26 gen 2012 - 07:43

Imponenti manifestazioni nelle maggiori città egiziane per ricordare il primo anniversario della rivoluzione, che però deve essere ancora completata. Di seguito un’attenta analisi di cosa è successo in quest’ulimo anno.

Al termine di una giornata festosa, tranquilla dal punto di vista dell’ordine pubblico e storica, è il momento per stilare un bilancio a un anno dalla rivoluzione che ha estromesso il presidente Hosni Mubarak, dopo 30 anni di regime sempre più repressivo. La giornata è stata festosa anche per l’annuncio, il giorno prima, della liberazione di quasi 2000 prigionieri politici e per l’abolizione dello stato di emergenza, in vigore da 30 anni. I giovani per la rivoluzione rimangono scettici, già in passato è stata annunciata la sospensione dello stato di emergenza con l’eccezione dei trafficanti di droga, oppure dei terroristi, e anche stavolta si fa eccezione per i teppisti. Ma al di là del più che giustificato scetticismo, la splendida giornata dopo le pioggie del giorno prima, ha incorniciato un’imponente massa di egiziani che tra il Cairo, Alessandria, Suez, Port Said e altre città egiziane ha ampiamente superato il milione di manifestanti. La piazza, simbolo della rivoluzione, era ricolma oltre ogni più rosea previsione e lunghe marce hanno caratterizzato la giornata, riempendo le vie del Cairo di slogan, canti e rappresentazioni allegoriche, dimostrando che quando conta, gli egiziani sono un popolo molto unito, organizzato e civile.

Stilando un bilancio su quanto è stato fatto finora e di quanto resta ancora da fare, si può dire che se da un lato si è potuto assistere alle prime elezioni libere in oltre 60 anni, dall’altro il regime ha continuato a mantenere il controllo attraverso il Consiglio supremo delle forze armate (Csfa), un esecutivo di 18 generali presieduto dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi. Se questo non bastasse, va ricordato che le forze armate controllano circa il 30% dell’economia egiziana. Industrie, alberghi, autostrade e persino squadre di calcio di serie A sono appannaggio dei militari, che godono di innumerevoli privilegi e un patrimonio immobiliare che farebbe impallidire persino il Vaticano, ma non tanto per i monumenti storici, quanto per la vastità dei terreni anzi no, dei territori. Qualunque scelta o presa di posizione da parte della classe politica, non potrà non tenere conto di questo fatto imprescindibile.

Ma guardiamo caso per caso per fare un bilancio più preciso, sia dal punto di vista politico, che dei diritti umani, della giustizia e dell’economia.

