Categoria: Tribuna libera

Rifiutiamo i tagli alle prestazioni sociali

di Daniela Pugno Ghirlanda

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L’abbassamento delle soglie Laps, la legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali, a prima vista possono sembrare argomenti astratti, poco palpabili e molto amministrativi. In realtà, le conseguenze della decisione presa dai partiti di maggioranza in Gran Consiglio sono molto concrete e soprattutto nefaste per la vita di molti ticinesi, di numerose famiglie e economie domestiche del nostro Cantone.
Il principio è questo: le soglie Laps determinano il limite oltre il quale non si ha più diritto a ricevere degli assegni complementari per i figli (gli assegni integrativi per i figli e gli assegni di prima infanzia).

Perciò, ridurre le prestazioni sociali abbassando le soglie Laps significa tagliare il supporto dello Stato alle famiglie e alle economie domestiche con figli e di reddito medio-basso, costringendole a condizioni ancora più dure e accentuando il pericolo che debbano ricorrere all’assistenza sociale.
Questi assegni sono importanti per le famiglie che già oggi fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Consideriamo anche che il mondo del lavoro oggi è moltodifficile, a causa della lunga formazione necessaria per essere competitivi, per i praticantati non retribuiti e per le difficoltà a trovare il primo impiego (o un lavoro sufficientemente retribuito, in generale). Ridurre queste prestazioni significa accentuare le difficoltà già esistenti in molte famiglie. Una famiglia con reddito modesto non può avere figli senza che questo possa diventare causa di povertà? La nostra popolazione invecchia, il tasso di nascite è molto basso, prendiamone atto.

L’introduzione della Laps voleva appunto evitare questo tipo di situazione, armonizzando il sostegno dello Stato in modo efficace, mirato e coerente. I tagli supplementari decisi da PLR-PPD e Lega con la “manovra di rientro” vanno ad aggiungersi a una serie di tagli negli ultimi anni che stanno smantellando questo prezioso strumento di politica sociale e famigliare. Dal 2014 sono già stati tagliati 55 milioni di franchi nella socialità. E tutto ciò quale conseguenza di sgravi fiscali che nel corso degli anni hanno ridotto le entrate mettendo in difficoltà le casse dello Stato.

Oltre alle pessime conseguenze dovute alla scarsa efficacia della politica famigliare, l’abbassamento delle soglie Laps implica anche la riduzione dei sussidi cassa malati. Eppure è proprio il continuo aumento dei premi cassa malati, con quello degli affitti, che sommato all’erosione dei salari causa le difficoltà di molti ticinesi. I partiti di maggioranza sembrano aver preso la decisione di ridurre le prestazioni sociali da un punto di vista esclusivamente amministrativo-contabile. Invece, la realtà ci insegna che la riduzione delle prestazioni sociali avrà una ripercussione sull’aiuto sociale versato dai Comuni alle famiglie nel bisogno. Anche in ambito di politica sociale vale il principio dei vasi comunicanti: ai tagli effettuati da un lato corrisponde una conseguenza ben più grave dall’altro. Ai tagli nel sociale avvenuti negli ultimi anni corrisponde infatti un aumento allarmante delle persone che hanno richiesto o ricevuto l’assistenza sociale. Dal 2014 ad oggi i beneficiari dell’assistenza sociale sono quasi 2’000 in più: a gennaio del 2014 erano poco più di 6’000 mentre nemmeno due anni dopo, a settembre del 2016, erano 8’000! Il pacchetto di risparmio di 185 milioni proposto dal Consiglio di Stato era già parecchio duro, ma poteva trovare un accordo in Parlamento. Invece i tagli supplementari decisi dalla maggioranza PLR-PPD-Lega in Gran Consiglio provocheranno delle conseguenze per la popolazione che non possono essere accettate. Il denaro va trovato dov’è, ossia riducendo gli sgravi fiscali agli alti redditi e non tagliando a delle prestazioni indispensabili a molti ticinesi per poter vivere dignitosamente.

Il prossimo 12 febbraio è dunque fondamentale votare NO alla modifica delle soglie Laps, ovvero rifiutare con decisione la riduzione delle prestazioni sociali.

Daniela Pugno Ghirlanda, Deputata in GC per il PS


Impariamo dagli errori

di Massimo Collura

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Il futuro a lungo termine dell’economia ticinese può essere garantito solo con una riforma che prevede sgravi mirati ad aziende che investono sul territorio, offrono posti di lavoro di qualità con salari adeguati e operino nel rispetto dell’ambiente.

Esattamente il contrario di quanto prevede la Riforma III della fiscalità della imprese, su cui voteremo il 12 febbraio.

La riforma era stata pensata per adeguare agli standard internazionali l’imposizione delle imprese a “statuto speciale” che beneficiano di aliquote molto basse, ma il parlamento e le lobby hanno distorto la proposta iniziale inserendo tutta una serie di sgravi a beneficio della grandi aziende che continueranno a pagare meno delle altre.

Il risultato è una riforma squilibrata che causerà ammanchi milionari alle casse pubbliche a tutti i livelli, compresi quelle dei nostri comuni, già alle prese con equilibrismi per poter garantire i servizi ai propri cittadini.

Il Consiglio di Stato e i sostenitori chiedono ai cittadini di “avere coraggio” approvando una proposta che di certo ha solo le perdite che noi saremo chiamati a pagare: 30 milioni di franchi di perdite a livello cantonale a cui si sommano altre decine di milioni nei comuni.

Se le politiche di sgravi e aiuti a certe imprese praticate negli ultimi 20 anni hanno attirato aziende interessate solo a sfruttare i vantaggi fiscali e senza nessun legame con il territorio, perché dobbiamo di nuovo concedere altri sgravi senza nessun criterio qualitativo che attireranno altre imprese interessate solo ai vantaggi fiscali? Non sarebbe meglio una Riforma che avvantaggi le imprese che creano occupazione, investe sul territorio e rispettino l’ambiente?

Nessuno nega la necessità di abolire i regimi fiscali speciali e non è vero – come sostengono alcuni – che chi si oppone alla Riforma III vuole espellere dalla Svizzera le società che fino ad oggi hanno beneficiato di aliquote fiscali molto basse, ma dobbiamo evitare di rifare gli stessi errori. Non vogliamo replicare in tutto il cantone quanto successo nel Mendrisiotto che negli ultimi anni ha vissuto uno sviluppo importante che ha portato alla distruzione del territorio, un traffico infernale e un inquinamento atmosferico fuori controllo.

Il rispetto dell’ambiente, anche se alcuni ancora non l’hanno capito, è intimamente legato allo sviluppo e qualità di vita e il degrado del territorio è legato anche al degrado del mondo del lavoro. La crescita quantitativa del numero di aziende e dei posti di lavoro non ha portato alcun beneficio alla popolazione residente, anzi ci ritroviamo con un paesaggio tappezzato di fabbriche e capannoni, un traffico insostenibile, la disoccupazione raddoppiata e casi di dumping sempre più frequenti.

Vogliamo un’economia sana fatta da aziende sane, capace di garantire ai propri cittadini i servizi di base e una qualità del territorio in cui vive?

Votiamo NO a questa riforma senza paura e senza cedere ai ricatti, alternative ce ne sono, bisogna solo volerle!

Massimo Collura, co-cordinatore Verdi del Ticino


L’estinzione della classe media

di Carmelo Díaz del Moral

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La classe media sta scivolando sempre più verso la povertà; fra gli aumenti degli affitti e delle casse malattia sempre più famiglie faticano ad arrivare a fine mese. Basta “un incidente di percorso” per finire inesorabilmente nel fin troppo numeroso gruppo delle persone a rischio di povertà, basta che uno dei due coniugi perda il lavoro o che gli venga ridotta la percentuale di occupazione per far sì che arrivare a fine mese diventi una specie di percorso di guerra. E non sono solo le persone con una bassa formazione a rimanere disoccupati; può capitare a ognuno di noi, indipendentemente dai diplomi o dalle competenze che abbiamo. Basti pensare ad esempio alle centinaia di bancari licenziati in questi anni. Perfino i laureati finiscono a fare la fila agli uffici di collocamento.

