“La riflessione sulla presenza di Vannacci a Mendrisio dovrebbe partire dalla libertà del cittadino di scegliere se andare ad ascoltare, dissentire o stare a casa. L’interrogazione dell’Mps fa slittare i passaggi: prima la sorveglianza e poi il dibatitto"

di Roberto Caruso *
Vado o non vado? È una domanda apparentemente banale, ma che precede qualsiasi presa di posizione politica, giuridica o morale. È la domanda che richiama la libertà elementare del cittadino: quella di scegliere se partecipare, ascoltare, dissentire, contestare o semplicemente restare a casa. Una libertà quotidiana, concreta, che non ha bisogno di autorizzazioni preventive né di mediazioni istituzionali. È da qui che dovrebbe partire la riflessione sulla presenza annunciata a Mendrisio di Roberto Vannacci, eurodeputato ed ex generale. Non tanto dal personaggio o dalle sue posizioni – note, discusse, spesso controverse – quanto dal modo in cui una comunità reagisce prima ancora che una parola venga pronunciata.
L’interrogazione presentata dall’Mps al Consiglio di Stato solleva questioni tutt’altro che marginali. I limiti della libertà di espressione, la tutela della dignità delle persone, il rischio che il discorso pubblico degeneri in discriminazione o incitamento all’odio sono temi centrali in una democrazia matura. Sono preoccupazioni legittime, che meritano attenzione e rispetto. Il nodo critico emerge però nel passaggio dalla preoccupazione politica alla valutazione preventiva. Richiamando dichiarazioni passate, procedimenti in corso e prese di posizione già note, l’interrogazione proietta questi elementi su un evento futuro, non ancora avvenuto, trattandolo implicitamente come un problema già dato.
Il rischio, pur fondato su precedenti reali, viene così anticipato e trasferito su un contesto che ancora non esiste. Il piano del confronto pubblico – quello dell’ascolto, della critica, del dissenso – viene superato dal piano dell’intervento istituzionale. È uno slittamento sottile ma significativo, perché modifica l’ordine dei passaggi: prima la sorveglianza, poi eventualmente il dibattito.
A questo si aggiunge un effetto tutt’altro che secondario sul piano comunicativo. Così impostata, l’interrogazione rischia infatti di trasformare una conferenza locale in un caso politico nazionale, amplificando la visibilità del suo protagonista e conferendo all’evento una centralità che, forse, altrimenti non avrebbe avuto. È una dinamica ben nota: la polemica preventiva finisce spesso per funzionare da moltiplicatore mediatico.
Personalmente non andrò ad ascoltare Vannacci. Ma questa è una scelta mia, individuale, che non sento il bisogno di delegare allo Stato. Non credo che le istituzioni debbano decidere in anticipo per chi andrà, per chi non andrà e per quali motivi. Non è innanzitutto una questione di norme, ma di ordine logico e culturale. Nella tradizione svizzera, la reazione pubblica è storicamente improntata alla cautela: prima lo spazio della scelta individuale e del dibattito politico, poi – se necessario – quello dell’intervento delle autorità. Invertire questo ordine significa spostare l’equilibrio dalla responsabilità del cittadino al controllo preventivo.
E c’è un rischio ulteriore, più profondo. Trattando l’adulto come un minore da proteggere, si finisce non per tutelarlo, ma per addestrarlo alla dipendenza. Alla rinuncia al giudizio personale. Alla delega permanente. È un prezzo alto, soprattutto in una società che fa della maturità civica uno dei propri pilastri.
La polemica sulla conferenza di Mendrisio rischia così di trasformare un singolo evento in un banco di prova più ampio, che riguarda il nostro rapporto con il dissenso e con l’idea stessa di parola pubblica. Non si tratta di difendere posizioni controverse né di minimizzare il peso di affermazioni che possono urtare o dividere. Si tratta di chiedersi quando e come sia opportuno intervenire.
Alla fine, la domanda iniziale resta intatta: vado o non vado?
È una domanda che riguarda il cittadino prima delle istituzioni. Il resto viene dopo.
Ed è proprio su questo piano che emerge il limite dell’interrogazione: la prevenzione politica viene sovrapposta alla responsabilità penale. In Svizzera questo è un punto delicato e fondativo: lo Stato non presume il reato, lo accerta. Non lo anticipa, lo constata. Solo dopo che è avvenuto.
* Docente