Categoria: Ticino

Cattaneo, «Rösti, conosci la civica? La partita sul 9 febbraio si gioca solo a Berna, e su “Prima i nostri”…»

Il presidente liberale se la prende col presidente nazionale dell’UDC. «Con l’iniziativa, il suo partito vuole aumentare il proprio peso elettorale. Facile dispensare promesse che non verranno mantenute»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Le ultime fasi di campagna elettorale in vista del voto su “Prima i nostri” sono incandescenti. È UDC contro tutti, un po’ come accade a livello federale. Questa mattina è Rocco Cattaneo, presidente del PLR, ad aprire le ostilità, attaccando il presidente democentrista Albert Rösti in un articolo sul Corriere del Ticino.

Cattaneo parte dall’ovvietà dello slogan (significativo, in tal senso, un intervento del liberale Sinue Bernasconi, che spiega come certi termini siano usati con lo scopo di essere ripetuti all’infinito e di distrarre gli avversari politici, prosciugando le loro energie), per poi accusare l’UDC di utilizzarlo per aumentare il proprio peso elettorale, “siccome non riesce a farlo sul piano elettorale lo vuol fare con le votazioni popolari, con proclami e slogan accattivanti. Facile dispensare promesse ben sapendo che non potranno essere mantenute. Perché la colpa, se quelle promesse svaniranno come fumo rivelandosi inattuabili, sarà ancora degli altri, dei sabotatori, dei traditori della volontà popolare. Questa è la logica politica dell’UDC (e della Lega)».

Piuttosto che impegnarsi per conciliare voto del 9 febbraio e volontà del popolo, espressa più volte, di mantenere i bilaterali, «meglio smarcarsi e seguire la strada della demagogia, cavalcando le (giustissime, e sono il primo a dirlo) preoccupazioni della gente».

Albert Rösti aveva lodato i ticinesi del suo partito per l’iniziativa, ma Cattaneo lo smonta: «dovrebbe sapere che l’applicazione dei principi del 9 febbraio si gioca a Berna e solo a Berna, e che il voto del Ticino potrà essere semmai un vago “segnale politico” all’indirizzo del Parlamento ma non cambierà la realtà di una virgola. Rösti dovrebbe sapere anche che nel caso in cui le modifiche costituzionali previste da “Prima i nostri” venissero approvate domenica prossima dovranno passare al vaglio delle Camere federali».

E se le soluzioni scaturite dai dibattiti a Berna non sono secondo Rösti conformi a quanto votato il 9 febbraio, per il presidente liberale non deve lamentarsi. «Mi chiedo se il presidente dell’UDC e consigliere nazionale abbia o meno assimilato le nozioni basilari di civica. Dove sono i deputati dell’UDC, che rappresentano il 30% del Consiglio nazionale? È vero che le trattative per creare consenso attorno a una soluzione applicabile (che non può prescindere da un confronto con l’UE, se vogliamo rimanere nell’ambito dei bilaterali) sono difficili. Ma per superare le difficoltà servono lavoro serio e impegno. Gli slogan servono solo a creare confusione, illusioni e cattivo sangue».

Infine, un’esortazione.«Non raccontarci più storielle e bugie caro Rösti».


Diario da Berna. «Un mercoledì nero per la democrazia», «l’UDC vuole lavoratori con meno diritti»

I Consiglieri Nazionali ticinesi si esprimono su Facebook sul voto di ieri. Romano favorevole ma «questa proposta va inasprita». Chiesa: «adesso sentiamo cosa dicono quelli che ci danno dei pinocchi»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – Passa la versione light per l’applicazione del 9 febbraio, quella proposta dalla Commissione delle istituzioni politiche del Nazionale. Il Governo in pratica può prendere delle misure per il sostegno della manodopera indigena, introdurre l’obbligo di notifica dei posti vacanti se l’immigrazione supera una certa soglia che dovrà stabilire, e se tutto ciò non bastasse può prevedere ulteriori misure, da concordare però col comitato misto Svizzera-UE.

Il grande sconfitto del giorno è l’UDC, che ha tentato in tutti i modi di ostacolare una soluzione ritenuta troppo soft e in contrasto con l’articolo votato due anni e mezzo fa. Amstutz, per prolungare il tempo a sua disposizione, si è fatto porre domande dai colleghi, ma a uscire a testa alta è Kurt Fluri, liberale, l’architetto della soluzione approvata ieri, che si è difeso senza scomporsi dagli attacchi, compresi quelli della figlia di Blocher.

In Ticino gli scontenti si sono fatti sentire via social, mentre hanno votato a favore della soluzione light Romano, Regazzi, Cassis e Carobbio (era assente Merlini). Chiesa, Quadri e Pantani hanno votato no.

Lorenzo Quadri posta sul suo profilo Facebook: «Ore 22:16: dopo sette ore e un quarto di dibattito (allucinante sequela di blabla autoreferenziali a beneficio dei media) ultimo voto (voto sul complesso) in Consiglio nazionale sulla NON concretizzazione del 9 febbraio. Come volevasi dimostrare, compromesso-ciofeca era e compromesso-ciofeca è rimasto. Volontà popolare, e Costituzione, prese a pesci in faccia. Nuova giornata nera per la democrazia in Svizzera».

Gli fa eco Marco Chiesa: «nessuna preferenza indigena, nessun contingente e nessun tetto massimo grazie ai voti della sinistra, del PPD e del PLR. Poi non diteci che non è necessario inserire “Prima i nostri” nella nostra Costituzione ticinese perché i rappresentanti a Berna metteranno tutto a posto. Sono un privilegiato ho visto con i miei occhi come funziona il rispetto del volere popolare a Berna! Voglio proprio vedere cosa rispondono quelli che ci danno dei pinocchio in Ticino, meglio per loro calare un velo pietoso!».

