La Migros, la cui cooperativa ticinese è presieduta da Monica Duca-Widmer, ha ammesso di vendere fra i propri scaffali prodotti provenienti dai Territori occupati. È vero, la Migros in Svizzera ha fatto un passo avanti, informando la propria clientela dell’esistenza nel proprio assortimento di prodotti provenienti da uno dei principali focolai di guerra del Medio Oriente. Ma è etico che nel nostro carrello della spesa finiscano prodotti provenienti dai Territori occupati, che sono fra le principali cause della guerra cinquantennale fra israeliani e palestinesi?

Oggi abbiamo dato la notizia che la Migros ha ammesso di vendere nei suoi supermercati prodotti provenienti dai Territori occupati (contro ogni concezione del diritto internazionale da parte di Israele a scapito dei palestinesi).
Migros è la prima impresa della GDO (grande distribuzione organizzata) in Svizzera, e una delle dieci più grandi aziende elvetiche. Aggiungiamo che Migros (assieme a Coop, Sunrise, Orange e Swisscom) è uno dei primi cinque grandi inserzionisti pubblicitari per i media svizzeri. Sarà per questo che raramente sui media elvetici si possono leggere articoli critici nei confronti di questo colosso industriale.
Migros è una cooperativa, anzi la più grande cooperativa mai esistita in Svizzera. Questo significa che i “padroni” di questa azienda sono i suoi piccoli soci-cooperatori, ossia i consumatori-clienti che vanno a fare la spesa nei suoi supermercati.
La domanda da porsi è se i “padroni” della Migros, ovvero i suoi soci-cooperatori, condividano o meno che questa azienda venda (e dunque finanzi) prodotti provenienti da aziende ubicate nei Territori occupati (illegalmente) da Israele. Già, ma per saperlo bisognerebbe convocare un’assemblea dei soci-cooperatori, e aprire un dibattito su questo tema in quella sede. E qui ci sorge la seconda domanda. Chi si ricorda l’ultima vera assemblea aperta a tutti i soci-cooperatori di Migros Ticino? Certo, ogni anno ai soci-cooperatori della Migros viene chiesto, tramite un invio per posta, di approvare o respingere i conti, di suggerire qualche consiglio e/o critica, eccetera. Ma di assemblee, dove poter realmente discutere fra soci e decidere quali indirizzi dare alla “propria” azienda, neanche l’ombra.
Ecco, la Migros (ma la Coop non è tanto diversa) è una (permetteteci il termine) cooperativa “snaturata”. I membri del comitato della cooperativa vengono cooptati, e a decidere tutto quello che conta è sostanzialmente il management, più o meno autoreferenziale come in una qualsiasi public company, alla stregua per certi versi di una Morgan Stanley o di un General Elettric.
I soci-cooperatori della Migros non possono trovarsi in assemblea a discutere quali prodotti vendere e quali no, se commercializzare i prodotti di aziende dei Territori occupati, ma anche quale politica salariale adottare per i propri collaboratori-dipendenti, con quali criteri costruire i propri supermercati, seguendo l’impostazione della bioarchitettura o quella tutta incentrata sul cemento armato e capannoni anonimi, oppure ancora come e dove investire il percento culturale.
La formula della cooperativa per la Migros (come per altre grandi società) è solo un sistema che permette di avere qualche vantaggio fiscale, ma soprattutto per fidelizzare i propri clienti, che essendo in buona parte anche soci-cooperatori hanno un tasso di fedeltà maggiore per un’azienda che sentono propria. Ecco lo snaturamento. La cooperativa da “modello alternativo” alle società anonime (SA) diventa di fatto un semplice strumento di marketing per la fidelizzazione. E nessuno, nemmeno Verdi, PSS e Verdi liberali, che a Berna in parlamento pensi di proporre modifiche al Codice delle obbligazioni per rendere più democratiche le cooperative. La domanda da porsi è se quando il legislatore ha pensato alla formula della cooperativa come persona giuridica si intendesse creare un modello di azienda con la governance che ha la Migros, dove di fatto tutte le decisioni strategiche sono prese dal management.
In un periodo in cui il neoliberismo come ideologia imperante è in una crisi forse irreversibile, e in cui il capitalismo non sa produrre una via d’uscita dalla crisi che dal 2008 attanaglia tutto l’Occidente, forse questo dovrebbe essere il momento per interrogarsi sulla vera natura delle grandi cooperative, che sono delle grandi public company che non distribuiscono dividendi, oppure delle società incentrate su concetti quali democrazia e partecipazione (e pensare chi dieci anni fa parlava di “bilancio partecipato” e di “economia pubblica partecipata”), capaci di essere delle reali alternative al modello delle società anonime. Disporre di una “diversità” dei modelli aziendali, del modo di fare impresa, di governance, di etica del profitto (ad esempio non fatto sulla pelle del popolo palestinese!), può essere sicuramente utile in una fase come questa. Non per fare la rivoluzione e rovesciare il sistema capitalistico, bensì per vedere una pluralità di formule aziendali che si confrontano e competono nel libero mercato. L’eterogeneità è sicuramente una ricchezza, ma se poi viene svuotata di ogni significato è semplicemente omologazione. Il quesito da porsi è se le grandi cooperative sono totalmente omologate al modello delle SA, o se sono portatrici di altri valori come quello dell’equità e della pace.
In questi mesi in cui molti in Ticino si sono impegnati per “l’estetica del linguaggio politico”, e si sono assurti a paladini di un neomoralismo strisciante, ci si dimentica di concentrarsi ed interrogarsi su ben altre questioni. Ad esempio, nel carrello della spesa quante volte tutti noi abbiamo messo (consapevolmente o inconsapevolmente) prodotti provenienti dai Territori occupati? Siamo d’accordo che il profitto e il business avvalli relazioni commerciali con aziende ubicate nei Territori occupati, che rappresentano una delle massime espressioni di ingiustizia internazionale? A furia di occuparci “dell’estetica del linguaggio politico” si perdono di vista le cose realmente sostanziali, e proprio Tel-Aviv in Israele ci può dimostrare quanto sia perniciosa “l’estetica del linguaggio politico”, dove fra Likud (destra) e il Labur Party (sinistra) vi sia una grande differenza di toni e di lessico. Ma la sostanza è la stessa. Ossia non restituire ai palestinesi le terre che dal 1966 ad oggi gli israeliani hanno occupato contravvenendo al diritto internazionale e alle risoluzioni dell’Onu.
Post scriptum: il percento culturale della Migros finanzia molteplici attività culturali e di intrattenimento. La Migros, non distribuendo dividendi, rinveste parte del suo utile nel percento culturale, nella Scuola Migros, e nel suo settimanale Azione.
Sarebbe interessante sapere cosa pensa l‘intellighenzia che scrive sul giornale della Migros del fatto che questa azienda venda prodotti dai Territori occupati. Giovanni Orelli, Stefano Vassere (marito dell’ex deputata socialista Chiara Orelli), Orazio Martinetti, Angelo Rossi, Paolo Di Stefano, … magari vorranno esprimere la loro opinione su questa vicenda sull’organo della Migros. Attendiamo con impazienza. Nel frattempo potrebbero donare i compensi per i loro articoli (è risaputo che Azione paghi molto bene i suoi collaboratori) a qualche associazione impegnata in difesa dei palestinesi.
Astrit Dakli, secondo noi la miglior penna di Azione, magari potrebbe fare una serie di articoli proprio per raccontare l’infinito conflitto israelo-palestinese, e spiegare dettagliatamente tutte le risoluzioni di condanna dell’Onu che Israele ha avuto negli ultimi cinquant’anni.
