Politica
21.09.2017 - 16:300
Aggiornamento : 19.06.2018 - 15:43

Fonio e Jelmini sui salari minimi indicano la via al Governo. "Fai così... L'obiettivo è duplice: decretare un minimo a carattere sociale e scongiurare un livellamento verso il basso"

Anche se non può intervenire direttamente, il Consiglio di Stato può "sostenere e incentivare le parti sociali a concorrere all'obiettivo sancito dalla Costituzione". Per questo, dopo la sentenza di Neuchâtel, i due pipidini inoltrano una mozione sul tema

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BELLINZONA – Il salario minimo deve entrare in vigore, soprattutto dopo la sentenza del tribunale relativo al caso di Neuchâtel, ma anche il Consiglio di Stato deve fare la sua parte. Ne sono convinti i due deputati pipidini e sindacalisti OCST Giorgio Fonio e Lorenzo Jelmini, che hanno inoltrato una mozione in merito al Governo.

Esso dovrebbe a loro avviso svolgere un duplice ruolo: “decretare, nei limiti posti dalla giurisprudenza, un salario minimo a carattere sociale allo scopo di prevenire situazioni di povertà (working poor). Da questo profilo, i livelli di reddito relativi alle prestazioni complementari AVS/AI sono quelli indiscutibilmente più consoni”, e “favorire la diffusione di salari a carattere economico, che, oltre a consentire un tenore di vita dignitoso, siano adeguatamente al passo con i livelli nazionali. Secondo il TF, il Cantone non può intervenire direttamente. Può tuttavia sostenere e incentivare le parti sociali a concorrere all’obiettivo sancito dalla Costituzione con la regolazione contrattuale delle condizioni di lavoro. Questo compito dello Stato è del resto convalidato dalla necessità di scongiurare che l’adozione di un salario minimo sociale eserciti un effetto di livellamento verso il basso e induca qualche impresa a disdire accordi contrattuali per attenersi al salario minimo legale”.

I due sono perentori: “senza questo impegno il Cantone disattenderebbe la volontà del popolo codificata dai menzionati articoli della Costituzione”. Il Consiglio di Stato, in ogni caso, dopo la sentenza “si appresta ad elaborare e sottoporre al Parlamento un progetto di legge in applicazione dell’iniziativa costituzionale accolta dal popolo nel giugno 2015 (art. 13 cpv. 3 e art. 14 cpv. 1 lett. a della Costituzione)”.

Fonio e Jelmini vogliono ricordare i punti attorno a cui ruota la modifica costituzionale, ovvero” tutelare livelli retributivi che consentano un tenore di vita dignitoso e mirare a questo obiettivo per il tramite di un intervento complementare delle parti sociali e del Cantone, tenendo segnatamente presenti le medie salariali nazionali. La legge di applicazione, benché la sentenza del Tribunale federale circoscriva i margini di manovra del Cantone, non deve eludere questo duplice indirizzo esplicitamente votato dal popolo. Diversamente se ne tradirebbero gli intenti e le attese”. Insomma, non hanno dubbi.

La paura, appunto, è che accanto a salari minimi che evitino i working poor, possa diffondersi una volontà di disdire i contratti collettivi in vigore attualmente per attenersi al minimo legale. Quindi indicano tre strade al Governo: esso potrebbe “costituire una Commissione consultiva incaricata di collaborare con il Consiglio di Stato all’applicazione della legge stessa, seguire l’evoluzione dei livelli salariali, promuovere campagne di diffusione dei contratti collettivi, “rafforzare l ruolo dell’Ufficio cantonale di conciliazione nel favorire la conclusione di contratti collettivi di lavoro” o “assegnare dei mandati pubblici e degli appalti prioritariamente ad imprese firmatarie di contratti collettivi”.

In conclusione, chiedono al Consiglio di Stato di “decretare un salario minimo a carattere sociale prendendo come riferimento   le prestazioni complementari AVS/AI” e di “incentivare e sostenere l’azione delle parti sociali volta ad attuare, tramite i contratti collettivi di lavoro, una concreta regolazione nei vari ambiti lavorativi”.
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