Categoria: Ticino

«L’Europa unita unica soluzione. Queste rottamazioni senza progetto non servono»

Carlo Lepori commenta il Brexit. «I populisti ora esultano ma capiranno che si risolve nulla. La Svizzera dovrà arrangiarsi da sola, con misure interne che proteggano il mercato del lavoro»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Se in Ticino pare prevalere chi esulta per la decisione della Gran Bretagna di lasciare l’UE, c’è chi si rammarica. Fra loro c’è il socialista Carlo Lepori, che si dice «deluso, sembrava prevalesse la consapevolezza, dunque questa mattina la notizia per me è stata una doccia fredda».

Qual è stato secondo lei il fattore decisivo che ha fatto propendere i britannici per il Leave?
«La propaganda contro i presunti svantaggi. Dicono che c’è molta manodopera dell’Est, c’è la paura dell’immigrato che conosciamo anche qui. Ma analizzando la situazione è evidente che anche col Brexit chi vorrà usare manodopera straniera continuerà a farlo, non saranno i governi conservatori a limitare il fenomeno. È tutta una montatura: il problema, se lo è sul serio, non si risolve. Si troverà, attraverso futuri trattati con l’UE, un altro modo per fare dumping, non è l’uscita dall’UE che cambierà le cose. Oltretutto i processi dureranno anni, e la Gran Bretagna vuol fare degli accordi bilaterali con l’UE come la Svizzera, si ritroverà esattamente nella nostra stessa situazione, ovvero a dover contrattare qualcosa con l’UE senza nessuna voce in capitolo. E il Regno Unito non è la Svizzera, ma una potenza che poteva far valere la propria voce».

Come cambiano dunque gli equilibri in Europa?
«La Gran Bretagna è sempre stata prudente, non ha voluto l’euro, non ha voluto Schengen, e si è sempre accettato di avere questa possibilità. Forse si va verso un sistema con un’UE che si pone qualche domanda e mette in moto qualche riforma, anche istituzionale, avviandosi verso una Costituzione degli Stati europei, attorniata da un gruppo di paesi con un rapporto commerciale privilegiato tramite uno spazio economico. Questo potrebbe essere uno scenario a medio termine, a lungo termine l’unica soluzione è un’Europa unita. Con la Cina che cresce e l’Africa che potrebbe cominciare a svilupparsi, l’Europa ha una buona posizione di partenza ma non deve gettarla via, per cui non c’è altra alternativa, a parte il tracollo e il passaggio a paesini di quinto ordine».

L’UE deve fare qualche riflessione interna, se c’è malcontento, e non solo in Gran Bretagna, significa che qualcosa non funziona a dovere, giusto?
«Il malcontento è dovuto a effetti perversi del principio della libera circolazione della manodopera, che è un principio sacrosanto. Il problema è che esso riguarda le persone che lavorano, dunque i contratti di lavoro e le situazioni del mercato dovrebbero essere quelle del paese in cui si va, evitando il dumping. Ciò non avviene per colpa dei singoli paesi, non è certo un’imposizione dell’UE. Se arriveranno al potere i populisti tutto ciò non migliorerà, perché si lascerà il potere economico in mano ai capitalisti. Il vero problema è che si deve chiarire che non si vuol continuare su una politica liberista ma che si desidera portare avanti un equilibrio sociale, è però difficile perché il potere in merito resta nei singoli paesi».

Sta iniziando la fine dell’UE?

«Se si vuole salvare il salvabile bisogna darsi da fare. La speranza non muore mai, no? Se si vuole portare avanti il progetto si deve riflettere sugli obiettivi e su come raggiungerli, ma l’UE ha poco potere per agire sulla politica economica degli Stati».

Per la Svizzera cambia qualcosa?
«Eravamo un partner interessante 20 anni fa, poi si diceva “ah c’è ancora la Svizzera, dobbiamo risolvere il problema”, ora siamo passati a “la Svizzera chi è?”. Adesso l’UE sarà impegnata per tre anni coi bilaterali con il Regno Unito e quelli con noi passeranno in secondo o terzo piano. Dovremo arrangiarci da soli, l’unica soluzione è, come ha detto Levrat, quella interna. Dobbiamo vivere coi bilaterali che abbiamo e mettere in moto delle misure interne a protezione del mercato del lavoro. L’appello come al solito è al potere economico, perché i populisti portano soltanto il caos. Se il mondo economico svizzero vuole un’economia basata sui rapporti con l’UE che lo dica e che protegga il mercato interno, con contratti collettivi, salari minimi garantiti, formazione. Va ottenuta una maggiore apertura del mercato del lavoro per i giovani, gli anziani e le donne svizzeri, favorendo le possibilità per loro senza ricorrere a manodopera straniera a basso costo. È una scelta difficile ma porterebbe alla pace sociale e a un’integrazione ragionevole con l’UE in attesa di ciò che succederà».

Ma nel frattempo scadrebbero i termini per applicare il 9 febbraio…
«L’opinione del PS è sempre stata chiara: l’articolo 121a lo possiamo realizzare non tramite contingenti che ci metterebbero contro l’UE ma con le misure interne di cui parlavo. Diminuirebbe la pressione della manodopera straniera in Svizzera, migliorerebbe la situazione dell’occupazione dei residenti e quindi non servirebbero più contingenti formali, e avremmo raggiunto un equilibrio compatibile coi bilaterali. A quel punto l’articolo sarebbe realizzato de facto o si potrebbe cambiare».

Altri paesi potrebbero voler uscire dall’UE, potrebbe esserci effetto domino?
«Tutti i populisti chiedono i referendum, bisognerà vedere se i Parlamenti li concederanno. Non è facile ottenerne uno, per esempio, in Francia, dove la Le Pen ha gridato un po’. Avrebbero bisogno di una maggioranza parlamentare che non hanno. Ora esultano populisti e euroscettici, fra un mese, o alla peggio fra un anno o due, capiranno che si tratta di un’operazione del “rompiamo tutto per non risolvere nulla”. Le critiche possono essere giustificate ma queste rivoluzioni che distruggono senza un progetto non portano a nulla».


Panico nelle borse che colano a picco. La BNS interviene

Aperture in profondo rosso per le borse dopo la Brexit. L’euro ha toccato la quota più bassa, in relazione al franco, da agosto 2015

Share on FacebookTweet about this on Twitter

LONDRA – Come prevedibile, l’apertura delle borse risente pesantemente dell’effetto Brexit.

Stando allo Swiss market index, a Zurigo si è registrato subito un cedimento pari a 6,40% su quota 7’505 punti , con un recupero poi sino a 5,31% su quota 7’597. Il titolo Credit Suisse group Ag ha fatto registrare un meno 13,48%, quello di UBS group Ag un meno 12,48%, meno 11,37% per Julius Bär Gruppe Ag. Tengono un po’ meglio Swisscom ag (meno 3,24%) e Syngenta Ag (meno 3,07%).

Per quanto concerne le altre borse, a Francoforte si registra il Dax-30 a meno 7.95%, meno 7,395 per Ftse-Mib a Milano (dopo addirittura una sospensione per eccesso di ribasso), meno 6,7% per Ftse-100 a Londra e meno 9,05% per Cac-40 a Parigi. L’indice dei valori guida SMI segnava 7’557.83 punti, in flessione del 5,80% rispetto a ieri, mentre il listino globale SPI perdeva il 5,75% a 8’183.99 punti.

