6 ago 2012 - 16:40

Per anni critico cinematografico alla RSI, abbiamo incontrato Gino Buscaglia per discutere con lui del Festival del film di Locarno. Marco Solari e Olivier Père promossi a pieni voti.


Gino Buscaglia, lei è stato uno dei più importanti critici cinematografici della RSI, storica la tua voce, assieme a quella di Mariano Morace. Quest’edizione del festival, anche secondo alcuni critici della stampa ticinese, ha suscitato meno critiche del solito. Lei che è anche presidente di Castellinaria, quanto serve la polemica per far funzionare un festival?
Non serve a niente! La polemica è solo una cosa divertente per gli addetti ai lavori e per chi legge e si diverte nel vedere la gente che litiga. Un festival, qualunque festival, è lì per farti discutere su quello che ci viene proposto attraverso i film. Sui temi che i film ti hanno raccontato, e su come te l’hanno raccontato. Ed è normale. Non puoi nemmeno dire “perché avete messo questo film in concorso che è una ciofeca”, perché altri diranno che è un capolavoro, e allora a quel punto la discussione parte. Ma va bene, è nella logica delle cose. La polemica negativa è quando succedono altre cose, come quando vedi che è stata costruita una giuria in un modo tale che viene più o meno pilotata… è successo in diversi festival, e in quel caso scoppia lo scandalo. Ma a Locarno non è mai successo. L’unico anno, mi ricordo, in cui c’è stato un conflitto di interessi è successo quando c’era Fréderic Maire. Ci fu un po’ di maretta, e poi la giurata fu sospesa. In fin dei conti aveva giocato sporco lei, non dicendo che era coproduttrice di un film che avrebbe dovuto giudicare. Però il Festival non lo sapeva.

Questi sono casi che rischiano di compromettere la credibilità di un festival.
Cavolo, sì! Se per esempio quella volta il direttore o la presidenza avessero detto “ormai è dentro [in giuria]”, avrebbero fatto un errore grandissimo che sarebbe andato a detrimento dell’immagine e della credibilità del Festival. Però sono casi talmente rari… . Invece sulle scelte dei film la polemica è insita nelle proposte che vengono fatte. Amen.

Questo è ormai il terzo anno di direzione artistica di Olivier Père, che valutazione fa del suo operato?
Devo contestualizzare la risposta in questi termini. Intanto dico subito che dal mio punto di vista Olivier Père è uno dei migliori direttori artistici che Locarno possa aver avuto. Ne ha avuti di ottimi. Come la storica direzione di Marco Müller, che è quella che ha fatto decollare il Festival, buona anche quella di Irene Bignardi, con tutte le sue luci e ombre, un po’ slavata quella di Fréderic Maire, e questa invece è una signora direzione artistica. Soprattutto perché la contestualizzazione sta in questo: Locarno dopo Müller è diventato, grazie anche a Irene Bignardi che gli ha fatto fare il salto finale, un festival generalista di serie A. E non è un paragone con il campionato di calcio. È proprio nella serie A della FIAPF, Federazione internazionale dei festival internazionali, che dà le qualifiche: serie A sono i festival internazionali, AB sono i festival con un indirizzo più specifico, poi c’è la serie B, generalisti ma piccoli, poi c’è il C che sono quelli specializzati. Noi come Castellinaria siamo C, siamo specializzati. Una volta il Festival di Locarno era un festival specializzato in opere prime, poi progressivamente hanno fatto anche le opere seconde e terze, e via dicendo per arrivare a fare il salto. Raimondo Rezzonico era un volpone, e figuriamoci Marco Müller – che è capace di vendere frigoriferi agli eschimesi – ha fatto delle cose ottime portandolo a questo livello. Per cui adesso è un festival generalista come Cannes, Venezia, Berlino. Infatti è quarto fra i più importanti, e quindi può presentare tutto. Una cosa che io dico molto positivamente per esempio di questa direzione è che può presentare tutto e vuole presentare tutto, anche quello che è contraddittorio. A seconda delle sezioni in cui vengono piazzati i film. E però ha salvato quello che era l’intento originario del festival: la scoperta. Per cui ecco che ci sono ancora molte opere prime, e serve per vedere cosa c’è di nuovo. Il problema poi non è nel Festival, ma nelle giurie, che sono capaci di perdere l’occasione. E a Locarno purtroppo è successo molto spesso.