Marco Romano ha sostenuto la versione della Commissione ma non è del tutto soddisfatto. «22:02, dibattito iniziato alle 15.00, seduta parlamentare alle 08.00…siamo in dirittura d’arrivo. È la fine del primo tempo, questa Legge sarà ancora discussa dal Consiglio degli Stati e poi di nuovo dal Nazionale. Mi fa piacere, perché va assolutamente inaspriti Mettiamo da parte le facili polemiche e gli scontri partitici: anche a me questo progetto non soddisfa totalmente, è per questo che il PPD ha presentato tre emendamenti per inasprire il progetto e permettere alla Svizzera di gestire autonomamente l’immigrazione nel mercato del lavoro quando emergono problemi e distorsioni gravi».

Marina Carobbio, coerente col suo voto, critica l’impostazione democentrista. «Dal dibattito parlamentare in corso a Berna sull’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa risulta chiaramente come l’UDC fa promesse inapplicabili, proposte contraddittorie e soprattutto vuole lavoratori con meno diritti. Dopo aver promesso battaglia per i contingenti, fa proposte che allentano i contingenti per i permessi di corta durata. Nell’interesse dell’economia, sostengono, la manodopera va presa quando è necessario. Proposte queste che ci fanno ricordare il periodo degli stagionali, un triste capitolo della nostra storia. Ecco perché non dobbiamo farci illudere da proposte inapplicabili e votare No all’iniziativa “prima i nostri” lanciata dall’UDC ticinese».

Tacciono invece Ignazio Cassis e Fabio Regazzi, mentre Roberta Pantani ha pubblicato solo un paio di foto, parlando di uno show in corso a Palazzo Federale.

Fra chi esulta, vi è il sindacato UNIA, felice che non siano stati introdotti i contingenti.


Primo round al Consiglio di Stato

Il Tribunale Federale dà ragione all’Esecutivo in merito al testo dell’opuscolo su “Prima i nostri”. Pronzini: «aspettiamo le motivazioni per esprimerci in modo più preciso»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Il Consiglio di Stato vince il primo round contro il Movimento per il Socialismo. Il Tribunale Federale ha infatti respinto il ricorso presentato da Giuseppe Sergi riguardo il testo dell’opuscolo informativo sulla votazione per “Basta dumping salariale in Ticino”.

Secondo Sergi, il testo era stato modificato in modo da non essere conforme all’iniziativa, l’Esecutivo per contro aveva cambiato quattro affermazioni che riteneva lesive e diffamatorie. Il Consiglio di Stato comunica la notizia della sentenza, che è di ieri, e ribadisce come il suo comportamento si sia rivelato corretto.

Abbiamo chiesto una replica a Matteo Pronzini, che ha inviato un testo agli organi di stampa. «Il Movimento per il Socialismo (MPS) ha preso atto della decisione del Tribunale Federale relativa al ricorso interposto contro la decisione del Consiglio di Stato di modificare in alcuni punti il testo dei promotori “Basta con il dumping salariale in Ticino” inserito nella documentazione inviata agli elettori in vista della votazione del 25 settembre», si legge. «Al momento non si conoscono le motivazioni del Tribunale Federale (che oggi ha comunicato solo il dispositivo della sentenza). Ci riserviamo quindi, una volta conosciute le motivazioni della decisione (e contrariamente alla Cancelleria dello Stato che continua a ribadire, stupidamente, una propria infondata interpretazione della decisione del TF), di prendere posizione in modo più preciso».

In ogni caso, ricorda, «come noto questo conflitto con il Consiglio di Stato investiva un aspetto procedurale e non di contenuto rispetto all’iniziativa in votazione domenica che speriamo sia favorevole all’iniziativa».


Bühler rincara, «i fannulloni ci sono anche da noi. E nei frontalieri hanno una giustificazione facile»

L’esponente UDC fa notare come «sono state comminate quasi 7’500 sanzioni a disoccupati. Ma ciò che succede a Berna è certamente meno importante delle parole di Siccardi…»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Non tutti sono indignati per ciò che ha detto Alberto Siccardi riguardo i ticinesi, che sarebbero fannulloni tanto da preferire la disoccupazione al lavoro.

Un altro dei promotori di “Prima i nostri”, ritiene che qualcuno che prediliga rimanere a casa e usufruire degli aiuti della disoccupazione ci sia.
«Alle vergini urlanti che aleggiano in rete, fermatevi un attimo che vorrei farvi notare che nel 2015 sono state comminate quasi 7’500 sanzioni a disoccupati. 7’441!», scrive infatti sui social.

Ciò «tanto per farvi capire che i fannulloni esistono anche in Ticino, sono sempre esistiti e grazie al frontalierato, hanno avuto vita ancora più facile nel giustificare la loro impossibilità a trovare un impiego».

«Ora potete pure a tornare ad urlare ed estrapolare testi, io invece continuerò nel mio intento di mangiarmi il fegato nel vedere cosa stanno combinando a Berna con la nostra volontà popolare. Ma certo questo è sicuramente molto meno importante…», termina l’esponente UDC, riportando l’attenzione sul dibattito sul 9 febbraio in corso a Berna.