L’intero comparto bancario italiano non riesce a fare prezzo, con cali teorici importantissimi: Bpm -34,88%; Mediolanum -33,9%; Mediobanca -31,75%, Banco Popolare -26,73%, Unicredit -25,84%, Mps -26,4%, Bper -24,44%, Intesa Sanpaolo -23,83%.

Anche il franco sta conoscendo una forte pressione, come riconosce BNS, che in un comunicato ha fatto sapere di avere intenzione di continua a rimanere attiva sul mercato e di essere intervenuta sul mercato valutario dopo il sì dei britannici alla Brexit. L’euro ha toccato la soglia di 1,0624 franchi, la quota più bassa da agosto 2015.

Credit Suisse non esclude un abbassamento dei tassi, UBS si aspetta un’azione coordinata delle banche centrali europee per limitare i danni.


«La Lega, un movimento dove si discute e ci si critica»

Zali a tutto campo. Dice di sentire più l’apertura del Ceneri di quella di AlpTransit, giudica insufficienti le misure anti inquinamento di Borradori («ma lui doveva confrontarsi col Nano…») e si scalda sulle libertà personali

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Claudio Zali non si scompone dinanzi alle critiche della base del suo partito sulle misure anti inquinamento, e non appare sorpreso. È la notizia più interessante che emerge da una lunga intervista rilasciata quest’oggi dal Consigliere di Stato a La Regione.

«Convivo senza problemi con queste critiche. Una peculiarità del nostro movimento, contrariamente a quello che si dice, è discutere al nostro interno anche vivacemente. Con la particolarità di poterci contraddire senza drammi. Un dualismo che magari si ripete anche fra gruppo parlamentare e consiglieri di Stato, dove il primo non condivide la politica dei secondi», ha dichiarato senza scomporsi, mostrando una Lega aperta. D’altronde, «capisco che la base della Lega voglia avere un certo approccio, e la base però a sua volta comprende che come consigliere di Stato devo avere un altro atteggiamento. Noi ce lo spieghiamo così, senza farcene un dramma interno».

Le misure del suo predecessore, Marco Borradori (che, ha sottolineato Zali, qualche volta è stato a sua volta attaccato…), non sono più adeguate. «Oggi l’unico provvedimento in caso di smog è la limitazione della velocità in autostrada. Una misura non più attuale visto il congestionamento dell’autostrada». Borradori, per contro, «doveva confrontarsi con Giuliano Bignasca, personalità molto forte con cui non era certo facile far passare certi messaggi».

Ha ripetuto più volte che si tratta solo di misure di emergenza, e si è scaldato sul tema della libertà personale, che verrebbe lesa se non si può usare l’auto. «Questo discorso sulla libertà mi fa sorridere e m’è stato posto anche all’interno del mio partito. La si rivendica, la libertà, su questo tema quando invece la mia carta di credito offre all’istituto di riferimento ogni mio dato. Abbiamo sacrificato la nostra sfera privata, che secondo me è parte della libertà individuale, ai servizi delle compagnie telefoniche, informatiche e bancarie che possono sapere chi sono, dove sono e con chi parlo, e ci preoccupiamo per la mancata libertà di movimento in auto quando l’aria è inquinata oltre i limiti di legge? Noi, da automobilisti impenitenti che siamo, su questi temi siamo ipersensibili, ma da qui a vedere in questo un attentato alla nostra libertà individuale ce ne corre. Il bene superiore di cui discutiamo, e messo in gioco, è quello della nostra stessa salute»”.

Anche lo fervore edilizio, con l’aumento di popolazione «causato dalla libera circolazione», farà sì che «aumenti allo stesso ritmo anche il traffico veicolare, e più in generale la richiesta complessiva di mobilità. Per tutelare il nostro territorio da queste pressioni fortissime è necessario affrontare anche il discorso di un’adeguata pianificazione. Tema grosso, quest’ultimo, e molto delicato, ritenuti il ruolo centrale dei Comuni e la grande lunghezza, spesso decennale, delle procedure pianificatorie».

Riguardo AlpTransit, c’è ancora molto da fare, ma «non necessariamente da parte dell’ente pubblico. Qualcuno ha perso il treno. Ma chi l’ha perso? L’economia privata che non ha saputo anticipare i tempi? In ogni caso non le nascondo che sento molto di più il potenziale della futura apertura della galleria del Ceneri che non di quella del Gottardo. Per la nostra mobilità interna sarà un contributo essenziale. Bisogna arrivarci preparati».


Brexit, e il Ticino esulta. «Scelta di coraggio e libertà», «fine della dittatura». E ora?

I politici ticinesi hanno commentato via Facebook il risultato britannico, e prevale chi è felice. «Una lezione a chi ha tentato di affossare Brexit col terrore”. Ma per qualcuno non basta e altri si fanno domande

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – È un giorno storico per l’UE, con il Brexit. Gli occhi di tutti erano puntati sulla Gran Bretagna, e i politici ticinesi hanno commentato il voto bitannico su Facebook.

Daniele Caverzasio, capogruppo leghista in Gran Consiglio e Municipale di Mendrisio ha scritto che «quando vota il popolo è sempre una vittoria della democrazia. Gli inglesi hanno votato, a differenza di altre nazioni, sulla loro permanenza o meno in questa UE ed hanno scelto. Scelgono così di abbandonare questa Europa, quella della moneta unica, dei confini sguarniti, dei burocrati. Passa il Brexit e lasciano un Europa sempre più in agonia. Egoismo? No… Buon senso».

La liberale Giovanna Viscardi mette in dubbio che sia realmente il popolo britannico ad aver scelto. «Circa il 51,5 % ha votato per il brexit. La partecipazione è stata altissima. Si può veramente dire che il popolo inglese ha votato per l’uscita dall’UE? Metà sì, metà no. Devo dire che non so cosa avrei votato al posto loro… ma è difficile, quando i risultati sono così “tirati”, capire quale fosse realmente la volontà dei cittadini britannici. La democrazia è anche questo».

Esulta il Consigliere di Stato leghista Norman Gobbi. «Il popolo britannico ha scelto di uscire dall’Unione europea. Una scelta di coraggio, libertà e autodeterminazione. Mentre in Svizzera c’è chi nel programma di partito (socialista) mira ancora all’adesione all’UE… Rule Britannia».

Con lui, Boris Bignasca, che intravede un nuovo inizio. «Brexit!!!!!!! Oggi inizia la fine della dittatura dei burocrati di Bruxelles! Basta UE! Grazie UK!”

«Una nuova alba per la Gran Bretagna», ha scritto in inglese la Consigliera nazionale Roberta Pantani.

Felice anche il consigliere comunale di Lugano UDC Alain Bühler, tanto da cambiare la sua immagine profilo con una bandiera dalla Gran Bretagna. «Come si suol dire… “Quando si chiude una porta, si apre un portone”. Ora bisogna solo sperare che il Consiglio federale colga l’opportunità e che giochi al meglio la sua partita nello scacchiere europeo. La più grande lezione di democrazia all’indirizzo di Bruxelles e di chi ha tentato di affossare il ‪‎Brexit‬ con il ‪‎terrore‬!».