In Ticino il 28% della popolazione vive a rischio di povertà, ci sono 13’000 disoccupati, 16’500 sottoccupati e le persone in assistenza ormai hanno superato la soglia delle 8’000. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questa realtà. Quello che i numeri non ci dicono è quante persone tirano la cinghia per arrivare a fine mese oppure quante famiglie fanno oggi sacrifici per far studiare i figli che poi devono emigrare dal Ticino perché non trovano lavoro; quanti sono costretti ad accettare un impiego sottopagato o devono decidere con la calcolatrice in mano se avere un bambino o no. Queste situazioni le viviamo sulla nostra pelle o le vediamo attorno a noi sempre più spesso. Anche senza un indicatore o una cifra precisa ormai sappiamo che ci stiamo impoverendo e che il nostro relativo benessere è legato a un filo.

Chi ci governa, chi è stato eletto per “fare il bene comune”, dovrebbe intervenire per fare in modo che queste situazioni si risolvano al più e non si degradino; invece da anni succede il contrario. A inizio 2016 hanno tagliato gli assegni di prima infanzia e integrativi a diverse categorie di famiglie, fra cui i disoccupati e i sottoccupati, e tanti sono stati costretti a rivolgersi all’assistenza sociale peggiorando ulteriormente la loro situazione e riducendo le loro chances di ritrovare una vita normale. Chi viene cacciato da un mondo del lavoro sempre meno responsabile, viene penalizzato anche da chi dovrebbe difenderlo!

Con la manovra di rientro approvata dalla maggioranza del Parlamento, a questi tagli se ne aggiungono altri che andranno a colpire – di nuovo – le famiglie con figli, ma anche gli anziani che beneficiano di cure a domicilio e la giustizia. A sentir parlare il Consiglio di Stato sembra che se i soldi venissero investiti per aiutare queste persone il Cantone sprofonderebbe nel baratro. Paradossalmente lo stesso Governo sostiene sgravi a pioggia alle grandi aziende che – siamo sinceri – creeranno buchi milionari alle casse pubbliche. Addirittura è previsto a livello cantonale una riduzione delle imposte per gli alti redditi e la sostanza, il cui impatto sulle casse pubbliche rimane ancora un mistero. A pagare saranno come sempre i comuni cittadini.

E alla classe media che rimane? Dovrà scegliere se fare a meno di certi servizi o se pagare più imposte. Che succederà a questa classe, già in difficoltà, se ad esempio dovesse pagare per certi servizi come il doposcuola, la mensa all’asilo o il materiale scolastico? Ormai da troppo tempo, la maggioranza del Governo e del Parlamento ticinese ha smesso di governare per il bene di tutti, ragionano come se la casa di tutti i cittadini fosse una azienda privata, con i risultati che tutti conosciamo. È forse ora di dire forte e chiaro 4 volte NO!

Carmelo Díaz del Moral, Segretario politico PS


Abbassare le tasse alle sole multinazionali?

di Francesco Vitali

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La votazione popolare del prossimo 12 febbraio inerente la Riforma sull’imposizione fiscale delle imprese (RII3) va letta nel contesto delle pressioni internazionali che la Svizzera ha subito  dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) che ha lanciato il progetto BEBS (Base Erosion and Profit Shifting) nell’ottica di uniformare le pratiche di tassazione dei vari paesi ed evitare l’evasione fiscale.

Naturalmente l’ideologia che sta alla base di una organizzazione come l’OCSE non mira certamente all’uguaglianza fra le classi sociali, ma si limita a pretendere una presunta concorrenza fiscale più “leale”. Se da un lato la riforma che ci apprestiamo a votare cerca di rispondere a queste pressioni internazionali, dall’altro lo fa andando comunque incontro alle esigenze del grande capitale, in modo particolare le oltre ventimila multinazionali che ne beneficeranno godendo di un regalo annuo quantificabile intorno ai due miliardi di franchi: la RII3 prevede infatti una diminuzione delle entrate fiscali per l’ente pubblico abbassando le aliquote e creando perdite importanti alle casse federali, cantonali e non da ultimo comunali, come peraltro denunciato dall’Unione delle Città Svizzere e come segnalato dai consiglieri comunali del Partito Comunista a Lugano nell’aprile 2015.

Perdite che il Consiglio federale compenserà andando a tagliare in altri settori: il pacchetto di misure di austerità comprende tagli per quasi 200 milioni di franchi nella previdenza sociale, di 250 milioni di franchi nella cooperazione allo sviluppo (che è utile anche per frenare i flussi migratori), di oltre 200 milioni nell’ambito educativo e della ricerca (andando così, peraltro, pure ad azzoppare l’innovazione economica del nostro Paese decisiva nel confronto internazionale). 

Sappiamo dal passato che nel nostro Paese (e non solo, visto che purtroppo l’UE insegna) gli sgravi fiscali alle persone giuridiche sono direttamente legate allo smantellamento dei diritti sociali. Per questo voterò NO alla Riforma sull’imposizione fiscale delle imprese.

Francesco Vitali, candidato al Consiglio Comunale di Bellinzona per la lista Unità di Sinistra / Partito Comunista


Protezione delle greggi: nei recenti casi di attacco da lupo (probabile) le misure di protezione erano adeguate?

di Francesco Maggi, Ivo Durisch, Patrizia Ramsauer

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Nei giorni scorsi, verosimilmente uno o più lupi hanno causato danni al patrimonio ovino in Val Leventina.

Gli attacchi sono avvenuti in zona ‘verde’, vale a dire interessata dalla presenza di lupi. Il primo attacco è avvenuto a una decina di chilometri da Rossura, ai danni di 3 agnelli. Gli animali non erano protetti. Il secondo attacco (Tengia, Rossura) ha interessato pecore protette da una recinzione elettrificata e il terzo attacco (Cavagnago) ai danni di animali chiusi in una stalla (a detta dell’allevatore). Nelle aree verdi le pecore non adeguatamente protette non rientrano nel conteggio delle vittime che fanno scattare l’autorizzazione all’abbattimento del lupo (15 predazioni sull’arco di 1 mese).

Malgrado l’allarme lanciato dopo l’accertamento della presenza di un lupo (fotografato pochi giorni prima a 11 km di distanza), la frequenza e il numero di pecore predate – anche dopo la raccomandazione di chiudere le pecore in stalla durante la notte – suscita non pochi interrogativi sulla reale efficacia delle misure messe in atto per scoraggiare gli attacchi del predatore.
Siccome le misure adottate per proteggere le greggi sono un criterio importante nella decisione di abbattimento di un lupo e appellandosi alla legge sulla trasparenza dello Stato, i deputati sottoscriventi chiedono al Consiglio di Stato:

1. Tutta la documentazione fotografica e i rapporti di constatazione dell’ufficio caccia e pesca verranno messi online e/o resi accessibili?

2. Le misure riscontrate sul terreno sono conformi alle direttive di Agridea, rispettivamente dell’Ufficio caccia e pesca?

3. Come si spiega la predazione nel terzo caso? Le pecore erano effettivamente chiuse in stalla e inaccessibili?

4. Quali misure intende mettere in atto il cantone per rendere finalmente l’allevamento ovicaprino compatibile con la presenza dei grandi predatori ed evitare in futuro il ripetersi di casi simili?

Francesco Maggi, Ivo durisch, Patrizia Ramsauer


Tagliare le tasse? …ma solo ai ricchi!

di Massimiliano Ay

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Il prossimo 12 febbraio siamo chiamati a votare sul referendum inerente la Riforma sull’imposizione fiscale delle imprese. Una legge iniqua, che non solo svuoterà le casse comunali, ma che è sfavorevole alla maggioranza della popolazione che lavora, così come lo è pure per le piccole aziende stanche di essere schiacciate dai privilegi fiscali concessi al grande capitale.

Il Partito Liberale Radicale non sta a guardare, anzi si sta già preparando per andare oltre: se già nel 2013 questo partito aveva presentato in Ticino l’iniziativa parlamentare “Rilancio fiscale 2015-2018” che chiedeva una riduzione del carico fiscale per le persone giuridiche, lo scorso 21 marzo 2016 è arrivata sui banchi dei deputati al Granconsiglio una nuova iniziativa che, proprio per “prepararsi agli effetti della riforma III della fiscalità delle imprese” rivendica una “riduzione a tappe dell’imposizione fiscale degli utili delle aziende passando progressivamente dal 9% al 6,5%”. Una riduzione che negli intenti del PLR dovrà realizzarsi entro quattro anni dall’entrata in vigore della riforma federale.