Marchesi non si scusa e accusa, «Fonio si indigni per ciò che sta facendo il PPD a Berna»

Il presidente dell’UDC invita il pipidino ad andare direttamente da Siccardi e sposta il discorso sul dibattito in corso a Berna. Fonio: «i disoccupati ticinesi ringraziano»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Giorgio Fonio chiedeva all’UDC di distanziarsi da quanto detto da Siccardi. Il presidente dei democentristi ticinesi Piero Marchesi sposta la polemica, attaccando il PPD e ciò che sta proponendo proprio in questi momenti a Berna, spiegando di non dover né difendere né attaccare l’imprenditore di Medacta.

«Caro Fonio, invece di accusare l’UDC, indignati per quanto sta facendo il tuo partito a Berna!», scrive, riferendosi alla proposta del PPD nel dibattito al Consiglio Nazionale, dove i pipidini hanno chiesto misure correttive al Consiglio federale in caso di problemi economici e sociali causati dai frontalieri e che, in accordo con i Cantoni, il Consiglio federale possa addottare delle misure correttive e decidere se sottoporle al comitato misto (UE/CH). Se non si trova un accordo entro 60 giorni dalla data della domanda svizzera, il Consiglio federale può adottare delle misure correttive per una durata limitata. Nel suo intervento il ticinese Marco Romano ha precisato come il suo partito «vuole un costrutto legislativo che permetta di gestire autonomamente l’immigrazione, non bloccarla integralmente, là dove genera problemi e distorsioni soprattutto nel mercato del lavoro, nel rispetto dei principi cardine della Costituzione e senza compromettere integralmente i rapporti bilaterali con l’Unione Europea» e «invita il Consiglio federale a cessare ogni trattativa fintanto che l’UE insiste a legare questo progetto all’accordo quadro istituzionale. Parliamo di gestione della migrazione, da migliorare nei casi in cui crea distorsioni, e non di un accordo quadro».

Una proposta che ha fatto infuriare Marco Chiesa, Consigliere Nazionale UDC, e il suo presidente Marchesi, che dunque prosegue nel suo post: «informo Fonio che non sono il padre di Alberto Siccardi e che non tocca a me prendere le sue difese e tantomeno giustificare le sue eventuali e presunte offese nei confronti dei disoccupati ticinesi. Voglio però darti un consiglio: indignati per quanto fa il tuo partito a Berna. Nel febbraio del 2014 gli svizzeri hanno deciso che vogliono una gestione autonoma dell’immigrazione con tetti massimi, contingenti e preferenza indigena. Come Parlamentare di un Cantone dove l’iniziativa è stata accolta con ben il 68% dei votanti, dovresti scandalizzarti di quanto il PPD calpesti la volontà popolare e la Costituzione, relegandola a un pezzo di carta senza valore».

«Il PPD ha proposto e sostiene fermamente un modello di applicazione che nulla ha a che vedere con quanto iscritto nella Costituzione e che tradisce il mandato conferito dal popolo. Il 68% dei ticinesi – e molti altri che hanno votato contro – chiedono rispetto dell’esito delle urne. Solo questo. Prendine atto e dimostra la stessa determinazione nel chiedere le scuse dai tuoi Parlamentari che sono pagati per eseguire quanto il popolo decide e non per fare i soliti interessi di bottega», continua.

E riguardo alle scuse chieste all’UDC, «ti segnalo l’indirizzo dell’azienda di Siccardi. Vai di persona, suona il campanello e digli quello che ritieni opportuno. Cosi dimostrerai di avere coraggio e coerenza».

A strettissimo giro di posta, Fonio ha controreplicato. «Prendo atto che le dichiarazioni di Siccardi non suscitano indignazione fra i promotori di “Prima i nostri”. I disoccupati ticinesi ringraziano».

La battaglia, insomma, tra il Ticino e Berna infuria.


Delcò Petralli, «come si possono difendere “i nostri” e accompagnarsi a Siccardi?»

La Coordinatrice dei Verdi sulle parole di Siccardi. «Offra lei ai ticinesi dei salari conformi alle qualifiche, e poi ne riparliamo. O se vuol tornare ai tempi dei servi della gleba lo dica»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Alberto Siccardi e la sua idea di come i ticinesi prediligano rimanere in disoccupazione è il tema del giorno.

Michela Delcò Petralli, Coordinatrice dei Verdi, ha commentato su Facebook. «Per il signor Siccardi i disoccupati sono dei fannulloni. Chi fa parte del comitato di sostegno a “Prima i nostri” dovrebbe perlomeno arrossire a fronte delle affermazioni del loro collega Siccardi. Come si può pretendere di difendere “la nostra gente” se poi ci si accompagna a persone che accusano i disoccupati di preferire la disoccupazione al posto di lavoro», attacca tutti gli iniziativisti.

Poi passa a Siccardi direttamente. «No, signor Siccardi,non sono d’accordo con lei! I disoccupati non sono dei fannulloni, e anche se ce ne fosse qualcuno, non sono certamente tutti le 11’600 persone in cerca d’occupazione. E poi seguendo il suo ragionamento, i disoccupati dovrebbero accettare qualsiasi condizione di lavoro, qualsiasi salario da fame? E no! Il lavoro ha un valore (come il suo del resto) e deve essere giustamente retribuito, altrimenti lo si dica chiaramente che si vuole tornare ai tempi della gleba. Dia lei il buon esempio, lei che fa parte del comitato di “prima i nostri”. Offra il lavoro ai nostri ma ad un salario che sia conforme alla loro qualifica e al costo della vita qui da noi. Poi ne riparliamo».

E in uno stato pubblicato qualche minuto dopo, «lo sa il signor Siccardi che la più grande preoccupazione dei giovani d’oggi in formazione è il lavoro? Lo sa il signor Siccardi che tutti i giovani in formazione si chiedono angosciati se troveranno un lavoro?».