Ricordo che qualche anno fa un suo giudizio radiofonico molto duro su una scelta fatta dalla giuria… .
Esatto! Ma la scelta della giuria non attiene alla scelta della direzione artistica. Semmai bisogna stare più attenti nella scelta dei giurati. Se si vanno a prendere dei “superintellettualini”… allora aspettati di tutto. L’anno in cui fu presentato “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera” di Kim Ki-Dukby… ma quello era il Pardo! Ma neanche un premiuzzo s’è preso! Ridicolo! Buttata via un’occasione! Per premiare un film di cui nessuno si ricorda.

E la presidenza?
Non posso che dire il meglio della presidenza Solari. Perché dopo un presidentissimo come Raimondo Rezzonico che l’ha fatto crescere, Solari è stato capace di finalizzare tutte le cose che lui aveva già accumulato prima canalizzandole sul Festival. E grazie a questo siamo arrivati finalmente ad avere un budget consono con un festival grande. Guardi che 12 milioni di franchi (il budget di Locarno, ndr.) sono ancora pochi. E lui è riuscito ad arrivarci e li spende bene. Noti che 12 milioni di franchi sono 10 milioni di euro. Roma, che è un festival del cavolo, ha un budget di 15 milioni di euro. Non so se rendo l’idea! Dico… Venezia ne ha 20. Berlino ne ha 17. Lasciamo perdere Cannes che ne ha 40, ma quello è un altro discorso… è fuori classifica. Ma perché è fuori classifica? Perché i comuni, il dipartimento, lo Stato, hanno creduto in questa operazione. Il risultato è che adesso gli sponsor a Cannes vanno a dire “per piacere possiamo fare lo sponsor?”. Non ha bisogno di andare a chiedere. Chi produce un film dice “vi dispiace se ve lo diamo?”. Altro che cercarli. Poi gli altri festival si accontentano di quello che avanza. Ma quello è Cannes… .

E qui c’è anche un problema per Locarno, che si trova fra Cannes e Venezia, due grandi festival, e anche Marco Müller si lamentava che faticava ad avere i migliori ospiti, le migliori anteprime… .
Esatto! C’è da dire che grazie al fatto di aver tenuto fermo il principio della scoperta, riescono ancora. E questo è importante. Lì devo dire che Solari da un lato e Père dall’altro stanno facendo un gran bel lavoro.

Irene Bignardi, dopo la direzione di Marco Müller, aveva puntato molto ad un festival in cui i film dovevano far discutere, con momenti di dibattito e di confronto, ad esempio con la rassegna “human rights”. Olivier Père invece da questo punto di vista è tornato a concentrarsi maggiormente sui film e meno sul dibattito che un film può generare… .
Non è del tutto vero, perché con Irene Bignardi c’era una sezione che per così dire era ideologicamente ben profilata (positivamente, niente da dire). Dunque positivo come intento, ma anche con delle limitazioni perché quando sei molto profilato a chi non interessano queste cose a prescindere non ci va e ci sparerà addosso senza aver visto nemmeno un film. Il fatto di non avere più una cosa simile, ma di scegliere comunque oculatamente, perché ci sono un sacco di film che trattano di temi scottanti, il dibattito ce l’hai lo stesso. Ha tolto un po’ di ideologizzazione, ma non ha tolto la sostanza e le occasioni di dibattito che ci possono essere.

