Cronaca
25.05.2019 - 09:000

"Quale esito hanno tra le popolazioni cristiane i principi dell'amore? Noi, le istituzioni, la Chiesa..."

Armando Dadò riflette sul Vangelo di Luca e sull'amore per il prossimo. "Pensiamo alle guerre, alle mille tragedie causate dagli uomini, afli schiavi, ai lager, alla colonizzazione: dopo duemila anni, quanto è applicato il messaggio?"

di Armando Dadò*

Viviamo in un mondo (mi riferisco al nostro Occidente) ormai ampiamente secolarizzato nel quale, nella società in generale ma soprattutto nelle scuole, il Vangelo non sembra essere molto presente. Non è probabilmente il libro più letto neppure nelle famiglie.

Pur nella consapevolezza della mia indegnità e inadeguatezza, oso intingere la penna per esporre alcune riflessioni su una pagina di Luca, laddove l’evangelista (che era medico) scrive: «Quando un dottore della Legge si rivolse a Gesù chiedendogli: “Maestro, che devo fare per avere la vita eterna?”, Gesù lo interrogò a sua volta: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”».
L’interpellato rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». A quel punto, continua Luca, il dottore riprese: «Gesù, e chi è il mio prossimo?».

Il Maestro narrò allora la seguente parabola: «Un viandante, che percorre la strada fra Gerusalemme e Gerico, incappa nei briganti che lo derubano, lo maltrattano e fuggono, lasciando il poveretto, ferito e sanguinante, sul ciglio della strada. Passano di lì, prima un sacerdote e poi un levita: due persone addette al culto del Tempio di Gerusalemme che – vedendo il poveretto – girano alla larga e non lo soccorrono. Sopraggiunge infine un samaritano il quale, scorgendo il ferito, gli si avvicina, gli presta le prime immediate cure e poi – caricandolo sulla sua cavalcatura – lo conduce alla locanda per provvedere alla cura completa».

Qui, al termine della parabola, è Gesù a porre la domanda al dottore della Legge: «Chi di quei tre è stato prossimo del malcapitato?».

La Lettera di Paolo

Questo testo di Luca riporta alla mente una lettera memorabile di San Paolo sulla carità, inviata alla comunità cristiana greca di Corinto sul primato dell’amore. Scrive l’uomo folgorato sulla via di Damasco: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei come un bronzo che risuona o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente». 

E poi aggiunge: «L’amore è paziente, è buono; l’amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male, non si rallegra dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità…».

E conclude: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e carità, ma la più grande di tutte è la carità».

Nella storia

Ci si può chiedere: dopo duemila anni di Cristianesimo, cosa dire del messaggio evangelico? Quanto è conosciuto? Quanto è stato applicato e in quale misura? Anche fra le popolazioni dette cristiane, quale esito hanno avuto questi principi?

Pensiamo alle guerre che si sono succedute in Occidente, anche pochi decenni or sono, con milioni e milioni di morti. Pensiamo alle mille tragedie causate dagli uomini: ogni forma di aberrazione, di delinquenza, di morti e feriti dilaniati, scorticati, crocefissi, barbaramente decapitati, imprigionati o sepolti vivi. Pensiamo agli schiavi, ai negri trasferiti dall’Africa in catene, usati come bestie di fatica. Pensiamo ad Auschwitz, alle guerre napoleoniche, alle invasioni barbariche, agli eserciti benedetti prima di iniziare ad uccidere i loro fratelli. Ai lager, alle isole dei condannati al supplizio, ai colpi di frusta, alle battiture. Pensiamo alle colonizzazioni e alla distruzione di popolazioni inermi. Pensiamo anche alle torture, ai patimenti di ogni genere, ai roghi di persone innocenti. E non dimentichiamo le innumerevoli aberrazioni fatte in nome di Dio, sotto il manto della croce.

La Chiesa

Anche la storia della Chiesa contiene pagine oscure. La stessa Chiesa, che avrebbe sempre dovuto avere davanti agli occhi le pagine illuminanti del Vangelo, quante volte ha ceduto ai richiami del Maligno. Nei secoli bui, nei periodi più neri, anche il Magistero ha perso il lume della ragione, ha privilegiato la forma e ha dimenticato l’essenza, i valori della fratellanza. Ha dimenticato l’amore e lo spirito per rincorrere le realtà terrestri. Per appropriarsi e conservare la forza del potere temporale.

Il discorso non riguarda solo le istituzioni ma riguarda ognuno di noi. Riguarda l’uomo di ieri ma anche l’uomo di oggi. Le proprie visioni, il proprio egoismo, il proprio particolare. Quante volte ci soffermiamo sui testi evangelici a chiederci: chi è il nostro prossimo? E cosa facciamo per il prossimo?

Preoccupati per il nostro benessere, per l’affermarsi della nostra vanità, quale attenzione prestiamo al povero, al derelitto, al sofferente nel corpo e nell’anima? E cosa facciamo affinché nella società si realizzi una maggior giustizia sociale e si vada verso il bene comune?

Ripeto: scrivo queste righe nella consapevolezza della mia inadeguatezza a ricordare i valori citati, cui andrebbe premessa una pagina fatta innanzitutto di tanti mea culpa.

*editoriale Il Ceresio

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