Posta bandiere anche Orlando Del Don, parlando del «Club Bilderberg preoccupato e in fermento per le scelte democratiche del popolo sovrano!!!»

Prevedeva che sarebbe andata così Fabio Abate, Consigliere agli Stati liberale. «Brexit: una sorpresa? Solo in parte. Le minacce alla vigilia del voto proferite da Bruxelles confermano la scarsa conoscenza delle dinamiche di una votazione popolare. E non poteva essere altrimenti, vista la mancanza di esperienza. Chi ha occasione di guardare i programmi televisivi inglesi, ogni sera trova una trasmissione che ricorda il “glorioso…” passato dell’Impero, oppure che riprende elementi significativi della seconda guerra mondiale. Parte da lontano l’esercizio che ricorda ai britannici di essere forti e unici, senza dover dipendere da nessuno. E le preoccupazioni sulle conseguenze economiche dell’uscita non hanno certo convinto gli inglesi che già faticano ad arrivare alla fine del mese. Ci voleva ben altro. E noi? Keep calm e aspettiamo innanzitutto eventuali mosse della Banca Nazionale. Hopp Suisse!»

Non basta al comunista Massimiliano Ay il risultato britannico. «Scossone contro l’imperialismo e il neo-liberismo. Ma non illudiamoci: uscire non basta, ci vuole la fine di austerity e apertura ai BRICS».

Giosce anche il presidente dei Giovani UDC Daniel Grümeli, guardando a chi potrebbero essere i prossimi a lasciare l’UE. «I britannici dicono Sì a Brexit, fuori dall’UE. E ora, che succederà Bruxelles? E a Londra? Dove il governo di Cameron è stato letteralmente sconfitto. Di certo è che questo è l’inizio di una nuova era geopolitica in Europa. Ieri il Regno Unito, domani chissà, Polonia, Ungheria o …? Juncker e compagnia bella l’hanno preso lì, dove fa male. No all’oppressione di Bruxelles. Sì alla libertà e all’indipendenza dei popoli!!!»

Si pone molte domande il granconsigliere PPD Maurizio Agustoni. «L’Unione Europea “perde” la cultura anglosassone e, dopo 60 anni di espansione continua (e per certi versi incontrollata), subisce la prima battuta d’arresto. Le domande sono tante. L’Unione Europea come reagirà al Brexit? Le popolazioni di altri Stati saranno chiamati ad esprimersi? Come muteranno gli equilibri all’interno dell’Ue, ora più “spostata” a Est? Scozia e Irlanda del Nord metteranno in discussione la loro appartenenza al Regno Unito? Per la prima volta in 60 anni l’Unione Europea ha una vera occasione di ripensarsi in profondità, a cominciare dalla su identità!».

Quesiti a cui solo il tempo darà risposta. Anche fra i cittadini, sembrano prevalere la gioia e l’esultanza: il Ticino, stando ai commenti Facebook, voleva il Brexit, e ora lo celebra.


«Un segnale che l’EOC fa i compiti. Ma col no alla LEOC lo Stato ha perso in due modi»

Il presidente del CdA dell’Ente Ospedaliero Cantonale, dopo la scelta di donare 3 milioni allo Stato e di destinarne 3,3 alla ricerca, parla di quanto quel settore e i conti del Cantone sani siano importanti. E se alle urne…

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – L’Ente Ospedaliero Cantonale versa 3 milioni come contributo di solidarietà al Cantone, che con un sì alle urne alla modifica della LEOC avrebbe guadagnato di più. E 3,3 alla ricerca, perché il CdA la ritiene fondamentale. Ne abbiamo parlato con Paolo Sanvido, presidente del Consiglio di amministrazione dell’EOC.

Avete donato, nonostante la perdita di 6 milioni, 3 milioni al Cantone…
«È da 3-4 anni, da prima che arrivassi io, corrispondevamo un contributo di solidarietà al Cantone, voluto da Laura Sadis per risanare le finanze. Nella manovra finanziaria, quindi dal 2017, sono previsti 5 milioni, se essa verrà approvata. Il CdA potrebbe opporsi, ci auguriamo che in futuro la richiesta svanisca ma al momento serve che tutti facciano il possibile per risanare le finanze cantonali, è uno sforzo collettivo che siamo chiamati a fare. Dei conti del Cantone sani sono un bene per tutti, EOC compreso».

È un vostro messaggio alla politica?
«È un segnale per dire che l’Ente fa i compiti, rispetto ad altri enti pubblici».

Questo nonostante con il no alla LEOC avete perso svariati milioni, giusto?
«La modifica della LEOC influisce sui conti dell’ente, se passava potevamo fare delle collaborazioni, per appianare magari dei costi su cui possiamo fare poco, e per recuperare risorse con soluzioni innovative. Per esempio, avremmo potuto creare una società immobiliare, una SA, controllata al 100% dall’EOC, cui affidare la realizzazione della piastra di Lugano per 50 milioni. L’ente l’avrebbe affittata dalla sua società immobiliare, liberando 3,5 milioni di IVA, e ora non lo potremo fare. Con l’operazione di Sant’Anna con l’ostetricia avremmo avuto diversi milioni a disposizione da investire nella ricerca».

Anche per questo settore, avete messo a disposizione 3,3 milioni.
«Le tariffe non riconoscono nessun costo di ricerca, si devono recuperare soldi per un settore per noi fondamentale per la medicina moderna, da altre parti. La Confederazione e la politica danno soldi per la ricerca solo a istituti universitari. Nel 2015 abbiamo fatto 6 milioni di perdita, abbiamo però liberato 12 milioni di riserve che hanno permesso di avere 6 milioni di utile netto. Da qui abbiamo usato tutto quanto potevamo per la ricerca, come CdA vogliamo dare un segnale, un incoraggiamento e uno stimolo ai nostri medici affinché partecipino ai progetti di ricerca. La medica del futuro è questo, andrà su due binari: quello della clinica e quello della ricerca, per avere un Ente forte che possa competere nel panorama sanitario svizzero devono andare a braccetto. Vogliamo un Ente forte, avere una medicina di super qualità per riportare a casa i pazienti, forse troppi, che vanno a curarsi oltre Gottardo. Per noi i 3,3 milioni alla ricerca sono i più importanti, i giovani medici vanno incoraggiati, ci aiuteranno ad avere un’offerta sanitaria competitiva».

Quanti sono? Lo chiede anche il PS in un’interrogazione…
«Ce ne sono, la Commissione sanitaria ha questi numeri. Sono andati oltre San Gottardo credendo che sia meglio su certe specialità di punta, noi invece crediamo che non sia vero, ma per dare una medicina di qualità dobbiamo fare le concentrazioni, non disperdere forze. Se le disperdiamo sul Cantone. Val di Blenio. Valmaggia, Leventina, come chiedono alcuni (chiaro il riferimento ai promotori di “Giù le mani dagli ospedali”), potremmo permetterci solo una medicina di base, che è contrario al nostro mandato e allo spirito del CdA, che vuole una medicina pubblica competitiva che possa confrontarsi senza problemi con quella di oltre San Gottardo».

