31 ago 2011 - 08:25

La7, tv di Telecom Italia, ha rinunciato a Santoro, che sarà obbligato a fare la sua prossima trasmissione “senza rete”. Franco Bernabè, che guida il gruppo Telecom Italia, condivide con Montezemolo l’essere stato il pupillo di Gianni Agnelli. E Montezemolo sta per scendere in politica con il terzo polo di Casini. E volete che Bernabè, l’uomo del Club Bilderberg, non l’aiuti nell’impresa di vincere le elezioni? La7 futura tv di riferimento per Rutelli, Casini e Montezemolo?


Qualche giorno fa Giovanni Stella, amministratore delegato del canale televisivo La7, in un’intervista a Il Giornale, testata della famiglia Berlusconi, ha spiegato le ragioni per le quali il popolare giornalista Michele Santoro non inizierà fra qualche settimana nessuna nuova trasmissione giornalistica sulla rete televisiva di Telecom Italia. Le ragioni? Semplice. L’ex conduttore di “Anno Zero” ha chiesto totale libertà ed autonomia e a Telecom Italia Media (società editrice del gruppo telefonico, che detiene i canali MTV Italia e La7) hanno preferito far cadere la trattativa.

Santoro (con Travaglio e Vauro), chiusa la porta del “terzo polo” televisivo, sono obbligati a ragionare sull’ultima opzione rimasta in campo per poter fare ancora tv. Federare le tv locali e creare un network di piccole emittenti che, unite, mandino in onda la nuova trasmissione del giornalista di Castellammare di Stabia. In teoria una specie di “Telesogno”, il progetto di Michele Santoro e Maurizio Costanzo degli anni ’90. Di fatto si tratterebbe di ripetere l’esperimento di Gianfranco Funari, quando “oscurato” da Italia 1, nei primi anni ’90, si inventò “Zona franca”, trasmissione televisiva che veniva trasmessa dalle tv locali.

Per questa nuova avventura del papà di Samarcanda si fanno i nomi di Telelombardia, Antenna 3, Telenorba (la principale tv locale pugliese) e altre emittenti. Chissà se veramente Michele Santoro, Marco Travaglio e Vauro Senesi riusciranno ad andare in video nella stagione 2011/12.

La scelta de La7 appare veramente strana. Questa tv, nata dalle ceneri di Telemontecarlo, da sempre, diciamo da metà anni ’80, è tirata in ballo a cicli regolari come possibile terzo polo da frapporre al duopolio Rai e Mediaset.

Quando il ravennate Raoul Gardini la acquista, sembra proprio che il patron della Ferruzzi e della Montedison voglia farla divenire una tv importante. Gardini, che già dispone dei quotidiani Il Messaggero e Italia Oggi, vuole creare un gruppo mediale sufficientemente forte da utilizzare per i suoi disegni imprenditoriali (non a caso da lì a poco si farà Enimont, il matrimonio poi naufragato fra l’azienda pubblica Eni e la Montedison). Con un sufficiente forte gruppo mediale un imprenditore riesce ad essere tenuto molto in considerazione dai partiti (che hanno sempre bisogno di apparire in tv) e ad avere molti soldi dalle banche. I media possono anche essere in perdita e accumulare debiti, tanto il loro “valore aggiunto” è determinato da altro.

Gardini per rilanciare TMC parte in grande stile. Chiama a dirigerla Emanuele Milano, negli anni ’80 direttore di Rai Uno, che con la Carrà, Bonaccorti, Boncompagni, Baudo e Biagi aveva vinto il duello contro Canale 5. Milano chiama a TMC volti noti della tv, come Loretta Goggi, il giornalista dell’Arca, Mino Damato, Gigliola Cinquetti, Luciano Rispoli, divenuto famoso con la trasmissione “Parola mia”.

Chiaro l’intento di dare l’idea di fare le cose sul serio, e soprattutto di “rubare” la palma di terzo polo a Calisto Tanzi, patron della Parmalat, molto vicino alla sinistra democristiana di Ciriaco De Mita, che negli anni ’80 creò il network di tv locali EuroTV, in seguito Odeon. Tanzi per anni aveva millantato un possibile terzo polo, che però mai nessuno ha visto. Ecco che Gardini, con TMC, cerca di dare ai politici quel terzo polo televisivo che tanti ritengono essenziale.

