisponde a non avere più una vita privata e impedisce una sana gestione della vita familiare». A chi gli fa notare che il PS non ha mostrato coerenza nel votare no all’allungamento delle aperture facendo però passare il vincolo del CCL, risponde che è stata scelta la strategia del contenimento dei danni, incolpando la gande distribuzione di non aver mai voluto un contratto collettivo per il personale, così come di aver fatto smantellare i negozi di paese.
«Il commercio ticinese non abbisogna di nuovo ossigeno, ma semplicemente di applicare una politica dei prezzi meglio allineata con i salari insufficienti di una grossa parte dei ticinesi», ha detto Lurati, facendo poi notare come un sì comporterebbe una modifica della griglia degli orari dei trasporti pubblici e un allungamento dell’orario di lavoro anche per conducenti e imprese di trasporto.


30 chilometri in meno, un franco in più: il Ticino protesta

Con l’apertura di AlpTransit, la tratta Castione e Altforf costerà il 3,4% in più. Che le FFS si vogliano riprendere quanto perso un secolo fa?, si chiede qualcuno

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BELLINZONA – Meno chilometri, ma biglietto più caro. Pare sarà questa la scelta di FFS in merito alla tratta tra Castione e Altdorf con l’apertura di AlpTransit.

Il percorso attuale è di 110 chilometri e compierlo in treno costa 29 franchi. Con l’apertura della galleria, la tratta si accorcerà di una trentina di chilometri ma il biglietto costerà circa 30 franchi, con un aumento del 3,4%.

Le ferrovie rispondono all’indiscrezione lanciata ieri dalla NZZ am Sonntag confermando l’aumento ma facendo presente che non è ancora deciso nulla: prima se ne parlerà con l’Unione dei trasporti pubblici e con il Sorvegliante dei prezzi. Stefan Meierhans, il quale ha già fatto sapere che col tunnel si avrà una riduzione di costi e dunque essi non per forza dovranno portare a un aumento del biglietto.

Se incremento sarà, le FFS lo giustificano con l’innalzamento della qualità grazie alla percorrenza veloce delle Alpi. Un espediente già utilizzato al Lötschberg e sulla nuova linea tra Olten e Berna: dato che i prezzi dei biglietti sono calcolati in base alla lunghezza della tratta, si prolunga artificialmente il numero di chilometri.

Il Consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, interpellato dalla NZZ am Sonntag, ha espresso la propria sorpresa per l’eventuale aumento, poiché in Svizzera vi sono stati investimenti per migliorie sulle tratte ferroviarie che non hanno portato all’aumento dei prezzi, come per esempio la nuova stazione ferroviaria di Zurigo. Il Ticino, ha poi ricordato su Twitter, attorno al 1920 dovette lottare contro l’introduzione di un supplemento sulla tratta di montagna: un secolo dopo, ci risiamo.

Sulla lotta di 100 anni fa è tornato anche Franco Celio, deputato PLR, ha reagito immediatamente all’indiscrezione inoltrando un’interrogazione al Consiglio di Stato. Ritiene infatti che le FFS vogliano recuperare i soldi persi allora. «Il Ticino non sia stato mal ripagato per il sostegno accordato ad Alptransit? Quale potrebbe essere l’impatto degli aumenti di prezzo sull’economia qualora l’ipotizzata chiusura del San Gottardo desse alla ferrovia l’esclusiva dei collegamenti con il resto della Svizzera?», ha chiesto.

Gobbi, su quest’ultimo punto, ha precisato che nel caso in cui vinca il no alle urne il 28 febbraio in merito al raddoppio del Gottardo, il Ticino domanderà una riduzione delle tariffe ferroviarie per i collegamenti con il nord delle Alpi.

Critici anche i Giovani Liberali Radicali Ticinesi, pronti a combattere un aumento che andrebbe anche a sfavore dei giovani ticinesi che lavorano e studiano oltre Gottardo.

Le proteste ticinesi trovano eco anche al di là delle Alpi: Bea Heim presidente della Comunità d’interessi per i trasporti pubblici (CiTtap) e consigliera nazionale socialista nel Canton Soletta ha criticato la decisione delle FFS, sottolineando come, dopo aver pagato il tunnel con le imposte, la popolazione dovrà sborsare di più per percorrerlo. «È inammissibile trattare la popolazione in questo modo».


Cosa faccio questo weekend?

Si festeggia il carnevale ambrosiano a Tesserete e a Biasca, al Woodstock c’è musica live mentre Sanremo elegge il suo vincitore.

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BELLINZONA – Un’altra settimana è passata ed è tempo di programmi per il weekend.

Per chi ha ancora voglia di carnevale, spazio agli ultimi botti con quello ambrosiano. Fra i più importanti, Tesserete e Biasca.

Il primo è partito ieri, con sua Maestà Or Penagin e il 1° Ministro Porta Penagia che hanno preso le chiavi della città. Oggi pranzo offerto e serata di divertimento sino alle 4, dopo un pomeriggio dedicato ai bambini. Domani risotto e luganighe che precederanno il tradizionale corteo, al termine del quale si darà l’assalto all’albero della cuccagna. Dopo la premiazione, ultima serata di festeggiamenti.

