Categoria: Tribuna libera

Fuori dal vicolo cieco, dentro a un tombino

di Michela Ris, municipale di Ascona, candidata PLR al Consiglio nazionale

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Anche chi ha votato NO all’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa dovrebbe respingere l’iniziativa “Fuori dal vicolo cieco” (che vuole appunto ribaltare il SI del 9 febbraio 2014). Per tanti motivi.

Prima di tutto perché la Svizzera non si trova in alcun vicolo cieco. I problemi che stiamo avendo adesso sono dovuti al franco forte e non all’incertezza del diritto, nell’attesa che il “9 febbraio” sia applicato. Possiamo anche stare qui a raccontarci le favole, ma la realtà è che finché l’iniziativa non sarà applicata, non potremo sapere se i contingenti sono un bene o un male.

Non vale fare paragoni con il passato. Il mondo cambia. Noi dobbiamo capire se i contingenti sono un bene o un male in questo momento storico, con questa congiuntura e con questa situazione internazionale.

E ancora. Immaginate di andare a rivoltare su ogni decisione importante per il paese. Sulle residenze secondarie, per esempio (Sì 50,6% – NO 49,4%). Oppure – domani – sul tunnel di risanamento al San Gottardo. Magari lo accettiamo, iniziamo a scavarlo, poi torniamo al voto, blocchiamo tutto e nella seconda semi-galleria ci facciamo i Goa Party. Ma per favore.

Quando una decisione è presa, è presa. E ancora. Ci hanno raccontato questa favola: “Il popolo ha detto sì all’iniziativa contro l’immigrazione di massa, perché non sapeva di mettere in pericolo i bilaterali”. Bene, furbetti. Ora il “popolino scemo” lo ha capito. E se respingerà anche l’iniziativa “Fuori dal vicolo cieco” sarà la morte dei bilaterali.

E infine. Il consiglio federale ha appena dato al segretario di Stato Jacques de Watteville il compito di negoziare con l’Unione europea un “super-pacchetto” di accordi: libera circolazione, accordo quadro istituzionale (i famigerati “giudici stranieri”), mercato elettrico, formazione e ricerca, eccetera; sono tutti accordi importanti e sono tutti legati tra loro. Ma secondo voi a Bruxelles saranno più invogliati a negoziare ora che sanno che tanto sul 9 febbraio rivolteremo?

È vero, quelli di “Fuori dal vicolo cieco” ci porteranno fuori dal vicolo cieco. Peccato che cadremo in un tombino. E non sto qui a ricordarvi cosa c’è nei tombini.

Michela Ris, municipale di Ascona, candidata PLR al Consiglio nazionale


I divorzi da ex alti funzionari costano; ma a quale “risiko-game”?

Interrogazione interpartitica al Municipio di Lugano

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Fughe di notizie sui media lasciano non solo sbigottiti, ma portano anche a galla situazioni assai discutibili e molte volte anche incomprensibili. I cittadini di Lugano, come i loro rappresentanti in Consiglio Comunale, necessitano più trasparenza e informazione. Giustamente si è tenuta una conferenza stampa ieri in merito al dossier di buona uscita del “City Manager.” Alcuni punti sicuramente sono stati chiariti ma altri restano di difficile comprensione. Riconosciamo che gli accordi (in questo caso di competenza municipale) vengono discussi tra le parti ed è auspicabile che si possa trovare un comune denominatore tra esse. Il caso specifico del City Manager, (non ancora portato a termine) stando alle ultime informazioni, porta alla luce, oltre al compenso di due anni lavorativi per malattia, ulteriori CHF 120’000.— (6 mesi di stipendio) riconosciuti in qualità di buona uscita supplementare. Queste cifre mettono in ogni modo perplessità e rabbia tra i concittadini, costretti loro malgrado a far fronte a molteplici sacrifici con gli aumenti delle tasse e le riduzioni dei servizi pubblici cittadini.

Preso atto delle considerazioni esposte, gli interroganti pongono le seguenti domande:
– Come vorrebbe procedere il Municipio per arginare le classiche “fughe di notizie” che di tanto in tanto squotono l’amministrazione pubblica?
– Desideriamo sapere se il Municipio ha un’idea precisa sui calcoli di rischio per le polizze assicurative per questi eventi, in rapporto ai costi reali di coloro (dipendenti comunali) che rimangono in malattia quotidianamente. Questo sull’arco di un anno e sulla pianificazione a medio-lungo termine.
– Reputa il Municipio di dover far fronte a polizze assicurative per malattia per i dipendenti, oppure tenere lo stato attuale di non copertura con il rischio che succedano altri casi costosi come questo?
– Desideriamo sapere come mai il Municipio abbia concesso un’ulteriore somma di 120’000.— CHF nell’accordo con il City Manager, non ancora firmato dalle parti, oltre a tutte le prestazioni pattuite per la buona uscita. In Questo caso come vi siete regolati con l’Assicurazione Invalidità (presunta) su eventuali recuperi di spesa in futuro?
– Il Municipio reputa corretto che dopo l’interruzione di un rapporto di lavoro si conceda ancora la possibilità di assegnare dei mandati a un ex funzionario? Se si, che tipo di mandati rientrerebbero in focus e a quali eventuali costi/condizioni?

Tiziano Galeazzi (UDC), Raide Bassi (UDC), Maruska Ortelli (LdT), Amanda Rückert (LdT), Stefano Gilardi (LdT), Angelo Petralli (PPD), Daniele Casalini (LdT), Enea Petrini (LdT), Andrea Sanvido (LdT), Flavio Pesciallo (LdT), Sara Beretta Piccoli (PPD), Stefano Szerdahelyi (LdT)


Accordo con il City Manager: legalità e parità di trattamento

Interrogazione di Martino Rossi e Raoul Ghisletta (PS)

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Questa interrogazione prescinde da una valutazione dei meriti ed eventuali demeriti del City Manager con cui si intende stipulare un accordo di fine impiego molto discusso sui media. I firmatari esprimono anche comprensione e partecipazione per le condizioni cagionevoli di salute dell’alto funzionario del Comune.
L’interrogazione, motivata dall’importanza dei principi di pari trattamento di tutti i dipendenti e di legalità (conformità al ROD, Regolamento organico dei dipendenti), mira solo a chiarire se queste siano state rispettate dal Municipio.