Sappiamo insomma già che, in caso di accettazione in votazione popolare della riforma federale, la destra non si accontenterà e, anzi, è già pronta a rilanciare! Il Partito Comunista, per contro, rivendica non solo che la Svizzera interrompa questa spirale di fiscalità negativa e rilanci un impegno politico chiaro sul piano mondiale per combattere l’evasione e il riciclaggio di denaro, ma che si attui soprattutto una radicale riforma che vada nella direzione di un sistema fiscale più equo, a partire da una legge patrimoniale che chiami alla cassa non le fasce popolari, ma i milionari, in sostanza quel 2% della popolazione con un patrimonio superiore al milione di franchi (esentata la prima casa). Con la “Tassa dei Milionari” proposta dal Partito Comunista le casse pubbliche otterrebbero ben 12 miliardi di franchi, utili non solo alle assicurazioni sociali, ma anche ad investimenti produttivi. I milionari che hanno speculato in borsa e goduto di ingenti sgravi fiscali in passato, potrebbero finalmente avere la possibilità di essere solidali con la collettività colpita dalla crisi e sostenere concretamente il Paese nel suo rilancio economico.

Il mio invito alla cittadinanza è quello di votare No alla Riforma sull’imposizione fiscale delle imprese: a compensare ciò che le grandi aziende risparmieranno, saranno infatti sicuramente chiamati i lavoratori e le fasce popolari!

Massimiliano Ay, deputato al Granconsiglio per il Partito Comunista e candidato al Consiglio comunale di Bellinzona


Si alla Riforma III per salari migliori

di Michele Foletti, Municipale di Lugano e granconsigliere

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In Svizzera più o meno ogni 10 anni si procede ad una riforma fiscale: è stato fatto nel 1997, la Riforma II delle imprese è stata approvata nel 2007 e oggi ci troviamo ad affrontare le Ri III. Quale è la ragione di questo modo di procedere? Essenzialmente la consapevolezza di dare stabilità e certezze agli imprenditori che operano sul nostro territorio.

Certo, altri Paesi operano in modo diverso e di anno in anno modificano le loro regole tributarie creando incertezza negli imprenditori e soprattutto inibendo gli investimenti nel sistema produttivo del Paese e nell’innovazione.
Non è un caso se la Svizzera, dopo aver approvato la Riforma II delle imprese (quella tanto vituperata dalla Sinistra), è riuscita a superare molto meglio di altri Paesi del nostro continente i vari inciampi economici e le docce gelate (la crisi finanziaria del 2008, le varie svalutazioni dell’euro, i tassi d’interesse negativi, ecc.). La certezza del sistema fiscale ha permesso alle aziende di affrontare con qualche difficoltà in meno anche il rafforzamento del franco che in pochi anni è passato dall’1.60 all’1.10 contro l’euro, garantendoci un risultato della bilancia commerciale più che lusinghiero e un tasso di disoccupazione relativamente basso.

La Riforma che siamo chiamati a votare il prossimo 12 febbraio si inserisce in questo solco e dovrà dare certezze agli imprenditori per i prossimi anni. Non è evidentemente facile poter prevedere come evolverà l’economia europea e mondiale nel futuro, è però sicuro che se si vuole una Confederazione competitiva occorre privilegiare le imprese che fanno ricerca, sviluppano brevetti e siano ben capitalizzate. Così non solo si garantiranno gli attuali posti di lavoro assicurati dalle aziende a statuto speciale (le 50 più grandi ne assicurano circa 3000 in Ticino di cui un migliaio a Lugano) – impieghi anche ben retribuiti – ma si creeranno le basi per creare nuovi posti di lavoro.

In questo senso gli strumenti che la Riforma III mette a disposizione dei Cantoni per adeguare le loro leggi di applicazione vanno nella giusta direzione. Si potrà scegliere come applicare questa riforma, senza dover necessariamente entrare in una competizione assurda basata unicamente sulla diminuzione delle aliquote d’imposizione degli utili aziendali. Essere competitivi fiscalmente con obiettivi chiari sui settori che si vogliono sviluppare, permette anche di uscire da quella perniciosa logica che vuole la competitività del nostro cantone basata unicamente su bassi salari e sul dumping salariale.

Votare sì alla Riforma permetterà ai cantoni di scegliere, votare no vorrebbe dire ancora maggiori sgravi indifferenziati per tutte le aziende e una competitività giocata unicamente sui salari al ribasso.

Michele Foletti, Municipale di Lugano e Deputato al Gran Consiglio


No al FOSTRA

dii Jessica Bottinelli, co-coordinatrice dei Verdi del Ticino

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Il 12 febbraio prossimo saremo chiamati ad esprimerci sul Decreto federale concernente la creazione di un fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato (FOSTRA).

Tre sono motivi chiave per i quali i Verdi vi invitano a respingere tale proposta:

1) FOSTRA non è un fondo pensato solamente per il mantenimento dello stato attuale della rete stradale elvetica. Al contrario, il fondo prevede un ulteriore ampliamento della stessa. Si continuerà quindi a cementificare e a parcellizzare il territorio. Già oggi le polveri fini ci stanno letteralmente uccidendo (penso in particolar modo al Mendrisiotto), chi si azzarda a fare delle previsioni sullo stato dell’aria con ulteriori strade? Ma non solo, ai problemi di mobilità e congestionamento del traffico si continuano a proporre sempre e solo soluzioni vecchie e nulla di innovativo.

2) Ogni anno FOSTRA investirebbe un miliardo di franchi in più nelle strade, l’imposta sugli oli minerali fornirebbe solamente 300 milioni di franchi annui. I restanti 700 milioni verranno quindi prelevati dalle casse federali, creando altrove importanti manchi. Vogliamo depredare ulteriormente le casse federali, a scapito della formazione, dell’agricoltura, etc?

3) Per i prossimi 10 anni almeno ci sono ancora fondi a disposizione per i progetti di agglomerato, che oggi, perlomeno in termini di spesa e priorità delle misure, non destinano ancora sufficienti risorse a favore della mobilità dolce e pubblica. Inoltre non dimentichiamoci che non esiste nessuna ragione oggettiva per dover legare i progetti di agglomerato alla costruzione di strade nazionali e il loro relativo mantenimento. In ogni caso solamente 6% del fondo sarebbe investito in progetti di agglomerato. Questi progetti non verrebbero rimessi in causa nemmeno in caso di non accettazione del FOSTRA: rifiutiamo di accettare il metodo del bastone e della carota.

Anche alla luce della drammatica situazione di inquinamento dell’aria che stiamo vivendo nel Mendrisiotto, dovremmo concepire la mobilità del futuro in una visione moderna e nuova, non semplicemente applicando le soluzioni del passato. La Svizzera deve investire nel miglioramento dell’infrastruttura, non nel suo aumento. Già oggi il 30% della superficie costruita nel nostro paese è costituita da strade.

Rifiutiamo questo progetto ingannevole e continuiamo a lavorare in maniera seria e costruttiva per dei progetti di agglomerato equilibrati e per una mobilità veramente sostenibile.

Jessica Bottinelli
, co-coordinatrice dei Verdi del Ticino


Non svendiamo il nostro Passaporto

di Piero Marchesi, presidente UDC Ticino

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A inizio gennaio sono apparsi i primi cartelloni pubblicitari promossi da ambienti vicini all’UDC che raffigurano una donna con il burqa. L’obiettivo è chiaro. Sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della naturalizzazione agevolata degli stranieri della terza generazione in votazione il 12 febbraio. Le veementi reazioni degli ambienti di sinistra, che senza mezzi giri di parole hanno definito la campagna rozza, razzista e strumentale, in quanto – a loro dire – non riflette la realtà dei fatti, si è invece rivelata puntuale e azzeccata. L’opinione pubblica si è chiesta chi avesse ragione.

L’UDC, che secondo la sinistra esaspera sempre i toni della comunicazione enfatizzando temi e problemi che non sono neppure all’ordine del giorno, o il PS, che propone una naturalizzazione agevolata per gli stranieri di terza generazione considerando automatico il fatto di vivere nel Paese da diversi anni sufficiente per definire una persona integrata. Negli ultimi giorni il partito socialista ha infine spazzato il campo da ogni dubbio, rivolgendo un chiaro appello agli stranieri che vivono nel Paese, di affrettarsi ad inoltrare la domanda di naturalizzazione, in quanto dal 2018 la procedura sarà un po’ più rigida. Lo ha però fatto in 10 lingue straniere, tra cui l’arabo e il serbo. La concezione socialista del termine integrazione è quanto mai discutibile, perché scrivere a persone da loro ritenute integrate nella loro lingua d’origine e non in una lingua nazionale dimostra che integrate non sono. O comunque non in modo automatico come invece li considera l’oggetto in votazione. I cartelloni raffiguranti la donna con il burqa hanno smascherato le reali intenzioni della sinistra.