Va detto che quando Bettino Craxi arrivò alla guida del PSI nel 1978, i socialisti erano ridotti ad un misero 4% elettorale. Nell’86 il PSI aveva il 14% dei voti e molti politologi, ma anche politici concorrenti, ritenevano che uno degli elementi determinanti nella rianimazione del morente PSI fosse la vicinanza di Berlusconi (dunque Canale 5, Italia 1 e Rete 4) al craxismo, oltre al totale controllo da parte del PSI di Rai due.

Proprio a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, in Italia molti esponenti dei partiti ritengono che sia “essenziale” per la propria sopravvivenza politica disporre di giornali, ma anche di radio e tv “amiche”. È in questo contesto che Raoul Gardini fa la sua Telemontecarlo, da “offrire” al pentapartito che governava l’Italia dell’epoca.

Ma l’impero di Gardini crollò con Tangentopoli. TMC rimase orfana di un magnate pronto ad investire molti soldi per far crescere una tv che nessuno guarda. Dopo Tangentopoli l’emittente televisiva entra nell’orbita Mediobanca-Agnelli, e secondo molti osservatori sarebbe stato naturale un suo approdo nella galassia RCS (Rizzoli Corriere della Sera). Ma a metà anni ’90 un democristiano (è senatore nel ’94 per il neo Partito popolare, erede della Democrazia cristiana) si impadronisce di TMC. È il figlio del grande produttore cinematografico Mario Cecchi Gori, Vittorio, che di fatto controlla il cinema italiano. Vittorio Cecchi Gori raddoppia e acquista anche l’emittente toscana Videomusic, facendola diventare TMC2 (oggi MTV Italia). Secondo molti, due canali televisivi a diffusione nazionale e la più importante “library” di film italiani creano le premesse per sfidare il duopolio Rai-Mediaset. Al tg di TMC arriva Sandro Curzi, già direttore del TG3. Arriva il popolare conduttore-giornalista Antonio Lubrano. Ma TMC e TMC2 non decollano. Anzi. Il patron della Fiorentina a fine anni ’90 va in fallimento, manda la Fiorentina in serie C e divorzia dalla moglie. L’impero cine-televisivo dei Cecchi Gori si sgretola. Ma ecco che all’orizzonte si intravvede una nuova “razza padana”, guidata da “capitani coraggiosi” come Roberto Colaninno che hanno appena scalato Telecom Italia con la benedizione (per non dire tifo) dell’inquilino di Palazzo Chigi, Massimo D’Alema. Tre sole cose ha saputo fare il baffetto di Gallipoli come primo premier italiano proveniente dal PCI: bombardare con uranio impoverito la Serbia e il Kosovo, chiamandola guerra umanitaria; trasformare Palazzo Chigi in una quasi merchant bank; e perdere tutte le elezioni possibili, da quelle del parlamento europeo alle regionali.

L’acquisto di TMC da parte di Telecom Italia, che in quel momento era l’azienda a maggior capitalizzazione a Piazza Affari, viene vista da molti nel centrosinistra come contraltare alle tv del leader del centrodestra, Silvio Berlusconi. Colaninno, senza neanche nasconderlo tanto, vuole creare la tv dell’Ulivo. Si decide di cambiare nome di TMC in La7 e si chiamano Gad Lerner e Fabio Fazio come “punte di sfondamento” (degli indici d’ascolto). Ma pochi mesi dopo tutto arranca, e Fazio abbandona la tv della Telecom. Cambia il governo, a Palazzo Chigi arriva Berlusconi, e guarda caso Colaninno vende Telecom Italia a Tronchetti Provera, patron della Pirelli.

La neonata La7 da Tronchetti&co. è messa in stand-by. Evidentemente non bisogna far arrabbiare Berlusconi. Forse non è così strano che un giornalista come Giuliano Ferrara approdi alla tv di Telecom con “Otto e mezzo”, lui che nel primo governo Berlusconi del 1994 ricopriva la carica di ministro dei rapporti con il Parlamento.

