La questione non riguarda solo l'utilizzo di un simbolo nazionale. Riguarda il futuro del nostro modello economico. E le imprese che hanno investito milioni per mantenere la produzione nel nostro Paese

di Oliviero Pesenti *
Nel 2017 la Svizzera prese una decisione lungimirante. Dopo anni di dibattiti, confronti politici e pressioni economiche, il nostro Paese scelse di proteggere ciò che possiede di più prezioso: la propria reputazione, il proprio sapere industriale e la credibilità costruita in oltre un secolo di lavoro, innovazione e qualità.
Nacque così il rafforzamento della legislazione sulla Swissness, con regole chiare e rigorose. Per i prodotti industriali almeno il 60% dei costi di produzione doveva essere sostenuto in Svizzera; per quelli alimentari la quota saliva all'80%. L'obiettivo era semplice: impedire che il nome Svizzera e la croce svizzera venissero utilizzati da chi produceva all'estero ma desiderava beneficiare della straordinaria reputazione del nostro Paese.
Non si trattava di protezionismo. Si trattava di correttezza, trasparenza e rispetto verso chi continuava a investire, produrre e creare posti di lavoro sul territorio nazionale.
La Swissness non era soltanto una norma giuridica. Era un patto morale tra lo Stato, l'economia e i cittadini. Un impegno a difendere un modello di successo fondato sull'innovazione, sulla formazione professionale, sulla qualità manifatturiera e sulla responsabilità imprenditoriale.
Perché la vera ricchezza della Svizzera non si trova sotto terra. Non possediamo petrolio, gas o grandi risorse naturali. La nostra forza è sempre stata un'altra: la capacità di trasformare intelligenza, competenza, ricerca e lavoro in prodotti e servizi che il mondo intero riconosce e apprezza.
La nostra materia prima è il capitale umano.
È per questo che suscita profonda preoccupazione la recente decisione di consentire un utilizzo più esteso della croce svizzera attraverso definizioni quali "Swiss Engineering", "Swiss Research" e altre formule analoghe, anche quando la produzione viene realizzata all'estero.
Formalmente si afferma che la legislazione Swissness non viene modificata.
Sostanzialmente, però, si apre una breccia che rischia di svuotarne progressivamente il significato.
Chi acquista un prodotto in Cina, negli Stati Uniti, in Medio Oriente o in Europa non è un giurista specializzato in proprietà intellettuale. Quando vede una croce svizzera associa immediatamente quel prodotto alla Svizzera, alla sua qualità, alla sua affidabilità, alla sua tradizione industriale.
Pensare che il consumatore distingua tra "Swiss Made" e "Swiss Engineering" è una costruzione teorica che difficilmente trova riscontro nella realtà.
La percezione sarà sempre la stessa: quel prodotto è svizzero.
Ed è proprio qui che nasce il problema.
Perché se la croce svizzera può accompagnare prodotti fabbricati fuori dai nostri confini, il rischio è che il valore del marchio Svizzera venga progressivamente separato dalla realtà produttiva svizzera.
Oggi si delocalizza una parte della produzione.
Domani una parte della filiera.
Dopodomani competenze, investimenti e occupazione.
È un processo graduale, quasi impercettibile, ma la storia economica dimostra che quando la produzione lascia un Paese, prima o poi la seguono anche conoscenze tecniche, capacità industriali e innovazione.
Chi sostiene che basti mantenere in Svizzera la ricerca e lo sviluppo tecnologico dimentica una verità fondamentale: ricerca, progettazione e produzione non sono mondi separati. Sono parti di un unico ecosistema.
L'innovazione nasce spesso dal contatto diretto tra chi progetta e chi produce. Nasce nelle officine, nei laboratori, negli stabilimenti industriali. Nasce dall'esperienza concreta di migliaia di tecnici, operai specializzati, ingegneri e apprendisti.
Indebolire uno di questi pilastri significa indebolire l'intera struttura.
Per questo motivo la questione non riguarda soltanto l'utilizzo di un simbolo nazionale. Riguarda il futuro del modello economico svizzero.
Riguarda le imprese che hanno investito milioni di franchi per mantenere la produzione nel nostro Paese.
Riguarda gli imprenditori che hanno scelto la strada più difficile invece di inseguire il minor costo del lavoro all'estero.
Riguarda migliaia di posti di lavoro qualificati.
Riguarda il sistema dell'apprendistato, che rappresenta una delle più grandi eccellenze svizzere.
Riguarda la nostra sovranità economica e industriale.
Le pressioni di alcuni gruppi economici interessati ad aumentare i propri margini di profitto non possono prevalere sull'interesse generale del Paese.
Perché ciò che oggi viene presentato come un semplice adeguamento interpretativo rischia di trasformarsi nel primo passo verso una nuova stagione di delocalizzazioni produttive mascherate da Swissness.
Una deriva che finirebbe per penalizzare proprio quelle aziende che hanno creduto nella Svizzera, che hanno investito nella Svizzera e che continuano a creare valore in Svizzera.
La croce svizzera non è un logo commerciale.
Non è uno strumento di marketing.
Non è un marchio da concedere con crescente leggerezza per facilitare strategie industriali globali.
La croce svizzera rappresenta una storia, una cultura del lavoro, un modello di successo costruito con sacrificio e visione da generazioni di imprenditori, lavoratori e innovatori.
È un patrimonio collettivo.
E un patrimonio collettivo va difeso.
Per questo la politica federale deve ritrovare il coraggio di proteggere con fermezza ciò che rende unica la Svizzera. Non per chiudersi al mondo, ma per continuare a competere nel mondo senza rinunciare alla propria identità.
Perché il giorno in cui la croce svizzera potrà essere apposta ovunque, indipendentemente da dove viene realmente creato il valore economico e occupazionale, sarà anche il giorno in cui avremo iniziato a svuotarne il significato.
E quando un simbolo perde la propria sostanza, prima o poi perde anche il proprio valore.
La croce svizzera non è in vendita. E non deve diventarlo.
* imprenditore