Estero
14.01.2016 - 17:440
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

«I frontalieri sono discriminati e sfruttati»

Un gruppo sta cercando di organizzare un'assemblea per discutere dei problemi dei frontalieri. «Senza di loro, verrebbero sfruttati i residenti. Serve un'azione comune, magari anche uno sciopero continuativo»

MILANO - Giulia Giovanna Zamborlin è ticinese, ma la vita l'ha portata ad abitare a Milano. Da tempo si interessa di problemi legati all’assenza di diritti in ambito lavorativo, e, in collaborazione con due colleghi, gestisce la pagina Facebook denominata “Frontalieri Ticino" che conta oltre 4 mila iscritti. Nelle ultime settimane gruppo e amministratori stanno cercando di organizzare un'assemblea dove riunire tutti i frontalieri impiegati in Ticino. L’evento sarà previsto in zona di confine il 30 gennaio 2016. Quali sono le rivendicazioni e i problemi che vogliono esporre i frontalieri? Zamborlin ce lo ha spiegato. «Avevo proposto l'assemblea già parecchio tempo fa, ai tempi in cui non si è esitato a definire pubblicamente ratti i frontalieri. In seguito il clima diveniva sempre più pesante, sia a livello sociale che politico, inoltre hanno avuto inizio una serie di pressioni economiche sempre e solo a sfavore dei frontalieri. Per intenderci hanno avuto inizio selvagge decurtazioni salariali, con abolizione delle tredicesime ed ore straordinarie non retribuite. Vi è stata qualche timida rivendicazione in collaborazione con i sindacati con risultati ben poco soddisfacenti. Purtroppo la scarsità di garanzie e diritti che vigono in Svizzera non permettono un minimo di difesa ed un minimo contrasto verso tali abusi. In particolare per la mancanza di contratti collettivi per ogni categoria di lavoro, l’assenza di uno statuto dei lavoratori e di un minimo sindacale degno di questo nome. Oltre a ciò ho notato nei sindacati ticinesi, specie quelli più “intraprendenti”, un fare molto enfatizzato, ma alla fine di ben poca sostanza. L’ultimo emblema in ordine di tempo è la disastrosa gestione dei licenziamenti presso la CRAI. Sindacati che, ricordiamolo, sono sovvenzionati in larga misura proprio dai frontalieri. Trasferendomi in Italia, mai avrei pensato di assaporare una serie di diritti in tema di lavoratori incredibilmente mancanti in Ticino, ma ben presenti e radicati in Italia. Proprio per questo mi sono appassionata nel voler portare questo tipo di principi e quindi civiltà anche nel mio Ticino ed in Svizzera». Secondo lei, la visione che il ticinese ha dei frontalieri è negativa? «Tendenzialmente sì. Purtroppo un certo tipo di politica prolungato nel tempo, che tende a far leva sulla “superficialità” e quindi sul conseguente malcontento fra le persone ha provocato una guerra fra poveri, nel vedere nella figura del frontaliere la fonte di ogni problema. Diciamo che la figura del frontaliere viene vista con una negatività di facciata, ma in fondo con una tollerante convenienza, in primo luogo perché, per ora, gli sfruttati sono solo loro. Ovviamente per gli imprenditori ticinesi e non, e per la politica, la figura del frontaliere è ritenuta un'ottima opportunità per massimizzare i propri profitti e per incrementare i gettiti fiscali. A parte ciò, il frontaliere viene spesso scelto, per un'alta qualità di titoli e specializzazioni, e per una forte carenza di offerta, soprattutto in certi settori, fra gli autoctoni». Dunque ritiene che i frontalieri siano discriminati? «Sì, decisamente. Sono sfruttati e spremuti come limoni a causa dell'assenza di leggi e di diritti che caratterizza soprattutto il Ticino e all'allentamento di alcuni controlli. Si vuole incrementare il gettito fiscale, lasciando venire sul territorio delle ditte lombarde che mirano solo al fatturato e non si fanno problemi a sfruttare». Se i frontalieri scelgono di lavorare in Ticino, significa che trovano delle condizioni che a loro vanno bene, non trova? «Sì certo, semplicemente guadagnano il doppio. Fossero in Italia, bene o male un lavoro lo troverebbero, anche perché tolto il diritto alla disoccupazione si deve lavorare, come giusto che sia. È corretto pretendere che il lavoro venga retribuito secondo delle regole ed in particolare senza alcuna disparità salariale, come per altro già previsto dal Codice delle obbligazioni, a quanto pare non propriamente rispettato. Fa anche riflettere il fatto che, tolti i frontalieri, gli sfruttati inizieranno ad essere i residenti e le future generazioni. Per questo la lotta deve essere comune con i residenti e se vi sarà bisogno si potrà anche parlare di uno sciopero generale continuativo. Il potere delle persone è immenso, e per veder riconosciuti i diritti basilari bisogna darsi da fare in ogni modo. Non sottovalutiamo ma non lasciamo che sindacati e politica intervengano con i loro molteplici lati ambigui ed opportunistici». Cosa pensa del nuovo accordo fiscale fra Svizzera e Italia?« «La Svizzera ha portato a casa poco o nulla, ma per i frontalieri sarà una memorabile stangata. Introduzione di aliquote fiscali italiane che arrivano anche a 10 mila euro lordi, oltre una tassa sulla sanità da 3'000 euro (cifre da prendere con le pinze). E per ora è ancora tutto bloccato». Che conseguenze si potrà avere sull'economia ticinese? «Vista l’abolizione del segreto bancario, si è creata un'economia alternativa ad esso, in particolare per sopperire in tempi veloci ed in altri modi al benessere “artificioso” donato dalla piazza finanziaria luganese. Indi per cui ci si è rivolti al vicino nord Italia importando numerose PMI, molte fra le quali grazie alle assenza di diritti e di stipendi minimi, legali, e con contratti da fame mirano all’incremento dei fatturati. Ritengo che in futuro i ticinesi dovranno decidere cosa fare con tali imprese e con la mancanza di diritto del lavoro: ergo, continuare a permettere lo sfruttamento umano o finalmente colmare le enormi carenze in termini di diritti dei lavoratori che prossimamente toccheranno anche i residenti? Ai posteri l’ardua sentenza, ma nel frattempo io mi batto per le giuste cose».
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