Fonio, «l’UDC si distanzi da Siccardi e si scusi coi disoccupati»

Il pipidino e sindacalista OCST chiede che il partito promotore di “Prima i nostri” prenda le distanze dalle dichiarazioni dell’imprenditore, secondo cui i ticinesi preferirebbero rimanere in disoccupazione

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Le affermazioni di Alberto Siccardi, da noi riportate e secondo cui i ticinesi preferirebbero rimanere in disoccupazione anziché lavorare, dimissionando o non accettando posti di lavoro per motivi infondati e strumentali, stanno facendo discutere.

Fra (pochi) che si dicono d’accordo con lui e molti che sono indignati, la prima voce politica è quello di Giorgio Fonio, granconsigliere del PPD e sindacalista di OCST.

«L’UDC ticinese (in quanto promotrice di “Prima i nostri”) si distanzi da Siccardi (membro del comitato di sostegno all’iniziativa) con la stessa veemenza con la quale si era distanziata da Gianni Albertoni!»,. chiede su Facebook. Albertoni, presidente dell’Associazione installatori elettricisti ticinesi (AIET), aveva detto che ai ticinesi manca la fame che hanno i frontalieri, e Marchesi si era scagliato contro di lui, definendolo la persona sbagliata al posto sbagliato.

Fonio chiede che sia fatto lo stesso con Siccardi. Ma non basta. «E se possibile si scusi con i disoccupati ticinesi umiliati e offesi da queste dichiarazioni», termina il suo post.


«Il cane ha mangiato la costituzione?». «Si curano i sintomi e non le cause». «Hanno solo fatto i contabili»

Il dissenso alla manovra corre sul web: socialisti, verdi e Montagna Viva, ma anche Boris Bignasca e Fonio che si scaglia contro i tagli AFI e API. Il Consiglio di Stato? Solo Bertoli esulta per le borse di studio

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Ieri il triciclo formato da PPD, PLR e Lega ha ottenuto l’approvazione della manovra, addirittura potenziata da 185 a 205 milioni. I commenti, dopo quelli ufficiali, si sono trasferiti, come di consueto, sui social, in particolar modo quelli dei contrari.

I principali oppositori del rapporto di maggioranza erano i socialisti, e il profilo ufficiale del PS riprende le misure votate, commentando: «Il preambolo della Costituzione svizzera recita : “Consci che libero è soltanto chi usa della sua libertà e che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri”. Pare che il triciclo Lega-PPD-PLR sia entrato in aula scordando questo testo a casa. A meno che non l’abbia mangiato il cane».

Amareggiata Lisa Bosia Mirra, esponente socialista (la cui presenza è stato oggetto della rabbia di Boris Bignasca nella prima giornata di dibattito). «Oggi il parlamento ha votato una manovra con una serie di tagli che aggraveranno la situazione di chi fa già fatica oggi. Per la maggioranza formata da Lega-UDC-PLR (e parte del PPD) le 37 famiglie cadute in assistenza dopo la scellerata decisione di dicembre di tagliare AFI e API sono una quantità trascurabile. Mi chiedo quante siano quelle che hanno semplicemente deciso di tirare la cinghia perché hanno paura della revoca del permesso B, o semplicemente non vogliono chiederla per non doversi umiliare. Io vorrei che i servizi sociali si facessero carico del disagio degli assistiti e protestassero. Vorrei che ci fosse una sollevazione popolare, ma tutto tace. Faremo referendum, lo vinceremo, ma questa sera, sento solo frustrazione, smarrimento e il peso dell’incapacità di fare di più e meglio. Vorrei solo dire alle persone toccate da queste misure che mi dispiace molto».

In merito alle persone toccate dai tagli di AFI e API ha parlato Giorgio Fonio, che riproponendo il video del suo intervento, ha scritto che
«le persone non sono numeri. 301 persone che hanno firmato una petizione sono poche… Dicono loro! 37 persone cadute in assistenza sono poche…Dicono loro!». Non è bastato per aver ragione, in una votazione tirata.

Fonio non è l’unico esponente di uno dei tre partiti del triciclo a essere insoddisfatto. Boris Bignasca ha infatti postato: «Ecco perché sono contrario alla Manovra approvata ieri dal parlamento. Perché prima di tagliare ai ticinesi bisogna: chiudere alcuni musei pubblici senza visitatori,tagliare l’assistenza agli stranieri con permessi B, ridurre il costo per il vitto e l’alloggio degli asilanti, ridurre gli uffici pubblici sovradimensionati come il CSI e la Cancelleria, aumentare le imposte a permessi B e frontalieri».

Tornando in casa socialista, Henrik Bang, avverte: «se non avrete più diritto ad un aiuto finanziario per la cassa malati, per la borsa di studio, per gli assegni prima infanzia, per gli assegni di famiglia, per la disoccupazione, e per tanto altro come i risparmi per l’ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi ecc., ecc. dovete ringraziare il triciclo Lega, PLR e PPD. Noi abbiamo difeso il ceto più fragile del popolo ticinese. Fatti e non slogan» E annuncia un po’ di referendum, chiedendo l’aiuto del popolo. «Vinceremo, perché ultimamente qualche referendum lo abbiamo vinto. Pagüraaaa? Si iniziate. a rispettare la dignità del popolo e agli slogan in pseudo difesa dei ticinesi noi preferiamo i fatti».