Chiediamo quindi al Municipio di voler cortesemente rispondere alle domande seguenti:

1. Lo stipendio del City Manager ammonta a 240’000 fr./anno: è conforme questo importo agli Art. 36 e 45 del ROD? Come si è arrivati a quell’importo?

2. La bozza di accordo prevede il pagamento di 2 anni di stipendio per malattia, ciò che sembra conforme all’Art. 72 ROD (720 giorni di malattia pagati a stipendio pieno): ma quanti giorni di malattia sono già stati computati sino ad oggi (vedi anche Art. 74 ROD)? Ed è pertinente garantire a priori due anni qualora il decorso della malattia, che sembrerebbe ora generare un’incapacità di lavoro totale, permettesse il recupero della capacità lavorativa, magari anche solo parziale?

3. La bozza di accordo prevede due anni di congedo pagato parzialmente, nel senso che il Comune prenderebbe a suo carico gli oneri sociali, che non sono indifferenti. È conforme questo dispositivo alla luce dell’Art. 68 cpv. 2 ROD che recita: “Il Municipio ha la facoltà di concedere congedi pagati o non pagati o da dedurre dalle vacanze, richiesti per giustificati motivi personali o familiari, per ragioni di studio o di riqualificazione professionale e per compiti di utilità pubblica”?

4. La bozza di accordo prevede poi un anno supplementare a stipendio pieno, di cui 6 mesi potrebbero essere conformi all’Art. 88 ROD, ma gli altri 6 mesi non sembrano disporre di base legale. Non è però chiaro se al caso in questione (il City manager è stato assunto nel 2006) si applichi il cpv. 3 di quell’articolo (50 anni di età e almeno 10 di servizio), o il cpv. 4 (50 anni di età e meno di 10 anni di servizio). Sorprende poi il fatto che si parli di eventuali prestazioni su mandato da fornire verosimilmente come contropartita di quei 6 mesi supplementari pagati a priori. I mandati presuppongono capacità lavorativa e vanno retribuiti di caso in caso, se effettuati, e non forfetariamente e a priori. Questi punti dell’accordo sono conformi con le disposizioni legali del ROD? Quali disposizioni esattamente?

5. L’Art. 86 ROD (Disdetta per nominati) recita al cpv. 3: “Sono considerati giustificati motivi: a. la soppressione del posto o della funzione senza possibilità di trasferimento o di pensionamento per limiti di età; b. l’assenza per malattia o infortunio che si protrae per almeno 18 mesi senza interruzione o le assenze ripetute di equivalente rilevanza per la loro frequenza”. Questo dispositivo è stato sospeso “ad personam” in questo particolare caso? È legalmente giustificata la sua non applicazione, e da quali altre norme?

Martino Rossi, capogruppo PS
Raoul Ghisletta, consigliere comunale PS


Liquidazione di 780 mila franchi: sono indignata

di Maruska Ortelli, consigliera comunale Lugano (Lega)

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Divorzio oneroso quello tra la Città di Lugano e l’ex “city manager”, 780’000 franchi.

Con tutto il rispetto per la sua malattia, alcune considerazioni: se fosse successo a un impiegato comunale, a un operaio, a una donna delle pulizie, il Municipio avrebbe avuto la stessa attenzione?

Caro Municipio, si lasciamo a casa i precari, si riduce il personale, si risparmia sui lavori di manutenzione della città, si trascurano i Comuni aggregati, si chiedono sacrifici ai cittadini, però si concedono le liquidazioni milionarie.

Come politica ma soprattutto come cittadina sono indignata.

Maruska Ortelli, consigliera comunale Lugano (Lega)


La piazza economica tra riforme e pressioni internazionali

di Giovanni Merlini, consigliere nazionale PLR

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La piazza economica elvetica non ha vita facile. Tra le riforme che le consentiranno di mantenere la sua attrattività, una svetta su tutte. Mi riferisco alla terza riorganizzazione della fiscalità delle imprese. Aldilà della cerchia degli addetti ai lavori, sono in pochi a rendersi conto della centralità di questo progetto nel contesto della concorrenza fiscale internazionale. Tre sono gli obbiettivi politici principali.

Il primo è l’eliminazione di un annoso contenzioso: il nostro Paese (con altri) è infatti da tempo nel mirino dell’UE, dell’OCSE e del G20 che lottano su vasta scala contro l’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili. Gli standard internazionali comprimono sempre più il margine di manovra delle società multinazionali, riducendo le loro possibilità di ottimizzare l’onere fiscale per attività caratterizzate da grande mobilità.

Il secondo obbiettivo è rafforzare la competitività fiscale del nostro Paese, favorendo gli investimenti nella ricerca e innovazione attraverso misure atte a compensare la soppressione della prassi dell’imposizione privilegiata dei redditi da fonti estere di società holding, miste e di domicilio che godono del cosiddetto statuto fiscale cantonale. Il terzo obbiettivo consiste nel garantire la redditività finanziaria dell’imposta sull’utile per i tre livelli istituzionali. Una sfida complicata, vista la posta in gioco. Gli introiti a favore della Confederazione, generati da questa imposizione privilegiata, sono di ca. 3,2 miliardi di franchi, al netto della quota parte dei Cantoni all’IFD, ossia oltre la metà dell’intero gettito dell’imposta sull’utile della Confederazione. Per i Cantoni si tratta di ca. 2,1 miliardi, pari a circa un quinto del ricavato annuo dell’imposta sull’utile, compresa quella dei Comuni.

Il nocciolo della questione è come riuscire a supplire ai consistenti vantaggi che questi statuti speciali comportano per il gettito degli enti pubblici e per il benessere economico. Le soluzioni proposte si muovono su più direttrici: riduzione da parte dei Cantoni delle loro imposte sull’utile delle società dall’attuale media del 22% ad un valore medio ponderato di ca. il 16%, introduzione dei “patent box” e di deduzioni più elevate per le spese di ricerca e sviluppo, sgravi mirati per l‘imposta sul capitale (in rapporto con brevetti e altri diritti provenienti dalla proprietà intellettuale), abolizione dell’imposta di emissione sul capitale proprio e imposizione parziale dei dividendi.

