20 lug 2011 - 06:40

Dieci anni dopo il G8 di Genova, le manifestazioni, il Genova social forum, la morte di Carlo Giuliani, … abbiamo voluto intervistare un personaggio d’eccezione: Vittorio Agnoletto. Portavoce del Genova social forum in quei terribili giorni del luglio 2001, autore fra l’altro di un libro da poco uscito, “L’eclisse della democrazia” (scritto con Lorenzo Guadagnucci, edito da Feltrinelli). Una lunghissima intervista, in cui abbiamo voluto ripercorrere quanto accadde dieci anni fa, le conquiste e le sconfitte del movimento altermondialista.


Vittorio Agnoletto, lei è stato nel 2001 il portavoce del Genova Social Forum. Come valuta, a 10 anni di distanza, quell’esperienza?
Un’esperienza estremamente importante, fondamentale. E che ha anche dato i suoi frutti. Per esempio se noi vediamo il referendum che è appena stato vinto sulla difesa dell’acqua pubblica e contro il nucleare, non c’è ombra di dubbio che questi germogli che sono sbocciati oggi derivano da quel seme che è stato seminato dieci anni fa ai tempi di Genova. Il concetto stesso di “beni comuni” nasce nei sei mesi che vanno dal gennaio del 2001 con il Forum mondiale di Porto Alegre, al luglio del 2001 con il Public forum di Genova. E credo che quel movimento avesse assolutamente ragione. Proprio in questi mesi ho avuto modo di rivedere gli interventi che erano stati fatti allora, dieci anni fa, 16, 17, 18 e 19 luglio, prima che il Public forum fosse interrotto dalle violenze della Polizia, ed è impressionante rileggere per esempio il discorso di Walden Bello, che allora era il leader di Focus on the Global South, una delle più importanti organizzazioni dell’Asia, che diceva testualmente “se andremo avanti con questo modello di sviluppo, si arriverà ad una contraddizione insanabile tra il capitalismo e l’equilibrio della biosfera, con la conseguenza di gravi crisi climatiche”, e ancora oltre diceva “se va avanti il processo di finanziarizzazione dell’economia, andremo incontro ad una delle più grandi crisi che la storia abbia mai visto, con enormi conseguenze sul piano sociale”. Questi meccanismi sono andati avanti, non dimentichiamo che oggi per esempio i soli prodotti derivati della Bank of America sono quasi dieci volte tanto il Prodotto interno lordo mondiale. Così come ricordiamo le parole di Zanotelli, “se andremo avanti con un mondo dove l’80 percento delle risorse sono concentrate nel 20 percento dell’umanità, saremo costretti alla guerra permanente per garantirci l’energia”. Ed è quello che è successo: Afghanistan, Iraq, Libia. Quindi, era un movimento che aveva profondamente ragione, che aveva compreso quanto stava avvenendo nella storia dell’umanità, ma che poi – in Europa – non è riuscito a modificare il corso della storia. Per questo abbiamo chiamato la grande mostra aperta durante il mese di luglio a Genova “Cassandra”, per ricordare quella tragica figura mitologica dell’antichità che era in grado di prevedere il futuro, ma non di modificare il corso della storia. Questo è stato il destino del movimento europeo, perché a livello mondiale invece si sono ottenuti dei risultati estremamente interessanti.

Tra il 20 e il 22 luglio del 2001, Genova era in uno stato di guerra, con migliaia di carabinieri, poliziotti e soldati. Eppure il G8 era già profondamente in crisi e delegittimato di fronte all’opinione pubblica. Secondo lei l’assedio delle forze dell’ordine a Genova era – per così dire – il simbolo e il significato dell’inizio della decadenza di questa istituzione, il G8?