A Biasca regna Re Naregna da mercoledì. Questa sera è previsto un tour culinario nel borgo biaschese a bordo di un lussuoso e moderno lounge bar su ruote, domani risotto e grande corteo mascherato. Infine prenderanno la parola Re Naregna e Regina Taitü dando il via alla premiazione e alla serata finale, col concerto delle guggen alle 20.

Se si desidera una musica diversa da quella carnascialesca, al Woodstock
Music Pub di Bellinzona questa sera suoneranno i MerQury Legacy, band che omaggia Freddy Mercury. Il concerto sarà chiuso dalla leggendaria “We are the champion”. Sabato, invece, Sabato 13 serata al ritmo dei grandi classici che hanno fatto la storia dell’Hard Rock con il gruppo italiano Mister no, una delle pochissime bands nel circuito covers che non si piega alle mode. Puro rock, eseguito con passione, sangue, energia e perizia tecnica.

Sabato sera, sempre in tema musicale, va in scena la finale del 66° Festival di Sanremo.

Senza dimenticare che domenica è San Valentino…


«La conoscenza è luce», la storia delle religioni riparte

Dopo il ritiro dell’iniziativa di Quadranti, Dadò torna sul tema. «Servono strumenti per affrontare il futuro senza paura»

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BELLINZONA – Storia delle religioni, un tema da riproporre, anche e soprattutto dopo il ritiro l’iniziativa di Quadranti. È pronto a scendere in campo Fiorenzo Dadò, che ci ha spiegato che cosa ha in mente e perché.

C’è già qualcosa di pronto oppure sono solo intenzioni, al momento, le vostre?
«Stiamo elaborando il testo di un’iniziativa con deputati di diversi partiti. Ci saranno sicuramente dei liberali, dei leghisti, degli UDC ed è possibile anche dei socialisti e dei verdi».

Cosa chiederà la vostra iniziativa?
«Chiediamo di riprendere il sistema su cui si stava della orientando la maggioranza della Commissione scolastica, cioè uno misto dove c’erano due possibilità parallele: seguire il corso di storia delle religioni oppure quello di religione cattolica o riformata. Il discorso è di carattere culturale e identitario. Riteniamo che sia importantissimo dare ai giovani di oggi gli strumenti per capire la società e i grandi cambiamenti in corso. È da irresponsabili, come politici, nascondere la testa sotto la sabbia e non vedere quando sta accadendo nel mondo. Il nostro è un discorso che va al di là del credo religioso che è una questione totalmente personale, orientato alla conoscenza culturale di aspetti fondamentali del mondo moderno. Per sconfiggere l’oscurantismo bisogna favorire la conoscenza, che è la luce per l’umanità, dando le chiavi di lettura giuste ai giovani per capire la nostra cultura e la nostra identità. Il mondo lo costruiamo noi, giorno per giorno con i pensieri e le azioni, più strumenti ci sono per affrontarlo e meglio è. Si parla di ISIS o Islam senza sapere nulla. Non è tutto come si dipinge, se non si conosce si crede che ogni persona col foulard in testa sia un terrorista, invece va capito, per esempio, da dove nasce l’odio dell’ISIS verso l’Occidente».

Non si poteva forse, anche se dirlo col senno di poi è facile, essere più lungimiranti come scuola? In fondo del tema si parla da tempo…
«Per noi è quasi incomprensibile che dopo 14 anni di discussioni e una strada percorribile trovata che sia stata ritirata l’iniziativa, anche se non voglio entrare in polemica con Quadranti. È un tema da riproporre, ne hanno discusso il Consiglio di Stato, il Parlamento, delle commissioni esterne, quelle del Gran Consiglio, ora il tempo è maturo per prendere una decisione ma serve qualcosa di concreto sul tavolo. Depositeremo qualcosa nelle prossime settimane e il Gran Consiglio deciderà in tempi brevi».

La scuola poteva fare di più sul tema delle religioni, magari nelle ore di storia o geografia?
«No, si tratta di materie specifiche e a sé. Chi verrà scelto come professore sarà deciso dal Dipartimento, io non sono esperto di insegnamento, come politico e deputato il mio compito è quello di gettare le basi affinché la nostra gioventù abbia degli strumenti per affrontare il futuro in modo sereno e non con paure e dubbie. Servono convivenza pacifica dei popoli e accettazione del diverso».

La Chiesa cattolica, con il suo no a un’ora quindicinale e non settimanale, ha messo un po’ i bastoni fra le ruote al progetto. Come accoglierà il vostro?
«Il fatto era che si voleva relegare l’insegnamento della nostra religione, che è il fondamento della nostra civiltà (e questo non possiamo metterlo in dubbio…), a qualcosa di serie B. Noi riteniamo invece che siano di pari dignità e che ogni allievo e ogni famiglia potrà scegliere liberalmente il curriculum da seguire. La Chiesa è sempre stata d’accordo, anche sul sistema misto, il problema era che storia delle religioni sarebbe stata insegnata ogni settimana e la “classica” solo quindici giorni. La commissione comunque andava in questo senso, non si creavano discriminazioni. E in ogni caso studiare religione cattolica o riformata non vuol dire non parlare degli altri credi».