I “patent box” sono interessanti perché consentono di separare da tutti gli altri redditi d’impresa i redditi provenienti dai diritti su beni immateriali, come brevetti, marchi ecc. e di sgravarli fio al 90%. Ricerca e sviluppo vengono così incentivati. Stabilimenti svizzeri di un’impresa straniera, assoggettati all’imposta ordinaria sull’utile, potranno beneficiare (a certe condizioni) del computo globale dell’imposta per i redditi provenienti da uno Stato terzo gravati da imposte non recuperabili, in attuazione della mozione Pelli adottata dalle Camere nel 2013. Berna garantirà anche in futuro, con misure di compensazione, un’equa ripartizione degli oneri tra Confederazione e Cantoni, lasciando loro un congruo margine di manovra per le riduzioni dell’imposta sull’utile che decideranno in piena autonomia: per il Ticino sarebbe auspicabile una riduzione della relativa aliquota almeno al 6,5%. Pertanto la quota di partecipazione dei Cantoni all’IFD aumenterà dall’attuale 17 al 20,5%. Anche la perequazione finanziaria dovrà essere adeguata: il minore sfruttamento fiscale degli utili sarà preso in considerazione con nuovi fattori di ponderazione.

Le ripercussioni finanziarie della riforma per la Confederazione sono stimate a ca. 1,3 miliardi annui, senza calcolare eventuali effetti dovuti alla dislocazione di imprese o di loro singoli comparti. Con il pacchetto di provvedimenti di risparmio già decisi, il governo dovrebbe riuscire a neutralizzare l’onere senza nuovi tagli sul fronte delle uscite, almeno a breve termine.

Questa riforma è di importanza capitale. Una risposta intelligente alle pressioni esterne sulla nostra piazza che potrà così restare concorrenziale a livello internazionale.

Giovanni Merlini, consigliere nazionale PLR


RSI sopra le parti?

di Nicola Pini, granconsigliere PLR

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Non ci sono dubbi, la RSI dovrebbe dare più spazio alle mie idee e al mio partito. Questo lo spirito – comprensibile ma non giustificabile – che anima alcuni commenti alla votazione popolare dello scorso giugno sulla reimpostazione del canone radiotelevisivo. Non siamo più nell’epoca del monopolio e dei giornali di partito, dove la radiotelevisione pubblica giocava un ruolo centrale e super partes, ma la RSI resta comunque il riferimento principale, il più seguito e in un certo senso ancora il più autorevole per una buona fetta di persone. Uno strumento d’informazione e dunque di potere – “chi controlla l’informazione controlla il potere” scriveva Orwell in “1984” – nel quale evidentemente ogni cittadino e ogni politico vogliono rivedere le proprie idee e le proprie azioni, anche in virtù della loro (probabile) partecipazione al suo finanziamento. Siamo sinceri, di destra, di sinistra o di centro, alla radiotelevisione pubblica chiediamo di confermare la nostra visione del mondo: se ciò non avviene, siamo indotti ad accusare la RSI di faziosità, disinformazione e perfino – spero solo provocatoriamente – di propaganda. Lungi da me fare la ramanzina: mi ci metto naturalmente anch’io, tra i primi a innervosirmi se non trovo corretto un resoconto sull’attività del Gran Consiglio.

Se però prendiamo un po’ di distanza emotiva, ci accorgiamo che in realtà le critiche piovono da tutte le aree di pensiero. Strano ma vero. Me ne sono reso conto durante le ricerche per la mia tesi di laurea in Storia all’Università di Losanna, poi pubblicata dall’editore L’Ulivo (“Reporter – La storia dell’informazione alla TSI”, 2011). Da sempre e da tutte le parti con, è vero, un certo spostamento del baricentro: nella prima metà del Novecento la critica alla radio viene soprattutto da sinistra, mentre con la Guerra fredda e l’avvento della TV la critica proviene maggiormente da destra. Particolarmente calda, alcuni lettori se ne ricorderanno, la metà degli anni Settanta (1974-1978). Da sinistra si criticano i legami con i partiti al potere, la lottizzazione, la “leggerezza di alcune trasmissioni”, la spettacolarizzazione dell’informazione indirizzata all’emozione facile, al “folclore nostraneggiante” e al disimpegno culturale. Da destra, invece, si contestano il conformismo progressista, il troppo spazio a visioni critiche o a tabù come la sessualità e un costante anticlericalismo. Tanto che, nel 1977, in giro per Lugano sono disseminati dei vecchi televisori dipinti di rosso e con la scritta “La TSI è rossa”.
Nella mia ricerca ho anche cercato di spiegare questa pioggia polarizzata e ambivalente di critiche con alcune ipotesi. Dalla “percezione selettiva” – concetto sociologico secondo il quale il destinatario interpreta, modifica e modella il messaggio che sente, anche alterandolo – alla specificità dei media audiovisivi rispetto ai più usuali giornali (volatilità dell’emissione, problemi redazionali, difficoltà tecniche), passando per un pubblico composito non sempre abituato e predisposto a un medium pubblico che deve riflettere “la pluralità di atteggiamenti e di opinioni”.

Fra le conseguenze dirette e indirette di quel periodo di fuoco, invece, sono da rilevare un pericoloso meccanismo di autocensura individuale (da parte del giornalista) o istituzionale (da parte della stessa RSI), ma soprattutto una positiva codificazione normativa, con da una parte l’emanazione di tutta una serie di regolamenti, direttive e codici deontologici e, dall’altra, la professionalizzazione del giornalismo e lo sviluppo di una specifica formazione professionale (dal 1969 solo interna, poi dal 1975 con l’istituzione del corso per giornalisti).

Delle risposte a mio avviso ancora attuali per fare in modo che si rispetti quanto stabilito da Legge e Concessione, vale a dire che la RSI deve contribuire “alla libera formazione delle opinioni del pubblico mediante un’informazione completa, diversificata e corretta, in particolare sulla realtà politica, economica e sociale”. Una frase che da cittadino, e da spirito liberale, non posso che condividere e difendere. Come aggiornarle, quarant’anni dopo? Soprattutto rilanciando l’idea di servizio pubblico. Che per definizione non può sempre rispecchiare gli interessi particolari, ma deve perseguire sempre quelli generali, tramite la competenza e la presenza di regole deontologicamente chiare.