Dunque da un suo punto di vista – fra Bignardi, Maire e Père – quella di Père e la migliore direzione artistica?
Al momento attuale da quello che ho visto in questi due anni, questo è il terzo, mi pare di sì. Anche perché lui ha un’idea di cinema “sferica”. E allora ti presenta tutto e il contrario di tutto. Allora puoi pigliarti delle incazzature micidiali per alcune pellicole, e andare in estasi per altre cose. Perché così è la vita in fin dei conti. Il cinema è come la vita e viceversa, come diceva François Truffaut. Lui è un “truffautiano”. Se chiedete a Père “ma perché cavolo hai portato questa stronzata?”, lui mi dirà che non lo è per questo o quel motivo. È dibattito.

All’orizzonte c’è la Casa del Cinema. Uno come lei chissà quante volte ne ha sentito discutere. Quel progetto può essere una soluzione che dà più struttura all’organizzazione del Festival, dandogli uno strumento per svilupparsi ulteriormente?
Ho seguito la questione fin dalle sue origini. Potrebbe, se non si limitasse ad essere un’infrastruttura soltanto al servizio del Festival, ma se diventasse veramente la casa del cinema ad esempio accogliendo, oltre al Festival che è la manifestazione più importante, anche una possibile “film commission” ticinese. C’è già un progetto. Oltre ad accogliere ad esempio l’associazione dei produttori ticinesi, anche Castellinaria, che è un altro festival e potrebbe usufruire dei servizi che la casa del cinema razionalizzando il tutto. Cioè una vera casa del cinema, e non una casa del Festival di Locarno. Il rischio è che essendo fatta a Locarno diventi la casa del cinema di Locarno. Sarebbe una fortissima limitazione. In quel caso mi domando se avrebbe davvero ancora un senso. Dato che la realtà produttiva e d’esercizio ticinese è molto particolare – siamo un paese piccolo eppure con tantissime cose – e spesso proprio perché sono tante si pestano i piedi l’uno con l’altro. Una casa del cinema come si deve potrebbe diventare un centro di coordinamento intelligente, e produttivamente interessante. Perché ottimizzerebbe tutte le diverse offerte.

Dunque magari anche con il CISA?
Ma perché no. È una scuola di cinema… altroché! Ma anche con la possibilità di avere determinati dipartimenti della Supsi… sono tante le cose che si possono fare.

La sua però è una visione diversa da quella che sembra profilarsi, e cioè semplicemente una multisala come il Cinestar.
Su questo indirizzo noi della filiera non siamo d’accordo. La filiera cinema è di fatto un tavolo messo in piedi dal dipartimento della cultura del Canton Ticino, che poi è quello che ci mette i soldi… . Va bene che adesso sono arrivati i dieci milioni, ma poi bisogna vedere se questi milioni sono stati dati così o con tutta una serie di palettini. E se ci sono troppi palettini l’autorità cantonale potrebbe anche non essere d’accordo… .

Dunque non una nuova multisala, ma una casa del cinema per fare di Locarno la capitale del cinema per tutto l’anno e non solo per dieci giorni?
Esatto. Che poi in una casa del cinema ci siano anche delle sale di proiezione è giusto, ci devono essere. Ci devono essere perché durante il festival ce le hai bisogno. Finito il festival, prima e dopo, ne hai comunque bisogno, puoi fare delle attività culturali straordinariamente importanti, ad esempio rivolte alle scuole. Qualcosa di svincolato dal puro e semplice mercato. Perché per i blockbuster abbiamo già abbastanza. Lì si può fare l’essai vero, sono moltissime le cose che si possono fare. Dunque d’accordo per le sale, ci devono stare, ma non deve diventare una multisala come il Cinestar.

In questo festival finora cosa l’ha colpita di più?
Per adesso poco, siamo all’inizio. E poi io sono costretto a mille incontri di rappresentanza come presidente di Castellinaria, e dunque ho visto poco. Vedendo il programma, è un festival di Père, c’è di tutto e di più. Alla fine potrò dire se è stata un’edizione coi fiocchi, oppure coi fiocchetti, oppure con delle striscioline.

Alem/Jorpe