Il no alla LEOC influisce sui soldi che darete al Cantone in questo momento difficile?
«In futuro la legge avrebbe permesso all’Ente di creare sinergie che avrebbero liberato risorse. Non vogliamo dare più soldi allo Stato. La LEOC aveva un articolo molto importante per noi, quello del capitale in dotazione. Non avendo accettato il popolo di dotare l’EOC di un capitale ci sarà un’influenza sui soldi futuri che avremmo dovuto corrispondere al Cantone. Con un capitale in dotazione, così come avviene per altre società pubbliche come Banca Stata o AET, il Cantone ci avrebbe chiesto una remunerazione del 5%, dunque avremmo corrisposto 5 milioni, anziché i tre attuali».

In poche parole, il Cantone ci ha perso, conferma?
«Sì, in due modi. Questi soldi l’Ente li ha a bilancio perché sono risorse, ma aveva bisogno della modifica della legge per trasformare queste riserve libere in capitale di dotazione. Questa operazione avrebbe portato subito nelle casse del Cantone un beneficio al Cantone ad ammortamento del capitale negativo che il Cantone stesso ha. Dunque, un doppio colpo per Bellinzona: non potrà avere l’interesse di remunerazione nei prossimi anni ed ora ha subito un ammanco di 100 milioni a capitale proprio. Sarebbero stati benvenuti perché una legge federale impone ai cantoni che hanno capitale proprio negativo che questo venga ammortizzato, e con i 100 milioni non bisognava procedere subito agli ammortamenti del capitale proprio negativo. Ora il DFE deve chinarsi su questa questione, perché nella manovra non è previsto l’ammortamento del capitale proprio negativo dato che prevedeva di ricevere 100 milioni dall’EOC».


«Sanzioni illegali e sproporzionate», BSI fa ricorso al Tribunale Amministrativo Federale

Secondo la banca, le misure decise dalla FINMA in relazione allo scandalo del fondo malese, e il modo in cui sono state comunicate, ha danneggiato la reputazione

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – La BSI non ci sta. La banca, colpita dalle pesantissime sanzioni della FINMA per il caso legato al fondo malese, fa ricorso al Tribunale Amministrativo Federale.

«Dal 2013 la BSI è stata in continuo a trasparente contatto con l’Autorità federale di vigilanza (FINMA) sui mercati finanziari FINMA, sia per quanto riguarda il fondo malese 1MDB, sia per altre questioni. Dove sono state trovate delle mancanze, la BSI ha intrapreso – e continua a intraprendere – misure correttive. Tutte le relazioni con clienti legate al fondo 1MDB sono state chiuse a inizio 2015», si legge in una nota. BSI non nega che vi siano state lacune in passato, ma la decisione, e il modo in cui è stata comunicata, sono ritenuti inappropriati, tali da danneggiare l’immagine della banca e dei suoi impiegati.

In particolare, le misure sono secondo la banca ticinese «illegali e sproporzionate ai sensi delle norme amministrative vigenti».


Un fumo di polemiche

Cinque deputati propongono di impedire di fumare in alcune aree all’esterno dei locali, e i social si scatenano. «Obblighiamo a mettere il casco a chi raccoglie le noci di cocco?» I politici dicono no

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Il fumo passivo fa male, anche all’esterno dei locali. E dunque Nadia Ghisolfi (PPD), con i colleghi di partito Alex Pedrazzini e Sara Beretta Piccoli, Francesco Maggi (Verdi), Henrik Bang (PS) e Fabio Schnellmann (PLR), chiede che sia vietato fumare su una parte degli spazi aperti (per esempio, le terrazze), dei locali pubblici. «Per come l’abbiamo avanzata, la nostra proposta non mira a introdurre un divieto assoluto ma, al contrario, lascia dei margini di manovra, invitando ad esempio gli esercenti a creare all’esterno delle aree separate. Come tutt’oggi avviene per gli spazi interni», ha spiegato Ghisolfi al Corriere del Ticino.

Limitazione della libertà? Richiesta eccessiva? Oppure rispetto per chi non vuole essere investito dal fumo passivo? Il dibattito si è scatenato, forse più di quanto ci si attendesse, sui social network, tanto che la deputata leghista Amanda Rueckert, ironicamente, ha postato «comunque negli scorsi giorni abbiamo parlato di due iniziative popolari e relativi controprogetti, di lavoro, di dumping salariale, di privilegiare la manodopera indigena, dei conti dell’azienda elettrica ticinese, di finanze cantonali (in rosso), e a farla da padrone su media, social media e media elettronici è… il divieto di fumo. Olé!». La stessa Rueckert si era definita, poche ore prima, contro «ogni forma di proibizionismo».

Henrik Bang, uno dei promotori, motiva così l’adesione alla mozione. «Sono per la libertà dell’individuo fintanto che la sua libertà non comprometta quella di un altro. Ristorante indiano, con piccolo spazio all’aperto consistente in 5-6 tavoli, bimba dai nonni, prima serata estiva, finalmente una cenetta intima condita da sapori e profumi orientali, candela sul tavolo. Tutto perfetto tranne l’energumeno seduto al tavolo vicino che fuma peggio di una canna fumaria e alla tua educata richiesta di spegnere la sigaretta ti risponde con tono minaccioso, che la legge lo permette pertanto non rompere il c….o, ecco qui finisce la mia libertà e il mio diritto di gustarmi un ottimo piatto di sapori orientali».

C’è perplessità anche fra i non fumatori. Andrea Sanvido, consigliere comunale leghista di Lugano, definisce l’iniziativa «veramente esagerata, perché mai dovremmo proibire a qualcuno di fumare? Ma con tutte queste proibizioni dove finiremo?».

Allarga il discorso un altro consigliere comunale della Lega, questa volta di Chiasso. Per Stefano Tonini bisogna «ricordare che da un lato, dobbiamo ringraziare i fumatori che con la tassa sul tabacco prevista per ogni pacchetto di sigarette, finanziano le casse dell’AVS. Ci si deve anche chiedere se questa politica faccia o meno gli interessi del nostro Cantone, il quale è in un momento di crisi dove il turismo in generale, la ristorazione e settori affini vivono un periodo molto delicato. Vogliamo davvero proibire il fumo fuori dai locali pubblici? Se la risposta dovesse essere affermativa non lamentiamoci se poi il nostro bellissimo Cantone non sarà più un luogo di svago o di vacanza ma solamente un passaggio per andare da casa (Germania) in vacanza (Italia)».

Ironico invece il post di Tuto Rossi. «A quando una legge che prescrive quando dobbiamo andare in bagno? Non si rendono sconto che dopo la loro legge anti anti anti ci sarà quella che vieta a Fabio Schnellman di bere all’aperto – anche alla fiera di San Provino – perché è diseducativo per i giovani vedere un adulto che trinca, a Alex Pedrazzini di mangiare insaccati all’aperto (e di ordinare una seconda portata) perché il colesterolo è una delle maggiori cause di infarto al miocardio e non bisogna influenzare i vicini di tavolo, a Francesco Maggi di andar in giro con la faccia corrucciata». Tiziano Galeazzi, invece, ha parlato di talebanismo e pericoli per la libertà dell’individuo.

I problemi del Ticino, scrivono in molti, sono altri. Proibire il fumo all’esterno dei locali non gioverebbe agli esercenti. Massimo Suter, direttore di GastroTicino, si dice esterrefatto. «Usiamo il buonsenso e cerchiamo di convivere. Il ristoratore deve cercare di essere più attento e intervenire se nota che il fumo può disturbare altri clienti, ma introdurre una modifica di legge mi sembra troppo».