Dei Consigliere di Stato, si è espresso via social solo Manuele Bertoli, che non parla però della manovra in genere ma si focalizza sul rinvio in Commissione della gestione relativo alla proposta sulla trasformazione di un terzo del valore delle borse di studio in prestito. «Saggio dietro front. Il Gran Consiglio ha rinviato alla Commissione della gestione il taglio sulle borse di studio, affinché essa rivaluti l’opportunità di questo provvedimento che non era nel pacchetto finanziario proposto dal Consiglio di Stato. Personalmente auspico che essa giunga alla conclusione di ritirare del tutto la misura. Il dietro front, per ora parziale, è stata una decisione saggia, perché il provvedimento deciso autonomamente dalla maggioranza della Commissione è molto contestato e rimette in discussione il diritto alle pari opportunità nella formazione. Il dibattito parlamentare ha potuto aver luogo perché nel 2015 il Gran Consiglio ha approvato la Legge sugli aiuti allo studio, che fino all’anno scorso non esisteva e permetteva al solo Consiglio di Stato di decidere autonomamente su queste importanti prestazioni mediante delle semplici modifiche di regolamento. La legge, per la quale mi sono impegnato fortemente, si dimostra una garanzia a favore delle giovani generazioni e delle loro legittime aspirazioni nella formazione».

Per la Coordinatrice dei Verdi Michela Delcò Petralli si curano i sintomi e non le cause dei problemi. «L’unica misura per ora sospesa (è stata rinviata in commissione della gestione) è quella relativa ai tagli sulle borse di studio. Fra qualche anno grazie agli sgravi previsti dalla riforma III della fiscalità per le imprese ci ritroveremo esattamente allo stesso punto di oggi. Inoltre l’aumento dei premi di cassa malati e quello delle persone in assistenza farà nuovamente lievitare i costi sociale. Ma il Parlamento si ostina a curare i sintomi e non le cause».

Germano Mattei, unico esponente di Montagna Viva, ha votato no: per lui, solo esercizi contabili. «Sono solo e soletto, ma il mio voto è stato un no a questo dissesto. Questa non è una politica di equilibrio. Vi sono troppe fasce e aree che dovevano essere coinvolte che sono state lasciate tranquille, tranquille. Non riesco a credere a quel che ha detto il Presidente del Governo, ovvero che in ogni caso chi ha bisogno non sarà lasciato solo. Il solo fatto di essere nel bisogno e di dover chiedere è un problema e un’umiliazione per tanta gente. Non sono state buone giornate quelle di lunedì e martedì per i ticinesi. In effetti PLR, Lega, PPD e La Destra non hanno reso un buon servizio al paese. Magari hanno fatto i contabili, ma nulla di più».


Siccardi shock, «i ticinesi preferiscono la disoccupazione»

L’imprenditore attacca i lavoratori indigeni. «Dimissionano o rifiutano un posto di lavoro per ragioni infondate, preferendo la disoccupazione. Ce lo dicono apertamente… E le leggi lo permettono»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Alberto Siccardi, patron di Medacta, ne ha per tutti. Nelle scorse settimane il socialista Fabrizio Sirica lo aveva attaccato in quanto membro del comitato di sostegno per l’iniziativa “Prima i nostri”, sottolineando alcune sue affermazioni del passato. Ed ora l’imprenditore rincara la dose, facendo passare attraverso un articolo pubblicato sul Corriere del Ticino l’idea che i ticinesi preferiscano rimanere in disoccupazione.

Il pezzo vuole essere una giustificazione del sostegno all’iniziativa dell’UDC, e Siccardi (e non è per favorire l’occupazione della popolazione indigena, come si vedrà…). «Se l’iniziativa dovesse passare darà ai ticinesi la possibilità di scoprire e risolvere veramente l’ «equivoco» di fondo del mondo del lavoro ticinese che ha molte facce. Ecco perché la sostengo, vorrei accelerare il processo di presa di coscienza e di soluzione della disoccupazione in Ticino. Vorrei che le autorità e la gente si trovassero al più presto di fronte ai veri aspetti di tale triste fenomeno, la gestione della disoccupazione e la formazione dei giovani».

Si assumono frontalieri, prosegue, perché spesso non ci sono ticinesi qualificati, in particolare ingegneri e tecnici di alto livello. Il passaggio che più farà discutere, però, è il successivo. «Ma la cosa più grave è che molti svizzeri e residenti, specie i giovani, qualificati ma anche non qualificati, dimissionano o rifiutano un posto di lavoro per ragioni infondate e strumentali, preferendo la disoccupazione e ignorando gli sforzi che l’azienda fa per trovarli e trattenerli».

Un esempio? «L’ultimo caso di qualche giorno fa è quello di una ragazza che, dopo sei anni di ottimo lavoro e senza alcuna difficoltà, dopo avere chiesto e ottenuto condizioni speciali di lavoro e grandi vantaggi a livello famigliare, improvvisamente ha dato le dimissioni, accusando l’azienda di non occuparsi della sua formazione. Mai una parola prima. Da notare che la stessa motivazione è stata usata in altri casi, come se ci fosse un consiglio esterno su come motivare le loro dimissioni. Si informano prima di dimissionare? Chi li addestra a rifiutare un posto di lavoro? Si pensi che noi offriamo gratuitamente semplici corsi di lingue fino a corsi di finanza e di Master Business Administration, su semplice richiesta, così come soggiorni all’estero estivi per specializzazioni. Altro che poca formazione».

Insomma, «molti preferiscono la disoccupazione, ce lo dicono apertamente, senza un segno di imbarazzo. La legge glielo permette».

Siccardi si augura che un sì a “Prima i nostri” metta l’accento su questi fenomeni.