Nicola Pini, granconsigliere PLR


Asili nido: costi elevati e poca tutela per i dipendenti

di Giovanni Albertini, Generazione Giovani Ticino

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È triste notare come, nonostante le molte perplessità già sollevate da esponenti politici, sindacati e in prima linea dalle educatrici che vi lavorano, la situazione degli asili nido in Ticino non sembra voler cambiare. A fronte di rette incredibilmente elevate a carico delle famiglie (si può arrivare a punte di CHF 1’500.- mensili), ci sono degli stipendi che si possono considerare da fame per il personale dipendente (la maggior parte dei salari fatica ad arrivare a CHF 3’000.-/mensili lordi per un impiego al 100%).

Sempre più genitori sono obbligati a rivolgersi a queste strutture poiché sono pochi i privilegiati che ancora hanno la facoltà di mantenere la famiglia con una sola entrata: un servizio che equivale a sostegno e qualità è il minimo che si deve richiedere.

E nella qualità rientra anche il salario delle educatrici che sono proprio le prime persone a prendersi cura dei nostri figli durante la nostra assenza. Si tratta di condizioni salariali che spesso non permettono nemmeno a loro, mamme ed educatrici allo stesso tempo, di avere un vero introito a sostegno della propria famiglia. Trovo assurdo questa speculazione che va a discapito di tutti: famiglie e personale impiegato; senza dimenticare che molte di queste strutture fanno capo a dei sostegni cantonali.

Quando ci decideremo a fare un po’ di ordine?

Portare avanti un discorso per la creazione di un contratto collettivo nel settore, a tutela dei dipendenti può essere una soluzione. Come pure di raggiungere l’obiettivo di avere almeno un asilo nido pubblico per Comune che si autofinanzi. Un’ulteriore proposta per avere maggiore controllo sarebbe quella di far certificare e dimostrare, agli asili nido privati, il pagamento di salari dignitosi: solo a questo punto si potrà parlare di eventuali sussidi cantonali.

Stabilire un equilibrio per entrambe le parti, famiglie e dipendenti, è certamente un passo che non possiamo più permetterci di ritardare.

Giovanni Albertini, membro di Generazione Giovani Ticino e presidente associazione Ticino&Lavoro


Con la cultura si mangia. La cultura è la seconda vita del Ticino

di Michela Ris, municipale Ascona, candidata PLR al Consiglio nazionale

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Il settore culturale e creativo svizzero è un importante fattore economico che dà impiego a oltre 200 000 persone in ben 40 000 imprese e contribuisce per il 4,2 per cento al prodotto interno lordo svizzero. Inoltre, la variegata offerta culturale genera in Svizzera importanti impulsi, segnatamente per la qualità di vita della popolazione, per la scelta dell’ubicazione di un’impresa e per il turismo.

Ma troppo spesso si sente dire che con la cultura non si mangia, cioè che non produce benefici materiali ma solo costi.

A questa affermazione, da un punto di vista umanistico si potrebbe ribattere che anche i benefici immateriali e dunque non quantificabili economicamente, hanno la loro importanza nella vita dell’uomo.

Ma la cultura, naturalmente intesa in senso ampio (musica, cinema, enogastronomia, mostre, esposizioni, …) serve non solo al singolo ma pure alla collettività. Il sapere umanistico è la prima e fondamentale forma d’educazione civica. La storia fornisce modelli comportamentali e permette di comprendere il presente dal passato. Sociologia ed economia sono strumenti fondamentali per gestire la cosa pubblica.

Il 28.11.2014 il Consiglio federale ha approvato il messaggio concernente la promozione della cultura negli anni 2016–2020 dimostrando di credere nelle implicazioni positive del settore culturale. Prioritari saranno la partecipazione culturale, la coesione sociale, la creazione e innovazione con una più intensa collaborazione fra Confederazione, Cantoni, Città e Comuni tramite il dialogo culturale nazionale. Un aspetto che ci riguarderà da vicino e che deve essere sostenuto è sicuramente quello della rappresentanza dell’italiano in seno all’amministrazione e il sostegno della nostra cultura che spesso è considerata minoritaria.

ll 19 giugno 2015, il messaggio sulla cultura 2016─2020 è stato approvato dal Parlamento che, rispetto al progetto del Consiglio federale, ha concesso 3 milioni di franchi in più a favore dei musei, delle collezioni e delle reti di terzi. L’UFC, Pro Helvetia e il Museo nazionale svizzero stanno lavorando all’attuazione del messaggio che avrà effetto dal 1° gennaio 2016.

Per la nostra regione le manifestazioni culturali sono vitali, in questi giorni la scena è occupata dal Festival del Film, forse la nostra manifestazione più importante: 11 giorni in cui Locarno è costantemente presente nei media, nel 2014 ci sono stati circa 170’000 spettatori, oltre 3’000 addetti ai lavori e quasi 1’000 giornalisti accreditati per un budget di 12.5 mio di franchi.

L’appena conclusa JazzAscona 2015 ha prodotto circa 200 concerti con oltre 400 ore di musica e 270 musicisti. Abbiamo avuto circa 50-55’000 spettatori, 100 giornalisti accreditati e un indotto di circa 7 mio di CHF nella regione.

Il Budget di 1.65 mio CHF è stato coperto per oltre il 77% da sponsor privati ed entrate. Il 22% (CHF 350’000) è finanziato da enti pubblici (Comune, OTLMV e Cantone).

Ma la cosa più importante è l’atmosfera che queste manifestazioni regalano e allora mi chiedo perché invece di fare gioco di squadra bisogna sempre trovare un pretesto o una polemica per criticarle a tutti i costi?

Le analisi sugli aspetti economici hanno dimostrato che un progetto o un evento culturale, se ben organizzati, non solo generano ricavi ma producono diversi effetti secondari, di breve e lungo termine.

Nel breve periodo oltre alla partecipazione all’evento ci saranno spese per beni e servizi complementari (ristoranti, pernottamenti, shopping, …) che generano effetti moltiplicatori per il territorio.

Nel lungo periodo un’industria culturale può essere in grado di attirare ulteriori investimenti privati o pubblici.

Eventi di successo da un punto di vista turistico possono rappresentare un plus fondamentale per generare interesse nei confronti di una destinazione e stimolare così nei partecipanti il desiderio di rivisitarla indipendentemente dalle manifestazioni stesse; é necessario stimolare la curiosità del turista che domanda anche cultura e sorprenderlo per indurlo a prolungare il suo soggiorno e/o a tornare in futuro. L’ampliamento dell’elemento culturale e una corretta pianificazione permetterebbe anche di diminuire la dipendenza dalla stagione estiva.
Naturalmente la pianificazione di queste manifestazioni deve essere legata a criteri di efficienza e efficacia.