Gli unici a esultare sono i membri dell’Associazione svizzera non fumatori. Il presidente Alberto Polli ha detto che «sono 10 anni che all’interno degli esercizi pubblici non si può più fumare e ora bisogna prestare un occhio di riguardo pure all’esterno, definendo delle zone per fumatori. Il fumo non è una libertà di scelta, bensì un vizio di scelta. E la verità è che senza un divieto non funziona. Senza divieti non si educa».

Equilibrata la posizione di Germano Mattei di Montagna Viva. «Non mi è stato chiesto di firmare l’atto parlamentare, mi hanno evitato il diniego. Posso condividere sino magari a separare le aree fumatori e non fumatori. L’altro ieri ero in un bar ed ero dietro ad un noto medico che fumava, e guarda caso il fumo veniva proprio verso di me. Ero scocciato e ho pensato che forse era meglio spostarsi di qualche metro! Parlarne fa bene, prima di introdurre altre limitazioni ci penserei un attimo».

Sui social, è partita la gara alle proposte più assurde da segnalare ai politici. Si passa dall’obbligo di indossare il casco per chi raccoglie le noci di cocco a quello di utilizzare l’Aromat nelle grigliate, dal divieto di bere persino acqua quando si guida a quello di circolazione per i veicoli con targhe i cui numeri sono divisibili per due, nei giorni dispari, con temperature a gradi celsius dispari (sia sopra che sotto lo zero).


Per far comunicare foca e orso, si chiede di sostituire De Bernardi. La Lega però…

I capigruppo di PLR, PPD, PS e Verdi chiedono che venga nominato in fretta un nuovo Delegato per i rapporti con la Confederazione e i Cantoni. I leghisti vogliono risparmiare

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Una figura importante, che facilita il dialogo fra la foca bellinzonese e l’orso bernese. Così viene giudicato da PLR, PPD, PS e Verdi il Delegato ai rapporti confederali. Ed ora che Jörg De Bernardi lacerà la carica per divenire secondo Vicecancelliere della Confederazione, va sostituito al più presto.

Per questo i capigruppo, Fiorenzo Dadò, Ivo Durish, Alex Farinelli e Francesco Maggi firmano una mozione del liberale Nicola Pini. In poco tempo – la
funzione è stata istituita nel 2011 – il Delegato per i rapporti confederali ha infatti permesso di rafforzare la presenza ticinese a Berna, interagendo con l’amministrazione federale e la politica nazionale, contribuendo in maniera determinante al dialogo tra gli orsi bernesi e la foca bellinzonese,
oltre che al coordinamento delle attività istituzionali e politiche sotto il Cupolone. Fra i dossier sbloccati su mandato del Governo cantonale, al di là dei giudizi di valore in merito ai singoli temi, vi sono ad esempio il risanamento del tunnel autostradale del San Gottardo, le proposte per il
rafforzamento delle misure di accompagnamento e di altre misure a tutela del mercato del lavoro ticinese, la proposta ticinese di una clausola di salvaguardia «bottom-up», la creazione di una base legale per l’apertura domenicale di centri commerciali per soddisfare i bisogni del turismo
internazionale.

Con l’apertura di AlpTransit, “la necessità e l’urgenza di un collegamento anche politico con il resto della Svizzera non si esauriscono, si fanno anzi più impellenti”. Anzi, tematiche quali lavoro, mobilità, sicurezza, sviluppo economico “non dipendono solo da ciò che avviene sul proprio territorio, ma che sono strettamente legate sia a decisioni di politica federale, sia a fenomeni transfrontalieri”.

Perciò, i deputati, “convinti dell’importanza per il nostro Cantone di intrecciare solide relazioni a Nord e a Sud, chiedono dunque al Lodevole Consiglio di Stato di procedere alla nomina del nuovo Delegato per i rapporti con la Confederazione e i Cantoni, da riattivare al più presto accanto alla figura del Delegato per i rapporti transfrontalieri e internazionali, in
modo da continuare a svolgere un ruolo attivo e propositivo a livello nazionale e internazionale, a tutto beneficio del Canton Ticino”.

Manca la firma della Lega nella mozione. Stando a ticinonews, il Movimento di via Monte Boglia, per risparmiare, vorrebbe unificare le funzioni di Delegato per i rapporti con la Confederazione e i Cantoni e Delegato per i rapporti transfrontalieri e internazionali in un’unica persona, che potrebbe essere colui che attualmente svolge il secondo ruolo, ovvero Francesco Quattrini, per risparmiare uno stipendio.


Due iniziative, due controprogetti che piacciono al Parlamento: urne, a voi

In Parlamento passano i controprogetti sia per “Prima i nostri” che per “Basta con il dumping salariale in Ticino”. MPS scontento: «cosa sono 10 milioni per migliorare il mercato del lavoro in Ticino?»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – A prendersi la scena ieri in Gran Consiglio sono state due iniziative popolari, già al centro di svariati dibattiti e dunque note a tutti: “Prima i nostri”, dell’UDC, e “Basta con il dumping salariale in Ticino” dell’MPS. Il lavoro, in ogni caso, al centro: la necessità di dare una mano alla manodopera indigena da una parte, e quella di combattere il dumping dall’altra.

Per entrambe, sono stati proposti dei controprogetti, e in tutti e due i casi il Parlamento (con la procedura d’urgenza dato che i testi erano stati presentati oltre i tempi stabiliti) ha optato per questi ultimi. Sarà, comunque, il popolo a decidere, a settembre o a novembre: i promotori, nonostante ponessero l’accento sull’importanza dei loro temi, probabilmente preferirebbero evitare una campagna in piena estate.

“Prima i nostri” chiede, come ben si evince dal titolo, la preferenza di ticinesi e residenti per l’accesso al mercato del lavoro. Il controprogetto, targato PPD-PLR, è passato con 34 sì e 26 no e sostanzialmente attenua l’iniziativa originale, rendendola secondo Fabio Bacchetta Cattori, pipidino autore del secondo testo, «più concreta e attuabile. Da una perizia era emersa una serie di difetti di natura giuridica, che andavano corretti. Ed è ciò che si è fatto con il controprogetto».
Non è d’accordo il presidente dell’UDC Piero Marchesi, che ritiene che sia «un’imitazione non così ben riuscita». Concorda con lui Boris Bignasca, che parla di un’iniziativa annacquata, anche se la Lega si è divisa. Il PS ha votato contro.
Per Alex Farinelli, capogruppo PLR, il controprogetto è un’evoluzione del testo originale, e inserisce il principio della preferenza ai residenti, indicando al Cantone degli obiettivi sociali come la protezione dei lavoratori dal dumping salariale. Riprende anche gli elementi principali della clausola di salvaguardia “bottom-up” proposta a livello federale dal Consiglio di Stato per l’applicazione del nuovo articolo costituzionale votato dal popolo svizzero il 9 febbraio 2014.

