Un volo, e la paura che il paracadute non si apra. "Forse è ciò che dovremmo fare in tutte le situazioni importanti e decisive della nostra vita: accettare quel rischio" Video
Il collega Marco Bazzi racconta la sua prima esperienza col paracadute in tandem. "Siamo saliti a quota 4'000 metri. Quando hanno aperto il portellone ho visto la corona bianca delle alpi. Poi è successo tutto in fretta: ero un elemento che appartiene all'aria, alla terra e alle montagne" GUARDA IL VIDEO
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di Marco Bazzi, da liberatv.ch

Non sono uno che ama il vuoto. Tendo a evitare i precipizi. L’unica arrampicata impegnativa l’ho fatta a poco più di vent’anni: lo ‘Spigolo della Rossa’, sull’alpe Devero. Ero inesperto e incosciente, e alla fine ho pensato che per quella volta Dio me l’aveva mandata buona.
Oggi, quando vado in montagna, se incontro passaggi esposti cerco di non guardare troppo giù e, se c’è, mi attacco alla catena, e sto sempre bene attento a dove metto i piedi.

Questo era per dire che se ho qualche metro quadrato di terra solida e pianeggiante sotto e attorno a me mi sento meglio. Ma è proprio perciò che ho deciso di accettare una proposta nata quasi per gioco.

Era una bella serata di primavera in un’osteria di Trastevere, a Roma. A quella cena c’era anche Nicola Guerini, comandante del Centro istruzione Forze Speciali a Isone: granatieri e paracadutisti. Gli ho detto: “Sarebbe bello fare qualcosa con voi”. Così, per provare, capire e raccontare… E lui: “Ok, iniziamo con un lancio col paracadute in tandem, poi vediamo”.

Io sono tra quelli che hanno sempre detto: col paracadute anche no. Anzi, tutta la vita in elicottero, piuttosto.

Ma alla fine ho detto va bene, convinto che Guerini se ne sarebbe dimenticato. Invece no. Un paio di mesi fa mi chiama e mi fa: “Il lancio è confermato per ottobre. Puoi anche dire di no, devi sapere tu se te la senti. Ma se vuoi farlo devi dirmelo, perché bisogna ‘staccare’ l’assicurazione militare”.

Ho ridetto ok, sempre convinto, in qualche parte di me stesso, che se ne sarebbe dimenticato… E comunque, ottobre sembrava ancora lontano.

Invece non se n’è dimenticato, e ottobre è arrivato in fretta. Tre settimane fa Guerini mi ha chiamato di nuovo e mi ha detto: “È per venerdì 27 alle 14. Avrai uno dei nostri migliori istruttori. In quei giorni abbiamo delle esercitazioni”.

Infatti la sera prima il cielo sopra Magadino era costellato di parà che scendevano in notturna. L’unica cosa che mancava ancora era l’autorizzazione di Berna, che è arrivata puntualmente. Il comandante mi ha messo in contatto con il suo vice, Daniel Stoll, che però la mattina del 27 mi ha chiamato dicendomi che il lancio era annullato perché era previsto un forte vento da nord. “Rimandiamo a martedì 31. Facciamo alle 10?”. “Vada per le 10”.

La metabolizzazione dell’ansia me l’ero già fatta la sera del 26, quindi presentarmi all’area militare di Magadino la mattina del 31 è stato meno traumatico dal profilo psicologico.

Che cosa pensa, in un caso del genere, uno come me che non pratica sport estremi e che non si vergogna a dire di avere paura? Semplice: ha paura e basta.
Ma è una paura vaga, basata sull’immaginazione, su quello che non sai come sarà. Che è poi la stessa paura che abbiamo di fronte a ogni salto nel vuoto (o nel buio), a ogni grande novità (o sfida) che ci propone (o ci impone) la vita, sul piano personale o professionale. La paura di cambiare, di fallire, di non farcela…

Certo, in questo caso è una paura distillata, concentrata, perché anche se non ti immagini esattamente come sarà, sai che dovrai buttarti nel vuoto da quattromila metri, che è più o meno la distanza che separa la cima del Cervino dal mare…
Ne ho parlato con un po’ di amici. Chi mi diceva “tu sei fuori”, e chi “se fossi in te lo farei”. Va beh, tanto avevo già deciso. Ma parlarne aiuta.