Politica
Il Csfa ha sciolto entrambi i rami del parlamento dopo solo due giorni dalle dimissioni di Mubarak l’11 febbraio 2011. Ma ci sono volute altre proteste e manifestazioni per costringere l’esecutivo militare a sciogliere il Partito nazionaldemocratico (Pnd), veicolo politico del passato regime, e dimissionare il governo instaurato da Mubarak durante la rivoluzione. A sciogliere il Pnd ci ha poi pensato la Corte suprema amministrativa. Successivamente si è cercato di impedire agli ex dirigenti e parlamentari del partito di ripresentarsi alle elezioni parlamentari, ma è mancato un decreto in tal senso. Ciononostante, il loro risultato è stato ininfluente, avendo costoro guadagnato soltanto 13 seggi dei 498 in palio.
Oltre al parlamento, il 13 febbraio i militari avevano anche sospeso la costituzione. Furono proposti alcuni emendamenti, approvati dal popolo il 19 marzo. Uno degli emendamenti propone che il nuovo parlamento nomini un’assemblea costituente di 100 membri entro sei mesi col compito di redigere una nuova costituzione e sottoporla al popolo. Secondo i promotori della rivoluzione, sarebbe stato meglio prima riscrivere la costituzione eppoi procedere alle elezioni, prevedendo ciò che in effetti è accaduto e cioé un parlamento dominato dagli islamisti, quando invece i promotori della rivoluzione erano soprattutto laici e liberali.
Lodevole invece la riforma del sistema elettorale che ha tolto gli impedimenti imposti da Mubarak nel 2007 per evitare lo svolgimento regolare delle elezioni, dopo la forte avanzata degli islamisti del 2005. Considerato la complessità del sistema elettorale, nonché la totale mancanza di esperienza da parte della maggior parte delle persone coinvolte, si può effettivamente dire che le elezioni sono state, nel complesso, regolari e democratiche. Le rari contestazioni e irregolarità sono state regolate con la ripetizione della consultazione in quei seggi dove si sono verificati i casi più gravi, mettendo tutti d’accordo. L’intero processo elettorale è stato indubbiamente il principale successo politico durante questo anno di governo militare. La partecipazione è stata enorme, oltre il 54% se si tiene conto anche dei ballottaggi che ovviamente richiamavano meno elettori, un grande passo avanti rispetto al 10% alle consultazioni dell’era Mubarak.
Grazie alle proteste del novembre scorso, il Csfa ha dovuto anticipare le elezioni presidenziali che si terranno entro giugno di quest’anno, invece che nel 2013 come volevano i militari. Nel frattempo però si saranno tenute anche le elezioni della camera alta dove l’esecutivo potrà nominare direttamente un terzo, cioé 88 dei 264 membri. Già con la camera bassa il Csfa è proceduto alla nomina dei 10 membri di sua competenza, ma non ci sono state contestazioni perché non hanno sovvertito la maggioranza, ma solo provveduto a nominare altri tre rappresentanti cristiani e personalità per garantire almeno la presenza delle varie minoranze. Con la camera alta invece, l’ingerenza dei militari potrebbe essere significativa e si fanno pressioni affinché sia il nuovo presidente a nominarli.

Diritti umani
Durante l’anno di transizione dalla caduta di Hosni Mubarak, è rimasta in vigore la legge marziale che ha permesso migliaia di arresti indiscriminati, torture, repressione e tribunali militari a giudicare i civili. Ben 12’000 persone sono state sommariamente giudicate da tribunali militari, cosa mai vista nei trent’anni precedenti. La repressione è stata dura anche nei confronti di bloggers come Maikel Nabil e Alaa Abd El-Fattah, e organizzazioni dei diritti umani, con la scusa di possibili infiltrazioni straniere. Senza contare che centinaia di manifestanti sono stati uccisi anche dopo le dimissioni di Mubarak. Secondo quanto affermato dal Feldmaresciallo Tantawi in settimana, lo stato di emergenza, in vigore durante l’intero mandato trentennale di Hosni Mubarak, è stato finalmente abrogato, con l’eccezione degli atti di teppismo. Gli attivisti ci credono poco, visto che la maggior parte delle manifestazioni erano, appunto considerate atti di teppismo. Ora si tratta di vedere come e quando verrà applicata l’eccezione per capire come stanno veramente le cose. Il fatto è che l’istituzione militare ha completamente compromesso l’idillio che si era istaurato all’indomani della caduta di Mubarak, perdendo l’intero capitale di credibilità e simpatia che prima godeva nella popolazione. Il caso recente del pestaggio di una donna ripreso dai media di tutto il mondo ha completamente screditato le forze militari, a tal punto che diversi alti ufficiali hanno dato le dimissioni per non subire l’onta della vergogna.
Ancora in alto mare invece la riforma della polizia, vero nodo gordiano che il nuovo governo a guida islamista dovrà risolvere. I militari hanno preferito non mettere mano alla gigantesca infrastruttura in mano al ministero degli interni e anzi, hanno anche confermato alla guida del ministero Mohamed Ibrahim, noto per la sua mano pesante nei confronti dei manifestanti. Se è vero che la temuta polizia politica è stata in apparenza disciolta, è anche vero che l’intero corpo si è ritrovato gattopardoscamente tale e quale nelle nuove forze di sicurezza nazionale.
Un altro aspetto positivo è indubbiamente la libertà che certi media hanno potuto godere in quest’ultimo anno. Sono nati nuovi canali televisivi e quelli esistenti hanno potuto usare un linguaggio molto più schietto rispetto a prima. Persino i Fratelli musulmani hanno di recente potuto inaugurare un loro giornale. Cionondimeno, ci sono stati casi isolati di repressione nei confronti di alcuni canali televisivi, specie quando criticavano le forze armate. La TV statale ha cambiato il direttore, ma non la musica, tant’è che spesso continuava a sventolare lo spettro della mano straniera nei disordini di piazza, al punto di instaurare sentimenti xenofobi tra gli egiziani, che al contrario, sono invece molto aperti e cordiali verso gli stranieri. Va da se che certe regole di autocensura sono state comunque rispettate dai vari media. Il che significa, niente scene “spinte”, guai a parlare male di qualunque religione ed evitare qualsiasi discorso di incitazione all’odio e alla violenza. E’ stato interessante notare che, per la prima volta, il pubblico egiziano ha potuto così scoprire, grazie ad inchieste giornalistiche, il retaggio ebraico ancora vivo in Egitto e persino il “coming out” dei musulmani sciiti egiziani, discorso tabù fino all’anno scorso e repressi dal passato regime. Da notare che la Chiesa cristiana copta gestisce da diversi anni dei propri canali televisivi dai quali trasmette la santa Messa via satellite.