Un po’ diverso il discorso per l’iniziativa dell’MPS: passa anche in questo caso il controprogetto, che è però distante dal testo originale. PLR, Lega, PPD e PS hanno garantito 60 voti al controprogetto che cambia pure nome, divenendo “Nuova legge per il rafforzamento del mercato del lavoro”. Prevede il maggior coordinamento nel mercato del lavoro, professionalizzazione delle Commissioni paritetiche, in cui gli ispettori aumenterebbero di 10, aumento delle unità atte ai controlli sul dumping, che sarebbero 18 in più.
Il difetto dell’iniziativa MPS, sostenuta solo dai Verdi (che ritengono che nel controprogetto manchi l’importante parte statistica)? Costa troppo, anche se l’argomentazione non va giù a Matteo Pronzini, che parla di “santa alleanza” che ha votato per il controprogetto, sostenendo che «è a colpi di milioni che si cerca di spaventare i cittadini, ma noi ci assumiamo il costo dell’iniziativa perché crediamo valga lo sforzo». Si parlava di 10 milioni circa per quattro anni, per potenziare di un centinaio di unità chi deve assicurarsi che non ci sia dumping salariale. «Il controprogetto lascia facoltà al Consiglio di Stato di potersi muovere sul mercato del lavoro in modo flessibile e valorizza, professionalizzandole, le Commissioni paritetiche», ha spiegato il relatore Raffaele De Rosa.
«Il controprogetto ha il pregio di migliorare il quadro professionale con un costo quattro volte inferiore», ha affermato il leghista Michele Guerra, riassumendo così la necessità di attuare controlli che deve però tener conto della situazione finanziaria difficile dello Stato.

Ai cittadini, quindi, la scelta.


Accordo fiscale con l’Italia, «guadagneremmo una quindicina di milioni. Ma…»

Nella risposta a un’interpellanza di Pamini, il Consiglio di Stato spiega che la Svizzera ha pagato in 40 anni 1,2 miliardi di franchi in ristorni. E elenca vantaggi e svantaggi del nuovo accordo

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – In 40 anni, ossia fino al 2013, la Svizzera ha versato all’Italia 1,2 miliardi di franchi in ristorni, mentre il totale dell’imposta alla fonte percepita dal 1974 al 2013 da Confederazione, Cantone e Comuni ticinesi sono state approssimativamente di 1,9 miliardi di franchi. Il guadagno col nuovo accordo? Una quindicina di milioni, ma il Ticino vedrà annullare gli effetti del moltiplicatore al 100% previsto nella Legge tributaria ticinese. Sono i dati più rilevanti contenuti in un’articolata risposta a una altrettanto articolata interpellanza di Paolo Pamini e altri esponenti de Le Destra e dell’UDC.

Prima di rispondere alle molte domande poste, il Consiglio di Stato ha voluto precisare come nel 1974 la situazione era del tutto diversa da oggi: il problema maggiore era la mancanza di manodopera indigena, e temi quali il dumping salariale e il troppo traffico erano ben lontani dalla realtà. E giova ricordare come «l’Accordo del 1974 è stato il frutto di un compromesso e di una lunga negoziazione. Le modalità d’imposizione e di riparto del gettito erano verosimilmente state valutate corrette nel contesto dell’epoca. Giova ricordare che da una parte l’Italia non disponeva ancora delle basi legali per imporre i frontalieri e, dall’altra, i Comuni di frontiera erano confrontati ad una forte domanda di prestazioni pubbliche in relazione con la crescita del numero di frontalieri». Esso è rimasto immutato negli anni, salvo «una riduzione del ristorno dal 40% al 38.8% rivendicata e ottenuta dal Ticino nel 1985 per compensare il fenomeno dei “falsi frontalieri” (ovvero coloro che non tornano al loro domicilio italiano tutte le sere, ndr)».

Cosa hanno guadagnato Ticino e Svizzera dall’accordo? «Il totale dell’imposta alla fonte percepita dal 1974 al 2013 da Confederazione, Cantone e Comuni ticinesi sono state approssimativamente di 1,9 miliardi di franchi. Il lavoro svolto dalla manodopera frontaliera durante questo periodo ha altresì contribuito alla creazione di valore aggiunto in molte società e attività aziendali ticinesi. L’indotto fiscale complessivo sarebbe pertanto maggiore qualora si potesse tener conto anche di questo aspetto», fa sapere il Consiglio di Stato.

Il nuovo accordo è stato parafato il 22 dicembre e seguirà l’iter parlamentare dei due paesi. Riguardo a che cosa potrà portare al Ticino, «la prima conseguenza positiva deriva dall’aumento della quota di pertinenza ticinese che passerebbe dal 61.2% al 70%. A dipendenza degli anni di riferimento, in questo momento si può arrotondare ad una quindicina di milioni di CHF.
Oltre a questo miglioramento diretto avremmo altre fonti per ora difficilmente stimabili, quali il gettito dovuto alla reciprocità dell’accordo (nell’accordo esistente il gettito dei residenti in Ticino che lavorano in Italia come frontalieri resta totalmente in Italia), una definizione giuridica di frontaliere, che permetterà la lotta agli abusi e altre migliorie tecniche». Non è tutto oro quel che luccica, perché «per contro, il nuovo accordo e soprattutto la proponenda Legge federale sui quasi residenti andranno ad annullare, in quanto diritto superiore, il moltiplicatore al 100% previsto nella Legge tributaria ticinese. La citata Legge, al momento in discussione presso la Camera Alta, e la data della sua entrata in vigore, sarà molto importante per il nostro Cantone di frontiera».

Dunque, vantaggi e svantaggi dal nuovo accordo. Che, curiosità, è discusso in inglese, come ogni accordo di questo tipo. Il testo definitivo, però, sarà in italiano.


Approvato il Consuntivo peggiore della Svizzera. E ora la manovra

Ci sono volute sei ore di discussione per votare a favore dei conti del Cantone. La Lega: «avevamo ragione, purtroppo». Ora Vitta chiede «un percorso di discussione e negoziato, anche con dei compromessi».

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Li approviamo perché ormai non c’è nulla da fare e perché in vista c’è da discutere una manovra che potrà essere decisiva per i destini finanziari del Cantone. Questo è il riassunto del voto a favore dei conti del Cantone, avvenuto ieri in Gran Consiglio.

Erano ormai passate da poco le 19.30, dopo sei ora di discussione e una trentina di deputati che avevano già lasciato l’aula, quando in 36, ovvero i pipidini, i liberali e parte dei leghisti, hanno votato sì, contro i 18 no di socialisti, verdi e esponenti de Le Destra, con 5 astenuti. E il Consuntivo 2015 è approvato, il peggiore a livello svizzero. Non lo ha voluto nascondere il Consigliere di Stato e capo del DFE Christian Vitta, «nel panorama nazionale il Ticino è il Cantone che ha chiuso peggio i conti del 2015». E per fortuna che sono arrivati i 56,7 milioni dell’utile della BNS, dato che non risolve i problemi ma fa sì che i conti siano meno peggio di quanto preventivato.

È importante creare al nostro interno un contesto politico coeso e pronto al confronto. Bisogna affrontare il problema in maniera costruttiva, evitando i veti incrociati iniziali. È tempo di affrontare un percorso di discussione e negoziato, anche con dei compromessi. Quella del compromesso è una capacità da recuperare da parte della politica. Ma dovrà portare a risultati concreti», ha poi ammonito, riferendosi in modo chiaro alla manovra (e spiegando che si farà di tutto affinché il pacchetto di misure di risparmio della Confederazione non ne vanifichi gli effetti). Anche Paolo Beltraminelli ha chiesto «pazienza, tempo e idee».