Guardi, a Genova c’è stato un tentativo di reprimere fortemente un movimento che, in un anno e mezzo, dal novembre del 1999 con la rivolta di Seattle, fino al luglio del 2001, stava crescendo velocemente e diffondendosi in tutto il mondo. Non dimentichiamoci che pochi mesi prima c’era stato il Forum sociale mondiale, e il movimento si stava radicando in Europa, in Africa, in Asia, oltre che in America latina dov’era nato. Era un movimento che superava l’area classica della sinistra: non dimentichiamo che in Italia deriva da missionari e dai centri sociali, ma che in Brasile, per esempio, dove fu fondato il Forum sociale mondiale, tra le sei organizzazioni che lanciarono l’appello possiamo trovare la Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale brasiliana, possiamo trovare l’associazione degli imprenditori etici brasiliani, che raccoglieva il 15 percento del capitale brasiliano. Intendo dire: era veramente un movimento ampio. Metteva paura a chi governa il mondo attraverso il potere delle multinazionali, e fu decisa una repressione internazionale. Fu un’escalation: la repressione diventa pesantissima qualche mese prima a Praga, poi c’è la repressione a Napoli, con le violenze e le torture per cui furono condannati dei poliziotti, poi c’è Göteborg, qualche settimana prima di Genova, dove un ragazzo rimane in coma. Quando noi iniziamo Genova non sappiamo ancora se riuscirà a sopravvivere o meno. E poi si arriva a Genova. L’obiettivo qual’era? Non solo difendere l’istituzione del G8 in quanto tale, ma difendere una concezione del mondo, gli assetti del mondo, che erano fondati sul potere di alcuni centri sovranazionali completamente al di fuori di un controllo democratico. Mi riferisco non solo al G8, ma anche all’Organizzazione mondiale del commercio, alla Banca mondiale, al Fondo monetario internazionale. Noi allora denunciavamo in modo molto forte per esempio i piani di aggiustamento strutturale del Fondo monetario internazionale, che piegava l’Africa, che distruggeva quel poco di walfare e di servizi che c’erano in Africa. Oggi queste politiche le vediamo all’opera qua vicino a noi, in Grecia, in Portogallo. Quindi, la repressione aveva l’obiettivo di difendere quel sistema, quelle organizzazioni sovranazionali, di difendere il dio mercato rispetto alla centralità dei diritti, che era quello che proponevamo noi.

Lei giustamente diceva che stava aumentando il consenso per il movimento altermondialista, che fra il G8 di Genova del 2001 ed il Forum sociale europeo di Firenze del 2002 sembrava quasi maggioritario all’interno dell’opinione pubblica. Eppure tutte le istanze promosse in quegli anni dagli altermondialisti, come la Tobin tax o l’azzeramento dei debiti dei Paesi poveri, non hanno trovato una loro concretizzazione. Non crede che anche i movimenti altermondialisti dovrebbero fare autocritica su come mai non sono riusciti a portare a casa molto, nonostante i larghi consensi nell’opinione pubblica?
Intanto differenziamo le cose. Lei ha parlato della Tobin tax: noi allora avevamo raccolto oltre 150 mila firme a sostegno della Tobin tax, per farla approvare dal parlamento italiano. Nel parlamento europeo non è passata per un solo voto. Oggi tutti parlano della Tobin tax, addirittura la Merkel propone che ci sia una tassazione sulle transazioni finanziarie speculative. Quindi questo dimostra da un lato che avevamo assolutamente ragione, e dall’altro che le nostre proposte erano talmente ragionevoli che oggi di fronte alla crisi economica sono gli stessi capi di stato a cercare di rincorrerci. Questo mi sembra comunque un risultato che noi abbiamo raggiunto. Per esempio quando abbiamo parlato di beni comuni, in giro per il mondo abbiamo ottenuto dei risultati enormi. Pensiamo per esempio che l’Uruguay ha inserito l’acqua come diritto all’interno della costituzione. Pensiamo all’esempio più eclatante: Correa, che diventa presidente dell’Ecuador, scopre che sotto la regione amazzonica dell’Ecuador c’è il petrolio, ma decide di non estrarlo, perché l’Amazzonia è una parte del polmone del pianeta, e quindi è un bene dell’umanità assolutamente intoccabile. Questi ragionamenti, questo modo di affrontare i problemi, guardando al bene delle future generazioni, nascono tra Porto Alegre e Genova. Quindi: abbiamo diffuso molto di più la nostra cultura di quanto possa sembrare. Io credo che noi abbiamo avuto un limite, soprattutto in Europa. Non siamo stati in grado, una volta che avevamo previsto l’arrivo di questa grande crisi economica, come conseguenza di questo modello di sviluppo, di tradurre queste grande battaglie globali – pensiamo alla battaglia per la cancellazione del debito, alla battaglia per il contenimento della quantità dei consumi – in un linguaggio e in obiettivi estremamente semplici e alla portata di mano, in modo tale che