Quindi in conclusione oserei affermare che la cultura non è né un lusso né un costo ma una risorsa. Lo è in generale, ma ancor più in tempi di crisi ed è giusto che si sia capito che nella cultura bisogna investire.

Michela Ris, municipale Ascona, candidata PLR al Consiglio nazionale


Fatto il regolamento… gabbata la legge!

Interrogazione di Maristella Polli (PLR) e Claudio Franscella (PPD)

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Nella sua seduta del 24 settembre 2013 il Gran Consiglio aveva approvato le seguenti modifiche della Legge sulla scuola dell’infanzia e sulla scuola elementare (respingendo invece il progetto governativo riguardante il numero massimo di allievi per classe a 22):

Art. 16a (scuola dell’infanzia)
Nelle sezioni con più di 22 allievi, o in altri casi particolari autorizzati dal Dipartimento, il Municipio ha la facoltà di assumere per tutto o parte dell’anno scolastico un docente di appoggio a orario parziale che coadiuvi il docente titolare.

Art. 25 cpv. 1 (scuola elementare)
Nelle sezioni monoclasse e biclassi con più di 22 allievi e nelle sezioni con tre o più classi, o in altri casi particolari autorizzati dal Dipartimento, il Municipio ha la facoltà di assumere per tutto o per parte dell’anno scolastico un docente di appoggio a orario parziale che coadiuvi il docente titolare tenendo eventualmente anche le lezioni di materie speciali.

Il 28 settembre 2014 il popolo ticinese aveva respinto l’iniziativa popolare sulle scuole comunali, che chiedeva, tra l’altro, la riduzione del numero massimo di allievi per classe a 20, confermando indirettamente quanto deciso dal Gran Consiglio nella seduta del 24 settembre 2013.

Dal 1. agosto 2015, sono entrate in vigore le seguenti modifiche del Regolamento delle scuole comunali:

Art. 16
La formazione delle sezioni di scuola dell’infanzia degli istituti scolastici avviene secondo il criterio generale di una sezione ogni 25 allievi e frazione di questo numero ma al minimo 13 allievi.
La formazione delle sezioni di scuola elementare negli istituti scolastici avviene secondo i seguenti criteri:
a) per le sezioni monoclassi minimo 13, massimo 25 allievi;
b) per le sezioni pluriclassi massimo 20 allievi.
Il dipartimento può autorizzare o imporre deroghe ai parametri sopraindicati.

Art. 30
Il Municipio può assumere un docente di appoggio affinché coadiuvi il docente titolare per ogni sezione di scuola dell’infanzia con più di 22 allievi.
Il Municipio deve assumere un docente di appoggio affinché coadiuvi il docente titolare per ogni sezione di scuola elementare con tre o più classi e ha la facoltà di farlo negli altri casi quando la sezione conta più di 22 allievi.
In altri casi particolari, il Dipartimento può autorizzare l’assunzione di un docente di appoggio al di fuori dei parametri di cui ai cpv. 1 e 2.
L’onere del docente di appoggio è compreso tra 10 e 16/32 dell’orario settimanale d’insegnamento.
L’attività del docente di appoggio si svolge al massimo in due sedi; in tal caso non è ammesso il cumulo di altri incarichi d’insegnamento ad eccezione di compiti previsti per il docente di lingua e di integrazione scolastica.

Le norme regolamentari più sopra citate non rispettano quanto deciso in sede parlamentare. Difatti, secondo il regolamento emanato dal Governo, per le sezioni di scuola elementare con tre o più classi il Municipio deve far ricorso al docente di appoggio, quando la legge invece garantiva la facoltà decisionale caso per caso all’autorità comunale. Inoltre, il fatto che la biclasse, secondo il regolamento, debba avere un massimo di 20 allievi è in contrasto con l’art. 25 della Legge sulla scuola dell’infanzia e sulla scuola elementare, ciò che, tra l’altro, crea un’incoerenza tra scuola dell’infanzia e scuola elementare, quando invece la legge pone il tutto sullo stesso piano (stesso trattamento con 22 e più allievi). Di conseguenza, le nuove norme regolamentari, che avrebbero dovuto essere di semplice esecuzione / applicazione di quanto previsto dalle disposizioni di legge (giacché i nuovi art. 16a e 25 della Legge sulla scuola dell’infanzia e sulla scuola elementare non davano spazio decisionale alcuno a livello di regolamento), impongono indebitamente il docente di appoggio per le sezioni di scuola elementare con tre o più classi e (decretando un massimo di 20 allievi per sezione biclasse) rendono superflua la disposizione di legge che prevede la possibilità del docente di appoggio nella biclasse con almeno 22 allievi. Tutto ciò avrà evidentemente un costo aggiuntivo importante rispetto alla soluzione decisa in sede parlamentare.

In esito a quanto esposto, considerata la violazione di decisioni prese democraticamente in sede parlamentare (con l’avvallo indiretto del popolo), la mancanza di rispetto dell’autonomia comunale che la legge lasciava nella scelta sull’impiego del docente di appoggio nel caso concreto e le chiare incoerenze create dalle nuove disposizioni regolamentari, si chiede:

1) Condivide il Consiglio di Stato che le nuove disposizioni regolamentari non rispettano quanto deciso nella seduta di Gran Consiglio del 24 settembre 2013 (art. 16a e 25 della Legge sulla scuola dell’infanzia e sulla scuola elementare)?
2) Ritiene il Consiglio di Stato di dover abrogare i nuovi disposti regolamentari laddove non rispettano quanto previsto a livello di legge? In che tempi?
3) Ritiene il Consiglio di Stato di dover informare immediatamente i Municipi della situazione creatasi, onde evitare che si faccia capo a docenti di appoggio laddove non necessario?
4) Se quanto richiesto con la terza domanda non fosse più possibile (visto l’imminente inizio dell’anno scolastico), si chiede una valutazione dei costi aggiuntivi creati dalle disposizioni regolamentari che non rispettano il teste di legge.

Maristella Polli e Claudio Franscella


Curatori professionisti nei Comuni: a che punto siamo?

