Una volta, l’appartenenza a un partito accompagnava l’individuo dalla nascita alla morte, anzi era tramandata da padre a figlio, faceva parte del DNA. Era comodo perché ti dispensava dal pensare con la tua testa. Oggigiorno non è più cosi. Le problematiche cui la politica deve far fronte sono complesse e sovente non spiegabili e risolvibili [...]
Una volta, l’appartenenza a un partito accompagnava l’individuo dalla nascita alla morte, anzi era tramandata da padre a figlio, faceva parte del DNA. Era comodo perché ti dispensava dal pensare con la tua testa. Oggigiorno non è più cosi.
Le problematiche cui la politica deve far fronte sono complesse e sovente non spiegabili e risolvibili in funzione delle singole ideologie. Molti più cittadini si allontanano dai partiti preferendo scegliere alle elezioni le personalità che più ritengono degne di fiducia. Capaci di sapere contribuire alla ricerca di soluzioni intelligenti conformi agli interessi della comunità e non più di una singola corrente, categoria o clan. Nell’era informatica, le parole d’ordine non provengono più dai vertici dei partiti, dal momento che il cittadino ha la facoltà di formarsi la propria opinione confrontando le tesi contrastanti, più o meno credibili, trasmesse dai media scritti ed elettronici.
È in questo contesto che si inserisce il legittimo bisogno di promuovere il confronto di idee anche al di sopra degli steccati partitici. Con il fine ultimo di creare alleanze utili al raggiungimento di obiettivi condivisi. Mal si comprende pertanto il clamore suscitato dall’iniziativa di Diego Scacchi e Manuele Bertoli, segno che la libertà d’opinione non è ancora una conquista consolidata. È risaputo che all’interno del centrodestra intercorrono alleanze strategiche puntuali o ricorrenti. Se il centro sinistra fa altrettanto, si fa finta di scandalizzarsi.
D’altronde, che senso ha inseguire la ricerca di un consenso all’interno del Plr – il partito che fra i due ha reagito con più veemenza – quando si sa che le sue correnti, liberista e radicale, che volenti o nolenti si rassegnano a convivere al suo interno, non hanno quasi nulla in comune e secondo le parole di Matteo Caratti – (vedi laRegione Ticino del 6 marzo 2010) – sono attestate su “posizioni antitetiche?”
D’altronde, la voglia di scissione fra le due “anime” non si è mai completamente assopita, ma è sempre prevalso l’interesse a mantenere l’unità formale per non pregiudicare il peso politico conferito dallo statuto di partito di maggioranza relativa.
Aspirazione legittima se tale prerogativa è usata non solo a vantaggio degli esponenti di spicco e del loro entourage, ma favorisce la concertazione politica e soluzioni equilibrate dei contenziosi sul tappeto.
Il grave momento storico che stiamo attraversando esige un cambiamento di approccio e di visioni. I campanilismi vari, i personalismi esasperati, le beghe fra cattolici e agnostici, perfino fra fautori del più o meno Stato (ora che allo Stato è toccato salvare le banche, ma non i posti di lavoro!) dovrebbero essere atteggiamenti tramontati.
Braccia aperte quindi a un movimento che si pone l’obiettivo di innalzare qualità e contenuti del dibattito politico, di offrire una piattaforma di confronto anche alle persone lontane dal “potere”, di chinarsi sulle implicazioni culturali ed etiche di ampio respiro delle scelte alle quali la classe politica non può sottrarsi, anche se ostacolata dal bailamme delle sirene populiste.
Un “incontro democratico” può anche aiutare a forgiare quelle maggioranze – irrinunciabili in democrazia – capaci di superare l’immobilismo che finora blocca strategie coraggiose e lungimiranti, determinanti in un’ottica che travalica i confini del nostro microcosmo.
Eva Feistmann


4 commenti su “Partiti e partitismi – Eva Feistmann”
Mettiamola al rovescio: una volta gli appartenenti al partito seguivano le direttive del partito, non si spostavano a sinistra (e poco) a destra, non uscivano da un partito per entrare in un altro per questioni opportunistiche e, soprattutto, se rappresentavano un partito ne rappresentavano anche l’ideologia.
Oggi non è più così.
Bah, se il pensiero del Matteo Caratti è il metro su cui bisogna misurare la necessità di un dialogo meno becero in Ticino, allora stiamo freschi. Basterebbe andare a rileggere LaRegione tra il giugno 2006 e l’aprile 2007. Comunque..
La gente vuole leggere proposte concrete e vedere fatti da parte del politico, è stufa di assistere a siparietti dove l’unico scopo è quello di trovare il colpevole per un Ticino che marcia sul posto (indietreggiando).
Basta blablablablablablabla
C’era una Consigliera di Stato che proponeva, progettava, faceva bene e lavorando sbagliava pure, ebbene il Consigliere di Stato che nel 2006 ebbe la buona idea di riprendere parte del suo dipartimento prendendosi pure dei meriti non suoi ORA viene a calar lezioni di collaborazione e collegialità all’interno del PLRT.
L’impressione generale è che di politici che sanno cosa voglia dire lavorare per il bene pubblico e vogliono lavorare per i ticinesi non ce ne sono.
Tanti quaraquaqua. Tredici mesi di tempo per cambiare questa classe politica, ma sia chiaro che di intellettuali o cultori della politica, questo Ticino, non ne ha bisogno.
>>> de la Vega
Parole sagge le tue, che purtroppo solo pochi (ma buoni) raccolgono.
Il rappresentante del partito della Regione Matteo Caratti in Piffaretti ha poco da calar lezioni in ogni campo. Un perfetto 610 (anzi gli è pure stata negata l’appartenenza al prestigioso club in quanto considerato ancora meno di 0).
Fra 13 mesi 5 “bambela” da cambiare. In pensione (quella che non pagano ma percepiscono) faranno meno danni che in carica.
>>bike l’impressione è che certi benpensanti facciano finta di non ricordare ciò che hanno fatto. È buona cosa ricordar le loro responsabilità del recente passato, altrimenti corriamo il rischio di auto-convincerci di essere dei perfetti imbecilli e colpevoli (di cosa poi?)
ARIA!