«Una Lega attacca, l’altra tace ed anzi li invita»

Una deputata italiana se la prende con la Lega dei Ticinesi, che ha peggiorato le condizioni lavorative degli italiani, e con la Lega Nord che non fa nulla

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MILANO – Anche la politica, ora, si muove per aiutare i frontalieri. Ieri la Camera dei Deputati ha approvato una mozione del Partito Democratico a favore dei comuni di frontiera, per cui si chiedono delle garanzie se verrà ratificato l’accordo fiscale tra Svizzera e Italia.

A margine della mozione, però, una deputata ha attaccato duramente le due Leghe, quella dei Ticinesi, rea di aver fatto peggiorare le condizioni di lavoro degli italiani, e la Nord, che non dice nulla.

Maria Chiara Gadda, prima firmataria della mozione, ha ricordato le misure adottate da quando il Movimento di via Monte Boglia è diventato il primo partito ticinese: dall’aumento della tassazione locale alla tassa sui posteggi dei frontalieri, dall’obbligo di presentare l’estratto del casellario giudiziario sino all’albo antipadroncini, definito una legge «concepita per colpire le imprese italiane in sfregio al principio della libera circolazione».

Tutte misure che hanno penalizzato gli italiani. E la Lega Nord? Tace, anzi «fa parlare gli esponenti ticinesi alla festa di Pontida. Un silenzio molto rumoroso e che dura da molti anni, a partire da quello di Matteo Salvini», conclude Maria Chiara Gadda.


Marco Romano: il matrimonio, le tasse e i nastrini gay di Sanremo

Il Consigliere nazionale respinge le accuse di un’iniziativa di propaganda partitica. «Anzi, è l’esempio di quando si usa questo strumento democratico»

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BELLINZONA – L’iniziativa PPD sulla discriminazione delle famiglie si inserisce in un periodo in cui il tema relativo alle coppie gay accende l’Italia, passando dalle piazze al Festival di Sanremo. E poiché la Penisola non è certo lontana, l’argomento in votazione è stato tirato nel grande calderone che riguarda le coppie e i loro diritti. Ne abbiamo parlato col Consigliere nazionale pipidino Marco Romano.

Fra i temi in votazione anche l’iniziativa “per il matrimonio e la famiglia” del PPD, che vorrebbe “sanare” le disuguaglianze fiscali fra concubini e coppie sposate. Sulla questione il parlamento aveva proposto un controprogetto. Perché non avete accolto una proposta concreta, e avete voluto il voto popolare?
«La prima cosa da dire è che non vogliamo togliere una discriminazione perché l’abbiamo scoperta, abbiamo fatto un’iniziativa popolare perché essa è stata sottolineata, evidenziata e dichiarata illegale e contro i principi della Costituzione del 1984 dal Tribunale federale. Per 30 anni il parlamento non ha mai trovato una soluzione, quando essa è facilissima, dato che l’hanno trovata 26 Cantoni. Lo strumento dell’iniziativa popolare serve ad agire quando non lo fa il parlamento. Esso, anche sulla nostra iniziativa, ha cominciato a cercare scuse, a cercare il modo per dirci di no. Il controprogetto era un’idea politica vuota che non c’entrava nulla con la nostra iniziativa, proprio perché chiedeva di passare alla tassazione individuale che noi non vogliamo, desideriamo togliere la discriminazione. Ci siamo dunque opposti e riteniamo che l’unico modo per fare giustizia dopo 30 anni sia accogliere la nostra iniziativa».

Quindi non si tratta di un’iniziativa lanciata per mera propaganda partitica, come accaduto spesso negli ultimi anni con iniziative lanciate da destra e da sinistra?
«Penso che ci sia un dato chiarissimo: il PPD negli ultimi 80 anni di storia ha lanciato due iniziative popolari, mentre gli altri partiti ne lanciano a decine. Non è affatto un veicolo promozionale anzi è l’esempio di quando si dovrebbe utilizzare lo strumento dell’iniziativa popolare, ovvero quando il parlamento non agisce, il fatto di non aver concretizzato una decisione del Tribunale federale per 30 anni è molto grave e legittima dunque la popolazione a raccogliere le firme affinché si agisca. La prima iniziativa del PPD è stata persa un paio d’anni fa, sono convinto che questa la vinceremo, restiamo il partito che nella storia ne ha lanciate meno, e se dovessimo vincere saremmo uno fra quelli più vincenti, col 50% di successo, come pochissimi. È quindi una critica ingiustificata, fuori luogo, confutata dai numeri e soprattutto dall’incapacità di agire dalle opportunità federale».

Nel testo in votazione si definisce chiaramente il matrimonio come l’unione di un uomo e una donna. L’iniziativa quindi non sarà applicabile alle unioni domestiche registrate?
«L’iniziativa è applicabile alle unione domestiche registrate, perché dal 2007 esse dal punto di vista fiscale sono parificate al matrimonio. L’accettazione dell’iniziativa va a favore anche delle migliaia di coppie in unione domestica registrata che oggi pagano più imposte, ed anche alle coppie omosessuali, e ce sono parecchie, che rinunciano all’unione domestica registrata perché lavorando entrambi se si registrassero si troverebbero a pagare un’imposta federale diretta molto più alta. Vogliamo andare a beneficio sia delle coppie etero che di quelle omosessuali, perché dal punto di vista fiscale sono trattate in modo uguale».

