Categoria: Tribuna libera

Chi comanda in città? Eventi allo “Sbaraglio”

di Giovanni Albertini, CC PPD di Lugano, presidente associazione Ticino&Lavoro.

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Lo spostamento del villaggetto degli Europei da Piazza Manzoni a Piazza Mercato ha dimostrato quanto, alcuni esercenti e cittadini, possano influire sulle decisioni di una città come quella di Lugano. Si parla di concorrenza sleale e di disturbo della quiete pubblica per sostenere che determinati eventi non debbano essere realizzati nelle piazze più importanti del centro. Eventi di questo calibro dovrebbero invece rappresentare per gli esercenti delle piazze un’ottima opportunità per potersi riorganizzare e offrire alla propria clientela prodotti diversificati con l’obiettivo di aumentare l’offerta per avere maggiore domanda e quindi clienti che si recano in piazza a tifare per la propria squadra del cuore.

Piazza mercato è oggi un posteggio all’aperto senza macchine; desolante e senza alcuna connotazione. Il progetto LuganoCreativa che valorizza le zone trascurate della città, attualmente al vaglio della Commissione della Pianificazione, rappresenta una valida alternativa per dare una vera connotazione alla Piazza Mercato. Una valorizzazione creativa con supporto tecnico-logistico potrebbe abbellire e allo stesso tempo adibire la piazza nell’accoglienza futura di piccoli-medi eventi che non necessitano di un folto pubblico.

La scelta di avere spostato il villaggetto degli Europei in una piazza mercato vuota e priva di anima la trovo azzardata e poco coerente. I cittadini vogliono e devono poter vivere momenti di aggregazione in un contesto adatto e ben strutturato.

Giovanni Albertini, Consigliere comunale PPD di Lugano, presidente associazione Ticino&Lavoro.


Basta sfruttamento del precariato!

di Giorgio Fonio e Luigi Canepa, CC per il PPD a Chiasso

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Lo scorso 16 ottobre 2015 è stata costituita la Edil Media Sagl con sede a Chiasso. Visitando il registro di commercio, si può leggere che lo scopo di questa azienda è “la consulenza e la mediazione per opere civili e industriali. Ricerca e selezione personale così come la prestazione di manodopera”.

Visitando il sito internet della società si può vedere come questa azienda sembra essere molto attiva nel settore delle costruzioni: propone infatti progettazioni edili, ristrutturazioni e opere murarie. Da nessuna parte si fa cenno alla possibilità di selezionare per poi collocare o prestare manodopera.

Da informazioni raccolte per contro sembra che questa azienda, in spregio alle normative federali sul prestito e il collocamento di personale, pubblichi annunci all’estero proponendosi come interlocutore nella ricerca di un’occupazione.

Gli interessati, spesso poveri disperati da tempo senza lavoro, raggiungono Chiasso pieni di speranza mettendosi nelle mani di questi “imprenditori”. Una volta ottenuto il colloquio agli aspiranti lavoratori viene chiesto un contributo di euro 40.- per l’apertura dell’incarto.

Consta ricordare che questa pratica è possibile solo se l’azienda viene autorizzata dalla sezione del lavoro del Dipartimento delle finanze e dell’economia.

Chiediamo dunque al Consiglio di Stato:

1. La Edil Media Sagl è in possesso dell’autorizzazione da parte della Sezione del lavoro come previsto dalla legge sul collocamento e il personale a prestito e relativa ordinanza? In caso di risposta negativa: quali passi sono stati intrapresi dalla sezione del lavoro?

2. Il gerente è anche dipendente della società o mette a disposizione la sua funzione semplicemente come fiduciario (domiciliazione, tenuta contabile, ecc..)? In caso la risposta fosse la seconda opzione: come valuta il Consiglio di Stato questo modo di agire?

3. Il caso sopra riportato è al giudizio del Consiglio di Stato, isolato oppure si può parlare di una tendenza in atto nel nostro cantone?