I tempi per la manovra? Sarà affrontata a settembre, dunque si prospetta un’estate caldissima.

Emblematiche le parole di Alex Farinelli, capogruppo PLR, sui conti: «non possiamo che prenderne atto, non c’è più nulla da cambiare». La strada imboccata, con la manovra, è quella giusta, a suo avviso, e toccherà ai parlamentari assumersi delle responsabilità.

«Avevamo ragione, anche se avremmo preferito non averla», ha dichiarato amaramente il capogruppo leghista Daniele Caverzasio. «Gli allarmi di oggi sono quelli che noi della Lega lanciamo da anni. La strada imboccata è davvero quella giusta, ma il problema sotto gli occhi di tutti è quello del lavoro. Sono necessarie scelte politiche a favore dei ticinesi».

Per il PPD ha parlato Fabio Bacchetta Cattori, che ha rilevato come «in 15 anni abbiamo perso quasi 1 miliardo di capitale proprio, mentre il debito pubblico nel 2001 era di 800 milioni e a fine 2015 di ben 1,9 miliardi»: i tempi delle cosiddette “vacche grasse” sono finiti. All’orizzonte c’è però la manovra, dunque il PPD ha deciso di sostenere i conti.

Passando ai contrari, il socialista Saverio Lurati non ha risparmiato alcune bordate allo Stato. «La situazione economica del Ticino è il frutto di troppi anni di «politiche salariali indegne per un Paese come il nostro. Se quelli del nuovo CCL nella vendita sono salari minimi di paragone andremo verso salari che saranno dumping di Stato». Occorrono, secondo lui, una revisione delle deduzioni fiscali e un adeguamento del moltiplicatore cantonale, che deve smettere di essere un tema tabù, perché «gli interventi assurdi sono altri».

Per i Verdi, ha parlato Franco Denti, «bisogna fare una riforma sociale del Cantone, altrimenti si rischia il collasso». I tagli avvengono, infatti, sempre a scapito dei più deboli.

Duro l’intervento di Gabriele Pinoja de La Destra. «Presa di coscienza e rigore? Tante belle parole, ma il risultato è sempre lo stesso. Io non vi credo più. Ora abbiamo la famosa manovra, se si bucasse anche questa non ci resterà che affogare nei debiti».


IL CCL è stato firmato. UNIA si distanzia, «scandaloso»

L’opera di intermediazione del Governo termina qui. UNIA è contraria, ritiene non sufficienti i salari, troppo lunga la settimana. «Un primo e decisivo passo»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – È fatta: il CCL per il settore vendita, condizione sine qua non per far entrare in vigore la legge sull’apertura dei negozi, è stato firmato. Hanno aderito OCST, Società Impiegati di Commercio (SIC Ticino), Sindacati Indipendenti Ticinesi (SIT), Federcommercio e DISTI Distributori ticinesi. L’opera di intermediazione del DFE di Vitta, che comunica la notizia, termina qui, ora saranno le varie parti sociali a dover raccogliere le adesioni per poi chiedere al Consiglio di Stato l”obbligatorietà del contratto.

Il documento firmato prevede per i datori di lavoro l’impegno a formare gli apprendisti e cercare di reinserire i disoccupati, ed entrerà in vigore in prossimo 1° gennaio. La settimana lavorativa sarà di 42 ore, con un massimo di 45, per chi lavora più del 50% le giornate non possono superare le 12 ore, comprese straordinari e pause. I turni per chi effettua percentuali ridotti in linea di massima non può essere spezzato. Ogni collaboratore deve conoscere i piani di lavoro con due settimane di anticipo. Se si lavora alla domenica, si ha diritto a una retribuzione maggiorata del 50% per quei giorni.

UNIA per contro ha deciso di non firmare il CCL, reo di «istituzionalizzare il dumping salariale».
«I minimi salariali previsti (3’100 franchi mensili per il personale non qualificato) sono infatti di gran lunga inferiori a quelli prescritti da altri importanti CCL del ramo (Migros 3’750, Coop 3’900, shop delle stazioni di servizio 3’600) e del settore (parrucchieri 3’400, ristorazione-alberghiero 3’407) e si situano addirittura al di sotto del fabbisogno vitale minimo considerato dalla legislazione sull’AVS e sull’aiuto sociale. Con un CCL di questo tipo si legalizza il dumping, si alimenta il processo di esclusione della popolazione residente dal mercato del lavoro e si sdogana l’idea che in Ticino uno stipendio di 3’100 franchi lordi al mese in fondo è adeguato, il che rappresenta una minaccia anche per i salariati di altri rami e settori professionali», scrive il sindacato.

«La necessità di meglio conciliare professione e vita famigliare e privata, molto sentita dal personale della vendita, non viene minimamente presa in considerazione dal CCL: la settimana lavorativa (42 ore in media all’anno) rimane più lunga che in altri rami e inoltre le norme protettive contro la frammentazione dell’orario di lavoro sono totalmente insufficienti ed i pochi limiti imposti (come quello della giornata di 12 ore -sulle 13 di apertura dei negozi…- per le persone impiegate almeno al 50 per cento) sono derogabili con un semplice accordo scritto, e in linea generale il CCL non contiene alcun miglioramento e si limita a riprendere le norme minime della legislazione sul lavoro: 14 settimane di congedo maternità e 4 di ferie (con eccezioni solo per gli ultracinquantenni e per quelli con più di 20 anni di servizio). Particolarmente scandaloso è poi il meccanismo di finanziamento della commissione di controllo, cui spetterebbe il compito di vigilare sull’applicazione corretta del CCL: alla cassa vengono chiamati praticamente solo i lavoratori con un contributo di 60 franchi annui a testa, mentre i datori di lavoro se la cavano con 50 franchi all’anno indipendentemente dal numero di dipendenti. Un dato che testimonia la totale assenza di volontà da parte padronale di costituire una vera comunità contrattuale e di dotarsi dei mezzi sufficienti per garantire il rispetto del contratto».

«Dunque, secondo UNIA non è ciò di cui i lavoratori hanno bisogno. «Le delegate e i delegati del sindacato UNIA stigmatizzano infine l’attitudine dell’autorità cantonale, che ha chiamato al tavolo negoziale sindacati non rappresentativi della realtà del commercio al dettaglio come SIT e SIC ed ha adottato una metodologia di lavoro che non ha consentito una consultazione della base durante le trattative ma solo a CCL ultimato. Un CCL dai contenuti preconfezionati dalle forze padronali d’intesa con i sindacati a loro vicini al solo scopo di consentire l’entrata in vigore della legge che estende gli orari di apertura. Di fronte a questa situazione e dopo aver comunque tentato di convincere il padronato e i sindacati ad esso vicini della necessità di un CCL degno di questo nome, UNIA prende atto di trovarsi di fronte a una finzione, a una stucchevole parodia della concertazione. Di qui la decisione di tirarsi fuori e di proseguire con ancora più determinazione il lavoro al fianco del personale in difesa dei suoi diritti e della sua dignità».