una volta che la crisi era arrivata, come è stato il caso, e avrebbe colpito soprattutto i ceti popolari (perché se uno ha dieci e gli togli due va a otto, mentre se uno ha due e gli togli due va a zero), i ceti popolari potessero vedere nelle nostre proposte degli strumenti efficaci. E invece sono sembrati troppo lontani, non abbiamo fatto la traduzione sul concreto. Non siamo riusciti a rendere evidente come la chiusura delle fabbriche, la disoccupazione incalzante, l’aumento del costo della vita, erano un derivato di questa globalizzazione liberista, della suddivisione del mercato del lavoro attuata a livello internazionale, della delocalizzazione. Ecco, questo è stato il limite più grosso: non aver tradotto in obiettivi concreti e a portata di mano dei ceti popolari i nostri contenuti, che oggi comunque risultano quelli corretti. Perché, voglio dire, cosa ha fatto questo sistema quando ha messo in ginocchio il mondo? Ha rifinanziato le banche con soldi pubblici, che è l’ultima cosa da fare, ma dimostrando proprio quella che è la ragione di questo fallimento: le speculazioni finanziarie, le politiche di cartolarizzazione delle banche e via dicendo.

Torniamo a quei giorni, a Genova, dove c’era la Fiom ma non la Cgil; c’era Rifondazione comunista e i Verdi sole che ride ma non i Democratici di sinistra (oggi Partito democratico) di Massimo D’Alema. Le divisioni di quell’estate quanto sono state dannose per la sinistra italiana in questo decennio? La teoria delle due sinistre, trova proprio durante Genova la sua massima espressione: ma quanto possono realmente esistere – in Italia quanto altrove – due sinistre autoreferenziali?
Mi permetta per questa domanda di uscire dallo scenario italiano. Le faccio un esempio. Il movimento a livello mondiale si batteva (e si batte ancora) per la chiusura dell’Organizzazione mondiale del commercio, che attraverso l’imposizione della libertà totale di mercato, il rifiuto di qualsiasi controllo sul mercato, l’imposizione dei brevetti che durano oltre vent’anni sui farmaci, la mercificazione dei prodotti agricoli, eccetera, è una delle organizzazioni guida della mondializzazione liberista. Il movimento, dicevo, è per la chiusura dell’Organizzazione mondiale del commercio. Bene, mentre il movimento si batteva su questi temi, non dico i DS o il Partito democratico, non dico il gruppo socialista, dico di più, l’internazionale socialista aveva come obiettivo fondamentale la conquista del ruolo di direttore dell’Organizzazione mondiale del commercio, cosa che poi riesce ad ottenere attraverso Pascal Lamy, ex parlamentare socialista francese. Allora, in questo episodio c’è tutto. C’è la distanza enorme fra una sinistra antiliberista, che ritiene che la macchina del liberismo sia da cambiare, e la posizione dell’internazionale socialista, o chiamiamola pure della sinistra moderata, o del centro sinistra, che invece ritiene che la macchina vada bene, che si tratta solo di mettere un proprio uomo alla guida di quella macchina. Ed infatti quell’area politica ha conquistato l’Organizzazione mondiale del commercio, si sta battendo per dirigere il Fondo monetario internazionale, ha votato a favore delle guerre in Afghanistan e in Iraq e le continua a sostenere, in Italia addirittura ha incalzato il governo perché non era abbastanza guerrafondaio in Libia. Allora: sono due concezioni del mondo del futuro diverso. Per esempio, noi iniziamo a discutere che i consumi non possono crescere all’infinito, diciamo che le risorse sono limitate, mettiamo in crisi il paradigma della crescita. La posizione del PD e dell’internazionale socialista è tutt’altro, vivono ancora nel mito della crescita, dell’aumento dei consumi, delle grandi opere, che poi in Italia vuol dire la Val Susa. Questa della TAV sono cadute locali guardandole su scala globale. Il problema è che loro sono favorevoli alle monoculture in alcune regioni del mondo, con i prodotti che viaggiano da una parte all’altra del globo, noi siamo per la filiera corta in agricoltura, siamo per la sovranità alimentare. Sono due concezioni del mondo futuro diverso. Detto questo, la contraddizione tremenda nella quale si è in tutta Europa, e noi lo siamo in Italia ancor più per due tipicità, ossia la legge elettorale e la presenza di un personaggio come Berlusconi, queste due sinistre sono obbligate ad allearsi per sconfiggere la destra, e in Italia per non consegnare ancora una volta il Paese nelle mani di Berlusconi. Questa però è la politica del quotidiano, quello che tatticamente c’è da fare adesso. Ma se alziamo lo sguardo, e vediamo l’idea di mondo, non c’è ombra di dubbio che sia diversa. Non è un problema italiano. Il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, di Mombay, di Dakar, e l’internazionale socialista, sull’idea sul mondo, viaggiano su due posizioni diverse.

