Cronaca
16.09.2017 - 11:180
Aggiornamento 21.06.2018 - 14:17

"Amico mio, ti ricordi...? Porta con te quei momenti spensierati, se possono renderti più dolce il tuo ultimo viaggio". Lo struggente saluto dell'amico Marco Bazzi a Andrea Stuppia

Andrea Stuppia, 47 anni, gestore di una macelleria a Giubiasco e una a Lamone, è deceduto ieri, lasciando nell'incredulità le tantissime persone che lo conoscevano e apprezzavano la sua allegria e il suo sorriso. "Il dolore, ormai, appartiene solo a chi rimane"

BELLINZONA – Questa mattina, nel Bellinzonese prevalgono shock e dolore. Tutti conoscevano Andrea Stuppia, e la sua morte improvvisa è stata un colpo durissimo, a cui nessuno ancora vuole credere.

Il decesso è avvenuto ieri. Stuppia, gerente di una notissima macelleria a Giubiasco, avviata dal padre, ne aveva aperta nel 2014 un’altra a Lamone. Cordiale e sorridente, per tutti i clienti era un piacere recarsi ne sui negozi, e Facebook è invaso di ricordi e di saluti, di gente comune ed anche di politici.

Lo ricordiamo, esprimendo le più sentite condoglianze alla famiglia, con la struggente lettera che gli ha scritto l’amico Marco Bazzi su liberatv.ch:

“Così è la vita, amico mio. Che un giorno viene la morte e ci porta via. E dove chissà… E forse non sappiamo nemmeno perché… A volte è lei che ci stana e ci scova. A volte siamo noi che la corteggiamo… E se così è, gli altri non capiranno mai perché.

Annunciata, improvvisa… lenta come un grande fiume che ci trascina verso il mare, o veloce come una freccia che ci trafigge il cuore…

Ma alla fine, cosa importa? Ciò che importa è che tu non ci sei più. Che tu non ci sei più… E non c’è più il tuo sorriso, la tua spavalda allegria, la tua gioia di vivere, e di raccontare, e di fare, e di amare… Ciò che importa è che non potremo più ascoltare la tua voce e guardare i tuoi occhi… E sentire il tuo forte abbraccio vibrarci nel cuore… Soltanto questo importa…

Sai, adesso, poche ore dopo aver saputo, mi viene in mente un verso di quel bellissimo poema che Federico Garcia Lorca dedicò al suo amico torero Ignazio Sànchez Mejias, morto nell’arena: “Verrà l’autunno con le conchiglie, uva di nebbia e monti aggruppati, ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi, perché tu sei morto per sempre…”.

È così che mi sento, adesso. Inchiodato all’ineluttabile. Al muro, alla pietra, a quella “fronte dove i sogni gemono senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati”. A quella “spalla per portare il tempo, con alberi di lacrime e nastri e pianeti”.

Mi sento, pensando alla tua morte, inchiodato a qualcosa che non si può più cambiare, che non si può più ritrattare. A qualcosa che non ammette appello. Che non ammette scuse, cazzate e giudizi. Che non ammette riparazione. Che non ammette nulla di quanto abbiamo in potere di fare in questa fragile vita il cui senso, alla fine, ci sfugge…

Questa sera il mio corpo è percorso da brividi e i miei occhi sono umidi di lacrime, perché oggi è come se mi fosse morto un fratello, amico mio. E tu lo sai, tu lo senti…

E nella mia mente scorrono, come se scorressero davanti ai miei occhi, tutti quei momenti spensierati, quei dolci grappoli di giovanile incoscienza che insieme abbiamo assaporato, inebriandoci di vita e di bellezza…

Te ne racconto qualcuno, di quei momenti, così che, forse, il tuo lasciare questa terra possa esserti più lieve. Anche se il dolore, ormai, appartiene soltanto a chi rimane.

Ti ricordi… Erano tanti anni fa… Quel cielo dove non veniva mai notte… Quei fiumi che abbiamo risalito ascoltando il rombo della corrente impetuosa... E le impronte dei grizzly… E quella notte a ululare come lupi sul tetto di un camper, avvolti nella carta stagnola… E non so perché avevamo deciso di avvolgerci nella carta stagnola… Forse non sapevamo cosa farcene… E quelle lotte tra di noi nella polvere sotto grandi alberi infiammati dal tramonto… E quella sera attorno al fuoco nel paradiso terrestre… Io e te a guardare gli orsi muoversi lenti nella luce surreale di una prateria che odorava di mare, ognuno con i suoi pensieri e i suoi dolori…

E lo Chardonnay di Mondavi, te lo ricordi, quanto sapeva di ebbrezza e di libertà? E ti ricordi la ragazza che imitava Janis Joplin sul palco di quel locale dove il soffitto era ricoperto da una rete piena di dollari, e il patron che sembrava Gesù Cristo, e il buttafuori un serial killer o un cacciatore di alci? E il bucato nel torrente la mattina dopo, con la testa ancora piena di alcol…

E le uova al bacon bruciacchiato… E gli idrovolanti che sorvolavano foreste di abeti e distese di torrenti, di laghi e di tundre… E il fucile a pompa a portata di mano sulla riva del fiume… E la 44 Magnum nel fodero… E il cane da slitta legato alla catena… E la vecchia indiana che parlava una lingua incomprensibile, ma la capivamo… E il rumore improvviso di rami spezzati nella foresta che ci aveva spaventati, mentre tornavamo soli dal ‘fiume dai due cuori’ all’imbrunire guardando l’aquila dalla testa bianca che insidiava le trote…

Portali con te, se ancora puoi, questi ricordi… Portali con te, amico mio, se possono renderti più dolce il tuo ultimo viaggio… “Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!”.

Ciao, amico mio…”.
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