Naturalizzare il più possibile, svilendo l’importanza dell’ottenimento della cittadinanza svizzera. Il tema pone di fatto un problema che non esiste. Ogni anno più di 40’000 stranieri ottengono la cittadinanza svizzera e dati alla mano, il nostro Paese è tra quelli con la percentuale più alta di naturalizzati. Gli stranieri di terza generazione possono infatti ottenere la cittadinanza affrontando il percorso con la procedura ordinaria, come tutti gli altri stranieri che ne fanno richiesta. L’oggetto in votazione presenta numerose controindicazioni, tra cui il fatto che attribuisce la maggior parte delle competenze della procedura di analisi alla Confederazione, sottraendola di fatto a Cantoni e Comuni. Dal suo ufficio a Berna un funzionario sarà incaricato di decidere se un cittadino straniero di terza generazione domiciliato in Ticino ottempera i requisiti definiti dalla legge.

Si elimina di fatto la possibilità per i Comuni di convocare il candidato e di analizzare gli aspetti che evidentemente non possono essere valutati solo sulla carta. Verrà inoltre invertito l’onere della prova, vale a dire che non toccherà più al richiedente dimostrare la propria integrazione, bensì allo Stato dimostrare il contrario. Ci sono fin troppi motivi che portano a votare no a questa proposta, in particolar modo perché la procedura attuale permette già agli stranieri, anche a quelli di terza generazione, di diventare cittadini svizzeri con una procedura chiara ed efficiente. Fermiamo pertanto sul nascere questa tendenza a svendere il passaporto rossocrociato lanciata dalla sinistra, che qualora passasse sarà solo la prima di molte altre offensive atte a banalizzare questo importante tema.

Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino


A che punto è l’elaborazione del piano energetico comunale (PECo)?

di Simona Buri e cofirmatari

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Il Municipio ha approvato l’impostazione della politica energetica della Città e ha deciso di avviare i lavori per il Piano Energetico Comunale (PECo) tramite l’assegnazione di un mandato esterno (confronta sito della Città www.lugano.ch/ambiente-territorio/piano-energetico-comunale.html, ultima modifica 09.09.2016).

Chiediamo per tanto al lodevole Municipio:

1) A quando risale l’approvazione della politica energetica citata?

2) A che punto è l’assegnazione del mandato per il PECo? Se non dovesse ancora esser stato assegnato, per quando è prevista?

3) Per quando è prevista la consegna al Municipio del PECo?

4) Noi vorremmo che fra le altre cose venga approfonditamente studiata la possibilità di sfruttare fonti di energia locale, come il legno e la geotermia presenti sull’intero comprensorio comunale, indipendentemente dal fatto che siano o meno di proprietà della Città. Questi approfondimenti sono previsti nel PECo?

Gruppi PS-PC, Verdi e Indipendenti in CC
Simona Buri, Raoul Ghisletta, Marco Jermini, Carlo Zoppi, Demis Fumasoli, Tessa Prati, Nina Pusterla, Antonio Bassi, Jacques Ducry, Fausto Gerri Beretta Piccoli e Nicola Schönenberger


Il maltrattamento del diritto di raccogliere firme: cosa facciamo?

di Sergio Morisoli e Paolo Pamini

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La situazione

In base a un confronto sul piano nazionale il Ticino è il Cantone che nel complesso pone i limiti più difficili per l’esercizio dei diritti popolari a livello cantonale, sia per il numero delle firme richieste per la riuscita di iniziative e referendum in rapporto al numero dei cittadini, sia per il tempo a disposizione per la raccolta.
Come se ciò non bastasse, le difficoltà per i cittadini desiderosi di esercitare questi loro diritti sono notevolmente aumentate a partire dal 2005 a seguito dell’introduzione del voto per corrispondenza per tutti i tipi di votazione (a livello federale, cantonale e comunale) e per le elezioni federali, e peggioreranno sensibilmente in futuro a seguito della decisione
adottata dal Gran Consiglio il 15 aprile 2013 di estendere il voto per corrispondenza anche alle elezioni cantonali (dal 2015) e comunali (dal 2016).
È noto infatti che proprio in occasione di votazioni ed elezioni, quando ancora non v’era la possibilità di votare per corrispondenza, i promotori di iniziative e referendum bene organizzati potevano raccogliere sul piano cantonale anche fino a 6-7’000 firme in un solo fine settimana grazie alle bancarelle posate all’entrata degli uffici di voto dei principali
Comuni. In futuro questa possibilità – che dal 2005 era comunque già limitata – non esisterà più dal momento che all’incirca il 90% dei votanti vota ormai per corrispondenza.

E per la democrazia diretta in Ticino ciò rappresenta un grosso problema, visto che ormai solo i sindacati, le grosse associazioni cantonali e due o tre grossi partiti dispongono delle risorse umane e finanziarie necessarie per esercitare con successo quei diritti che dovrebbero invece essere accessibili senza sforzi disumani e costi proibitivi a tutti i cittadini.

Per queste ed altre motivazioni fondate, che non è questa la sede adatta per ricordarle, in data 22 settembre 2014 con altri cofirmatari abbiamo depositato una iniziativa parlamentare generica (IG 563) con lo scopo di difendere e promuovere i diritti democratici diretti, dal titolo: modifica degli art. 37, 42 e 85 della Costituzione cantonale (iniziativa
popolare legislativa, Referendum facoltativo e Revisione parziale della Costituzione) – Più voce al popolo. Tale iniziativa è tuttora inevasa.
La specificità odierna: ulteriore ostacolo.

Il comitato promotore dell’iniziativa popolare per l’introduzione del Referendum Finanziario Obbligatorio (RFO) nella Costituzione cantonale, sta organizzando il lavoro per la raccolta firme il cui inizio è previsto il prossimo 28 marzo. Tra gli importanti strumenti e i necessari canali di raccolta ci sono le tradizionali “bancarelle” da localizzare in luoghi e
piazze particolarmente frequentate di diversi Comuni ticinesi. Come ben si sa il lavoro preparatorio prevede anche la richiesta formale di Comuni di poter presenziare sul suolo pubblico.

Oltre alle difficoltà “strutturali” esposte nei paragrafi di cui sopra e oggetto dell’iniziativa pendente in Gran Consiglio (IG563), ve ne sono anche di quelle artificiosamente e assurdamente create da certi Comuni, forse allo scopo di rallentare, complicare, disincentivare la raccolta firme. E tutto questo nonostante:
– Che l’uso accresciuto del suolo pubblico nell’ambito di un’iniziativa popolare gode della protezione dell’art. 34 Cost. e dell’art. 82 lett. c LTF (DTF 97 I 893 consid. 2 pag. 895).
– Che secondo costante giurisprudenza, il privato che chiede di utilizzare il suolo pubblico per poter esercitare i diritti fondamentali che gli sono garantiti dalla Costituzione, dispone di un “diritto condizionale” all’ottenimento di una simile autorizzazione (STF 127 I 164; STA
52.2004.275 del 18 dicembre 2006 in re G. e riferimenti dottrinali ivi citati). Ciò significa concretamente che un eventuale diniego può essergli opposto soltanto se fondato su di una valida base legale, se sussistono interessi pubblici o privati preminenti o se il provvedimento rispetta il principio della proporzionalità (STF I 164; Rhinow, Grunzüge des
Schweizerischen Verfassungsrechts, no. 1432). Ci risulta infatti che almeno una decina di ricorsi o reclami presentati da promotori di iniziative popolari contro decisioni comunali che ostacolavano la raccolta di firme siano
stati accolti negli ultimi 12 anni (di cui almeno 7 negli ultimi 5 anni) , a dimostrazione del fatto che il deplorevole fenomeno è piuttosto diffuso. Questi ricorsi o reclami concernevano decisioni prese nei Comuni di Losone, Muralto, Lugano (2), Cadenazzo, Brissago,Giubiasco, Bellinzona (3 !).