Un’apertura alle copie omosessuali è rivoluzionaria per il PPD, notoriamente vicino alla Chiesa… .
«L’essere vicini alla Chiesa è un argomento strumentale. Che il PPD abbia questo imprinting è un luogo comune, io per esempio sono cattolico, mi rifaccio ai valori cattolici, non sono assolutamente praticante. Non si combatte un’iniziativa perché qualcuno è vicino a qualcun altro, a una realtà della nostra società. Trovo offensivo dire che è un’iniziativa dei cattolici, in questo paese abbiamo il matrimonio che è uno degli elementi fondamentali della società, con molte giovani coppie che mettono su famiglie e sono discriminate fiscalmente, noi vogliamo parificarle, mi dica cosa c’è di ideologico in questo».

A proposito, in questo periodo il tema delle unioni civili è molto caldo in Italia. Cosa ne pensa dei nastrini arcobaleno che molti cantanti hanno portato sul palco a Sanremo?
«La trovo una forzatura. La discussione attorno al matrimonio omosessuale avviene in tutti i paesi europei, non sono per un approccio di uno contro l’altro bensì per uno che vuole riconoscere le varie realtà. In Svizzera dal 2007 con l’unione domestica registrata le coppie omosessuali sono parificate a quelle etero, nei prossimi nani arriveranno altre proposte politiche, il matrimonio light, il PACS come in Francia, si parla delle adozioni. La nostra fortuna è avere la democrazia diretta, per cui molto verosimilmente non saranno delle élite a decidere ma la popolazione votante. Queste lotte di causa o di parti della società mi sembrano fuori luogo. L’adozione, per esempio, nella stessa comunità gay non fa l’unanimità. Sono delle decisioni di società molto importanti che è peccato trasformare in spettacolo».


La Lega Sud va in Italia

Luciano Milan Danti interverrà al congresso di “Unione Movimenti di liberazione”, a difesa «dell’italianità trascurata ed infangata da molti ticinesi»,

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PRATO – Appuntamento toscano per Lega Sud. Come si legge in un comunicato inviato in redazione, il partito è stato invitato sabato 13 febbraio 2015 “Lega Sud Ticino” a Prato (Firenze), ospite del congresso nazionale di “Unione Movimenti di Liberazione”, ove Luciano Milan Danti terrà un intervento pubblico di 30 minuti.

«”Unione Movimenti di Liberazione” è un insieme di movimenti italiani (tra i quali anche “Lega per l’Italia”) nati per tutelare la cultura e la tradizione italiana. A tal proposito, “Lega per l’Italia” ha invitato “Lega Sud Ticino” in virtù della battaglia innescata da Luciano Milan Danti (presidente di Lega Sud), in Canton Ticino, a difesa dell’italianità storica di quel pezzo di Lombardia amministrato dalla Svizzera; italianità ben franca, nel primo articolo della Costituzione Ticinese: “Il Canton Ticino è una repubblica democratica di cultura e lingua italiane”. Italianità però trascurata ed infangata da molti ticinesi», riporta la nota. «Lega Sud Ticino, movimento identitario, né di destra e né di sinistra, è orgoglioso di poter dire la sua e di rappresentare il Canton Ticino, in un’ottica trasversale ma amica, con coloro che hanno a cuore di rivendicare il Cantone italiano della Svizzera».

Tra i molti personaggi che interverranno, vi sono Filippo Sciortino (Presidente di U.M.L), Magdi Cristiano Allam, Luigi Pergamo (Presidente di Lega per l’Italia), il Generale Antonio Pappalardo (Presidente SUPU).
Christina Magnani (Segretaria di Lega Sud Ticino) è stata scelta dall’organizzazione come “voce solista ufficiale” del U.M.L. e si esibirà cantando dal vivo l’inno del Congresso.


È nato il gruppo PPP della Svizzera italiana

Il modello del Partenariato Pubblico-Privato (PPP) è arrivato in Ticino: Gianella nel comitato direttivo

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ZURIGO – Il modello del Partenariato Pubblico-Privato (PPP) è definitivamente arrivato nel Canton Ticino. L’associazione PPP Svizzera ha eletto nel comitato direttivo Tobiolo Gianella, collaboratore scientifico e didattico presso l’Università della Svizzera italiana che attualmente sta costituendo il gruppo ticinese dell’associazione. Ultimo esempio, la Città di Lugano vuole realizzare il nuovo Polo Sportivo e degli Eventi nell’area di Cornaredo nella forma di un Partenariato Pubblico-Privato (PPP).

