Accordo sui frontalieri, Romano gira la questione: "non firmiamo. L'interesse ora è tutto italiano, pretendiamo in cambio che i nostro operatori possano lavorare in Italia"
Secondo il pipidino, il principale obiettivo era "l'aumento dell'onore fiscale a carico dei frontalieri per rendere meno attrattiva l'assunzione di impieghi poco remunerati in Svizzera", ma con la prossima introduzione dei salari minimi cambia tutto. "L'Italia ha violato la Road Map".
Politica
BERNA – Marco Romano, sostenuto dai colleghi leghisti Lorenzo Quadri e Roberta Pantani e dal compagno di partito Fabio Regazzi, attacca in merito all’accordo fiscale. Vuole che non si firmi finché l’Italia non conceda “agli operatori svizzeri la possibilità di prestare servizi transfrontalieri in campo finanziario”.

La tesi del pipidino è che ora il potere contrattuale è nelle mani della Svizzera, in quanto con l’introduzione dei salari minimi l’interesse per l’accordo da parte rossocrociata è decisamente diminuito.

“Il Consiglio federale è incaricato di rivedere la strategia dei negoziati bilaterali con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri e sull'accesso al mercato dei servizi finanziari. Si chiede che l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri non venga per il momento firmato e che si firmi solo quando l’Italia avrà concesso agli operatori svizzeri la possibilità di prestare servizi in campo finanziario”, chiede.
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“Nella Roadmap CH-I del 2015 emerge la volontà di passare da un regime fiscale alla fonte e ristorno al Paese di residenza, a un’imposizione sia nel Paese di impiego che di residenza dei frontalieri. Per il Ticino l’interesse risiedeva nell’aumento dell’onere a carico dei frontalieri per rendere meno attrattiva l’assunzione di impieghi poco remunerati in Svizzera. Finanziariamente l'interesse è maggiore per l'Italia che incasserebbe 300-600 mio. CHF/anno supplementari a confronto dei stimati 15 mio. di maggiori entrate per il Ticino”, spiega Romano.

Ma ora tutto è cambiato. “Con la prossima introduzione del salario minimo in Ticino la possibilità per i frontalieri di attuare una concorrenza sleale sui salari verrà a cadere e con ciò anche l’interesse del Ticino per il nuovo accordo. La conclusione di un accordo sulla fiscalità dei frontalieri è dunque ora nell’interesse dell’Italia e rappresenta una moneta di scambio per la Svizzera”.

Quindi, perché non sfruttarlo?

Prosegue il Consigliere Nazionale, “sempre nella Roadmap le parti si sono date atto della disponibilità al dialogo per una collaborazione in materia di servizi finanziari transfrontalieri. L’Italia ha però adottato un Decreto legislativo -in applicazione della direttiva UE MiFID II- che esclude la possibilità di libera prestazione di servizi finanziari, esigendo per tutti gli intermediari extra UE l’obbligo di una succursale in Italia, malgrado MiFID II lasci la possibilità di non prevederlo. Avendo scelto l’alternativa della succursale, l’Italia non ha sfruttato il margine di manovra a disposizione e non ha rispettato la Roadmap”. In termini meno tecnici, l’Italia si è attaccata a un cavillo per impedire agli operatori svizzeri di operare, mentre potrebbe permetterlo loro, grazie a una direttiva dell’Unione Europea.

Il nuovo tema è quindi questo, non più l’imposizione fiscale. E “cConsiderato lo scemato interesse per il Ticino per un nuovo regime fiscale per i frontalieri e gli ostacoli che l’Italia ha introdotto per i servizi finanziari, la Svizzera dovrebbe ora trattare i due temi in modo congiunto. Tenuto conto del chiaro vantaggio finanziario che l’Italia trarrebbe da un nuovo accordo sui frontalieri, la Svizzera deve condizionare la sua firma all’apertura del mercato italiano ai servizi finanziari svizzeri, così come previsto dallo spirito della Roadmap”.


Pubblicato il 27.02.2018 11:54

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