Giustizia
Indubbiamente, questo è l’aspetto più insoddisfacente del processo rivoluzionario. Nonostante il fatto che la magistratura egiziana sia rimasta tutto sommato indipendente anche sotto Mubarak, sono chiaramente emerse le mele marce operanti ai livelli più alti. Ancora la settimana scorsa, migliaia di manifestanti gridavano sotto le finestre del ministero della giustizia invocando le dimissioni del procuratore generale. Per gli oltre 800 morti e 11’000 feriti durante la rivoluzione, non sono stati aperti fascicoli per incriminare gli ufficiali coinvolti. Finora, soltanto un sottoufficiale di polizia è stato accusato, ma è prontamente scappato. Anche durante i recenti scontri di novembre, quando sono morti 41 manifestanti e 2’000 i feriti, molti per colpa dei lacrimogeni, non si è potuto incriminare nessun responsabile per gli eccessi, nonostante alcuni siano stati individuati. Infine, persino chi tra i militari si è reso colpevole dei “test della verginità” nei confronti di 17 giovani manifestanti in marzo, resta in libertà. Per chi non conoscesse la mentalità egiziana, qualsiasi atto di violenza nei confronti di donne da parte di chi dovrebbe invece proteggerle è un atto di assoluta gravità, quasi peggio dell’omicidio. L’impunità nei confronti di chi si è reso colpevole di tutti questi atti è un fatto totalmente intollerabile e che grida vendetta. L’offerta di soldi ai famigliari delle vittime è stato visto come uno spregio, solo la forca potrà in qualche maniera placare gli animi.
Forca dalla quale quasi tutti vorrebbero vedere penzolare il corpo di Mubarak, soddisfazione che però ben difficilmente potranno ottenere. Diversa invece la posizione dell’ex ministro degli interni Habib al Adly, il quale è indicato come responsabile degli eccidi del gennaio 2011 assieme ad altri crimini. Per lui si prospetta una possibile condanna a morte. Il fatto è che comunque il processo contro Hosni Mubarak e i suoi due figli Gamal e Alaa, si sta dilungando nelle pastoie procedurali, col rischio di un nulla di fatto. Sono diversi i vari ex ministri e fedelissimi del regime che hanno già subito una condanna o sono in attesa di giudizio, ma su tutti spicca il nome di Omar Suleiman. Lui è rimasto inspiegabilmente indenne da qualsiasi accusa, nonostante fosse a capo dell’intelligence di Mubarak e suo braccio destro. Probabilmente sa troppe cose e nessuno osa inimicarselo.

