Estero
07.01.2017 - 15:400
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Il sindacalista italiano, «il clima per i frontalieri è peggiorato. Ma i salari più alti che in Italia restano determinanti»

Tarpini di Cgil non usa torni morbidi: i problemi esistono, ma il Governo ticinese trovi il modo di risolverl, sennò la gente si incattivisce. Se non cambia l'accordo fiscale, si rischia la debâcle dello Stato Italiano»

COMO - Clima del lavoro sempre più ostile, Governo che urla ma non risolve nulla, accordo fiscale, LIA: in una lunga intervista a "La Provincia di Como", il referente nazionale della Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro) per i frontalieri, Alessandro Tarpini, non le manda a dire al Ticino. Prima di tutto, la questione relativa all'accordo fiscale, a suo avviso, è ancora apertissima. C'erano dei dettagli che non andavano bene, ma si stava discutendo e si era a buon punto, però poi il Governo Renzi è caduto, spazzato via dal famoso referendum, ed ora va riconsiderato. Al momento, il rischio maggiore che vede è «lo spopolamento delle aree di confine. Sta avvenendo perché c'è una richiesta esplicita da parte delle aziende svizzere di andare di là per alcune mansioni». E in un futuro prevede che i redditi medio alti, ovvero quelli da 50mila-60mila franchi in su, possano scegliere di trasferirsi in Svizzera, con «il rischio di una débâcle dello Stato italiano e dell'economia di confine». Molto è dovuto al clima di ostilità esistente in Ticino verso i lavoratori italiani, secondo Tarpini. E se le richieste italiane andavano nella misura di eliminare misure ritenute discriminatorie, la situazione è addirittura peggiorata, con la possibilità che si arrivi a «presentare problemi di dignità alle rispettive diplomazie. Anche per i toni che vengono utilizzati. Nessuno nega che esistono problemi oggettivi, come traffico e inquinamento. Dopo di che se la classe politica trovasse anche delle soluzioni... Altrimenti i problemi marciscono e la gente si incattivisce. E sul Governo sostiene anche che spesso l'Italia stringe accordo con Berna, e «tre giorni dopo il Cantone fa esattamente il contrario». Una brutta aria che si respira, a suo dire, anche nei posti di lavoro, dove «persone che hanno convissuto per decenni iniziano a guardarsi in cagnesco». Per Tarpini, conscio che un'affermazione del genere farà discutere, Como, Varese e la Svizzera sino a Bellinzona sono ormai da ritenere parte della vasta area delle metropoli milanese. I sindacati Cgil, Cisl (Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori) e Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiane) sono pronti a presentare un documento unitario per migliorare la situazione dei frontalieri, consci che con la Svizzera il tutto è complicato dal fatto che si tratta di uno stato che non fa parte dell'UE. Ma, gli chiedono, è ancora attrattivo andare a lavorare in Ticino? «L'aspetto economico è rilevante, visto che le retribuzioni sono più elevate», ammette, imponendo di non scordare «che ci sono aziende interessanti dal punto di vista del know how». Infine, una stoccata alla LIA, aggirata da svariati padroncini che si sono fatti assumere in Ticino (come scrive senza problemi il giornalista che ha effettuato l'intervista): «la cosa che sconvolge di più è che anziché diminuire il carico burocratico italiano, il Canton Ticino rischia di omologarlo». Parole al vetriolo, insomma. Anche il 2017 si preannuncia infuocato sul tema frontalieri.
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