Siccome il modello PPP è molto discusso in Ticino, si riteneva opportuno già da parecchio tempo la creazione di un’antenna sul territorio della Svizzera italiana per rendere operativa la presenza dell’Associazione Svizzera. Il 26 novembre 2015, l’assemblea generale dell’associazione ha eletto nel comitato direttivo il suo membro della rete di esperti Tobiolo Gianella, collaboratore scientifico e didattico presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano.
Gianella è incaricato di formare un gruppo PPP ticinese. Gli scopi principali di questo gruppo sono quelli di incentivare e di sviluppare le attività delle amministrazioni pubbliche nell’utilizzo dello strumento del partenariato pubblico-privato, nonché di promuovere il tema del PPP negli ambienti economici, politici ed istituzionali del Canton Ticino attraverso conferenze, seminari e dibattiti. Come ad esempio la tavola rotonda organizzata dalla Junior Chamber International, sezione Ticino, del 6 ottobre 2014 oppure la giornata del Comune Innovativo del 20 novembre 2014.

Il Partenariato Pubblico-Privato (PPP) viene chiamato in causa come possibile via per facilitare la realizzazione di infrastrutture importanti nonostante la situazione delicata delle finanze pubbliche. Il PPP è l’unico modello che integra sistematicamente lo studio dei costi del ciclo vitale come incitatore finanziario per l’ottimizzazione. È dunque sensato esaminare la possibilità di un PPP per investimenti importanti come ha fatto il Canton Berna per il suo centro amministrativo “Neumatt” a Burgdorf. Dopo i primi tre anni di gestione, tutti i soggetti coinvolti nel progetto si sono dichiarati molto contenti. Il Canton Ginevra ancora quest’anno voterà sulla realizzazione della “grande Traversée du Lac” nella forma di un PPP.

Il PPP rappresenta un’opportunità per tutte le parti coinvolte. L’ente pubblico approfitta di uno sgravio finanziario e di una maggiore efficienza, di tempi di realizzazione più rapidi nonostante la scarsità di risorse finanziarie. Il PPP garantisce compiti pubblici ottimizzati sempre sotto il controllo delle istanze politiche che possono sfruttare il know-how del partner privato.

Peraltro il modello PPP rappresenta una collaborazione complessa che include anche dei rischi. Gli stessi dovranno essere verificati con cura e i vantaggi offerti da ciascuna soluzione dovranno essere confrontati prima di stabilire definitivamente una collaborazione.
Ciascuno dei partner si assume il rischio che può gestire al meglio. Ad esempio, nel progetto Neumatt, la ripartizione dei rischi è parte integrante del contratto ed in questo caso il gestore privato assume il rischio dei costi di gestione delle opere.

La Città di Lugano ha appena invitato i potenziali investitori, realizzatori e gestori a proporsi in anticipo come interessati a partecipare ad un prossimo concorso pubblico per la realizzazione e la gestione nella forma di un Partenariato Pubblico-Privato (PPP) del nuovo Polo Sportivo e degli Eventi nell’area di Cornaredo. Esso si compone in particolare di un’arena-stadio, di un palazzetto dello sport, di superfici commerciali, amministrative e residenziali.

La Città di Lugano, membro dell’associazione PPP Svizzera, dovrebbe optare per la forma del PPP anche per il polo sportivo e degli eventi di Cornaredo, per il Centro congressuale del Campo Marzio e per il nuovo centro culturale Lugano Arte e Cultura LAC. Anche per l’aeroporto di Lugano-Agno si intende andare, nel corso dei prossimi anni, verso un’apertura del capitale azionario ad investitori privati. A livello ticinese invece si sta discutendo di PPP nel settore socio-sanitario, come ad esempio per il progetto di collaborazione strategica ed operativa nella regione del Locarnese, così come nel settore sportivo nell’ambito della nuova pista di hockey della Valascia dell’HC Ambrì-Piotta a Quinto.


L’ibrido no: la storia delle religioni esce di scena

Quadranti ha ritirato la sua mozione sul tema. Complice il no della Curia a trasformare in quindicinali le lezioni classiche, si stava studiando una forma mista

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BELLINZONA – Storia delle religioni non sarà una materia scolastica ma resterà, almeno per un po’, un’utopia.

In un’epoca in cui, probabilmente, conoscere le religioni e di conseguenza le culture altrui può essere determinante per orientarsi in un mondo sempre più multietnico, Matteo Quadranti ha ritirato la sua mozione per l’introduzione dell’ora di insegnamento alle medie e alle scuole post obbligatorie.

Del tema si parla da anni, la prima a chiedere di inserire la materia fu Laura Sadis, poi appunto Quadranti lo ha ripreso presentando la mozione. Si è notato, anche, come gli allievi che prendevano parte all’ora di religione tradizionale fossero in netta diminuzione, dal 58,31 per cento degli allievi di quarta media del 2010 al 30,88 per cento del 2015.

Nel 2010 si era tentata una sperimentazione di tre anni in sei sedi di scuola medie per implementare la storia delle religioni. L’idea, pare, sia piaciuta. La SUPSI proponeva perciò l’ora di storia delle religioni obbligatoria ogni quindici giorni, con gli allievi che avevano la facoltà di scegliere se prendere parte anche all’ora “classica”. Il problema che si è allora posto era la volontà di non aumentare il carico di ore per i ragazzi.

È stato dunque chiesto alla Chiesa Evangelica e a quella Cattolica l’accordo a far diventare quindicinale l’ora a loro dedicata, alternando così le due materie. Se la prima ha acconsentito, diversamente la pensavano la Curia e Monsignor Valerio Lazzeri: ecco la fine, dunque, del progetto.

