La delusione dell'UDC, "un risultato atteso, una sconfitta onorevole. Che atteggiamento schizofrenico! Prima si dice che Prima i nostri aveva scopi elettorali, ma poi si elogiano i fini dell'iniziativa"
"Ancora una volta la politica non dà seguito alla volontà popolare", si rammarica il presidente Piero Matrchesi. La nota del partito: "non c'è mai stata una posizione anche minimamente conciliante, e non hanno lesinato termini offensivi. Ma la guerra continua, contro la libera circolazione"
Politica
BELLINZONA – “Ancora una volta la politica non da seguito alla volontà popolare. Socialisti, PLR, una parte de I verdi e la maggioranza del PPD bocciano la preferenza indigena nel settore privato”, constatava amaramente il presidente dell’UDC Piero Marchesi poco dopo il voto (e quell’ancora è riferito al 9 febbraio).

La delusione c’è, ma in casa democentrista ci si aspettava che la legge di applicazione per Prima i nostri, presentata in forma generica (e viene precisato che dunque il Governo avrebbe dovuto applicarla con un disegno di legge, quindi con la facoltà di modificarla anche in modo importante), venisse bocciata, ovvero che venisse approvato il messaggio di maggioranza.

“Il risultato non è giunto inatteso, anzi, vista l’aria che tirava, il risultato di 32 voti su un totali di 77 (44 contrari all’iniziativa e 2 astensioni) è da ritenersi una sconfitta sempre amara sì, ma onorevole”, si legge in una nota inviata qualche ora dopo il voto, dunque un po’ più a freddo.

“Dal lungo dibattito è emerso, agli occhi di UDC Ticino, che da parte dei sostenitori del rapporto di maggioranza che invitava alla bocciatura – con eccezione di alcuni franchi tiratori, i gruppi PLR, PPD, PS, metà Verdi, con l’appoggio, seppur insignificante ai fini della votazione, di Montagna viva e del Partito comunista - una posizione anche minimamente conciliante nei confronti dell’iniziativa era preclusa, l’importante era soprattutto sottolineare, non lesinando termini anche offensivi, che “Prima i nostri!” non aveva lo scopo che si prefiggeva ufficialmente (tutela del lavoro indigeno), bensì faceva parte di una spregevole strategia della destra in generale e dell’UDC in particolare, volta a illudere il popolo con proposte inattuabili a fini meramente elettorali”, prosegue il partito.

Che poi accusa: “naturalmente, dissimulando il tutto con – quelli sì con evidente scopo elettorale – sperticati quanto ipocriti elogi degli scopi dell’iniziativa (è bizzarra questa schizofrenia che un momento ti fa negare e un  momento dopo condividere ed elogiare questi scopi), gettando tutta la responsabilità sul diritto superiore che, si è affermato con arrogante presunzione, escluderebbe senza possibilità di dubbio qualsiasi applicazione di una legge che, si badi bene, non è ancora stata elaborata”. Una legge che secondo i democentristi sarebbe stata conforme all’articolo 121 a della Costituzione federale, quello votato il 0 febbraio 2014.

“Ha vinto il partito preso e la proposta è stata bocciata. Peccato, si è persa anche un’occasione per dare un segnale a Berna che il Ticino è giunto al limite della sopportazione per ciò che riguarda il mercato del lavoro”, termina il partito, ringraziando “il gruppo parlamentare della Lega che ha coralmente sostenuto il rapporto Filippini, il mezzo gruppo dei Verdi che ha fatto lo stesso – con due interventi particolarmente incisivi e articolati della deputata Tamara Merlo – e i pochi franchi tiratori degli altri partiti che hanno votato controcorrente”.

Non è finita. “Ma persa la battaglia, la guerra continua. UDC Ticino si concentrerà ora sulla raccolta delle firme per l’iniziativa popolare federale per la limitazione cui il Ticino – non abbiamo dubbi – risponderà con un vasto consenso”.



Pubblicato il 21.02.2018 21:06

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