I ministri devono avere uno stipendio netto più alto? È di nuovo triciclo contro PS

Il rapporto di maggioranza della triade PPD, PLR e Lega sulla revisione generale delle condizioni previdenziali dei ministri propone un aumento di salario come compensazione, i socialisti dicono no

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Sarà di nuovo triciclo contro PS per la revisione generale delle condizioni previdenziali dei consiglieri di Stato. I cinque ministri, a causa dei contributi pensionistici, ora guadagnano di meno rispetto a tempi addietro, e si va verso un aumento dello stipendio lordo per compensare, in modo da far risalire quello lordo alle condizioni iniziali.

Per dirla in cifre: dal 19 aprile dello scorso anno, il 9% del salario mensile dei Consiglieri di Stato viene prelevato e va a contribuire al secondo pilastro. Prima delle elezioni del 2015, un ministro guadagnava 17’650 franchi mensili netti, ora ne incassa 15’820 franchi mensili netti, una diminuzione di 1’830 franchi.

PPD, PLR e Lega propongono, con il rapporto di maggioranza sul tema, una correzione verso l’alto, in modo che il prelievo sia compensato e che l’operazione non costi di fatto nulla ai cinque ministri.

Michele Foletti è il relatore di maggioranza sul tema, che verrà portato in aula il 10 ottobre prossimo. Anche La Destra lo ha firmato, mentre il PS è pronto a produrre un rapporto di minoranza, e non si sa ancora che cosa faranno i Verdi: una situazione simile a quella verificatasi per il dossier della manovra finanziaria, approvato ieri.

Il rapporto di maggioranza propone anche che i Consiglieri di Stato non siano affiliati all’Istituto di previdenza del Cantone Ticino (IPCT) come accade per i dipendenti statali ma che venga creato un fondo interno all’Amministrazione cantonale nel quale confluiranno i contributi previdenziali dei ministri. Per il deputato leghista, dati i pochi anni in carica di un ministro, le rendite avrebbero gravato sull’IPCT e sarebbero stati dunque i dipendenti comunali a finanziare la previdenza dei membri dell’Esecutivo, mentre con un fondo interno sarebbero tutti i cittadini a farsene carico.

Il PS contesta entrambi i punti: vorrebbe l’affiliazione all’IPCT e contesta l’approccio che porterebbe all’aumento del salario come compensazione.

Il triciclo l’avrà vinta ancora, e dunque i ministri guadagneranno di più? I numeri ci sono, lo si è visto ieri.


La gioia è giovane. «Facendoci sentire abbiamo cambiato gli equilibri».

La misura sulle borse di studio sarà rinviata in Commissione della Gestione: chi aveva manifestato e preparava il referendum esulta, anche se la vittoria è solo parziale

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Nel giorno in cui la manovra finanziaria da 205 milioni è divenuta realtà, con l’approvazione del rapporto di maggioranza, i veri vincitori sono i giovani. La proposta di trasformare un terzo del valore delle borse di studio in prestito già a partire dal Bachelor sarà infatti rinviata alla Commissione delle Gestione.

Chi si era mosso, promettendo un referendum e dando vita alla manifestazione pacifica di ieri, esulta. «Abbiamo fatto sentire la nostra voce e siamo riusciti a spostare gli equilibri. Alla fine, hanno dovuto rimandare la misura in commissione, dato che non avrebbero ricevuto il consenso sperato. Che ci serva da lezione per il futuro, dovremo scendere in piazza per far sentire la nostra voce», si legge sulla pagina Facebook dal nome “No alla restituzione delle borse di studio”.

Il Sindacato Indipendente degli Studenti e degli Apprendisti è stato in prima fila, con la Gioventù socialista e i giovani comunisti, e si gode il successo. «Oggi il Parlamento ha deciso di rinviare in Commissione il provvedimento che avrebbe trasformato in prestiti le borse di studio: è una vittoria parziale, che è stata possibile soltanto grazie alla mobilitazione di studenti e studentesse. È essenziale, però, tenere alta la guardia: in futuro – e molto presto! – non mancheranno nuovi attacchi alla scuola e al diritto allo studio, e sarà dunque necessario tenerci pronti a farci nuovamente valere! Nel frattempo ci godiamo un’anniversario speciale, che non potevamo festeggiare in miglior modo: nel 2008 la mobilitazione degli studenti sventava proprio uno dei primi tentativi di trasformare le borse di studio in prestiti di studio».

Generazione Giovani del PPD ha inviato un comunicato. «I deputati di Generazione Giovani hanno espresso la loro contrarietà e ventilato la possibilità di referendum anche all’interno del dibattito in Gran Consiglio.
La richiesta di rinvio in commissione da parte dei relatori non mette però al
sicuro il diritto allo studio che potrebbe, anche in futuro, subire attacchi di questa portata. Il movimento giovanile del PPD rimarrà anche in futuro vigile, insieme ai suoi rappresentanti, affinché le leggi che garantiscono il diritto allo studio non vengano toccate nella loro essenza. Per concludere non possiamo che ringraziare anche gli altri movimenti giovanili di partito per l’ottima collaborazione. Uno sforzo comune che negli ultimi giorni ha permesso di sensibilizzare i parlamentari e l’opinione pubblica».

Sui social, ha espresso la sua gioia anche Alessandro Spano, presidente dei Giovani Liberali Radicali. «Personalmente, credo sia una prima piccola vittoria che ha permesso di evitare danni ben maggiori. Bene così! Salvaguardiamo il diritto allo studio: studiare è un investimento per la società!». E quando il socialista Sirica lo ha punzecchiato affermando che il sostegno dei GLRT sarebbe servito prima, ha ribattuto che il movimento giovanile liberale avrebbe preso posizione a ottobre (con tempistiche dettate dal direttorio).