A Genova 2001, purtroppo vi fu anche un morto, Carlo Giuliani. Ma vi è stata anche la scuola Diaz e Bolzaneto. Pestaggi e torture. È stata appurata finalmente tutta la verità sull’operato e le responsabilità delle forze dell’ordine e delle istituzioni, in quei tre giorni a Genova? Gianni De Gennaro ricopre ancora cariche di primo piano per lo Stato italiano? Il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani, ha fatto almeno un giorno di carcere? E quali sono state le pene per chi ha operato la macelleria alla scuola Diaz?
Guardi, oggi, tolto l’omicidio di Carlo Giuliani, sul resto ormai la verità è conosciuta. Sull’omicidio di Carlo non hanno voluto nemmeno fare il processo, per paura che in un pubblico dibattimento vi fossero delle cose che non erano in grado di spiegare. Io ho molti dubbi che a sparare sia stato Placanica, il giovane carabiniere di leva di vent’anni. Io, come la famiglia Giuliani, come altri, penso che a sparare probabilmente è stato qualcuno molto più alto in grado. Ho scritto un libro adesso insieme a Lorenzo Guadagnucci, che è un giornalista ma anche una delle vittime della Diaz, e l’abbiamo scritto in collaborazione con il Pubblico Ministero del processo della Diaz, il Dott. Enrico Zucca: in questo libro, dove ricostruiamo tutto quello che è accaduto a prova documentale, per esempio noi abbiamo recuperato un documento che fu trovato a Roma nei primi di giugno, quindi prima di Genova, scritto dai servizi segreti e ritrovato in un cestino dei poliziotti, e che è agli atti della Magistratura, che diceva – e lo ripeto, siamo agli inizi di giugno del 2001 – “nel G8 verrà ucciso un manifestante da un giovane carabiniere o poliziotto di leva”. È impressionante rileggere oggi quel documento, attribuito ai servizi segreti. Questo significa che la repressione era stata decisa e pianificata prima, a prescindere da tutto il resto. E l’obiettivo era quello di dare una lezione, di piegare questo movimento internazionale. Tant’è vero che i magistrati, parlo in questo caso dei magistrati giudicanti, in una delle sentenze dei processi sui fatti di Genova, dicono testualmente che la carica contro il corteo delle tute bianche, quella a seguito della quale morì Carlo, fu una carica illegittima, ingiustificata e non necessaria, verso un corteo autorizzato, e che avanzava senza strumenti di offesa. Qualcuno dovrebbe spiegare perché ha deciso quella carica. Noi nel libro “L’eclisse della democrazia” scriviamo esplicitamente che la questura non aveva dato l’ordine di quella carica, come mai i responsabili non sono stati nemmeno processati? Ecco, il processo per la morte di Carlo Giuliani non si è voluto fare per queste ed altre ragioni. Sulla vicenda invece dell’assalto alla Diaz e delle torture a Bolzaneto, oggi si sa praticamente tutto, si conoscono i nomi dei responsabili, ci sono state 25 condanne ai poliziotti per l’assalto alla scuola Diaz, compresi i massimi vertici della Polizia, ci sono state 44 condanne per le torture a Bolzaneto, compresi poliziotti, carabinieri, personale dell’amministrazione penitenziaria, e personale sanitario. Sono stati riconosciuti responsabili questi tutori dell’ordine di aver costruito delle prove false, a partire dalle bottiglie molotov che hanno messo loro nella scuola Diaz, di essersi inventati fatti inesistenti, come il ferimento di un poliziotto, che mentre entrava alla Diaz si è visto che si procurava lui stesso i tagli sulla divisa, di aver firmato verbali falsi, di aver addirittura indotto un proprio dipendente a falsa testimonianza, oltre a tutte le violenze materiali. Ora, queste persone, e fra di loro vi è anche l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, sono state tutte condannate in appello, e in base alla prassi dell’Unione europea sarebbero dovute essere state rimosse dai