CRONACA
Il caso di Emily, la baby star dei kart squalificata. Sul web è bufera: "Lasciatela essere una bambina"
La Federazione la ferma fino al 2027, il padre denuncia disparità di trattamento. Ma sul web sono i genitori a finire sotto accusa: "È sfruttamento"

LUCERNA – Ha cinque anni, guida un kart da quando ne aveva tre ed è già una mini star dei social. Ma ora Emily, conosciuta online come “F1emy”, dovrà fermarsi: la Federazione automobilistica svizzera le ha ritirato la licenza e l’ha esclusa dalle competizioni fino alla fine del 2027.

Una decisione che ha scatenato un doppio caso. Da una parte c’è lo scontro tra il padre della bambina e la Federazione, accusata di avere mentito e applicato due pesi e due misure. Dall’altra è esplosa la discussione sul ruolo dei genitori: stanno semplicemente sostenendo un talento fuori dal comune oppure stanno trasformando una bambina di cinque anni in un prodotto mediatico?

L’evento in Italia e la squalifica

All’origine della vicenda c’è la partecipazione di Emily, lo scorso maggio, a un evento sul circuito South Garda Karting, nel Nord Italia.

Secondo la Federazione, la bambina avrebbe preso parte a una vera competizione pur disponendo soltanto di una licenza “Puffo”, valida per allenamenti e dimostrazioni. Anche il kart utilizzato sarebbe stato più potente di quanto consentito nella categoria riservata ai più piccoli, con un conseguente rischio per la sua sicurezza.

Da qui il ritiro della licenza e la sospensione dalle gare fino alla fine del prossimo anno. Una sanzione che colpisce direttamente Emily, nonostante la stessa commissione disciplinare abbia riconosciuto che una bambina di cinque anni non può comprendere regolamenti e conseguenze delle loro violazioni.

Il padre: “Gli altri bambini non sono stati puniti”

Markus Brun, padre di Emily e figlio dell’ex pilota e proprietario di scuderia Walter Brun, respinge le accuse. Sostiene che all’evento italiano avrebbero partecipato anche altri bambini privi della licenza necessaria, senza subire conseguenze.

La Federazione avrebbe giustificato la differenza affermando che gli altri giovani piloti disponevano di un permesso giornaliero. Una ricostruzione che Brun contesta apertamente: “Non è vero”.

Il padre pone quindi una questione di parità di trattamento: se il problema è realmente la protezione dei minori, perché intervenire con tanta durezza soltanto contro Emily?

Brun critica anche i modi della Federazione. Il direttore lo avrebbe informato della presunta violazione con un’e-mail inviata di domenica, poco prima della mezzanotte. “Evidentemente non poteva aspettare l’apertura degli uffici del lunedì”, osserva polemicamente.

Il padre non sembra comunque nutrire molte speranze sulla possibilità di ribaltare la decisione. Emily continuerà ad allenarsi, ma dovrà rinunciare alle competizioni, ai podi e alle coppe.

“Quando è in pista, per lei è sempre una gara. Anche durante gli allenamenti vuole essere più veloce degli altri”, racconta Brun.

Il padre si dice soprattutto dispiaciuto perché la figlia non potrà raccogliere i risultati che, a suo giudizio, avrebbe potuto ottenere grazie alla propria velocità. “Tornerà più forte e più veloce”, promette.

Una bambina o un marchio?

La vicenda sportiva ha però lasciato rapidamente spazio a un dibattito ben più ampio. Emily conta centinaia di migliaia di follower, raccoglie milioni di visualizzazioni e dispone di un sito attraverso il quale vengono venduti prodotti dedicati al suo personaggio. La piattaforma ufficiale la presenta come una futura campionessa di Formula 1 e propone ai fan anche pacchetti da collezione.

Il padre ha lasciato il proprio lavoro per dedicarsi interamente alla carriera della figlia. Brun nega però di utilizzare Emily come strumento commerciale: sostiene che, senza la visibilità garantita dai social, la famiglia non potrebbe sostenere i costi elevatissimi dell’automobilismo.

“Non entrerà mai più denaro di quanto ne venga speso”, assicura.

Secondo Brun, inoltre, sarebbe stata la stessa bambina ad appassionarsi spontaneamente ai kart. Per proteggerla avrebbe fatto costruire un sedile speciale in carbonio, simile a una cellula di sicurezza, senza il quale non le permetterebbe di guidare.

“Lasciatela essere una bambina”

Le spiegazioni non hanno fermato le critiche. Nei commenti raccolti dal Tages-Anzeiger, molti lettori accusano i genitori di proiettare sulla figlia le proprie ambizioni e di averle affidato, a soli cinque anni, il peso economico di un’intera carriera.

A suscitare le reazioni più dure non è soltanto la velocità raggiunta in pista, ma soprattutto l’esposizione della bambina sui social. “I bambini non appartengono a Internet. Punto”, scrive un lettore.

Altri ritengono “completamente irresponsabile” permettere a una bambina di cinque anni di guidare a velocità vicine ai cento chilometri orari. C’è poi chi invita la famiglia a ridimensionare l’intero progetto: Emily ha ancora molti anni davanti a sé e dovrebbe poter vivere pienamente la propria infanzia.

Non mancano, tuttavia, le voci in difesa dei genitori. Secondo alcuni, finché Emily si diverte e le misure di sicurezza vengono rispettate, nessuno dovrebbe impedire alla famiglia di coltivarne il talento. I sostenitori ricordano inoltre che anche campioni come Michael Schumacher e grandi prodigi della storia hanno cominciato prestissimo.

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