La Commissione scolastica in queste settimane stava creando un ibrido, ma Quadranti ha sorpreso tutti ritirando la mozione. «Si stava optando per un sistema misto che non era quanto proposto dall’atto parlamentare». L’ibrido, insomma, non è gradito. Il deputato PLR non esclude di tornare sul tema, un giorno.


9 febbraio, resta un anno. «UDC come i bolscevichi, distruggono il sistema svizzero»

Paolo Bernasconi ritiene difficile fare pronostici su come andranno i negoziati, data la situazione incerta dell’UE

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BELLINZONA – A due anni dal sì del popolo svizzero all’iniziativa UDC per limitare l’immigrazione di massa, la soluzione per applicare quanto deciso appare lontana. Per parlarne abbiamo interpellato uno degli storici contrari, Paolo Bernasconi.

Per l’applicazione del 9 febbraio il tempo stringe: cosa succederà? La volontà popolare finirà in un nulla di fatto?
«È difficilissimo dirlo, perché non sappiamo neppure come sarà fatto e in che situazione politica e economica si troverà il partner principale, l’UE. Il Consiglio federale è stato messo in una posizione complicatissima da questa decisione del 9 febbraio, di cui molte associazioni, corporazioni e persone si sono rese conto solo il giorno dopo, penso alla Conferenza svizzera dei rettori che ha capito il disastro per lo sviluppo scientifico svizzero, o alle organizzazioni degli studenti, che si trovavano nella quasi impossibilità di studiare all’estero. Il popolo svizzero può decidere per la Svizzera ma non esprime la volontà di altri partner internazionali e dell’UE: per andare d’accordo di deve essere in due, e se si sceglie vie di scontro e di conflitto, vivrà un isolamento. A pagarne le conseguenze sarà il popolo stesso».

Il Tribunale federale con la sua sentenza ha chiaramente detto gli accordi internazionali (i bilaterali) prevalgono sul diritto interno (articolo costituzionale sull’immigrazione di massa). Quindi in teoria un’applicazione unilaterale (senza un accordo con l’UE), oppure senza disdire i bilaterali (mediante una votazione popolare), non è possibile?
«Il Tribunale federale ha detto che, come fra due persone o due società, quando si fa una promessa essa va mantenuta, vale anche nei rapporti internazionali. La Svizzera ha preso degli impegni, con l’avvallo del popolo (che ha votato a favore di Schengen nel 2005), non si può cambiare idea nei rapporti internazionali, è troppo difficile».

Aveva ragione Bertoli nel suo famigerato discorso del primo agosto?
(ride, ndr) «Bertoli mi è molto simpatico, ma piuttosto che dire chi ha torto e chi ha ragione preferisco rispondere sulla domanda fattuale precisa. È vero che chi ha lanciato l’iniziativa, cioè l’UDC e la Lega, non ha informato il popolo svizzero del grave pericolo a cui si sarebbe esposto votando sì, cioè l’isolamento politico e molto probabilmente economico. Il fatto è che chi pagherà non saranno i capoccia dei due partiti bensì tutto il popolo».

Senza accordo con l’UE per il 9 febbraio salta anche il nuovo accordo con l’Italia sui frontalieri. Cosa fare?
«Questa è tutta un’altra questione, il partner è un altro, si tratta di accordi bilaterali, con una vita indipendente: tra l’altro deve essere ratificato dai due parlamenti, con difficoltà politiche interne sia per noi che per loro. Se i bilaterali fossero disdetti a seguito dell’applicazione del 9 febbraio sarebbe più difficile andare d’accordo con l’Italia. Come in caso di sì all’iniziativa UDC sull’espulsione dei criminali stranieri in votazione il 28 febbraio! L’UDC porta avanti delle soluzioni che sembrano facili ma che sono disastrose. L’iniziativa viene chiamata per l’attuazione, io la definisco per la distruzione. Puntano diretti a distruggere il sistema democratico svizzero, in modo sistematico e organizzato. Vogliono sostituire al Governo, al Parlamento e ai giudici il partito unico UDC. Si chiama dittatura, il loro obiettivo è una Svizzera dominata da loro. Questo è bolscevismo!».


RSI, chiesto il congelamento dei licenziamenti e sfiduciati i vertici

Nell’assemblea indetta dal Sindacato Svizzero dei Mass Media, è comparsa anche una perizia giuridica che evidenzierebbe come la RSI avrebbe violato il CCL

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COMANO – Congelare i licenziamenti in attesa di chiarezza e sfiducia ai vertici della RSI. Sono i punti base emersi dall’assemblea di ieri a Comano, indetta dal Sindacato Svizzero dei Mass Media.
Un centinaio i partecipanti, che hanno parlato dello sconcerto per i licenziamenti all’americana e di un clima che è già pesante da tempo: gli episodi che dominano la cronaca sono solo la punta dell’iceberg.