loro incarichi. Invece non solo sono state confermate nei loro incarichi, ma sono state addirittura tutte promosse. È stato promosso il capo della Polizia De Gennaro, che oggi è il coordinatore unico dei servizi segreti, e così tutti gli altri, fino a Spartaco Mortola, che allora era il capo della Digos genovese, con due condanne in appello, una per la vicenda della Diaz, una per induzione a falsa testimonianza, che ha avuto due promozioni: prima a vice questore e poi a questore vicario di Torino, e temo che a settembre diventi il questore di Torino. Queste sono scelte gravissime, compiute dal mondo politico in modo bipartisan, perché le promozioni sono avvenute sia con il governo Berlusconi, sia con il governo Prodi. Tra l’altro queste promozioni hanno prodotto due conseguenze, una che il governo Berlusconi, che ha gestito la repressione, in pratica con le promozioni ha rivendicato la paternità di quanto accaduto, e dall’altra parte che la politica per dieci anni ha dato un messaggio ai magistrati che indagavano dicendo “siete da soli, lo Stato difende gli imputati, difende i colpevoli”, lasciando da solo colui che cerca la verità essendo un magistrato. Questi sono fatti gravi, uno dei motivi per cui torniamo a Genova. Noi torniamo a Genova dopo 10 anni per dire che su molte cose c’è la verità, tranne che sulla morte di Carlo, ma su nulla c’è la giustizia. Sono tutti rimasti impuniti, nemmeno un giorno di carcere, e i reati completamente prescritti.

Poche settimane dopo Genova, vi sarà l’11 settembre e l’apoteosi della crisi della new economy. Arthur Andersen verrà travolta dagli scandali della falsificazione dei bilanci della Enron e della Worldcom. La favola di un’epoca felice con la net economy svanisce. Il capitalismo neoliberale trionfatore per tutti gli anni ’90 inizia a mostrare qualche crepa. Ma proprio in quel momento il movimento altermondialista inizia la sua parabola discendente. Come spiega questa contraddizione, che proprio mentre il neoliberismo tanto avversato dagli altermondialisti entra in crisi, il movimento dei movimenti si eclissa?
Mi permetta, io non condivido molto questa analisi. L’analisi che lei fa è corretta se applica un punto di vista eurocentrico. Il movimento altermondialista in questi dieci anni a livello mondiale non ha fatto altro che avanzare e conseguire enormi successi. Assistiamo alla trasformazione di un intero continente come l’America latina, dove il movimento altermondialista diventa l’elemento decisivo e fondamentale per la modifica del quadro politico in tutti gli Stati. Poi in alcuni Stati hanno vinto dei governi completamente antiliberisti, in altri dei governi con una serie di contraddizioni, come in Brasile, ma sicuramente fortemente influenzati nelle loro politiche dai movimenti. Questo movimento altermondialista è quello che muove e organizza delle masse africane in Centrafrica di dimensioni mai viste, che bloccano l’applicazione degli EPA, ossia gli Economic Partnership Agreement, i nuovi accordi commerciali che l’Unione europea e l’Organizzazione mondiale del commercio vogliono imporre agli Stati africani subsahariani, che distruggerebbero completamente la loro economia agricola. I governi avevano già firmato degli interim agreement, ma sono stati bloccati dalle rivolte di quei Paesi, e hanno dovuto fare marcia indietro. In India si sviluppa un movimento enorme che blocca la costruzione di grandi dighe, e il movimento andando a Mombay a fare il Forum sociale mondiale ha aiutato ad uscire fuori dal ghetto i dalit, l’ultima casta, la casta più bassa di tutte, restituendo loro dignità politica. E da quel momento non li possono più rimettere in un angolo. Dunque, i cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo sono assolutamente vastissimi. È in Europa e nel Nord America che siamo in