L’idroelettrico andava difeso prima e meglio

di Bruno Storni, PS

Qualche settimana fa ho scritto del rischio di licenziamenti nell’idroelettrico evitabili con l’uscita pianificata dal nucleare che avrebbe generato più mercato e un impulso di rilancio per il nostro settore idroelettrico, sotto pressione a causa, anche, di una marcata concorrenza dell’energia nucleare sussidiata. Fare questa previsione non è stato per niente difficile. Lo constatiamo a pochi giorni dall’esito di una votazione che ha permesso di mantenere in attività vetuste centrali nucleari appartenenti a varie società, Axpo, BKW, ALPIQ,.. il cui capitale è detenuto da diversi Cantoni: da Berna, Argovia, Zurigo, ecc. fino a San Gallo. Cantoni che hanno difeso a denti stretti i loro interessi nel nucleare: un settore alimentato da sussidi indiretti e mantenuto in vita grazie a investimenti miliardari. Questi stessi cantoni sono anche proprietari all’80% degli impianti OFIMA e OFIBLE dove oggi intendono tagliare sul personale e ritardare il rinnovo degli impianti.

Non favorire l’iniziativa sull’uscita dal nucleare è una ragione che spiega la tempistica pochi giorni dopo la votazione della comunicazione di questi tagli, l’altro motivo è l’attesa dell’esito che, in caso di accettazione, avrebbe previsto la chiusura di tre reattori nucleari nel 2017: in questo caso l’idroelettrico avrebbe riacquistato valore e l’eventualità dei tagli sarebbe probabilmente caduta.

Reagire prima e con più decisione

L’impatto della decisione degli azionisti di maggioranza è pesante: si parla di tagli del 15 % sui costi del personale entro fine 2017. Concretamente una diminuzione dei posti di lavoro e lo spostamento di competenze dalle centrali nelle valli alla sede operativa di Locarno.

I tagli sul personale equivalgono a una riduzione dei costi di produzione dell’energia di meno del 5%. Il prezzo dell’energia idroelettrica ticinese si situa intorno ai 5 cts/kWh: un importo che non rappresenta il vero valore di questa pregiata risorsa rinnovabile. Una decisione indegna per un Cantone che ha offerto gran parte del suo patrimonio idrico.

È immediatamente partito il solito teatrino politico cantonale con diversi attori che hanno fatto poco per difendere l’idroelettrico o che ha al contrario hanno appoggiato il nucleare dei ricchi cantoni di oltre Gottardo.
Ricordo l’intervento contro l’iniziativa del presidente della Conferenza dei governi dei Cantoni Alpini, il Consigliere di Stato Christian Vitta, affermando poco prima del voto che l’idroelettrico non andava strumentalizzato dai sostenitori dell’uscita pianificata dal nucleare.
Per difendere l’idroelettrico ticinese e svizzero, la dormiente Conferenza dei Cantoni Alpini, svegliatasi di soprassalto per sostenere il nucleare, avrebbe perlomeno dovuto trattare con i cantoni proprietari del nucleare l’incomprensibile appoggio alla loro causa in cambio di chiare garanzie per l’idroelettrico!
Siamo realisti: chiedere ora alla Confederazione di valorizzare l’idroelettrico per salvare i posti di lavoro ha lo stesso peso di una lettera a Gesù bambino.

Le cause di una crisi
L’idroelettrico è in crisi per varie ragioni, a partire dalla liberalizzazione parziale del mercato elettrico che permette ai grandi consumatori di acquistare quanto più conveniente c’è sul mercato. Un mercato in sovrapproduzione sia da vetusti impianti a carbone e nucleare, ma anche dallo sviluppo di nuove tecnologie che hanno fatto crescere rapidamente la produzione nel nuovo rinnovabile: eolico, fotovoltaico e biomassa.
La soluzione più semplice, logica e responsabile era togliere dal mercato i vetusti impianti nucleari. Secondo il Consiglio Federale tassare l’importazione di energia da carbone non sembra possibile. Ancora meno rivedere la liberalizzazione introdotta nel 2009, impedendo importazioni low cost. Quanto alla priorità volontaria per le nostre risorse, se non viene adottata nemmeno per il personale, dubito che si faccia per l’energia elettrica. L’analogo del contratto normale di lavoro sui prezzi dell’energia elettrica non esiste. Gli unici grandi consumatori che possiamo obbligare a consumare indigeno sono gli enti pubblici, comuni, consorzi, le regie federali, con le aziende elettriche di distribuzione Christian Vitta ha già fatti i passi necessari, ma non credo che basterà per invertire la tendenza. Solo la strategia energetica 2050 prevede qualche piccolo rappezzo a sostegno dell’idroelettrico, ma c’è già chi sta raccogliendo le firme contro.

Bruno Storni, PS