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Tra neve e burocrazia. «Ora pensiamo a liberare le stalle, senza i loro animali, in molti non avrebbero più nulla»

FANO ADRIANO - Lavorano instancabili, e dopo aver aiutato le persone si stanno occupando dei loro animali, perché l'agricoltura, in queste zone, è fondamentale. Dall'Abruzzo Matteo Capretti ci racconta la sua esperienza di volontariato. «Sono cotitolare di un'azienda che fa parte di un gruppo di quattro aziende forestale. Avendo fatto le scuole professionali con Danilo Cau, quando ho visto i suoi messaggi su Facebook ho deciso di annunciarmi e mettermi a disposizione. Pensiamo di rimanere fino a venerdì, in modo da rientrare sabato con le macchine. Ora vanno trovati dei camionisti che vengano a prenderle. L'emergenza comunque è finita». Al momento, dove si trova? «Stiamo liberando la strada provinciale che va a Fano Adriano, in provincia di Teramo. Ieri siamo stati a Cerqueto. La situazione sta migliorando. Il problema è che qui mancano le attrezzature, noi con le nostre macchine siamo riusciti ad aprire delle strade coperte anche da 3,5 metri di neve. Adesso ci hanno spostati a lavorare su una strada dove sono cadute diverse piante. Più che altro al momento ci si concentra sul liberare le stalle». Ci sono possibilità di trovare animali vivi? «Ieri per esempio a Cerqueto abbiamo liberato una stalla con 400 pecore. Non si riusciva ad andare coi mezzi alla stalla, ma a piedi sì, e ne sono morte solo una decina. L'agricoltore ha detto che non è andata male, tutto sommato. Sistemate le persone, ora ci si concentra sugli animali perché qui vivono di quello e di agricoltura, sembra un po' di essere in Ticino nelle Valli strette». Chi vi coordina, al momento? «Il corpo pompiere di Bellinzona, un loro milite è andato al centro comando dove c'è la Protezione civile italiana e noi (intendo i ticinesi che sono qui), siamo diretti da loro. Altrimenti non sapremmo dove andare, il territorio è grande e non conosciamo le priorità. È la nostra difficoltà maggiore, però con il coordinamento dei pompieri funziona». E i soccorritori italiani, in tutto ciò, dove sono? «In questi giorni sono arrivati. C'è il Soccorso alpino del Friuli Venezia Giulia, è giunto anche l'esercito, un po' tardi visto che la neve è arrivata una decina di giorni fa... Noi possiamo fare la differenza coi nostri macchinari, più capaci di quelli che hanno a disposizione, poi per quanto concerne la manodopera, come pulitura dei tetti, spetterà all'esercito». Ha avuto la percezione che la popolazione si sia sentita abbandonata? «Sì, i sindaci dei Comuni ci accolgono a braccia aperte e non credono che siamo qui come volontari. Dove arriviamo noi vuol dire che lo Stato italiano non è ancora arrivato, la popolazione è abbandonata. Il sindaco di Fano ci ha detto che stanno lavorando più sull'estetica che sulla realtà dei fatti, liberando strade quasi inutili, addirittura piste da sci, quando ci sono ancora paesi isolati. Va specificato che, parlando anche con gli anziani del paese, ci è stato spiegato che non si è mai vista una nevicata del genere, se fosse successo da noi saremmo nella stessa situazione, anche se interverremmo prima e diversamente». La popolazione vi è grata? Cosa vi dice la gente? «Ieri sera dopo aver liberato la stalla io sono rientrato per incontrarmi coi pompieri, i miei ragazzi sono stati obbligati a rimanere due ore e mezzo a festeggiare con loro. Sono increduli del fatto che siamo qui in modo volontario con le macchine!». Secondo lei, i media italiani stanno prestando troppa poca attenzione a quanto state facendo? «Solo a Pietracamela, dove dormiamo, ci sono 40 ticinesi, e c'è un altro gruppo composto da una quindicina di persone. Siamo tanti! Non sto seguendo i media italiani, ma alla radio parlano per esempio sempre dell'hotel. Una catastrofe, certo, però ci sono tante cose da mettere apposto prima di fare polemica, ci si potrebbe concentrare su ciò che stiamo facendo. Ci siamo messi a disposizione in molti, non solo noi dal Ticino, abbiamo incrociato anche gente di Livigno con le loro». Cosa le resterà di questa esperienza? «Di sicuro l'affiatamento, è impressionante come in questi momenti si è tutti amici. Bisogna dire che nel mondo della selvicoltura e delle macchine ci si conosce un po' tutti, però ieri a cena siamo rimasti fino a mezzanotte e mezza a chiacchierare e raccontarci episodi. Queste cose uniscono molto il gruppo, non solo coi ticinesi, anche per esempio coi soccorritori del Friuli. Un ambiente del genere mi esalta. E poi c'è la gente: penso al signore della stalla che non sapeva come ringraziarci, diceva con le lacrime agli occhi che non sarebbe più potuto andare avanti senza gli animali, che sono tutto ciò che ha». Avete dimostrato che con la voglia di fare si può arrivare ad aiutare, anche in uno stato estero. Che messaggio si sente di lanciare alla politica? «Purtroppo la dimostrazione arriva sempre dalla gente comune, e non dall'alto. Senza entrare nei discorsi politici, mi sembra assurdo il comportamenti italiano. Ho sentito dire che sono stati rifiutati alcuni aiuti da parte dell'esercito svizzero, che avrebbe messo a disposizione uomini, ed è stato risposto che non c'era necessità. Essendo qui, l'impressione è il contrario! Non so perché sia stato detto di no, non credo che avrebbe influito sui problemi che si sono fra gli stati, anzi ben venga un aiuto! Pare proprio che si arrivi a un certo livello e poi ci si debba fermare, la burocrazia è davvero troppa. Noi, per esempio, abbiamo preso la scala al contrario, parliamo col sindaco che chiama direttamente il suo superiore. Ma va bene, qualcosa stiamo facendo!».