difficoltà. Però nel libro “L’eclisse della democrazia”, che abbiamo scritto, noi sosteniamo una tesi molto precisa: e cioè che in questa fase della storia umana i grandi cambiamenti avverranno in altri continenti. È come dire, facendo un esempio purtroppo di guerra, che in Europa e in America del Nord noi siamo come in trincea, è la prima Guerra Mondiale, si avanza e si retrocede di spazi limitati, perché le nostre società sono completamente controllate dalle multinazionali. Anche i livelli di cultura, le modalità di convivenza sociale, le istituzioni culturali, anche quelle che nascono dalle classi subalterne, la penetrazione del pensiero unico del capitale transnazionale è fortissima. Quindi manca anche lo spazio, mentale e reale, per una trasformazione completa in senso antiliberista. È vero invece che questa trasformazione può avvenire molto più facilmente in altri continenti. Questo però non significa che i nostri movimenti sono inutili. Se noi non reggiamo qui, non vincono nemmeno da altre parti, mentre se noi reggiamo qua, gli altri avanzano di più e poi noi possiamo andargli dietro. Ecco, come dire, il centro della storia umana e della trasformazione non è più il Vecchio continente. Il movimento, nonostante quello che il 99 percento dei media ha detto, è tutto tranne che “no global”: il nostro è assolutamente un movimento globale, universale, e se viene analizzato con quell’occhio si vedono i grandi passi avanti che è riuscito a produrre. Poi certo, la conseguenza dell’11 settembre non è solo quella che ha descritto lei. L’11 settembre è avvenuta una modifica della narrazione globale. Se fino all’11 settembre lo scontro veniva da tutti rappresentato come le istituzioni liberiste da una parte e il movimento altermondialista dall’altra, l’11 settembre ha cambiato la narrazione collettiva. Lo scontro era fra il liberismo occidentale da una parte e il mondo islamico dall’altra, e chi non stava da una parte era accusato di stare dall’altra, lo spazio di azione si è notevolmente ridotto. Le racconto un episodio curioso: l’11 settembre del 2001 io ero stato scelto, assieme a Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace, per fare da testimonial al lancio della seconda edizione di Porto Alegre del gennaio 2002. Eravamo entrambi arrivati a Porto Alegre per fare la conferenza stampa di lancio. Ed è lì che abbiamo avuto notizia degli attentati dell’11 settembre, e prima della conferenza stampa in riunione con i leader dei movimenti brasiliani la considerazione fatta fu proprio quella: attenzione, sta cambiando la narrazione collettiva, noi rischiamo di essere messi in mezzo ed accusati di stare dall’altra parte solo perché non difendiamo il liberismo occidentale. Nonostante questo sono avvenuti nel mondo i cambiamenti che ho detto. Certo, l’Europa e gli Stati Uniti sono andati avanti per la loro strada, e sono finiti nella crisi di cui siamo testimoni. A dieci anni dal 2001, proprio quel giorno, io sarò a chiudere il Forum internazionale sul rapporto fra criminalità organizzata e globalizzazione finanziaria. È interessante perché la globalizzazione finanziaria ha fra le sue conseguenze da un lato l’apertura all’entrata della criminalità organizzata, offre molti più varchi per entrare di fronte ad un crollo del controllo da parte della politica, e quindi il capitale criminale è riuscito ad inserirsi molto bene, e dall’altra parte una zona enorme di economia e di finanza illecita, cioè collocata a metà fra il legale e l’illegale, che poi è quell’economia illecita che sta alla base delle crisi che le ho descritto prima.

Quanto la battaglia referendaria di giugno, soprattutto per l’acqua, trova le sue radici nelle istanze promosse dagli altermondialisti a Genova? In quest’ottica ci saranno altre battaglie referendarie su temi specifici?