Interrogazione di Giorgio Fonio (PPD) e Amanda Rückert (Lega)

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La società, anche quella ticinese, è sempre più variegata e complessa. In Ticino circa 6’000 persone, ovvero quasi il 2 % della popolazione, sono toccate direttamente da misure di protezione o necessitano di interventi da parte dell’autorità tutoria. La cifra delle persone coinvolte aumenta considerevolmente se si pensa che ad essere coinvolti non sono solo i singoli, ma spesso anche le persone che li circondano: nuclei famigliari, amici, conoscenti, colleghi.

La procedura in materia di tutele e curatele ha subito diverse modifiche negli ultimi anni: fino al 2001 l’organizzazione delle autorità tutorie era di competenza esclusivamente comunale, poi si è passati a strutture regionali. Queste sono state mantenute anche con la riforma approvata a larga maggioranza (47 sì, 8 no, 13 astensioni) dal Gran Consiglio il 26 settembre 2012, accogliendo le modifiche legislative contenute nel rapporto di maggioranza della Commissione della legislazione al Messaggio 6611 del Consiglio di Stato. In tale occasione, si ricorderà, è inoltre stato accolto un emendamento che chiedeva la professionalizzazione della figura del Presidente delle Autorità regionali di protezione (ARP), con un grado occupazionale almeno dell’80%. Nel passato, il grado occupazionale dei Presidenti nelle autorità tutorie era vario: solo le ARP di Lugano e Locarno conoscevano la figura del Presidente a tempo pieno. Una situazione che non era ritenuta per nulla soddisfacente. Considerata l’importanza delle decisioni che spettano alle autorità di protezione – ad esempio se una persona è in grado di intendere e volere, o decisioni sull’affidamento dei figli nei casi di loro competenza – si era ritenuto essenziale avere a che fare con dei professionisti. Contro il decreto legislativo approvato dal Gran Consiglio è stato lanciato il referendum da parte di alcuni Comuni, proprio per combattere la richiesta di professionalizzare la figura dei presidenti delle ARP. Le argomentazioni della maggioranza del parlamento cantonale sono state ritenute valide e credibili da parte della popolazione ticinese, che il 3 marzo 2013 ha respinto il referendum, con il 57 % dei votanti.

Che l’attuale situazione sia solo provvisoria è chiaro fin dall’inizio, difatti la riforma approvata nel 2012 è stata da più parti definita unicamente una “mini riforma”, in attesa del passaggio al modello giudiziario per l’ambito del diritto di protezione, previsto per il 2018, attualmente oggetto di una proposta formulata con il Messaggio 7026, pendente presso la Commissione della legislazione.

Al 2018 mancano però oltre due anni e quello delle tutele è un settore assai delicato, per il quale ogni intervento atto a migliorare le condizioni per l’utenza è importante. Il Messaggio 7026 ne evidenzia alcuni, ma a mente degli interroganti, ve ne sono altri che meritano di essere sottoposti sotto osservazione da parte dell’esecutivo cantonale.

In particolare alcune perplessità sullo stato di salute delle ARP sono stati sollevati con il Messaggio 7026, con il quale viene evidenziato che diverse autorità giudicano insufficienti le risorse di personale a disposizione. Oggetto di preoccupazione è per gli interroganti però anche la questione relativa al numero di curatori presenti sul territorio cantonale che, purtroppo, scarseggiano. Ci sono i curatori privati, persone di buona volontà che mettono a disposizione il loro tempo per occuparsi di uno o più pupilli, fornendo un importante servizio sia agli utenti, che allo Stato; ci sono poi i curatori professionisti. L’Ufficio dell’aiuto e della protezione è stato potenziato con l’approvazione del già citato Messaggio 6611 e, si legge anche nel Messaggio 7026 a pag. 8, la Camera di protezione giudica che tale potenziamento stia dando dei buoni frutti, anche se ciò non è ancora sufficiente. Un curatore professionista, oltre ad avere di regola una formazione specifica, può assumere mediamente fino a 60 mandati. Certamente dunque la presenza di queste figure rappresenta un buon investimento per garantire qualità ad un importante servizio sociale.

Secondo l’art. 15 cpv.2 della Legge sull’organizzazione e la procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto è poi compito dei singoli Municipi coinvolti, quello di garantire l’offerta di un numero adeguato di curatori professionisti e di curatori privati incaricati dell’esecuzione delle misure.

Ora, stando a informazioni giunte agli interroganti, risulterebbe che non tutte le ARP abbiano affiancato ai curatori privati la figura dei curatori professionisti. Ciò potrebbe quindi comportare che il funzionamento delle ARP non possa essere ritenuto ottimale, né per gli utenti né per i funzionari attualmente in essere all’interno di questi uffici.

Pertanto chiediamo al lodevole Consiglio di Stato:
1. Quanti sono i curatori privati attivi in Canton Ticino e presso quali ARP operano?
2. Quanti sono i curatori professionisti attivi presso le ARP e in quali ARP operano?
3. Quanti curatori professionisti sono stati assunti nei Comuni dopo l’entrata in vigore della modifica legislativa del 2012?

Giorgio Fonio (PPD) e Amanda Rückert (Lega)


Obbligo di notifica, tedesco e maggiore promozione

di Giovanni Albertini, Generazione Giovani, presidente Associazione Ticino&Lavoro

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Oggi le scuole devono essere in prima linea per sensibilizzare maggiormente e in modo mirato gli allievi, indirizzandoli verso quei settori dove vi è più richiesta di manodopera. Per raggiungere l’obiettivo bisogna studiare e conoscere più approfonditamente la situazione del mercato del lavoro in Ticino. Lavorando in questa direzione, si può pensare di inserire a livello legislativo un obbligo di notifica dei posti vacanti presso le aziende registrate a Registro di Commercio. L’introduzione di tale misura permetterebbe di monitorare la situazione locale e indirizzare, con scelte più mirate, i nostri giovani alla ricerca di un futuro impiego.

L’orientamento professionale è lo strumento che deve puntare ad un dialogo più diretto con le imprese locali. Creare sinergie a livello intercantonale con l’obiettivo di favorire ulteriori opportunità nella ricerca di un apprendistato deve rientrare nelle strategie imminenti. Per sfruttare al meglio questa possibilità è assolutamente necessario incrementare e perfezionare la conoscenza della lingua tedesca, ancora oggi poco considerata alle nostre latitudini, e che diventerà con l’arrivo di Alptransit ancora più fondamentale e indispensabile.