Passa la manovra. Al PPD piace il triciclo, il PS si prepara ai referendum

Il rapporto dei tre partiti ha ottenuto 46 voti. I socialisti, contrari, si dicono pronti a raccogliere firme. I pipidini in una nota lodano la collaborazione con PLR e Lega, guardando al futuro..

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – L’alleanza fra Lega, PPD e PLR alla fine ha avuto la meglio, come si poteva preventivare. La manovra, con le misure aggiuntive, che portano il tutto a un risparmio di 205 milioni, va dunque agli atti. Il rapporto di maggioranza redatto dai relatori del triciclo è stato approvato con 46 sì, 21 no e 2 astenuti.

Il PS, come si sapeva, è stato contrario ed è pronto a lanciare una serie di referendum contro le misure.

La prima reazione a giungere in redazione è quella del PPD, che esulta, in particolare per il fatto che sono stati rispettati due principi ritenuti fondamentali, ovvero «nessuna penalizzazione dei Comuni e delle regioni periferiche e la ricerca di una soluzione condivisa anche per le esigenze dei servizi di aiuto domiciliare che oggi in Ticino svolgono un lavoro molto importante per la popolazione bisognosa».

«Anche nel nostro piccolo dobbiamo essere pronti a sacrifici che garantiscano un certo benessere ed una qualità di vita per tutti, in particolare in aiuto ai più deboli ed a garanzia per le future generazioni. È infatti nel momento di difficoltà, con il sostegno alle persone maggiormente in difficoltà, che si misura la forza e la coesione di una collettività», prosegue il comunicato.

Poi loda il triciclo, chiedendo fra le righe che l’alleanza possa durare su altri temi. «La manovra è stata possibile grazie all’ottima e costruttiva collaborazione del Gruppo PPD+GG con PLR e Lega, in particolare i loro capigruppo. Un buon auspicio, si spera, per una futura conduzione del Cantone che, al di là delle diverse sensibilità politiche, possa garantire stabilità e che rappresenta un primo importante passo verso un risanamento delle finanze cantonali».

La base, dunque, è stata gettata? Forse è presto per dirlo, ma per quanto riguarda la manovra, l’unione ha senz’alto fatto la forza.


Chiesa e la cartina tornasole. «Non credo si potrà applicare il 9 febbraio senza entrare in contrasto con l’UE»

Domani si discuterà al Nazionale la proposta della Commissione delle istituzioni politiche. «Si dovrà gettare la maschera, e vedremo quanta sudditanza c’è verso l’UE. A cui, comunque, non interessa cosa facciamo…»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BERNA – Giorni caldi a livello parlamentare, sia in Ticino con la manovra che a Berna con l’applicazione del 9 febbraio. Domani il Nazionale discuterà infatti della proposta della sua Commissione delle istituzioni politiche, e si prospetta un UDC contro tutti. Marco Chiesa è pronto.

È un tema sentitissimo, con che spirito affronta la seduta di domani?
«Ieri c’è stato l’incontro fra Juncker e Schneider-Ammann e ciò che ne è emerso è chiarissimo, non frutto di un’interpretazione. “Fate ciò che volete e tanto a noi non andrà bene”, sostiene l’UE. L’unica cosa che è stata ottenuta è un ulteriore incontro. Dunque domani mi interessa vedere quanta sudditanza ha il Parlamento verso l’Unione Europea».

Dalle sue parole, approvare la proposta non avrebbe senso…
«I titoli parlano di nulla di fatto, ma si deve pensare che le versioni diplomatiche sono molto più dolci della realtà, e dunque ci troviamo ancora ai piedi della scala. Per loro, la libera circolazione delle persone è un principio inviolabile. Ancora ieri con la deputazione siamo stati ricevuti dall’ambasciatore francese e ci è stato confermato. Nonostante l’Europa dia dei segnali di stanchezza rispetto a questi principi, non hanno ancora deciso come riformare l’Unione Europea. Noi domani abbiamo due possibilità».

Ovvero?

«Emanciparci, in un certo senso diventare grandi, e questo vuol dire applicare il 9 febbraio. L’altra opportunità è mostrare sudditanza all’UE, sperando che magari non si arrabbino nemmeno troppo, anche se a loro non importa nulla. Che senso ha ora votare questa proposta? Andrebbe chiesto a chi dirà sì, io non lo farò…»

Qual è la sua previsione?

«Di capitani coraggiosi al Nazionale ne vedo pochi. Cassis ha parlato di un’alleanza di centro sinistra, intendendo una sinistra ben più ampia. L’ultimo bastione sarà l’UDC e domani avremo la prova dei fatti».

Che motivazioni darete a chi è ancora indeciso per seguire la vostra linea?
«L’applicazione dell’articolo costituzionale votato il 9 febbraio, che non può essere stiracchiato, annacquato e calpestato a piacimento».

Come saranno le posizioni all’interno della deputazione ticinese: ne avete discusso?
«Non ne abbiamo parlato, ma sarà un 5 contro 3, con solo io e i leghisti che diremo no. Cosa direi ai 5? Non credo di essere il maestro di nessuno, ciascuno vota secondo la propria coscienza e la propria linea politica, la mia è semplicemente seguire il volere del popolo. Fondamentalmente, io ritengo che la libera circolazione sia sbagliata e che ci servano dei rubinetti che regolino i flussi migratori, e lo sostengo sin dalla prima votazione cui ho partecipato a 18 anni. I bilaterali vanno benissimo a livello commerciali e economico, ma non sui flussi della popolazione: i miei dogmi sono diversi da quelli dell’UE».