Giorgio Fonio e Luigi Canepa
, consiglieri comunali PPD a Chiasso


Alptransit e i (non) collegamenti verso la Valle di Blenio

Gina La Mantia, Simone Ghisla, Walter Gianora

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In concomitanza con la festa d’inaugurazione di Alptransit a Pollegio, che ha visto le Tre Valli al centro dell’attenzione di tutta l’Europa, con, oltre alla presenza di illustre personalità come Angela Merkel, Matteo Renzi e François Hollande, dei Consiglieri federali Doris Leuthard e Johann Schneider-Ammann anche quella di migliaia di visitatori, è stato pubblicato da parte delle FFS, con decisamente meno clamore mediatico e tantomeno considerazione per le Tre Valli, il progetto d’orario 2017 delle FFS.

Dall’11 dicembre 2016 la galleria di base del San Gottardo entrerà in funzione, e la “linea veloce” diventa realtà. Siamo quindi, come si suol dire, “alla frutta”: dopo tanti proclami e altrettante attese createsi sugli effetti di questo nuovo collegamento anche per il traffico passeggeri – dall’incremento del turismo alla possibilità di un facilitato pendolarismo per lavoro e studio fino all’aumento dell’utilizzo dei mezzi pubblici in generale, per la prima volta ognuno può vedere che cosa, in termini reali di tempi di percorrenza e coincidenze, gli porterà il futuro.

Ebbene, se tutto resta come progettato, per gli abitanti delle Tre Valli e particolarmente della Valle di Blenio, la frutta è amara.

Per chi arriva con Alptransit da nord a Bellinzona, il collegamento verso la Valle di Blenio è inesistente: si arriva alle xx:48 a Bellinzona, e il TILO verso Biasca parte esattamente un minuto dopo, niente da fare. Pazienza, si attende 12 minuti per prendere il TILO dalle xx:00, si arriva 14 minuti dopo a Biasca, solo che … il Bus per la valle è già partito, 8 minuti prima. E il prossimo partirà solo 52 minuti dopo.

E nell’altra direzione? Nulla di consolante neanche qui: il TILO arriva a Bellinzona alle xx:09, il treno Alptransit parte alle xx:11. Due minuti per cambiare, un’autentica presa in giro, tanto che le FFS consigliano, piuttosto, un’ora di attesa …

Dopo queste premesse, le nostre domande:

1. Il Consiglio di Stato era a conoscenza di questo progetto d’orario FFS e ha valutato gli effetti dello stesso per la Valle di Blenio e per altre regioni periferiche?

2. Esiste una possibilità per il Consiglio di Stato di intervenire su questo progetto d’orario delle FFS, ma anche in un’ottica futura, per far sì che anche la Valle di Blenio (e altre regioni periferiche) possano trarre dei vantaggi dalla nuova linea veloce?

3. La nuova tassa di collegamento, accettata recentemente dal popolo, verrà utilizzata per finanziare dei miglioramenti del trasporto pubblico anche nelle valli periferiche? Sarà possibile, grazie ad essa, migliorare le coincidenze ed eventualmente aumentare la frequenza degli autobus e/o del TILO?

Gina La Mantia, Simone Ghisla, Walter Gianora


Storia delle religioni… ancora

Giovanni Barella, presidente Associazione dei Liberi pensatori

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Una è rigidamente religiosa, l’altra è laica. Ecco cosa distingue le due nuove iniziative parlamentari lanciate sulla questione “storia e religione” nella scuola ticinese. L’iniziativa laica è moderata e vorrebbe inserire il concetto del “doppio binario”, quella religiosa invece (sostenuta dalla curia) è d’attacco e vuole imporre il cosiddetto “modello misto”.

La differenza fondamentale è che quella laica riconosce l’importanza della conoscenza del fenomeno religioso nei suoi contesti storici. Inserisce quindi come nuova materia obbligatoria quindicinale la lezione di storia delle religioni, lasciando facoltative le ore di religione (come accade ora). La variante religiosa prevede invece una novità feroce: gli allievi dovranno scegliere se frequentare o storia delle religioni, o religione (il catechismo).

Come Liberi pensatori siamo decisamente contrari al “modello misto” (ovvero quello voluto dalla curia): fa diventare la lezione di religione una lezione sullo stesso piano delle altre, e non più solo una cosa privata. Si torna insomma a tempi antichi, dove a scuola si imparava il libro sacro. Oltretutto impedisce che tutti gli allievi frequentino il corso di conoscenza del fenomeno religioso. Vuole classi divise in due: quelle degli infanti indottrinati religiosamente e gli altri, aperti al mondo che li circonda. È invece prioritario che accada proprio il contrario: tutti dovrebbero avere una base umanistica su cui confrontarsi, a prescindere se siano credenti oppure o no!

