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Il presente e la paura a Locarno. Così due ragazze “normali” diventano jihadiste

LOCARNO - I film, come i libri, sono catalizzatori della realtà. La prendono, la buttano in faccia a lettore o spettatore, cercando di indagarla, di trovare il lato che più colpisce, quello più insolito. Spesso, partono da grandi drammi, penetrano nell'animo umano provando a capirlo, o come dice qualcuno, anche solo a porre delle domande, senza pretendere le risposte. Trovare una pellicola che colpisce perché tratta un tema di strettissima attualità non è sempre evidente. Coincidenze, volute, che fanno di "Le ciel attendra" uno dei film più attesi e interessanti del Festival di Locarno, proiettato ieri in Piazza Grande. È stato girato nel periodo degli attentati di Parigi, dopo il Bataclan, nato da un'urgenza della regista. Tratta di un argomento che lascia perplessi e privi di difese molti, ovvero la radicalizzazione islamica: cosa spinge ragazzi all'apparenza normali a divenire martiri della jihad? La regista Marie-Castille Mention-Schaar parte da due ragazze normalissime, cresciute in due famiglie qualunque, come potrebbe essere ciascuna di chi era presente in Piazza. A Mèlanie, per esempio, non manca nulla, né il buon rapporto con la madre con cui vive, né le amicizie, neppure le soddisfazioni a scuola, e c'è anche la passione per il violoncello. Quando muore la nonna, in lei si manifesta la fragilità che caratterizza l'adolescenza, le domande su vita e morte, il percorso per capire chi siamo. E qui abilmente si insinua un ragazzo conosciuto via Internet, la fa innamorare, le dà i brividi della passione che tutti i teenager sognano. Solo che qui il rischio è più grande di un cuore spezzato, che pur fa male, perché lui la porta piano piano sulla strada della jihad. La ragazzina metterà persino il jilbab, come segno d'amore. E andrà, davvero, in Siria. A Sonia invece viene promesso il Paradiso per la propria famiglia, lei che ha un padre musulmano ma di visioni laiche. Quando dovrà partire per la Siria, non ce la fa. Il film si incentra non solo sulle giovanissime, ma sulle madri. Quante volte si è sentito parlare del conflitto fra ragazze adolescenti e le proprie mamme? Orari da rispettare, modo di vestire, voglia di staccarsi, di crescere restando però piccole, contrasti generazionali. Storie che chiunque ha vissuto. I figli cambiano, lentamente oppure dall'oggi al domani. Come affrontarlo? I manuali di psicologia si sprecano sul tema, ma quando nei cambiamenti, a volte burrascosi, di una giovane mente, si inseriscono derive pericolose, è ancor più difficile capirlo. Le madri di Mèlanie e Sonia, portate in scena da Sandrine Bonnaire e Clotilde Courau, lottano per comprendere cosa sta accadendo alle loro figlie, mostrano sullo schermo il dolore e il coraggio nel trovarsi di fronte due estranee, il dramma di famiglie che vedono crescere al loro interno piccoli jihadisti senza saperlo. I metodi di convincimento dell'ISIS non sono diversi da quelli di qualsiasi setta, quello che è lo Stato islamico per chi ha realizzato il film. Non una religione, non l'islamismo. Come combattere il fenomeno? Sullo schermo, nei giovani volti di Mèlanie e Sonia, dai loro jilbab, emerge il cambiamento, nudo e crudo. Un documentario sotto forma di storia, perché la regista prima di girare è entrata volutamente in contatto con chi questo fenomeno lo ha vissuto sulla propria pelle. E chi era in Piazza Grande è tornato a casa complimentandosi per le riprese e per il talento degli attori, ma probabilmente scosso. Non dalla storia, perché i film, per quanto coinvolgono, non sono la vita reale e terminano coi titoli di coda. Sullo schermo di Locarno non sono andate in scena le storie di Mèlanie e Sonia, bensì quella del presente, di una generazione che sta terrorizzando il mondo. Questa sensazione non finisce di sicuro con l'applauso finale. Foto TicinoLibero / Marin Mikelin