Domani è un giorno storico?
«Qualcuno ha parlato dei sabotatori, domani ci si dovrà togliere la maschera.

In caso di sconfitta, cosa farà l’UDC?

«Mi auguro che il partito, e penso che potremo farci promotore di questo, decida di raccogliere le firme per disdire la libera circolazione delle persone, come sosteneva Blocher. Sarei estremamente favorevole, se non potessimo applicare quanto votato dal popolo».

Si delinea una battaglia anche concettale fra destra e sinistra sull’UE…
«Piuttosto tutti contro l’UDC, perché la destra come liberale è troppo paurosa. Domani si deciderà se dare o no uno schiaffo alla popolazione svizzera. Il tema dei rapporti con l’UE non si esaurirà certo con questa votazione che però sarà una cartina tornasole, un crocevia».

Se invece passasse il no come proseguirete?
«Se vincessimo noi, bisognerebbe applicare la preferenza indigena, mettere i contingenti e i tetti massimi, facendo venire un gran mal di pancia all’UE che a mio avviso non disdirà mai i bilaterali in atto perché la maggior parte sono a loro favore».

Anche la proposta di applicazione del Consiglio Federale non era vicino alle vostre idee. Fuori dai denti, Marco Chiesa crede che si potrà applicare il 9 febbraio senza disdire i bilaterali?
«Tutti hanno cercato di pasticciare, quando in realtà il testo dell’iniziativa non è annacquabile. Io credo che non ci sia una possibilità di applicare il 9 febbraio senza entrare in collosione con l’UE. BAisognerà avere coraggio».


Il PS, «il controprogetto non è antitetico, ma sul dumping preferiamo l’iniziativa»

La presenza di alcuni socialisti nel comitato a sostegno del controprogetto poteva generare equivoci, per cui il partito ribadisce le sue indicazioni di voto e spiega il perché di un doppio sì

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Sì all’iniziativa, ma anche al controprogetto, che non è per forza antitetico. E se ci fosse un doppio sì, la preferenza deve andare all’iniziativa originale.

Il PS mette i puntini sulle i riguardo le sue indicazioni di voto in merito a “Basta dumping salariale in Ticino”, affermando che la presenza di alcuni esponenti socialisti, per loro scelta, nel “Comitato interpartitico a sostegno del controprogetto” poteva generare equivoci.

«La direzione e il Comitato cantonale del PS Ticino, il 27 agosto scorso, hanno deciso a larga maggioranza di sostenere l’iniziativa “Basta con il dumping salariale in Ticino” come pure il relativo controprogetto, con preferenza all’iniziativa nel caso di un doppio sì. Il controprogetto è un passo in avanti, ma non sufficiente per affrontare in maniera efficace i problemi del mondo del lavoro ticinese», precisano, sottolineando come «il controprogetto che, nel nostro sistema di voto popolare, non risulta necessariamente antitetico all’iniziativa, tanto che entrambi possono essere sostenuti».

Il sostegno all’iniziativa non è frutto di scelte dell’ultimo momento, ma «risale al 2011, l’anno in cui l’iniziativa è stata lanciata insieme all’MPS e ad altri esponenti della sinistra. A questo titolo, è utile ricordare come Giuseppe Sergi (MPS) sia stato il primo proponente e che a rappresentare il PS-Ticino fossero Carlo Lepori, Raoul Ghisletta, Ivan Cozzaglio e Alberto Casari».

Dunque, doppio sì, con preferenza all’iniziativa per i socialisti.


Salario minimo unico o differenziale, è battaglia fra iniziativisti e padronato

I promotori di “Salviamo il lavoro” disposti ad accettare dei minimi orari, mentre AITI e Camera di Commercio attaccano: «strano che dobbiamo essere noi a spingere al rispetto di quello che è stato votato»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Si continua a discutere su come applicare l’iniziativa popolare, approvata dal popolo, “Salviamo il lavoro in Ticino”. I Verdi chiedevano salari minimi differenziali per categoria, altri puntano sul salario minimo orario, e su tutto pesa l’attesa sentenza di Mon Repos su un’iniziativa simile nel canton Neuchâtel.

Ma essere scesi al compromesso non vuol dire cedere a tutto, e la battaglia si prospetta ancora lunga e complessa. La Coordinatrice dei Verdi, Michela Delcò Petralli, afferma che sarà accettata solo una soglia minima conforma ai contributi AVS, ovvero 3’500 franchi mensili.

Il padronato invece li attacca, sostenendo che abbiano sbugiardato quanto votato dal popolo, passando dal minimo per settore al salario minimo unico (secondo le dichiarazioni di Stefano Modenini di AITI). Luca Albertoni, direttore della Camera di commercio ticinese, trova strano che siano loro del padronato a dover spingere gli iniziativisti verso la soluzione votata dal popolo.

E Delcò Petralli su Facebook commenta, senza mezzi termini: «I direttori di AITI e della Camera di commercio ticinese Stefano Modenini e Luca Albertoni hanno annunciato che faranno di tutto per ostacolare l’applicazione dell’iniziativa per un salario dignitoso».

I sindacati, dal canto loro, precisano come il lavoro da svolgere è ancora molto, e Vitta invoca una sentenza veloce per il caso di Neuchâtel, così da avere più chiara la via da seguire. Verrà in ogni caso verificata la tenuta del minimo salariale unico, per essere anche certi che un’eventuale scelta del genere sia conforme al testo. Non si esclude l’altra possibilità, quella dei minimi differenziali, con l’IRE incaricata di calcolare quante persone toccate e di illustrare lo scenario che ne conseguirebbe.