Allora, non è che lanciarsi col paracadute sia una cosa eroica, c’è un sacco di gente che lo fa. Però è una di quelle cose che la maggior parte delle persone non farebbe mai (e io fino all’altro giorno ero tra queste). Probabilmente per due motivi principali.

Il primo è che se qualcosa va storto finisce malissimo. Il secondo è che il vuoto ci spaventa di per sé: è una metafora psicologica negativa, un archetipo, un marchio primitivo che abbiamo dentro tutti. Infatti, per descrivere gli stati d’angoscia diciamo che una persona si trova “sull’orlo del baratro”. O, se le cose vanno male, che “la situazione è precipitata”.

Probabilmente la paura attinge dunque a questi due livelli inconsci, che fatichiamo a governare con la logica e a razionalizzare.

Però, tornando al tema del rischio, è proprio in quella statisticamente minima, ma psicologicamente grande, regione di incertezza che sta il senso di farlo, anche a costo di farsi violenza: il senso sta nell’accettare il rischio, pur remoto, che il paracadute non si apra. Ed è ciò che dovremmo riuscire a fare in tutte le situazioni importanti e decisive della nostra vita: accettare il rischio che il paracadute non si apra…

Dovremmo pensarci ogni volta che siamo chiamati a fare scelte importanti. E questa è stata per me la lezione fondamentale che ho tratto dal lancio.
Don Juan Matus, lo stregone di Carlos  Castaneda, diceva che l’uomo ha diversi nemici naturali. E il primo è la paura. “Un nemico terribile, insidioso e difficile da sconfiggere. Si nasconde dietro ogni angolo, vaga in cerca di una preda e aspetta”.

È arrivata la mattina del 31. Gli istruttori che mi hanno accolto sono stati fantastici. Mi hanno detto: “La prima volta abbiamo avuto tutti paura. Non sarebbe normale se tu non ne avessi”.

Dopo una breve istruzione sul come e sul cosa – “l’importante è che durante il volo tieni le spalle larghe e all’indietro e la pancia in fuori, le mani sul petto, le braccia allineate al torso, e anche le ginocchia piegate all’indietro, assumendo una posizione a banana” - mi hanno dato una tuta e mi hanno ingabbiato in un’imbragatura così stretta da far fatica a camminare.

Sul campo d’atterraggio c’era un Pilatus Porter. Siamo saliti fino a quota 4'000, mentre il mio istruttore mi legava stretto al proprio corpo, che alla fine sembravamo gemelli siamesi.

La paura ha dato il peggio di sé quando hanno aperto il portellone dell’aereo e ho visto sotto di me quei quattromila metri di vuoto, e la corona bianca delle alpi che sembrava quasi curva, come nelle foto della terra da un satellite. Mi sono detto: "Ma chi me l'ha fatto fare?"...

Poi è successo tutto in pochi istanti. Mi sono sentito inghiottire dal vuoto per qualche secondo, e dopo ho iniziato a volare. Circa millecinquecento metri in caduta libera, che a 180 all’ora fanno una manciata di secondi. Il rombo dell’aria. Gli occhiali che non volevano star fermi… Poi un sibilo, il paracadute che si apriva, la sensazione di sentirsi strappati verso l’alto, come da un angelo di passaggio... Qualche giravolta nel cielo e una lenta discesa a 40 all’ora fino all’atterraggio sul prato.

Prima di tornare a casa, mi sono fermato a bere un caffè in un bar per cercare di capire cos’avevo provato. Ho capito che per una trentina di secondi il tempo si era fermato e mi ero sentito parte del mondo, non più io, ma un elemento che appartiene all’aria, al cielo, alla terra e alle montagne. Completamente fuori controllo, o forse in un’altra dimensione…
In una parola: fantastico.



Pubblicato il 03.11.2017 09:00

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