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COB Jackets
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Ultimo aggiornamento: 19.02.2019 03:54
CHI Blackhawks
NHL
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6' 2-2 DEBRINCAT
WHITE 2-3 8'
13' 3-3 KANE
14' 4-3 STROME
15' 5-3 SAAD
STONE 5-4 18'
WHITE 5-5 22'
29' 6-5 DEBRINCAT
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COL Avalanche
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VEGAS Knights
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SJ Sharks
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Politica
04.02.2019 - 10:000

La deontologia chiede di non fare nomi. Ma Dadò attacca: "Si sta proteggendo chi ha commesso reato e chi ha taciuto"

Per il presidente del PPD "in questo caso non esistono legami di parentale che facciano capire chi sono le vittime. Dunque, perchè non dire nome e cognome?". Il codice deontologico e la delicatezza dicono cosa fare, il tema è caldo

BELLINZONA - Pubblicare i nomi o non farlo? È spesso uno dei dubbi più grandi quando si parla di un processo e di una condanna. Purtroppo, spesso anche se si sceglie di non esprimere le generalità complete di chi delinque, diventa un segreto di Pulcinella, vuoi perchè il Ticino è piccolo, vuoi per il tam tam.

La protezione delle vittime in molti casi è basilare, per permetter loro di rifarsi una vita senza avere il peso che tutti sappiano cosa hanno subito. Chi scrive è per la tutela in generale, tanto da scegliere spesso di cancellare, pur ricevendo a volte critiche, i nomi anche di persone coinvolte in casi minori e molto meno delicati rispetto al processo di cui è stato protagonista l'ex funzionario del DSS condannato qualche giorno fa. I pochi casi in cui anche TicinoLibero fece i nomi era quando essi erano così noti da rendere inutile scegliere di non divulgarli (pensiamo al caso della maestra uccisa a Stabio, dove decisi di smettere di usare i termini generici "la donna" e "il cognato" quando ormai si sapeva ovunque chi fossero). In generale, rivelare i nomi di persone che subiscono un processo, soprattutto se fatto svolgere a porte chiuse, è una violazione del codice deontologico del giornalista.

Il tema è comunque caldo, e Fiorenzo Dadò ha voluto dire la sua:

"Personalmente sono sempre stato propenso alla pubblicazione dei nomi di chi abusa sessualmente di donne e bambini. Lo ritengo utile, affinché non abusino mai più e la società possa proteggersi.

Posso tuttavia capire chi si oppone, nella misura in cui tra vittime e carnefici c’è una relazione molto stretta (ad esempio: padre, zii, nonno, marito) farne il nome significherebbe mettere sulla pubblica piazza anche chi, oltre aver subito l’abuso e la sofferenza, rischia di subire la vergogna.

Ma nel caso dell’ex responsabile delle politiche giovanili (e degli ex funzionari e di chi è ancora comodamente seduto alle scrivanie dell’Amministrazione pubblica) no! Non c’è nessunissima possibilità di ricostruire una qualsiasi forma di legame con le ragazze abusate circa 15 anni fa, non avendo lui nessun legame famigliare o di nessun altra specie con loro.

In questo caso non c’è nessun motivo (tranne quello di proteggere i colpevoli!) di non fare nomi e cognomi di tutti coloro che hanno una responsabilità in questa torbida faccenda e sono colpevoli diretti o indiretti.

Il nome delle vittime deve essere protetto, ci mancherebbe, ma qui solo chi sapeva a quel tempo sa anche oggi...

Quello dei colpevoli no.

La realtà è che qui si sta nuovamente proteggendo chi ha commesso i reati, chi ha taciuto e chi, all’interno dell’Amministrazione pubblica, dall’alto della propria carica doveva denunciare e non ha denunciato.

Come mai si tace?

Come mai nemmeno il nome dei funzionari implicati non viene fatto?

Perché quella stampa sempre in prima fila a sparare, qui gira attorno, tace e addirittura sminuisce? Chi sono le persone che in questi giorni si stanno prodigando per mettere la museruola ai media?

Non ci possiamo fare niente, noi, se questa storia schifosa e gravissima si è svolta e consumata tutta nella stessa parrocchia".

Precisiamo che Dadò fa il nome, e noi l'abbiamo tolto. A commento del post, c'è chi si lamenta che altri funzionari, per esempio ai tempi del cado Argo, furono sempre citati. In effetti, trovare un giusto o uno sbagliato, in questi casi, è difficile. La deontologia impone una scelta precisa, la delicatezza anche, ma la discussione suscitata dal caso non si placa.

Paola Bernasconi

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