Cronaca
10.02.2018 - 16:090
Aggiornamento 19.06.2018 - 15:51

Il Ticino visto dal resto della Svizzera. "I frontalieri non sono un problema: non c'è sostituzione né pressione salariale. Gli stipendi più bassi? Siete meno qualificati..."

Avenir Suisse ha dedicato uno speciale al nostro Cantone, rimandando un'immagine di chiusura e di regionalismo. "La crescita degli occupati con passaporto in Ticino è uguale a quella del resto del Paese, nonostante la crisi della piazza finanziaria luganese. Ben vengano i frontalieri qualificati!"

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BERNA – Il Ticino visto dal resto della Svizzera: un cantone in piena fase di cambiamento, una residenza ideale per la terza età, ma anche come una zona con un alto regionalismo, “causato” soprattutto dalla Lega dei Ticinesi.

I ticinesi vengono descritti quasi come spaventati dalla concorrenza dei frontalieri, e si punta il dito sulla volontà di limitarli, o di regolarne l’afflusso, tramite iniziative sociopolitiche.

Il dossier cerca di dimostrare come in realtà i lavoratori italiani, sebbene siano aumentati e si concentrino in particolare in alcune zone. La colpa è dell’accordo di libera circolazione? Per Avenir Suisse, non solo, poiché anche prima per i frontalieri non vi era un contingentamento.

Dunque, un problema non reale, a differenza di quanto affermato da varie forze politiche. “L’idea che ci sia una quantità predefinita di lavoro – e che quindi ogni ulteriore frontaliere sia all’origine della perdita del posto di lavoro di un domiciliato – è condivisa in modo più o meno esplicito da tutti i partiti politici. Tuttavia, a prescindere dai cicli congiunturali, questa tesi non è plausibile”, si legge.

Per dimostrarlo, viene preso in esame il tasso di disoccupazione. In Ticino è più alto rispetto al resto della Svizzera, ma lo era, fa notare il giornale, già prima della liberalizzazione (ovvero l’eliminazione della zona di frontiera, avvenuta nel 2007: prima di allora un frontaliere avevo lo status solo se risiedeva a 30 chilometri dal luogo di lavoro).  La crescita dell’occupazione degli indigeni è salita fra il 1996 e il 2016 in modo uguale rispetto al resto del paese, del 3%.

Anche l’ipotesi secondo cui i frontalieri siano alla base della pressione sui salari “è vaga”. Anzi, “tra il 2002 e il 2014 l’evoluzione dei salari del ticinese (con passaporto svizzero) e dello svizzero medio sia stata pressoché identica e questo – nota bene – nonostante la grave crisi della piazza finanziaria luganese”.

E se i salari ticinesi sono del 15% inferiori a quelli svizzeri, ha “radici strutturali: i ticinesi titolari di un diploma terziario sono più rari della media nazionale (29,7% contro 34,4% dei confederati)”. Inoltre, specifica il pezzo, era così già prima dell’entrata in vigore dell’accordo di libera circolazione.

I frontalieri sono tutt’ora meno qualificati e pagati degli svizzeri, anche se si nota una tendenza ad assumere personale più qualificato, soprattutto nei settori di informatica, ricerca e istruzione. Qualcosa di positivo per Avenir Suisse, “solo così potranno soddisfare la domanda di specialisti altamente qualificati, rimasta sempre ad alti livelli nonostante la flessione congiunturale degli ultimi anni, su un mercato del lavoro contingentato”.

Ultima osservazione: se i salari sono inferiori, lo sono anche i prezzi. Inoltre, si dice che “i frontalieri non ricorrono o quasi allo Stato sociale, non richiedono alloggi, non si portano la famiglia e – fatta l’importante eccezione delle vie di trasporto – non gravano praticamente su nessun’altra infrastruttura pubblica”.
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