Proposte:
– Inserire a livello legislativo l’obbligo di notifica dei posti vacanti
– Monitorare, elaborare e sfruttare i risultati dei dati pervenuti per avere una panoramica più mirata sul mercato del lavoro locale
– Promuovere e insistere maggiormente sulla lingua tedesca
– Promuovere maggiormente le sinergie intercantonali per la possibilità di un impiego / apprendistato
– Riqualificare le persone residenti che fanno fatica a reinserirsi nel mondo del lavoro

Ricordo inoltre che sul sito www.orientamento.ch si possono trovare dei posti di apprendistato liberi. Sulla piattaforma www.ticinoelavoro.ch i datori di lavoro possono iscriversi gratuitamente per reperire personale indigeno, giovani alla ricerca di un apprendistato e studenti alla ricerca di un lavoro estivo.

Giovanni Albertini, Generazione Giovani, presidente Associazione Ticino&Lavoro


Il big bang di Google e noi

di Natalia Ferrara Micocci, deputata PLRT al Gran Consiglio

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Dopo aver mutato il nostro rapporto con il web, Google ha cambiato nome: si chiamerà Alphabet. In realtà, non cambia solo nome, cambia marcia. È la notizia di oggi, per chi si interessa di media, e per chi, come me, li ha sperimentati di persona da quando sono attiva in politica. La centralità dei mezzi di comunicazione, l’importanza del giornalismo per la vita democratica ma anche i rischi comunicativi di un mondo sempre più “social” sono un dato di fatto. Si dice sempre che i media sono diventati centrali, ma quando lo si tocca con mano e si cerca la loro attenzione, come un politico deve fare, lo si capisce meglio. Ma cosa c’entra Google con tutto questo? Molto, credo. La logica che sta dietro il cambio di denominazione di Google è segnalare, definitivamente, che tra i business del colosso USA non c’è “solo” il motore di ricerca ma molte altre attività. Tra di esse (e dentro di esse) cresce l’importanza dell’editoria, ovvero la ricerca e, come dicono gli esperti, l’aggregazione di contenuti, raccolti dove ci sono oppure prodotti in casa. Vuole dire, ad esempio, informarsi, divertirsi, analizzare cliccando news.google.com, attivo dai primi anni del 2000. Detto altrimenti, c’è e cresce un’offerta giornalistica che non nasce da un editore, un giornale, una radio o una TV ma da un motore di ricerca, Google appunto, partito nel 1998 e che oggi vale in borsa più di Microsoft. La “newsroom” di Facebook ci parla la stessa lingua, manco a dirlo. Credo che questo significhi molto per tutti. Certamente vuole dire molto per il giornalismo, confrontato con una concorrenza formidabile. Significa tanto anche per le aziende mediatiche, che si vedono affiancare da Google (ma non solo, pensiamo a Yahoo) nel ruolo di “impaginatori” delle notizie, ovvero del mondo, agli occhi e alle orecchie del pubblico. Potremmo pensare che, nel piccolo del Ticino o della Svizzera tutto ciò sia destinato a non toccarci, così come per tanto tempo abbiamo pensato che non saremmo stati sfiorati da tante tempeste che poi ci hanno colto impreparati. Certo, non vedremo Google, Yahoo o Facebook sostituire i nostri preziosi giornali, radio e TV pubblica e privata. Magari togliere ai loro lettori tempo e attenzione, questo sì. Senza alcuna pretesa di aver capito il mondo dei media, ci mancherebbe, penso però che il problema maggiore sia un altro. Come difendere la qualità e la rilevanza in un contesto dove la lotta è per l’attenzione? Come proteggere l’accuratezza se la velocità è il primo criterio? Come persuadere il pubblico che la qualità si paga quando la cultura del gratis si diffonde? Come tutelare la sfera privata quando l’intimità in pubblico è diventata un genere e i social-network onnipresenti? Non fuggo certo i media, anzi, ma credo sia giusto non sfuggire anche a qualche ragionamento sul loro avvenire. Ci riguarda tutti, e riguarda anche la nostra libertà.

Natalia Ferrara Micocci, avvocato, deputata PLRT al Gran Consiglio


Attiriamo i turisti portandoli a tavola!

di Marco Romano, consigliere nazionale PPD

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A scadenza regolare alla pubblicazione delle statistiche sull’andamento del turismo cantonale si scatena una due giorni di discussioni politiche. Perché i pernottamenti calano? Chi sbaglia? Cosa sta cambiando? Si evocano l’effetto del franco forte, la concorrenza di nuovi mercati e la perdita di velocità della nostra offerta turistica (cultura dell’accoglienza, servizi, strutture, ecc.). L’indomani di nuovo silenzio fino al prossimo sussulto. Peccato.

Personalmente credo in un Ticino – malgrado condizioni quadro difficili e spesso in svantaggio concorrenziale rispetto ad altre destinazioni – capace di confermare nei prossimi anni il turismo quale tassello rilevante dell’economia cantonale. Non sarà mai la massa, ma certamente la qualità. Siamo una micro-realtà estremamente differenziata in una posizione geografica strategica. Abbiamo ambienti straordinari offerti direttamente dalla natura e presentiamo un quadro generale economico favorevole. Occorre investire, rinnovare e in taluni settori cambiare approccio. Anche la politica ha delle responsabilità, ma da sola non può fare nulla. È un lavoro di squadra, operatori del settore in primis, ma vi deve essere una presa di coscienza anche nel cittadino residente.

Un filone a mio giudizio ancora sottostimato e non sufficientemente valorizzato è quello dell’enogastronomia. Tutti si siedono a tavola, residenti e turisti. Se per i primi – purtroppo non ancora per tutti – i prodotti del territorio e delle cucine ticinesi sono un elemento della vita quotidiana. Per il turista il pranzo e la cena sono momenti “obbligati” di scoperta che vanno colti dal settore quale opportunità straordinaria per attrarre e consolidare. Non penso solo all’alta gastronomia, ma a tutta l’offerta destinata alle varie tipologie di visitatori del nostro Cantone. Tutti mangiano e il Ticino ha nelle cucine di alberghi e ristoranti qualcosa per tutti. Forse non lo valorizziamo a sufficienza. Forse non ci crediamo fino in fondo. Di certo, non siamo nel potenziale secondi a molte destinazioni che fanno dell’enogastronomia una calamita per attrarre turisti.