Adesso prima di lanciare altri referendum in Italia l’obiettivo molto preciso che abbiamo è quello di rendere operative le scelte che sono state sancite dal referendum. Il referendum ha detto che l’acqua deve ridiventare pubblica, e adesso bisogna che il governo, le Regioni, e i singoli Comuni si adeguino a questa scelta. Ci sono da modificare moltissime leggi regionali, c’è bisogno di un intervento legislativo a livello nazionale, abbiamo presentato una legge di iniziativa popolare. Adesso dobbiamo salvaguardare il risultato del referendum e verificare che le sue conseguenze siano assolutamente applicate. E questo è il primo obiettivo. Poi certamente c’è da rilanciare una campagna per un modello aggiornato di Tobin tax, cercando di ampliare la proposta di tassare le transazioni finanziarie speculative. Oggi si è dilatata la differenza fra economia reale ed economia finanziaria, quindi dobbiamo intervenire su quel capitolo. Dunque tassazione delle transazioni finanziarie speculative, battaglie contro gli off-shore, battaglia contro i paradisi fiscali, cioè contro tutto quel meccanismo di illecito che invece è parte integrante del dna della finanza globale.

Sono iniziate le riprese del film della Fandango di Domenico Procacci sui giorni di Genova del 2001. Cosa pensa di questo progetto di fare un film, e non un documentario (che a dire il vero ve ne sono già alcuni), su Genova?
Io ho letto, come ha letto anche lei, che la Fandango ha dato da leggere la sceneggiatura al capo della Polizia, Manganelli. Ora, stiamo parlando di un fatto come quello della Diaz dove vi sono delle vittime e dei responsabili delle violenze. Delle vittime e dei carnefici. Lo dicono i tribunali, lo dicono le sentenze. E fra coloro che hanno delle responsabilità c’è la Polizia. Anzi, è la Polizia la responsabile di quello che è accaduto. Dar da leggere la sceneggiatura al capo della Polizia la trovo una cosa inaccettabile. Che poi questo capo della Polizia sia quello che è stato intercettato mentre si esprimeva in modo molto duro nei confronti del magistrato che conduceva l’inchiesta sulla Diaz, lo trovo un motivo in più per rendere inaccettabile quella scelta. Se poi le aggiungo che noi ci siamo incontrati con chi produce quel film, e abbiamo chiesto che la sceneggiatura fosse data da leggere anche ad un rappresentante del Comitato verità e giustizia, nella persona di Lorenzo Guadagnucci, e questo garantendo la massima riservatezza, con la disponibilità di firmare anche da un notaio che non avrebbe reso pubblica la sceneggiatura, ma la nostra richiesta è stata rifiutata… . Cosa devo dire? Il film quando uscirà lo vedrò, certo non posso aspettare il film in modo sereno dopo che abbiamo saputo, tutti quanti, la notizia. Diciamo che trovo perlomeno strano che, se si vuole fare un film sulla Diaz, si dia la sceneggiatura al capo di coloro che hanno la responsabilità della tragedia avvenuta lì dentro.

Nella primavera 2010 lei era candidato alla Regione Lombardia per il suo partito, Rifondazione comunista. Un anno dopo un suo ex compagno di partito, Giuliano Pisapia (tra l’altro membro del Genova legal forum), riesce dove tutti hanno fallito, vincere la contesa per il sindaco di Milano. Lei che conosce molto bene Milano, come si spiega il successo di Pisapia? È solo un voto di protesta contro Berlusconi?