«Il precariato e l’esasperata frammentazione dei tempi di lavoro che hanno caratterizzato in questi ultimi anni un importante settore economico come quello della vendita (oltre 12’000 addetti), non poteva più rimandare nel tempo la concertazione di una solida piattaforma contrattuale», scrive invece OCST. Concorda che «i salari minimi contrattuali non traducono in modo soddisfacente i bisogni del personale di vendita. Solo la grande distribuzione è in grado di offrire dei salari minimi di 4’000 CHF per 13 mensilità», ma «la situazione contingente rende però impraticabile l’effettivo rispetto di questi salari per i piccoli negozi. Si è trattato quindi di tutelare in particolare i diritti e le condizioni di lavoro della fascia più a rischio».

«La parola passa quindi alla neo costituita comunità contrattuale che dovrà nei prossimi mesi costituire una Commissione paritetica cantonale ed avviare la pratica di obbligatorietà cantonale al contratto. Solo allora si determinerà l’entrata in vigore della nuova Legge sulle aperture dei negozi voluta dal Parlamento ticinese e approvata dal popolo con voto referendario.
OCST, che ha di fatto provocato questa dinamica di concertazione atipica con l’emendamento presentato dai deputati OCST, saluta con soddisfazione il raggiungimento di questo iniziale traguardo. La firma di oggi rappresenta dunque un primo e decisivo passo nella giusta direzione», si conclude il comunicato.


Caso Pulice, «per ora non ci risulta nessuna corruzione»

Lo ha detto John Noseda, dopo le dichiarazioni del pentito di mafia, che avrebbe pagato un funzionario pubblico per poter risiedere in Ticino. A Gobbi non risulta che un impiegato di origine calabrese si sia occupato del caso

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Hanno fatto discutere le dichiarazioni del pentito della mafia calabrese Gennaro Pulice che affermavano come avesse pagato un funzionario dell’Amministrazione cantonale, pure lui di origine calabrese, per ottenere il permesso di risiedere in Ticino.

Alla Regione, il procuratore generale John Noseda ha affermato che agli inquirenti ticinesi, al momento, non risultano mazzette per ottenere permessi. Anche il Consiglio di Stato ha verificato gli incarti relativi a Pulice e non risulta che sia stato un funzionario di origine calabrese a occuparsene.

Il nome del pentito di mafia, che andrà a processo a Lamezia Terme prossimamente, non è nuovo a Nodesa. Infatti, era stato aperto a suo carico un procedimento penale nel 2014, seguito a una denuncia per reati di carattere patrimoniale e relativi alla legislazione sugli stranieri e poi sospeso dopo l’arresto in Italia.

Pulice a Lugano aveva il suo studio legale, un bar e anche una società specializzata nella consulenza aziendale.

La domanda che si pongono i magistrati ticinesi è come mai, se fosse vero, l’uomo avrebbe deciso di pagare un funzionario, quando avrebbe potuto ottenere il permesso di risiedere a Lugano falsificando l’autocertificazione, cioè omettendo di essere sotto inchiesta in Italia. La vicenda, insomma, ha ancora lati oscuri.


Governo sotto scacco, «attenzione ai beni e servizi, costano troppo»

Tre rapporti distinti sul Consuntivo 2015, sia Gianora (PLR) che Denti (Verdi) insistono su quella voce di spesa. L’ecologista: «alcuni mandati sono fuori di testa». il PS: «anche il ceto medio è in crisi»

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – La discussione sul Consuntivo 2015 del Cantone si prospetta difficile e laboriosa, perché il disavanzo è maggiore di quanto previsto, perché in vista c’è la manovra di risparmio da 185 milioni e perché il periodo congiunturale è tutto fuorché facile.

Ieri, dopo aver votato per congelare una mozione di Fiorenzo Dadò atta a riformare gli Uffici di collocamento, in attesa di vedere se le misure proposte da Christian Vitta avranno effetto, e aver detto sì a eventuali scissioni coatte, si è iniziato a parlare del tema. Vitta era atteso all’assemblea generale ordinaria dell’Associazione bancaria ticinese e dunque c’è stato solo il tempo di prendere la parola per i firmatari dei tre rapporti sul tema.

A sostenere il Consuntivo è la triade composta da PLR, Lega e PPD, mentre il PS ha presentato un rapporto di minoranza, così come i Verdi.

Il relatore del rapporto di maggioranza è Walter Gianora, il cui discorso non è stato però tutto rose e fiori per lo Stato: è ora che i costi, quando la macchina statale non funziona, smettano di cadere sui cittadini. «L’obiettivo deve essere avere finanze più sane. E per questo serve prevenire le cause piuttosto che tamponare gli effetti. Il tutto per far sì che non debba essere sempre il cittadino a fungere da parafulmine quando la macchina dello Stato s’inceppa». E bacchetta ancora, «per quanto riguarda la voce beni e servizi, che ha fatto segnare un aumento di 9 milioni (a fronte del risparmio previsto di 12, ndr), ribadiamo con fermezza come il Governo debba dotarsi di una gestione per obiettivi delle prestazioni, basata su dei chiari criteri di efficacia ed efficienza».

Ritiene che una situazione congiunturale come quella attuale non si ripresenterà, e dunque lo appoggia, anche se «è un consuntivo nel segno della preoccupazione. Come dimostrano il deficit d’esercizio, e l’entità del capitale proprio negativo e del debito pubblico. Si notano comunque peggioramenti sul mercato del lavoro, incremento della disoccupazione, pressioni sui salari, incremento di persone emarginate dal tessuto attivo e che quindi necessiteranno della rete di protezione dello Stato». Fondamentale sarà a suo avviso il lavoro che potrà svolgere il Gran Consiglio nell’ambito della manovra da 185 milioni.

Su questo punto non è d’accordo la socialista Pelin Kandemir Bordoli, relatrice del primo rapporto di minoranza. «Sappiamo benissimo che in questi anni di tagli concreti nel sociale ve ne sono già stati. La crisi ormai non tocca più solo le fasce basse, ma ha portato a un peggioramento delle condizioni di vita del ceto medio», ha detto, ribadendo i dubbi del PS che hanno portato a redigere il rapporto.

Per i Verdi, ha preso la parola Franco Denti, che ha incentrato il suo intervento sulla necessità, oltre che di aumentare le entrate, di diminuire le uscite. Deve essere quello l’obiettivo primario, e serve agire sui salari medio-bassi, evitando così il ricorso agli aiuti sociali. Anche lui non risparmia un affondo al Governo: «la voce Beni e servizi, presenta dei mandati diretti fuori di testa. È giunta l’ora di rivedere queste spese. Solo grazie a questa operazione, potremmo recuperare diversi milioni».


Saverio Lurati lascia il Gran Consiglio

L’ex presidente socialista ha deciso di mollare Palazzo delle Orsoline. Oggi primo giorno di parlamento per due deputati

Share on FacebookTweet about this on Twitter

BELLINZONA – Dopo la seduta estiva Saverio Lurati non siederà più in Gran Consiglio. L’ex presidente del PS ha comunicato oggi pomeriggio al presidente del parlamento, Fabio Badasci, le sue intenzioni.

Dopo la rinuncia per impegni professionali di Raffaella Martinelli Peter, sarà Carlo Lepori a subentrare a Saverio Lurati.

Oggi è stato il primo giorno di parlamento per due deputati, entrambi liberali: si tratta di Marcello Censi e Giovanni Pagani, che sono subentrati ai dimissionari Roberto Badaracco e Samuele Cavadini.