Il SSM si presenta forte anche di una perizia giuridica, redatta da una consulente della Svizzera Interna, che sottolineerebbe la violazione del CCL da parte della RSI. L’articolo 57 del CCL definisce i diritti di partecipazione, la commissione del partenariato sociale di conciliazione, nonché i rapporti fra le parti contraenti a livello nazionale non sarebbe stato rispettato. Il sindacato doveva essere interpellato, cosa che non è avvenuta. «Intendiamo portare sul tavolo delle trattative il fatto che sia mancata una vera consultazione, come invece è esplicitamente previsto dal nostro CCL. Di conseguenza, tutte le decisioni messe in atto in termini di riduzione del tempo di lavoro, di licenziamento e di prepensionamento, possono essere impugnate davanti alla legge», ha dichiarato al Corriere del Ticino il presidente Renato Minoli. La RSI dovrà giustificare come mai non abbia preso in considerazione le idee proposte dal sindacato per risparmiare senza tagliare i posti di lavoro (pare che i licenziamenti già comunicato siano 11, mentre quelli in attesa di esserlo 7).

Oltre dunque alla richiesta di congelare i licenziamenti, i dipendenti hanno votato una sfiducia. «I partecipanti all’assemblea, certi inoltre di interpretare anche il pensiero di numerose colleghe e colleghi, dopo aver avuto testimonianza diretta da parte di persone sommariamente licenziate, e dopo aver preso conoscenza delle modalità ben più corrette, professionali e rispettose seguite nelle altre unità aziendali, dichiarano la loro sfiducia verso il Consiglio di direzione, i capi e i quadri di dipartimento, e lo stato maggiore Risorse umane che hanno deciso e gestito l’applicazione di misure che avrebbero richiesto la massima correttezza e umanità», si legge nel comunicato del sindacato.

L’aria, insomma, dalle parti di Comano non accenna minimamente a farsi meno pesante. E prossimamente il sindacato si consulterà con Piero Cereghetti, inviato da De Weck per capirci qualcosa in più.


Prima i nostri? Le FFS dicono no e scelgono il granito di Roma

Il Consigliere nazionale PPD intende presentare un’interpellanza al Consiglio Federale: la produzione indigena, per la stazione di Bellinzona, è stata dimenticata?

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BELLINZONA – Le FFS prendono il granito da Roma, e Fabio Regazzi si infuria. Le ferrovie, infatti, hanno deciso di utilizzare materiale romano per la nuova stazione di Bellinzona, ignorando la produzione locale.

«Stiamo parlando della Porta del Ticino, di un nodo ferroviario dunque fondamentale per tutto il cantone con l’apertura di AlpTransit. E le FFS cosa fanno? Si dimenticano dell’industria del granito, settore già in crisi per una serie di disposizioni e parametri che mettono in difficoltà gli attuali “cavisti”. Mi auguro che la decisione non sia definitiva», ha tuonato il Consigliere nazionale PPD sulle colonne de La Regione.

Il deputato ticinese presenterà quindi un’interpellanza al Consiglio federale il primo giorno della sessione primaverile, ponendo l’accento sulla produzione indigena a Rivera e Tre Valli: il non utilizzare il loro materiale denota – secondo Regazzi – insensibilità nei confronti di un cantone periferico e di minoranza linguistica.

Regazzi chiederà lumi anche sull’impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro delle dittea romane in questione, e domanderà al Consiglio federale se condivide la scelta delle FFS o se in casi simili, che potrebbero riguardare per esempio aziende come Swisscom o Posta, non sia meglio privilegiare il chilometro zero. Prima i nostri, insomma.


9 febbraio, countdown da brividi. «Due anni per cercare scappatoie, non soluzioni»

Nell’anniversario dello storico voto, Lorenzo Quadri auspica che «decida la politica. Se applicare la volontà popolare vuol dire disdire gli accordi bilaterali, scelgo questa via»

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LUGANO – Due anni esatti fa, la Svizzera diceva sì alla possibilità di limitare autonomamente la propria immigrazione e di introdurre contingenti. Una vittoria storica per l’UDC, conquistata con l’appoggio decisivo del Ticino, che ha aperto nuovi scenari anche sul piano europeo. Ne abbiamo discusso con un deciso sostenitore, il consigliere nazionale leghista Lorenzo Quadri.

Per l’applicazione del 9 febbraio il tempo stringe (rimane solo un anno): cosa succederà?
«Mi sembra abbastanza improbabile che riescano a trovare una soluzione adeguata e a svolgere anche l’iter parlamentare nel tempo indicato, quindi dovranno fare in modo, immagino, di trovare una proroga. Il problema maggiore è che questi due anni non sono trascorsi in modo molto fruttuoso: l’impressione mia e di altri promotori dell’iniziativa è che questi mesi siano stati impiegati alla ricerca di scappatoie per non applicare il voto popolare piuttosto che di soluzioni».

La volontà popolare finirà in un nulla di fatto?
«È la volontà di molti che succeda, quanto meno che essa possa venire dribblata tramite soluzioni e clausole di salvaguardia che non scatterebbero o qualcosa del genere. I promotori devono evitarlo, perché è un tema di importanza capitale ma anche perché se si comincia a non rispettare la volontà popolare una volta si aprono le porte per casi ripetuti e analoghi».