Poi all’avvicinarsi della scadenza del governo Berlusconi nel 2005/06, ecco che la Telecom decide di rilanciare la sua tv chiamando dapprima Luttazzi, che durerà molto poco, e poi Lilli Gruber, Maurizio Crozza e Luca Telese. Poi nel 2009/10 un’altra battuta d’arresto (e guarda caso al governo è tornato il re di Arcore) quando “Crozza Italia” viene sostituita da una trasmissione di Luca Barbareschi, che è un parlamentare del PdL. Nella stagione 2010/11, con l’arrivo di Enrico Mentana al tg de La7, ecco che si torna a parlare della tv della Telecom come “lido” per quei nomi poco graditi al duopolio Raiset. Con il paventato arrivo quest’estate di Michele Santoro, l’uomo che riesce ad incollare fino a 8 milioni di telespettatori davanti allo schermo a guardare una trasmissione di informazione nel prime time, per La7 si prospetta il vero salto di qualità e quantità (di spettatori).

Nel frattempo Telecom Italia ha cambiato per l’ennesima volta proprietario, e alla guida della società viene chiamato Franco Bernabè, il primo amministratore delegato di Telecom nel pre- Colaninno. Franco Bernabè è uno dei pochi potenti italiani ad essere invitato nel Club Bilderberg, il potentissimo circolo degli uomini più potenti del mondo. In Italia, dove tanto si discute di P2, P3 e P4, il circolo esclusivo del Bilderberg fa poca notizia. Ma forse, senza trascurare l’importanza della P2 e della neo P4, andrebbe capito che il Bilderberg è un gruppo di persone molto influenti che si muovono non su scala nazionale (come la P2, la P3 e la P4), ma su scala planetaria. Non è una loggia massonica, ma è comunque molto di più di un semplice Rotary Club.

Franco Bernabè, capo di Telecom Italia, è uno dei pochi, pochissimi, italiani ad essere invitato al Bilderberg. Tra l’altro al vertice di Telecom Italia Bernabè nell’era pre- Colaninno ci arrivò grazie alla stima che Gianni Agnelli riponeva in lui. E oggi le veci dell’avvocato più aristocratico d’Italia le fa il suo ex pupillo Luca Cordero di Montezemolo (LCdM per gli amici) che sembrerebbe pronto, prontissimo, a scendere in campo, politicamente parlando, per salvare l’Italia dal fallimento.

Non è un segreto che Montezemolo ragioni sul terzo polo politico con il sostegno dell’ingegner De Benedetti (che sicuramente non ha apprezzato le puntate di Anno Zero dedicate all’operazione israeliana contro i palestinesi di Gaza nel 2009 denominata “Piombo fuso”) e dello “scarparo” Diego Della Valle. Ecco, il futuro de La7 sembra sempre più quello della tv del terzo polo di Casini e Montezemolo, e in questo contesto dare libertà ed autonomia “totale” a un Michele Santoro potrebbe essere molto pericoloso. Molto meglio un Gad Lerner, che nel suo studio non ospita gli operai in cassa integrazione di Pomigliano, ma persone dotte che commentano gli eventi. Il “neorealismo televisivo” di Santoro (d’altra parte è “figlio” di Angelo Guglielmi, l’inventore della “tv verità”) è altamente pericoloso in un momento in cui le battaglie politiche e sociali potrebbero inasprirsi. Maglio il “salotto” con molti intellettuali ed esperti.

Dunque la tv dell’uomo del club Bilderberg ha fatto cadere l’opzione Santoro, nonostante avrebbe portato a La7 telespettatori e pubblicità.

Per il giornalista di Castellammare di Stabia, non resta altro che cercare di andare in onda federando molte tv locali, a partire da Telelombardia, Antenna 3 e Telenorba, e ripercorrere i passi che con “Zona franca” fece Gianfranco Funari negli anni ’90. Santoro con il suo orgoglio e la sua testardaggine vuole essere il “grimaldello” che in qualche modo scardini il duopolio di Raiset e la stampella “bilderberghiana” de La7.

Non si sa se Santoro, Travaglio e Vauro riusciranno nell’impresa, quello che è certo è che La7 ha perso una storica occasione per incrinare il duopolio Rai-Mediaset. Ma chissà, forse nei circoli come quello del Bilderberg, il duopolio piace assai e al limite si può accettare una tv che faccia da volano al terzo polo politico di Casini e Montezemolo.