Ma alla curia la conoscenza e il dubbio fanno paura, quindi cercano in tutti i modi di far frequentare al minor numero possibile di alunni il corso di storia delle religioni. Nel 2016, con tutti i casini che le religioni stanno creando su questo pianeta, tutto quello che è sacro e trascendente deve rimanere a maggior ragione una cosa privata, perciò la priorità per i nostri figli (tutti!) è confrontarsi con il mondo attorno a loro. La scuola pubblica serve a questo, non a indottrinare gli adolescenti!

Gli iniziativisti religiosi vogliono una parificazione fra insegnamento laico ed insegnamento fideistico, cosa che succede solo nelle teocrazie. A questo si aggiunge il facile giochino della curia: vuole il “sistema misto” anche per aumentare il numero degli allievi che frequentano la lezione di “catechismo” (la frequenza delle ore di religione a scuola è in questo momento in caduta libera). Il motivo è fin troppo facile da intuire: a religione non si possono fare gli “espe” come nelle altre materie (veramente lo Stato potrebbe dare una nota in base a quanto uno “crede bene”?).

Ma è evidente che l’allievo delle scuole medie non può conoscere la chiara differenza fra la lezione di religione e quella di storia delle religioni senza averlo imparato prima. Anzi, la lezione di storia serve anche a spiegare questa differenza! E a spiegare ai non adulti, se sono credenti, che c’è anche altro nel mondo.

L’iniziativa laica, che chiamiamo del “doppio binario”, ha il merito di inserire la conoscenza del fenomeno religioso all’interno della sua materia naturale, ovvero la storia, con frequenza alle lezioni logicamente obbligatoria. Gli insegnanti sarebbero veramente laici (e non decisi dalla Chiesa o dalle facoltà di teologia), con verifiche agli alunni sulla conoscenza di ciò che la religione ha fatto nella storia dell’Uomo. In più contempla pure il principio che lo stipendio degli insegnanti di religione tradizionale sia a carico delle rispettive autorità ecclesiastiche.
Secondo noi l’iniziativa del secondo binario avrebbe potuto spingersi anche oltre: assegnare la storia delle religioni al programma di storia generale e comunque togliere dalla griglia oraria la lezione di “religione” (il catechismo!). Ma capiamo che in politica bisogna trovare dei compromessi.
Accogliamo quindi con favore questa iniziativa parlamentare, che farà chinare i rappresentanti del popolo su questa importante revisione di legge.

Giovanni Barella, presidente Associazione dei Liberi pensatori


SECO vs. ILO?

di Jessica Bottinelli, Verdi Ticino

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A ogni calo della disoccupazione SECO, anche di solo lo 0,1%, si parla di trend positivi, di miglioramento dell’economia, di maggiore attenzione da parte delle aziende ticinesi verso i nostri disoccupati, eccetera. E i dati nel mese di maggio non fanno eccezione. Interessante però notare come queste analisi sono si spingono mai un pochino più lontano, forse per paura di scoperchiare dati meno incoraggianti

Il tasso di disoccupati SECO prende in considerazione solo le persone iscritte alla disoccupazione, che corrispondono circa alla metà del totale delle persone senza lavoro calcolate in base ai criteri dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Anche nei primi tre mesi dell’anno la disoccupazione SECO era calata, quando sono stati pubblicati i dati ILO per il primo trimestre la realtà è apparsa ben diversa: 13’300 disoccupati, 2’400 in più rispetto allo stesso periodo dell’anno prima e un tasso di disoccupazione salito del 6 al 7%. Non si capisce perché la sezione del lavoro e i media si intestardiscano a voler usare unicamente le cifre della SECO senza commentare anche quelle ILO, perché tanto la gente si accorge benissimo guardandosi intorno che la disoccupazione non cala
Ormai sanno tutti che molte persone che hanno diritto alle indennità di disoccupazione non si iscrivono più agli URC, anche perché difficile che ti trovino un impego visto che i posti vacanti annunciati sono uno ogni 8 o 9 disoccupati. Il numero di persone in assistenza è esploso da quando nel 2011 è entrata vigore la revisione della Legge disoccupazione e molti di essi sono persone le persone escono dal “circuito della disoccupazione SECO”, scomparendo dalle statistiche. A queste persone vanno aggiunte anche quelle che hanno lavori precari e magari non riescono ad accumulare abbastanza periodi contributivi per poi iscriversi alla disoccupazione.