L’eccellenza del territorio si manifesta anche nei suoi prodotti. Abbiamo o non abbiamo buon cibo? Piatti tradizionali e cucina moderna. Abbiamo o non abbiamo prodotti del territorio che non hanno nulla da invidiare a livello internazionale? I prodotti del terroir e soprattutto i prodotti della viticoltura che negli ultimi decenni nel nostro Cantone ha raggiunto livelli straordinari con riconoscimenti nazionali e internazionali (chapeau!). Formaggi e prodotti agroalimentari non sono poi da meno.

Da cittadino osservatore, che tanto apprezza i prodotti ticinesi, reputo che questa opportunità andrebbe colta con maggiore determinazione. Serve certamente qualche accorgimento nelle infrastrutture, nel servizio, nel coordinamento dell’offerta e nella promozione, ma il potenziale penso proprio ci sia. Apriamo le cantine, offriamo percorsi, organizziamo eventi, promuoviamo la nostra cucina sia tradizionale sia moderna, facciamo rete e accogliamo con la cordialità ticinese che ci viene invidiata. Certo sono necessari urgentemente accorgimenti, ma nulla è impossibile.

Portiamo i turisti a tavola e teniamoli così in Ticino. Sulla stessa linea quali cittadini residenti consumatori, prima di varcare la frontiera, chiediamoci quale ristorante vicino a casa non abbiamo ancora visitato; ne vale la pena e fa bene a tutto il Cantone!

Marco Romano, consigliere nazionale PPD


Il razzismo nei confronti della Svizzera passa indisturbato

di Nicholas Marioli, Movimento Giovani Leghisti

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L’anno scorso in occasione della festa nazionale del primo d’agosto il giovane socialista Fabian Molina aveva invitato tutta la popolazione a non esporre la bandiera nazionale, ma bensì quella della pace (non mi sarei sorpreso se fosse stata quella della Cina o della Corea del nord…).

Anche quest’anno le rimostranze e gli appelli per boicottare il Primo d’Agosto non sono mancate.

Infatti un gruppo bernese di estrema sinistra ha deciso di voler bruciare, con tanto di applausi e festeggiamenti, la bandiera nazionale.

I filmati e i video sono alquanto osceni e vergognosi.

La scelta di voler boicottare il primo d’agosto è da sempre un cavallo di battaglia della sinistra, però questo gruppetto estremista ha dimostrato un totale odio e disprezzo nei confronti della Svizzera e ha ferito in maniera inaccettabile le coscienze e le sensibilità di moltissimi, tant’è vero che il gran consigliere bernese Thomas Fuchs è passato al contro attacco.

Il deputato bernese, tramite un’iniziativa parlamentare, vorrebbe proporre di punire coloro che hanno bruciato la bandiera Svizzera.

Non si può non essere d’accordo con la proposta, un atto talmente incivile e infame a questi livelli dev’essere sanzionato con delle pene esemplari.

È un loro problema se si vergognano della propria nazione invece di andarne fieri come il sottoscritto e la maggioranza dei nostri concittadini.

Scommettiamo che se avessero bruciato la bandiera di un altro paese, o peggio ancora quella della pace, tutta la sinistra avrebbe alzato un polverone allucinante?

La dimostrazione l’abbiamo adesso; quanti sinistroidi hanno denunciato questo caso di razzismo e xenofobia nei confronti della Svizzera?

Evidentemente, per i progressisti, la discriminazione vale unicamente quando la Svizzera fa valere i propri diritti verso la comunità internazionale, quando invece si offende l’amor patrio dei cittadini va tutto bene.

Nicholas Marioli, Movimento Giovani Leghisti


Proteggere i diritti dei consumatori

di Raoul Ghisletta, candidato PS al Consiglio nazionale

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L’Unione europea e gli Stati Uniti stanno per procedere alla firma dell’accordo di partenariato economico transatlantico (TTIP): è un accordo problematico, che permetterà alle ditte americane di mettere negli scaffali dei nostri negozi i loro prodotti, senza passare dal processo di controllo, adottato in nome della precauzione per la salute dei consumatori, che viene spesso applicato alle merci in Europa prima che vengano commercializzate. Questo significa ad es. che un prodotto chimico commercializzato negli USA potrà essere automaticamente commercializzato anche in Europa. In caso di problemi alla salute il consumatore europeo dovrà arrangiarsi a dimostrare che il prodotto lo ha fatto ammalare e fare una costosa causa alla ditta americana. Purtroppo le autorità svizzere dormono sonni tranquilli e i consumatori elvetici rischiano di subire i problemi senza disporre di adeguate difese: il minimo che si possa fare è pertanto rafforzare i diritti dei consumatori in Svizzera, per tutelarli dai rischi attuali e futuri.

Come fare? Lo indica chiaramente la recente Carta dei consumatori, la quale chiede che essi possano disporre di informazioni trasparenti e di prodotti sicuri. La Carta, proposta dall’Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana e dalle consorelle d’oltralpe, si articola su nove punti, molto importanti per la vita delle persone e delle famiglie. In termini generali la Carta vuole aumentare i diritti contrattuali dei consumatori, chiede d’introdurre nel diritto svizzero le azioni collettive per il risarcimento di gruppi di consumatori penalizzati e si pone come obiettivo di combattere i prezzi eccessivi dei prodotti importati.

Le Associazioni dei consumatori vogliono inoltre mettere fine agli abusi e all’opacità di cui sono vittime i consumatori nell’ambito delle telecomunicazioni (comprese le vendite telefoniche e il commercio elettronico) e nei servizi finanziari (inclusa la lotta all’indebitamento eccessivo). Altri ambiti importanti toccati dalla Carta del consumatore sono la salute (in particolare i problemi posti dalle casse malati), i prezzi dei trasporti pubblici, il settore degli alimentari e dei beni di consumo (con la richiesta dell’indicazione obbligatoria del rispetto delle condizioni ambientali e di lavoro nella loro produzione), la durabilità delle merci e la riduzione del consumo energetico dei prodotti.

Purtroppo è ben noto che i partiti di destra a Berna, nel nome della libertà economica assoluta, osteggiano spesso e volentieri queste richieste ragionevoli dei consumatori, per cui la Svizzera rimane il fanalino di coda nei diritti dei consumatori. È ora quindi di decidere una riforma seria!

Raoul Ghisletta, candidato PS al Consiglio nazionale