Il Tribunale federale con la sua sentenza ha chiaramente detto gli accordi internazionali (i bilaterali) prevalgono sul diritto interno (articolo costituzionale sull’immigrazione di massa). Quindi in teoria un’applicazione unilaterale (senza un accordo con l’UE), oppure senza disdire i bilaterali (mediante una votazione popolare), non è possibile?
«Penso che casi di questo genere non debbano essere decisi dai tribunali bensì dalla politica. Sappiamo benissimo che l’UE quando vuole è in grado di trovare soluzioni, anche se traballanti dal punto di vista legale. Per esempio, il fatto di sospendere Schengen per due anni mantenendolo però in vigore legalmente non sta né in cielo né in terra, ma c’è la volontà politica e lo si fa. Ci sono quindi vari Stati membri che avanzano temi riguardanti la limitazione della libera circolazione analoghi a quelli della Svizzera e una soluzione deve essere trovata in ambito politico e non in quello dei tribunali».

Aveva ragione Bertoli nel suo famigerato discorso del Primo agosto?
«Non sono d’accordo. I problemi politici vanno risolti dai rappresentanti politici e non dai tribunali che si limitano ad applicare le leggi. Se gli accordi bilaterali prevalgano sul diritto interno è oggetto di diatribe volte a scoprire chi debba avere la precedenza in caso di conflitto di competenza. Ideale sarebbe trovare una soluzione che vada bene anche all’UE. Applicare il 9 febbraio unilateralmente vorrebbe dire probabilmente disdire l’accordo di libera circolazione delle persone. Da parte mia, l’ho detto sin dall’inizio, tra la situazione attuale, ovvero libera circolazione senza limiti, e quella possibile futura di un limite alla libera circolazione senza i bilaterali, sceglierei la seconda opzione. Se prevalesse la linea dura da parte dell’UE, cioè o libera circolazione totale o nulla, anche se mi pare poco probabile in considerazione della situazione attuale, opterei per la decadenza dei bilaterali».

Senza accordo con l’UE per il 9 febbraio salta anche il nuovo accordo con l’Italia sui frontalieri. Cosa fare?
«Questo è il minore dei mali. Che questo accordo sia vantaggioso per il Ticino e la Svizzera è ancora tutto da dimostrare, oltretutto è contestato da parte italiana e non è detto che venga ratificato a causa della questione fiscale dei frontalieri, che è un tema elettorale per loro di un certo rilievo, dato che i frontalieri votano. Se dovesse decadere l’accordo non mi straccerei certo le vesti dato che non porta un miglioramento rispetto alla situazione attuale».


Greenpeace contro il raddoppio, «per una mobilità veramente sostenibile»

«L’aumento del traffico indotto dall’uso di tutte le quattro corsie porterà al caos viario nel Sottoceneri»

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BELLINZONA – Il gruppo regionale Greenpeace Ticino ritiene che la votazione del 28 febbraio sul raddoppio
della galleria autostradale del San Gottardo sia fondamentale per il futuro sostenibile del Ticino. «Il popolo svizzero ha a più riprese confermato la politica di trasferimento delle merci dalla strada
alla ferrovia», si ricorda in un comunicato. «Per raggiungere gli obiettivi di protezione delle Alpi la Svizzera ha costruito la trasversale ferroviaria alpina investendo più di 24 miliardi di franchi. Questa importante infrastruttura va ora utilizzata e sfruttata al meglio e non sabotata sin dall’inizio con la costruzione di un secondo tubo stradale al Gottardo che darebbe un segnale sbagliato agli autotrasportatori europei, pronti ad invadere l’asse di transito del Gottardo. Gli oltre 3 miliardi previsti sono più utili altrove, ad esempio per il potenziamento dei mezzi pubblici o nelle zone dove il traffico è più congestionato».

«L’aumento del traffico indotto dall’uso di tutte le quattro corsie porterà al caos viario nel Sottoceneri e non permetterà di ultimare il risanamento dell’aria: i valori limiti per le polveri sottili, gli ossidi di azoto e l’ozono sono ancora superati. L’inquinamento atmosferico provoca in Svizzera ogni anno milioni di danni in termini di salute pubblica e di assenze dal lavoro, senza contare le morti premature. Un inaccettabile aumento del traffico peggiorerà inoltre la sicurezza sull’intera tratta Chiasso-Basilea aumentando gli incidenti», continua la nota.

«Il traffico in Svizzera è responsabile per ben il 30% delle emissioni di gas ad effetto serra. A Parigi durante la recente conferenza sul clima si è deciso sulla carta di limitare il surriscaldamento climatico globale al di sotto dei 2 gradi», afferma Matteo Buzzi a nome di Greenpeace. «Ora sono necessarie misure politiche concrete e coerenti con questo obiettivo. La politica svizzera dei trasporti deve dare il suo contributo: potenziamento dei mezzi di trasporto pubblico per le persone e merci sulla ferrovia».

«Il raddoppio della galleria autostradale del San Gottardo va esattamente nella direzione opposta a quanto richiederebbe una seria politica di protezione del clima», conclude la nota. «Greenpeace Ticino invita quindi a votare no al raddoppio della galleria stradale del San Gottardo».