L’ultimo esempio di “maltrattamento” del sacrosanto diritto costituzionale di raccogliere firme lo si è registrato proprio negli scorsi giorni, quando il Comune di Bellinzona, per il tramite della Polizia comunale, ha seccamente respinto la richiesta del comitato promotore dell’iniziativa costituzionale per il Referendum finanziario obbligatorio di raccogliere firme in Piazza Collegiata dal 29 marzo al 26 maggio. Alla richiesta di autorizzazione la Polizia comunale si è limitata a rispondere “la stessa non può essere accordata”, senza aggiungere alcuna motivazione. Nel frattempo i promotori hanno presentato un reclamo al Municipio e qualora la risposta dovesse essere negativa si renderà necessario inoltrare un ricorso al Consiglio di Stato.
Va da sé che questo procedere burocratico fa perdere tempo ai promotori di iniziative popolari, complica l’organizzazione e genera costi aggiuntivi anche a carico dello Stato, che deve poi evadere i ricorsi dando ragione in almeno il 90% dei casi ai ricorrenti.

Non sviluppiamo in questa sede la tematica specifica, che avrà il suo normale corso nelle sedi preposte, ma riteniamo legittimo, di interesse generale e quale misura preventiva per situazioni analoghe future chiedere al Consiglio di Stato e per esso al Dipartimento delle Istituzioni:

– Come intende garantire, tutelare, favorire e facilitare operativamente i diritti democratici di cui sopra, viste le difficoltà riassunte e che appaiono più spesso di ciò che si pensa
– Se ci sono direttive precise e sono definiti correttamente e separatamente i ruoli tra chi valuta e chi decide
– Se intende dare nuove direttive più precise ai Comuni quanto l’applicazione delle Leggi che reggono l’esercizio dei diritti fondamentali
– Se non ritiene di controllare direttamente le richieste di concessioni per la raccolta firme onde evitare crasse disparità di trattamento, lungaggini, costi eccessivi a sfavore dei promotori tra iniziative popolari
– Se intende risarcire i costi procedurali e legali a carico dei promotori quando le decisioni comunali sono errate.

Siamo certi che un chiarimento e soprattutto quanto vorrà fare per la garanzia
dell’applicazione del diritto da parte del Governo, sarà cosa giusta e gradita a molti cittadini e alla società civile.

Sergio Morisoli e Paolo Pamini, AreaLiberale (La Destra)


Nuove assunzioni: a costi zero?

di Pier Mellini, Fabrizio Sirica, Pietro Snider

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Premessa
A un mese dall’approvazione dei Preventivi 2017, all’albo comunale sono apparsi tre bandi di concorso per l’assunzione di un Consulente accademico Responsabile Sezione Risorse Umane, l’assunzione di un Consulente accademico giurista e di un Direttore dei Servizi Urbani e Immobili.
In occasione della discussione sui Preventivi 2017 e relativa votazione, sia la Commissione della Gestione, sia il Consiglio Comunale aveva accettato la proposta del Municipio scaturita dall’analisi sulla riorganizzazione dei dicasteri effettuata da un gruppo tecnico dell’Amministrazione supervisionata da IQ-Center.
Pur tenendo presente che queste assunzioni non rientrano nelle cifre a Preventivo, è comunque vero che le stesse fanno parte integrante del Messaggio Municipale e quindi, a giusta ragione, andranno ad influenzare il Consuntivo 2017.

Nei Preventivi si scriveva che “si persegue l’obiettivo della (sostanziale) neutralità finanziaria con alcuni prepensionamenti ipotizzati durante l’anno prossimo”, cioè nel corso del corrente anno.

Questo principio era poi ribadito nel rapporto della Commissione della Gestione dove si può leggere che “il tutto quindi secondo il principio della neutralità finanziaria: un principio che la vostra Commissione condivide e ribadisce, e al quale si vincola il Municipio, anche perché le cifre inerenti i prepensionamenti – così come esposte – non convincono”.

In particolare il Municipio ha calcolato che la non sostituzione dei dipendenti partenti, che comunque andrà ad indebolire la “forza lavoro” in alcuni ambiti dell’Amministrazione, dovrebbe corrispondere a 463’000.-
La massa salariale delle tre nuove assunzioni si aggirerà da un minimo di 345’537.- franchi fino a un massimo di 433’194.- franchi, esclusi eventuali indennità per figli e di economia domestica.
Considerando che l’assunzione è vincolata al 1º luglio queste cifre devono essere dimezzate a franchi 172’768.- rispettivamente a franchi 216’597.-, ragion per cui si può presupporre che la neutralità finanziaria, per il 2017, dovrebbe essere garantita.

Al di là di quanto esposto, siamo comunque convinti che questo è un tema di fondamentale importanza che deve riguardare tutti i settori lavorativi: il sovraccarico dei Direttori è un sintomo chiaro dell’attuale stato precario nel quale versa la nostra Amministrazione che ha dovuto subire nel corso degli ultimi 10/15 anni tutta una serie di tagli al personale da una parte e un abbassamento del moltiplicatore d’imposta dall’altra che hanno portato all’attuale situazione critica di sottodimensionamento; a riprova e dimostrazione di quanto scritto fanno stato le oltre 30’000.- ore supplementari accumulate dai nostri dipendenti!

Inoltre gli interroganti sono dell’avviso che in ogni caso queste assunzioni e le altre riportate e condivise nella tabella che segue, non debba far capo ad obiettivi di tipo finanziario, ma far parte di un processo di analisi dei fabbisogni di tutti i settori, potenziando dove dovesse risultare necessario e ottimizzare laddove vi sono margini di manovra, non escludendo a priori esternalizzazioni qualora potessero alleggerire la mole di lavoro di certi settori, quali, ad esempio, quello legato ai concorsi legati di natura edilizia.

In modo particolare ci sembra di essenziale importanza poter contare al più presto sulla figura del Responsabile delle risorse umane in modo da iniziare a ottimizzare le forze lavoro in campo

Nel merito

Alla luce di quanto sopra esposto e in base alle facoltà concesse dalla legge (art. 65 LOC, art. 35 del Regolamento Comunale della Città di Locarno) i sottoscritti consiglieri comunali pongono al Municipio le seguenti domande:

1. Al momento attuale vi sono stati dei prepensionamenti?
2. Se sì, a quanto stima, il Municipio, il risparmio effettivo?
3. Se no, quanti prepensionamenti sono previsti entro il 30 giugno p.v.?
4. In questo caso, a quanto viene stimato l’effettivo risparmio?
5. In caso di mancata neutralità finanziaria, come intende procedere il Municipio, con l’assunzione delle altre figure, riconosciute comunque importanti nell’analisi sulla riorganizzazione dei Dicasteri?
6. È prevista un’ulteriore analisi del fabbisogno nei vari settori dell’Amministrazione atta a colmare le carenze attuali, che verosimilmente saranno accentuate dalla non sostituzione degli impiegati partenti?
7. Come intende procedere il Municipio nell’inserimento di queste nuove figure nella scala stipendi del Regolamento Organico dei Dipendenti, attualmente e da molto tempo, in fase di revisione e che non è ancora giunto sui banchi del Consiglio Comunale per la discussione e l’eventuale approvazione?

Pier Mellini
Fabrizio Sirica
Pietro Snider


Predazioni da lupi in Ticino è giunta l’ora di chiedere abbattimenti mirati e di intraprendere azioni concrete?

di Germano Mattei e cofirmatari

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Dopo un anno 2016 relativamente tranquillo la problematica della presenza nel territorio di lupi è ritornata di attualità nel nostro Cantone.
Nel fine settimana tra il 28 al 29 gennaio vi è stata la predazione di almeno 22 pecore sopra la frazione di Tengia nel Comune di Faido.
Il bestiame era ricoverato in una stalla con un’area antistante debitamente recintata (stabulazione libera), il predatore o i predatori hanno superato questa recinzione! Sembra che nei giorni precedenti nella medesima zona vi sia stata un’altra mattanza di almeno 4 agnelli.
Seppure siano attesi i risultati delle analisi del DNA, gli esperti dell’Ufficio Caccia e Pesca e il Servizio veterinario riconducono queste aggressioni all’azione di uno o più lupi. Inoltre mercoledì 25 gennaio un lupo è stato ripreso da una foto trappola posata all’imbocco della strada che sale ai monti di Bodio.
Costatiamo sempre più che il grande predatore, dopo decenni di assoluta protezione a conseguenza dei disposti della Convenzione di Berna (datata dal 1979), sta perdendo l’atavica paura nei confronti dell’uomo e non di rado si avvicina agli insediamenti.

