Come faremmo, senza una strategia per il post-nucleare?
di Nicola Schönenberger, co-coordinatore dei Verdi
Tribuna libera
La strategia energetica 2050 è irrinunciabile. Esprimersi su di un referendum ci fa pensare illusoriamente che abbiamo scelta, che volendo potremmo non uscire dal nucleare e andare avanti come fatto fino ad ora.

Ma il nucleare è obsoleto, pericoloso e troppo caro, non è in grado di internalizzare i costi (per il solo smaltimento stimati ad almeno 20 miliardi). Non possiamo ignorare il fatto che prima o poi le ormai vecchie centrali concluderanno il loro ciclo di vita e non saranno ricostruite perché mancano gli investitori e il consenso politico. Allora dovremo avere valide alternative, già funzionanti. Arrivare al 2050 senza aver costruito, negli anni, un nuovo sistema di approvvigionamento è impensabile.

Gli oppositori alla strategia energetica si dicono contrari proprio alla costruzione, pianificata, di questo sistema alternativo di approvvigionamento. Ma non propongono misure diverse da quelle elaborate dal Consiglio Federale: si direbbe ignorassero il fatto che dal nucleare, che lo si voglia o meno, saremo costretti ad uscire.

E cosa faremmo senza una strategia energetica, come sopperiremmo alla mancanza di energia?

Dovremmo importarla dall’estero. Che le motivazioni degli oppositori alla strategia energetica facciano leva sul patriottismo, sulla protezione del nostro mercato interno, è dunque l’ulteriore paradosso di questo referendum. La nostra economia sarebbe messa in difficoltà proprio dalla dipendenza che avremmo dall’estero. I costi graverebbero sulla nostra economia e, proprio noi svizzeri che ci forgiamo di essere l’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo, nell’innovatività e nella qualità dei servizi, saremmo i primi a non usare i nostri atout.

La strategia energetica, inoltre, permetterà di salvaguardare un altro dei nostri punti forti, che tanto contraddistingue la Svizzera: il settore idroelettrico che fa sempre più fatica a fronteggiare i bassi prezzi del libero mercato dell’energia.

Dunque sì, si può usare il patriottismo come criterio per votare il prossimo 21 maggio, ma per votare sì. Votando no metteremmo in difficoltà il Paese e rischieremmo di trovarci nella stessa situazione della votazione dello scorso 27 novembre: la domenica veniva affossata l’uscita accelerata dal nucleare e il lunedì, sui quotidiani, si leggeva la notizia dei primi licenziamenti nell’idroelettrico in Ticino.

Nicola Schoenenberger, co-coordinatore I Verdi del Ticino


Pubblicato il 19.05.2017 17:00

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