Quei social, raccoglitori di rabbia e odio. 68 persone cercano di interrompere la spirale. "Politici, dovreste dare il buon esempio, invece..."
Parla la portavoce del gruppo che ha inviato una segnalazione in Procura in merito ai post razzisti dopo la morte della giovane eritrea a Bellinzona. Un caso, grave, simile a tanti, che portano forzatamente a una riflessione sui contenuti che condividiamo
Bellinzonese
BELLINZONA - Una donna gettata dalla finestra, e morta sul colpo. Spinta dal marito? Le prime indagini lo ipotizzano, anche se l'uomo nega e sostiene che sia stata la compagna a saltare intenzionalmente durante un litigio.

Una storia raccapricciante che è ben lungi dall'essere chiarita, e spetterà alla Magistratura farlo. Nei giorni successivi, però, sui social si erano moltiplicati i commenti, la maggior parte di sdegno e cordoglio, altri a sfondo razzista, dove veniva augurato ad altre persone di fare la stessa fine. Una deriva di Facebook che qualcuno, per esempio la deputata socialista Lisa Bosia Mirra, denuncia da un po'.

I post di quel genere sono stati commentati da altri utenti scandalizzati, innescando una battaglia social Qualcuno è andato oltre, denunciando due persone. Si tratta di un gruppo di quasi 70 persone che, indignati da alcune frasi ben poco edificanti, aveva inviato una lettera in Procura per segnalare il caso. E infatti ora due donne sono indagate per discriminazione razziale (lo stesso reato per cui sarà giudicato il leghista Massimilano Robbiani per la foto ove si paragonavano delle donne col burqa a sacchi della spazzatura, anche lì la denuncia partì da un gruppo di cittadini).

Su La Regione, la portavoce dei firmatari della lettera si augura "di aver aperto la strada ad altre segnalazioni. Speriamo davvero che l'inchiesta serva da deterrente per tutti coloro che usano i social allo scopo di esprimere e diffondere odio razziale".

E sono purtroppo in tanti. È triste constatarlo, ma Facebook, Twitter e simili sono divenuti ormai la cassa di risonanza di frustrazioni e rabbie represse, di idee che una volta magari si esprimevano solo all'interno di una cerchia ristretta di amici e familiari e che oggi con disinvoltura vengono inviate al mondo intero. Probabilmente, una lacuna per molti è quella di non essere consapevoli che l'augurio di cadere dal balcone come la povera 24enne deceduta a Bellinzona potrà essere letta in ogni angolo del pianeta, e rimarrà indelebile nel web.

Qui si parla di odio razziale, ma i social, da svago e sistema per tenersi in contatto con amici lontani, anche per condividere foto e momenti personali, oppure per discutere di argomenti di interesse comune o farsi due sane risate nel tempo libero, sono divenuti un triste specchio della realtà. Pochi ne sono immuni, vittime dei botta e risposta e della sindrome del leone da tastiera, ovvero della possibilità di scrivere qualsiasi cosa, protetti dietro lo schermo del proprio pc, come non si oserebbe probabilmente fare a tu per tu con gli interessati.

Chi ha scritto la lettera ha voluto, con quei pochi strumenti possibili (d'accordo, ci sono le segnalazioni a Facebook, per esempio, che portano al massimo a una sospensione temporanea dell'account), dire basta a tutto ciò. E non risparmiano i politici, "in diversi ci hanno attaccato dopo la nostra lettera. Vorremmo far loro presente che dovrebbero dare il buon esempio e non rischiare di essere a loro volta segnalati".

Spesso, anche le discussioni politiche degenerano, a partire dal post di un protagonista o da un articolo. Infiniti commenti di risposta, con il personaggio chiamato in causa che interviene per esporre le sue argomentazioni, oppure con sostenitori di una parte e dell'altra (sovente, ma è evidente, destra e sinistra...) che si scontrano a suon di idee, luoghi comuni e, man mano che i post si susseguono, anche insulti.

No, i social, probabilmente, ci piacevano di più quando erano il racconto personale della giornata di ciascuno. Oppure, era la società a piacere di più quando era meno litigiosa.


Pubblicato il 11.08.2017 15:30

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