PREMESSA

La problematica è molto controversa e naturalmente vi è una parte della popolazione e alcune Associazioni che sostengono la presenza e il prolificare di queste belve nocive appellandosi alla “biodiversità”.
D’altro canto vi è chi afferma che il nostro territorio non è adatto a ospitare la presenza dei grandi predatori, poiché causano gravi danni, mettendo in pericolo l’esistenza dell’allevamento e della pastorizia – specialmente di ovini e caprini –, inducono all’abbandono degli alpeggi, con il conseguente inselvatichimento e deperimento geo-morfologico di vaste aree montane. Ne consegue pure il latente pericolo della scomparsa dei tanto ricercati prodotti “nostrani” di provenienza a chilometro “0”. Ripercussioni negative vi sono poi nel settore del turismo e in generale per l’economia delle regioni di montagna.

Quale reazione attiva per contrastare e gestire questa situazione problematica nel corso del 2015 sono state fondate delle Sezioni cantonali per un “Territorio senza grandi predatori” (Grigioni, Ticino, Vallese, San Gallo-Glarona-Appenzello, Friborgo, Vaud e dal 18 novembre la Sezione Svizzera Centrale con i Cantoni di Lucerna, Obwaldo, Nidwaldo, Uri e Svitto). Le Sezioni cantonali si sono poi riunite il 10 settembre 2015 in un’Associazione mantello a livello Nazionale che conta quasi duemila aderenti (www.lr-grt.ch).

A livello di Parlamento Nazionale nel 2010 le Camere federali hanno approvato la Mozione del Consigliere agli Stati vallesano Jean-René Fournier (doc. no.10.3264), che chiedeva la revisione dell’articolo 22 della “Convenzione di Berna”. Detta Convenzione, datata anno 1979, impone a livello internazionale la protezione assoluta di questi predatori, lupo in particolare. In questi ultimi quarant’anni il lupo è passato da specie in via di estinzione a una specie in evidente e inarrestabile espansione in tutto l’arco alpino. In pochi anni in Svizzera si sono formate diverse mute: segnatamente nel Calanda Grigionese, in Val Morobbia (con due distinte cucciolate nel 2015 e nel 2016), nell’Alto e medio Vallese, Canton Uri e sembra anche in alte zone della Svizzera Centrale. Oramai la presenza sporadica o costante del lupo e della lince sono segnalate in ogni parte della Svizzera, persino nei centri urbani o nelle loro vicinanze. Sino a tutt’oggi la decisione delle Camere federali di approvare la Mozione Fournier non ha trovato applicazione da parte del Governo federale! Questo atteggiamento del Consiglio federale lascia stupiti, poiché l’Esecutivo federale aveva esplicitamente affermato che doveva essere messa in atto ogni misura necessaria per non rendere più difficile il lavoro degli allevatori e della vita nelle Regioni di montagna.
Nel 2015 le Camere federali hanno pure accolto la Mozione del Consigliere agli Stati grigionese Stefan Engler (doc. no. 14.3151) denominata “Convivenza tra lupi e comunità montane”, che chiedeva la revisione della Legge federale sulla caccia, per consentire la regolazione della popolazione di lupi nell’ambito della Convenzione di Berna. La consultazione sulla revisione di questa Legge è stata avviata dal Consiglio federale il 24 agosto 2016 e si è conclusa il 30 novembre u.s..

Il Canton Vallese, particolarmente toccato dalle predazioni di lupi, ha presentato nel 2014 un’iniziativa cantonale “lupo, la festa è finita” (doc. no. 14.320). Quest’iniziativa in particolare chiede che la convenzione di Berna sia rinegoziata come deciso dalle Camere federali, introducendo una riserva che escluda la protezione del lupo. La richiesta vallesana (imparentata con l’atto parlamentare doc. no. 14.3570 Imoberdorf/Rieder) è stata respinta dal Consiglio degli Stati il 9 marzo 2016 con 26 sì e 17 No e poi approvata dal Consiglio Nazionale il 14 settembre 2016 con 101 voti contro 83, rinviando l’iniziativa al Consiglio degli Stati. In questi giorni la Commissione dell’ambiente, della pianificazione del territorio e dell’enegia (CAPTE-E) della Camera alta si è di nuovo confrontata con l’iniziativa vallesana e ha invitato il Consiglio federale di varare la modifica della Legge federale sulla caccia entro il prossimo autunno. Nel caso che le misure che saranno proposte non saranno sufficienti, la Commissione si riserva di riprendere l’iniziativa per introdurre le correzioni necessarie. Nel contempo la CAPTE-E chiede che il Consiglio federale s’impegni, nel contesto della Convenzione di Berna, affinchè la protezione del lupo sia allentata.
Sempre nel Canton Vallese è in atto una raccolta di firme a sostegno dell’iniziativa popolare “per un Canton Vallese senza grandi predatori”, che propone un nuovo articolo costituzionale mirato alla gestione e regolazione di queste speci alogene. La raccolta firme si concluderà ad inizio maggio 2017 e sin’ora ha già raccolto più di novemilacinquecento firme. L’iniziativa popolare vallesana si può già considerare riuscita e il Popolo di questo Cantone dovrà votare in merito.

In questi giorni anche il Parlamento del Canton Uri ha approvato con 41 voti favorevoli (16 i contrari e tre gli astenuti) una risoluzione che invita il Consiglio di Stato di voler adottare provvedimenti più efficaci al fine di ridurre i danni causati dal predatore nell’agricoltura, rilevando che la protezione delle greggi è un fallimento e i conflitti legati al predatore si moltiplicano.

Un altro tema riferito alla problematica dei Grandi predatori che in questi ultimi mesi si pone a livello nazionale s’incentra sulla domanda a chiedersi se in Svizzera vi sono solo lupi o se sono anche presenti degli ibridi della stessa specie, ossia l’incrocio cane-lupo. L’ibridazione del lupo non esiste in natura giacché specie creata dall’uomo e notoriamente è meno schiva del lupo verso l’uomo e i suoi insediamenti. Il dibattito è in corso e non ha ancora nessuna risposta.

A livello della Confederazione e dei Cantoni il dibattito e le azioni concrete sono in discussione e in via di elaborazione. Si deve costatare che a livello nazionale, seppure molto lentamente, qualcosa si muove e che le sensibilità vanno mutando.

E NEL CANTONE TICINO COSA SUCCEDE?

Anche a livello cantonale la “problematica lupo” e in generale dei grandi predatori è in questi anni assai dibattuta e oggetto nel paese di vivaci e contrastanti dibattiti e confronti.

L’attualità della problematica è dimostrata dai numerosi atti parlamentari presentati negli ultimi quindici anni da diversi Deputati. Quest’attività parlamentare ha impegnato più volte il Consiglio di Stato in argomentazioni e risposte.
A titolo orientativo facciamo seguire la lista dei vari interventi presentati dai deputati: Eva Feistmann (doc. no. 84.02), Elena Bacchetta (doc. no. 50.13), Patrizia Ramsauer (doc.ti no. IG584/283.13), Regazzi Fabio (doc.ti no. 22.01/256.07), Norman Gobbi (doc. no. 150.06), Sergio Savoia (doc.ti no. 47.06/282.13), Fabio Badasci (doc.ti no. 103.11/83.14), Francesco Maggi (doc.ti no. 141.08/375/1090/IG404), Cleto Ferrari (doc.ti.no 476/432/1129), Franco Celio (doc.ti no. 417/432/134.04/1009/31.06), Germano Mattei (doc. no. 1631), messaggio no. 6083 sulla mozione no. 20.2.2006 di Cleto Ferrari/Franco Celio/Norman Gobbi (doc. no. 476), messaggio no. 6046 sulla mozione no. 21.06.2005 di Franco Celio/Cleto Ferrari/+6 cofirmatari, messaggio no. 5901 sulla mozione 10 maggio 2004 di Francesco Maggi/+14 cofirmatari, messaggio no. 7081 sulla mozione no. 17.12.2013 di Franco Celio/+11 cofirmatari, messaggio no. 5894 sulla mozione no. 18.04.2005 di Franco Celio.

Si evince che la problematica della gestione dei grandi predatori ha impegnato a scadenze regolari il Consiglio di Stato e il Parlamento, coinvolgendo parlamentari di diverse sensibilità e provenienza politica. Il tutto evidenzia quanto è sentita la tematica, con le preoccupazioni che solleva, unitamente alle conseguenze psicologiche, di sensibilità ed economiche che coinvolgono i diversi attori presenti nel territorio.