La ringrazio di aver collegato le regionali dell’anno scorso alla vittoria di quest’anno, mi da l’opportunità di fare un ragionamento. Anche perché sia io, sia Pisapia, siamo stati entrambi “indipendenti” all’interno di Rifondazione, quindi abbiamo avuto un percorso, perlomeno in quegli anni, comune. Se lei va a vedere le elezioni delle Regione Lombardia del 2010, la cosa che colpisce è chi erano i firmatari dell’appello in mio favore, e ritrova sostanzialmente gran parte dell’intellettualità di sinistra o centro sinistra di Milano. Dal mondo della cultura, da Dario Fo a Moni Ovadia, al gruppo di Elio e le storie tese con Luca Mangoni, a professori universitari come Teresa Isenburg, eccetera. Cioè, l’avanguardia intellettuale di centrosinistra aveva già rotto con la logica del PD, che a Milano era quella di andare sempre e comunque a ricercare un’alleanza con la destra, senza mettere in discussione il potere che la destra aveva a Milano e in Lombardia. La logica era, la destra vince per forza in Lombardia e a Milano, dopo di che quando ha vinto, noi – rappresentando l’unica forza di opposizione – andiamo a trattare sui nostri interessi. La logica di Penati, per capirci. Allora, in contrasto con quella logica, l’intellettualità di centrosinistra si era già sganciata, utilizzando il fatto che io ero un candidato indipendente all’interno di Rifondazione, e l’appello per me, se lo va a rivedere, è pieno di nomi di quell’area. Però era un’avanguardia intellettuale. Non riusciva a portare dietro di sé quel seguito di massa, che aveva bisogno di maturare. Il secondo passaggio sono le primarie. Giuliano Pisapia comincia la campagna elettorale con alle sue spalle le stesse persone, culturalmente parlando. Quello però non sarà più un gruppo di intellettuali isolato, diventa una valanga, muovono i loro riferimenti, i loro fan, i loro sostenitori. E la vittoria su Boeri è il segnale che ce la può fare. E questo rompendo gli argini di una politica codificata subalterna alle strategie dei principali partiti: c’è stata un’aria di liberazione che rompe gli schemi. Ecco, questo è un percorso da vedere, perché si ritrovano poi gli stessi nomi. E sicuramente ha anche pesato, è giusto dirlo, il disastro della Moratti, il suo poco appeal, il fatto che non era più assolutamente credibile rispetto ai cittadini milanesi: non ha prodotto nulla in cinque anni, se non la difesa di interessi corporativi dei grandi costruttori milanesi. Credo che sia un segnale profondo di cambiamento, un segnale non isolato, perché dobbiamo costruire un rapporto tra la vittoria di Pisapia e la vittoria di De Magistris a Napoli. Lì il segnale è ancora più evidente, De Magistris vince senza nemmeno l’apparentamento, è proprio come un atto di liberazione. Dobbiamo riflettere anche su un altro punto: gran parte delle giovani generazioni segnalano una forte politicità, che però convive con una forte apartiticità. Il rifiuto dei partiti non si sovrappone dunque, in questo momento, al rifiuto della politica. Credo anche che più si va avanti, più è evidente come le politiche liberiste, quindi le loro applicazioni sui territori, siano fallite. E quindi c’è la necessità della ricerca di un’alternativa, dove si trova chi riesce ad incarnare questa alternativa, diventa un’alternativa reale, e non una copia sbiadita della destra come è stato in passato.

Quali saranno le iniziative per ricordare il decennale di Genova 2001?
Dall’inizio di luglio è aperta una mostra a Palazzo ducale sui primi dieci anni del millennio, intitolata Cassandra, e dura fino al 24 luglio. Ci sono state diverse iniziative durante il mese, c’è la settimana del Public forum, che è cominciata ieri con la cerimonia d’apertura con al centro i movimenti magrebini che stanno tentando di cambiare la storia dei loro Paesi nel Nord Africa, e che noi vediamo come qualcosa di molto vicino alle nostre posizioni, anzi abbiamo contribuito facendo diversi Forum sociali nel Magreb in questi anni, e l’apertura è stata condivisa con i comitati referendari dell’acqua e antinucleari e dal movimento No-Tav. Oggi, mercoledì 20, ci si trova in Piazza Alimonda per ricordare Carlo. Domani, il 21, è la giornata della memoria, e quindi alla mattina faremo una ricostruzione degli eventi di dieci anni fa, con documentazione, interviste, testimonianze, e il pomeriggio discussione sull’evoluzione delle strategie dell’ordine pubblico negli utlimi 10 anni in Europa. Il 22 tutto il giorno discussioni, seminari sul modello di sviluppo, sulle alternative energetiche, eccetera. Il 23 il corteo e poi i concerti in piazza. E il 24 mattina, domenica, l’assemblea finale dei movimenti europei per stabilire una comune agenda per i mesi futuri.

Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, L’eclisse della democrazia, Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova, Feltrinelli


Genova, luglio 2001: un ragazzo di 23 anni ucciso dai carabinieri; 93 persone pestate e arrestate sulla base di prove false alla scuola Diaz; decine di fermati torturati nella caserma di Bolzaneto…. Dieci anni dopo, tutte le verità sul G8 di Genova, teatro della più violenta repressione di massa degli ultimi decenni, secondo la definizione di Amnesty International. “Questo libro viene a riaprire una memoria, anzi a ribadire una verità, e fa benissimo perché queste non sono cose che vanno dimenticate”. Andrea Camilleri

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