Economia
Il vero punto dolente di quest’ultimo anno è indubbiamente l’economia. Metà delle cospicue riserve auree egiziane sono state “bruciate” durante il 2011 per evitare il collasso totale dell’economia. Molte industrie sono fallite e i senza lavoro sono ormai una marea infinita e coloro che vivono con due franchi al giorno sono ormai più della metà della popolazione. I carburanti per l’autotrazione scarseggiano sempre più e l’inflazione è galoppante. I dati ufficiali parlano di inflazione al 10.5%, ma sono dati fasulli, infatti basta recarsi al mercato per accorgersi che i prezzi dei prodotti alimentari di base sono a volte più che raddoppiati. Se per esempio, un anno fa un chilo di riso costava 4 ghinee, ora ne costa 8, cioé franchi 1.30 al chilo. Frutta e verdura fresca sono diventati un lusso e la salute di molti egiziani ne risente di conseguenza. Un dato su tutti, se un anno fa l’egiziano medio guadagnava circa 3’000 franchi all’anno, ora ne guadagna 2’300, e per costoro non è certo rallegrante sapere che i prezzi dei beni elettronici e degli immobili sono sensibilmente diminuiti, quando faticano a mettere quattro pezzi di pane sul tavolo.
Il governo ha cercato di metterci una pezza, innalzando gli stipendi dei dipendenti dello stato e obbligando contratti di lavoro collettivi a salario minimo, al fine di rimettere in moto l’economia. Sono sensibilmente aumentate le tasse per i ricchi e i sussidi per i generi di prima necessità. Un vero e proprio 180 gradi dalle politiche liberiste introdotte da Mubarak negli anni passati. A soffrire è stato soprattutto il settore del turismo. I grandi operatori internazionali hanno annullato i contratti con le agenzie egiziane, gettandole sul lastrico assieme a migliaia di operatori del settore. Sono in molti a sentirsi pugnalati alla schiena anche perché impossibilitati a far rispettare i contratti già sottoscritti in sede legale per mancanza di soldi. Il fuggi fuggi è stato invece totalmente ingiustificato, tenuto conto che la situazione, specialmente nelle zone balneari, era comunque tranquilla. Ci vorranno anni prima che il settore riesca nuovamente a rimettersi in piedi.
E’ prevedibile un crollo della valuta egiziana in tempi brevi e questo comporterà conseguenze per gli esportatori verso l’Egitto, ma dovrebbe almeno dare un po’ di fiato alle industrie locali.

I compiti che attendono il nuovo governo che sarà nominato prossimamente sono titanici. Il fatto che a gestirli siano i Fratelli musulmani è in parte di consolazione per molti. Infatti, in passato hanno dimostrato grande efficienza, diligenza e onestà nel sostituirsi allo Stato in fatto di assistenza sociale. Ora ci si attende altrettanta capacità da parte di persone che hanno subito sulla propria pelle le sofferenze della tortura, della povertà, conoscendo bene le necessità degli diseredati. Molti si aspettano le dimissioni del Csfa, anche se è assai improbabile prima dell’elezione del nuovo presidente. D’altra parte, gli islamisti dovranno anche loro trovare un compromesso con le forze armate e non intaccare troppo i loro privilegi, affinché possano contare sul loro appoggio durante l’emergenza economica del paese. Il fatto di essersi scelti degli alleati liberali e moderati dovrebbe rassicurare il campo economico e laico. Anche i cristiani copti, che in passato hanno collaborato con i Fratelli musulmani, si fidano del loro operato e sperano in una migliore protezione dagli attacchi di alcune frange estremiste e fanatiche di salafiti.
Gli egiziani in passato hanno saputo mostrare grande resistenza, inventiva e determinazione nei momenti difficili. Questa rivoluzione ha mostrato il meglio ed il peggio degli egiziani e le manifestazioni, che non è esagerato definire oceaniche, di ieri hanno potuto mostrare al mondo intero che in Egitto hanno prevalso le forze migliori.