In particolare vi è da ricordare la decisione del Gran Consiglio del 23 novembre 2015 sulla mozione 17 dicembre 2013 presentata da Franco Celio e con firmatari (Badaracco-Dominé-Galusero-Garzoli-Gianora-Giudici-Gobbi-Orsi-Pellanda-Schellmann-Vitta), denominata: rivedere le norme a protezione dei lupi. Il Gran Consiglio con 61 voti favorevoli 7 contrari e 8 astensioni ha approvato il rapporto della Commissione della legislazione, accogliendo la mozione che chiedeva al Governo di identificare eventuali misure di accompagnamento alla revisione della legge, adottabili anche a livello nazionale. A onor del vero nessuna azione concreta è conosciuta a tutt’oggi da parte del Governo nello spirito della decisione del Gran Consiglio.

In questo contesto il Consiglio di Stato non ha ancora dato risposta concreta, tra l’altro più volte promessa, alla decisione del Gran Consiglio del marzo 2010 in cui si stabiliva: “oltre al risarcimento dei capi predati, vanno risarciti i costi derivanti dalla ricerca e dal ricupero dei resti delle carcasse, nonché dalla perdita del prodotto conseguente”. Una risposta a questa tematica è urgente anche in considerazione delle recenti predazioni avvenute negli anni scorsi, nel 2016 (Monte Carasso, Capriasca – Val Colla, Val Bavona, Auressio, Brontallo) e in questi giorni in Val Leventina.

In concreto sul terreno si costata che da parte degli allevatori vi è un’accresciuta sensibilità alla protezione delle greggi mediante recinzioni apposite e l’uso di altri metodi di prevenzione (cani di sorveglianza, lama, ecc.). Nonostante questi accorgimenti di prevenzione le predazioni continuano, anche tra l’altro intaccando in modo preoccupante l’habitat della selvaggina (camosci, caprioli e piccoli cervi in particolare). Si deve sempre più costatare che le auspicate misure di protezione non sempre sono all’altezza della scaltrezza di questi animali selvatici che, grazie all’innato istinto alla predazione, facilmente si adattano alle situazioni trovando astuti metodi per aggirarle.

Nell’ambito delle misure di prevenzione che si possono prevedere e attuare si è sempre nell’attesa delle conclusioni dello Studio che il Consiglio di Stato ha affidato il 21 giugno 2014 allo Studio Agridea SA di Losanna con un onorario previsto di fr. 107’976. Lo studio doveva effettuare un’analisi strutturale dell’applicazione delle misure di protezione delle greggi in Ticino e doveva essere presentato per il mese di aprile 2015. A quasi due anni dalla sua preventivata conclusione l’atteso elaborato purtroppo non è ancora stato pubblicato.

A livello cantonale, nel sito web del Dipartimento del Territorio, esiste poi un’interessante rubrica-statistica con registrate le predazioni che sono ufficialmente riconosciute (http://www4.ti.ch/dt/da/ucp/temi/grandi-predatori/comunicati-e-attualita/attualita/). Purtroppo si costata che la statistica non è più aggiornata dal 18 gennaio 2016, seppure nel frattempo vi sono state diverse predazioni.

Si conclude che della problematica dei “grandi predatori” nel nostro Cantone si è parlato e si parla assai, tra l’altro con diverse chiare prese di posizione del Parlamento assunte a larga maggioranza, ma poi in concreto si costata da parte dell’esecutivo la mancanza di determinazione politica a voler affrontare concretamene e di petto la problematica che sta diventando sempre più preoccupante. Non è più sostenibile la giustificazione che si tratta in prevalenza di una tematica gestita e di competenza della Confederazione. Sulla scorta delle azioni concrete intraprese dai Cantoni citati in precedenza, riteniamo che sia giustificata e necessaria un’incisiva azione cantonale nei confronti del Consiglio Federale. Necessarie sono pure azioni concrete a livello cantonale che diventano sempre più urgenti e indispensabili.

Si deve comunque costatare che a livello dei settori immediatamente coinvolti nella problematica, come il corpo dei Guardia Caccia e dei funzionari della Sezione agricoltura, vi è una buona disponibilità nell’attuazione di azioni concrete come, per esempio, il rilevamento delle aggressioni in loco e il prelievo dei reperti autoptici e con la messa in attuazione di un sistema di allarme via SMS per gli allevatori e con la messa a disposizione di kit di soccorso.

CONCLUSIONI

L’abbandono che è in atto da decenni di vaste aree alpine, i nuovi orientamenti della politica agricola, legislazioni eccessivamente conservatrici e di protezione, la ricerca di effimere comodità, la globalizzazione sociale ed economica, sono realtà che causano lo spopolamento d’interi villaggi e vuotano le vallate. Si sta disegnando con continuità e senza interruzione un territorio abbandonato e adatto al ritorno e alla diffusione dei grandi predatori. La mancanza della presenza capillare e diffusa dell’uomo nel territorio ci porta a considerare che già da oggi dovremo imparare a convivere con queste nuove realtà. Convivere non vuol tuttavia dire restare a guardare senza far nulla, o come qualcuno vuol far credere, di lasciar fare esclusivamente alla natura, in ragione di una dubbia e discutibile biodiversità a senso unico. Ma di quale biodiversità si parla quando si deve considerare che l’uomo, ma nello stesso modo anche gli animali e la flora, hanno da sempre nei secoli continuato a selezionare le diverse specie!

Nel contesto generale si costata che l’unica specie in questo momento in via d’estinzione e da proteggere nelle regioni di montagna è quella dell’uomo.

Affinché la necessaria presenza umana possa continuare – presenza che nel corso di secoli ha plasmato e curato con un duro e continuato lavoro gli splendidi ambienti alpini che ci sono stati tramandati e che amiamo ammirare sulle cartoline o nei documentari – devono essere adottati tutti i mezzi possibili per gestire la situazione di degrado che non può essere condivisa, anche per le importanti conseguenze di disfacimento ambientale che sono in atto. Sono realtà che non creano solo danni e disagi nelle zone periferiche e di montagna, ma che hanno ripercussioni e conseguenze materiali e finanziarie anche nelle zone di pianura e urbane: eccessivo imboscamento, degrado e scivolamento dei pendii, scoscendimenti, accresciuta incidenza delle valanghe, alluvioni devastanti dalle montagne alla pianura.
Esempi concreti, anche tragici, li abbiamo toccati recentemente con la mano anche nel nostro Cantone. Sono poi notizie recenti i disagi causati dalle piogge dello scorso autunno nella vicina area ovest dell’Italia (Liguria, Cuneo, Piemonte), in Sicilia o gli eventi causati dalle recenti copiose nevicate nel Centro Italia.

Parlare di possibile convivenza tra uomo e grandi predatori può essere il tema di una bella fiaba, ma ha nessun riscontro nella cruda realtà del vissuto quotidiano. Basta leggere la cronaca di quanto succede in Francia e nella vicina Italia ove vi sono mamme che accompagnano a scuola i propri figli con il fucile tra i sedili dell’auto, poiché vi sono stati attacchi palesi di mute di lupi. O la paura di famiglie che abitano le vallate attorno al Monviso, che non lasciano più uscire i bambini da soli siccome sovente il lupo si aggira tra le case dei villaggi! Assai illuminante sulla problematica è l’articolo del 21 marzo 2016 di Franco Zunino, Segretario dell’Associazione italiana Wilderness “Lupo e rischio di aggressione all’uomo: verità, bugie e mistificazioni. Come si fomenta la paura (e l’odio) per il lupo nell’illusione di non farla crescere!” (www.iocaccio.it/lupo-e-rischio-di-aggressione). In questo interessante articolo è proposta la statistica (non ufficiale) delle aggressioni in Italia dal 2011 al 2016. Sono citate almeno 12 aggressioni all’uomo! Lo stesso articolo propone pure uno stralcio di uno studio su casi di antropofagia del lupo in Padania nel primo quarto dell’ottocento, citando 58 casi di fanciulli uccisi dai lupi. Sono informazioni utili per portarci a non banalizzare una problematica che come detto non si presenta in nessun modo come una bella fiaba o nelle vesti del “peluche” di turno.

INTERROGAZIONE

Considerata la delicatezza del momento che si sta vivendo, in particolare nel settore dell’allevamento e della pastorizia, ci permettiamo chiedere al Consiglio di Stato quanto segue:

1. Considerati i capi predati in queste ultime settimane non ritiene il Consiglio di Stato di voler intraprendere i passi necessari all’attenzione dell’autorità federale per ottenere l’autorizzazione per l’abbattimento di uno o più lupi?
2. Non intende il Cantone Ticino sostenere con la sua sottoscrizione l’iniziativa del Canton Vallese “lupo, la festa è finita”, iniziativa in questo periodo in discussione alle Camere federali?
3. Quali sviluppi concreti vi sono stati dopo la decisione del 23 novembre 2015 del Gran Consiglio d’approvazione della Mozione Celio “rivedere le misure di protezione dei lupi”?
4. A che punto sono le decisioni riguardanti gli ulteriori aiuti da accordare agli allevatori colpiti dalle predazioni, in particolare l’applicazione della decisione del Gran Consiglio del marzo 2010 (rapporto 6046 – 6083) in cui si stabiliva che “oltre al risarcimento dei capi predati, vanno risarciti i costi derivanti dalla ricerca e dal ricupero dei resti delle carcasse, nonché dalla perdita del prodotto conseguente”. Il regolamento annunciato è stato elaborato? Quando si prevede di metterlo in applicazione? Quali crediti sono stati previsti per finanziare le misure di sostegno e d’indennizzo necessarie?
5. A che punto è l’elaborazione dello Studio affidato il 24 giugno 2014 alla Ditta Agridea SA per effettuare un’analisi strutturale dell’applicazione delle misure di protezione delle greggi in Ticino e per quale motivo non è stato presentato entro la data fissata ad aprile 2015, quindi quasi due anni or sono.
6. Chiediamo se le analisi del DNA dei capi predati sono effettuate dopo ogni aggressione, se la definizione del tipo di lupo è accertato per ogni evento e se vi sono analisi in relazione all’ibridazione cane-lupo della specie.
7. Quali sono i costi che il Cantone deve sopportare per queste analisi e per la gestione della problematica Grandi Predatori? Vi è una partecipazione della Confederazione a copertura di questi oneri?
8. Qual è l’onere annuale degli indennizzi per capi predati dal 2010 e vi è una partecipazione della Confederazione?
9. Considerato la particolarità geografica del nostro Cantone e le possibili migrazioni tra Cantoni e verso l’Italia dei Grandi predatori quale tipo di contatto e scambio d’informazione sono attualmente in uso e come s’intende svilupparlo nel futuro?
10. Per quale motivo la statistica cantonale delle predazioni non è più aggiornata?

Germano Mattei, Movimento MontagnaViva,
Franco Celio, PLR; Graziano Crugnola, PLR; Alex Farinelli, PLR; Walter Gianora, PLR; Omar Terraneo, PLR; Giorgio Pellanda, PLR; Fabio Käppeli, PLR; Sabrina Gendotti, PPD; Luigi Canepa, PPD; Gianrico Corti, PST; Sergio Morisoli, la Destra; Fabio Badasci, Lega; Andrea Zanini, Lega.


Info Centro Alp Transit a Pollegio: un acquisto interessante

di Tiziano Galeazzi, per il gruppo La Destra

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Premessa
Abbiamo appreso dagli organi di stampa che il Consiglio di Stato avrebbe declinato l’offerta di acquisto dell’immobile “Info Centro” di Alp Transit Gotthard AG, fissata a un importo simbolico di CHF 100’000.–. Il costo di realizzazione dello stabile si è attestato a 12 milioni.

Sempre sulla stampa si riportano le considerazioni del Governo: “La decisione è dovuta all’impossibilità di trasformare la struttura in un centro diurno per anziani, visto che l’Associazione terza età ha optato per un’altra soluzione. Negli anni scorsi il Consiglio di Stato aveva vagliato altre opzioni per trovare una destinazione all’edificio, che però non erano andate in porto. Ora, di fronte alle ristrettezze finanziarie, il Governo rinuncia definitivamente a comprare lo stabile. Alp Transit rimane dunque proprietaria della costruzione e dovrà decidere cosa farne.”

In considerazione del prezzo di acquisto molto favorevole appare poco chiara e lungimirante la decisione del Consiglio di Stato, in modo particolare per i seguenti motivi:¨

• Lo stabile ha una volumetria importante (almeno 5’000 m3).
• Nello stabile sono presenti uffici open space che potrebbero ospitare almeno 50 postazioni di lavoro, diverse sale riunioni e una cucina attrezzata. Il costo dell’infrastruttura per postazione di lavoro risulterebbe irrisorio (circa CHF 2’000.-).
• Diversi stabili dell’amministrazione cantonale sono vetusti e questo immobile permetterebbe di alloggiare alcuni servizi e uffici, evitando ingenti spese di ristrutturazione.
• È quantomeno inverosimile che non sia stato individuato un possibile utilizzo, viste le considerevoli dimensioni ed esigenze logistiche dell’amministrazione cantonale.
• Il costo ipotizzabile per interessi, ammortamenti e manutenzione dello stabile sarebbero irrisori (massimo CHF 20-30’000.- /anno)
• A quanto risulta non vi sono alternative per l’acquisto da parte del Pubblico, oltre al Cantone, a questo punto si prospetta quindi la vendita a privati o la demolizione.

In considerazione di quanto sopra, il Gruppo La Destra invita il Governo a ritornare sulla propria decisione e considerare questa spesa, alquanto simbolica, un investimento per una destinazione sicuramente utile, che con il tempo potrà essere definita, ad esempio per un dislocamento di alcuni servizi amministrativi, che permetterebbe di rimettere in affitto gli immobili lasciati vuoti.

Sicuramente la cifra irrisoria di questa spesa iniziale di CHF 100’000.– verrebbe ammortizzata e recuperata in un breve lasso di tempo, pensando poi che inciderebbe solo per lo 0.0028% ca. sull’intera voce delle spese dello Stato (CHF 3.65 miliardi ca.) e per lo 0.044% ca. sugli investimenti (CHF 225 milioni a bilancio).

Con un occhio al portafoglio sì, ma anche più lungimiranza e prospettive, perché questa occasione non la si può perdere.

Gruppo La Destra
(Tiziano Galeazzi, UDC)


Riforma III non equilibrata e comporta sacrifici

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La Riforma III dell’imposizione delle imprese non è ancorata al territorio ed è molto distante dei cittadini e dalla società civile. Si tratta di una riforma che non tiene conto della sostenibilità ambientale, economica e sociale. Ritengo che in questa fase di riduzione dei costi del lavoro e di pressione sui salari, l’imposizione fiscale delle imprese sia l’unico strumento reale che permetta di socializzare almeno una piccola parte dei profitti.

Una riduzione dell’imposizione delle imprese – di fatto – porterebbe a un ulteriore arricchimento degli azionisti e ad un indebolimento degli strumenti che lo stato ha a disposizione proprio per affrontare le esternalità prodotte dal nostro sistema economico. Una riforma che dal principio ha bisogno di essere accompagnata da misure sociali mostra che non è equilibrata e che comporterà in seguito sacrifici molto importanti.

Con questa riforma le imprese verseranno un terzo in meno di imposte, ma non si chiede niente in cambio: nessun contributo supplementare, nessun criterio legata alla sostenibilità ambientale, nessun impegno verso lo stato, neppure quello di versare salari decenti. Il rispetto del territorio e dell’ambiente devono essere una priorità per il nostro paese. Questa riforma potrebbe attirare nuove società che però consumano il territorio, intasano le strade e sfruttano la manodopera causando dumping e costi sociali molto elevati per tutta la società e le nostre istituzioni. Difficilmente questa riforma potrà generare e creare nuovi posti di lavoro, con il processo di digitalizzazione e con l’innovazione di processo nelle fasi produttive verranno a mancare ulteriori posti di lavoro. Alla fine lo Stato si troverà più povero di fronte a una massa crescente di persone in difficoltà, realtà che ben conosciamo in Ticino.

I Verdi del Ticino sono a favore di una politica fiscale equa e sostenibile. Per noi è fondamentale ritrovare il pragmatismo elvetico, la ricerca del consenso e delle decisioni condivise. Occorre sviluppare una visione più a lungo termine della società, trovare nuove vie di pensiero, nuovi criteri di analisi, per trovare nuove soluzioni ai complessi e globali problemi contemporanei.

Usman Baig, co-coordinatore de i Verdi del Ticino