Quando si parla di aumento dei posti di lavoro è bene ricordare la definizione ufficiale di addetto: “persona impiegata che è sottoposta a contributi AVS con un reddito superiore a 2’300 CHF annui”. Anche uno studente che svolge un lavoro estivo di due mesi per il quale è remunerato in totale 2’500 franchi è considerato un addetto. Affermare che gli addetti sono aumentati di oltre 10’000 unità, non significa che ci sono 10’000 posti di lavoro in più con i quali è possibile mantenersi, anzi.

Forse insieme ai tassi di disoccupazione ILO e SECO bisognerebbe anche analizzare il potere d’acquisto delle famiglie. Purtroppo sempre più avere un lavoro non significa avere abbastanza per poter sbarcare il lunario. Il fenomeno dei working poor non fa che aumentare. Provate a chiedere nelle vostre città e nei vostri paesi chi sono le persone che si recano al tavolino magico o alle mense di beneficienza? Sarete sorpresi di scoprire che ci sono molte persone che hanno un lavoro che sono costrette a beneficiare di questi servizi o di ricorrere all’assistenza.

Raoul Ghisletta e altri parlamentari avevano proposto che il tasso di disoccupazione ILO fosse affiancato ai dati pubblicati dalla SECO ma ci si limita ad infilare un link in un documento di molte pagine… ecco a me questa non sembra trasparenza e non fa che lasciare campo libero a chi vuole sottacere e abbellire la realtà dei fatti dell’economia ticinese.

Non ci vuole una laurea in economia per capirlo: sempre più frontalieri, notificati e lavoratori interinali, paghe sempre più basse, aumento del dumping salariale, giovani in partenza per altri lidi e diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.

Questa economia non mi piace e ci sta impoverendo tutti. Dobbiamo cambiare paradigma, rimettere al centro degli interessi gli esseri umani, non il profitto a corto termine supportato da “statistica da bella vetrina”.

Jessica Bottinelli, Verdi Ticino


La realtà e il futuro del lavoro nel nostro Cantone valgono più di un offensivo tweet

di Igor Righini, presidente PS Ticino

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L’immediatezza e l’incisività dei messaggi emessi e pubblicati è una delle grandi qualità delle reti sociali, in particolare di Twitter. Questa qualità nasconde tuttavia una trappola che diventa reale soprattutto quando la debita attenzione e un minimo di riflessione vengono meno, sopraffatte dall’istinto.

È quanto è accaduto a Stefano Modenini, direttore dell’Associazione industrie ticinesi (AITI). Oltre a verificare la corretta ortografia del cognome di Ivo Durisch, Stefano Modenini avrebbe potuto anche riflettere qualche istante prima di rendere pubblico l’offensivo messaggio destinato al capogruppo del PS in Gran Consiglio. Dopo il suo primo messaggio, Stefano Modenini ha cercato di correggere parzialmente il tiro, scrivendo che Ivo Durisch è una persona intelligente. Quest’affermazione, malgrado sia vera e faccia piacere a Monsieur de La Palice, non equivale però a delle scuse pubbliche che – in un caso come questo – una persona intelligente e responsabile dovrebbe presentare più che esigere.

Il fatto politico, sollevato da Ivo Durisch a “Il Quotidiano”, cui Stefano Modenini ha fatto riferimento, avrebbe comunque meritato una reazione critica differente, la comprensione del contesto e almeno qualche argomento. È infatti indubbio che in Ticino vi siano salari più bassi comparati al resto della Svizzera, una quantità minore di lavoratori altamente qualificati, una struttura economica in cui la mano d’opera a basso costo è un fattore più importante che nel resto del Paese. Questi sono dati oggettivi, resi pubblici sia dall’Ufficio federale di statistica sia dal Consiglio di Stato ticinese, che vengono anche citati in “Canton Ticino – Struttura e prospettive” : un documento che non è affatto di sinistra, ma che è stato pubblicato dal Credit Suisse.

Questo documento indica ad esempio come l’accessibilità di una regione sia fondamentale per il suo sviluppo economico. Un’accessibilità che implica investimenti nella rete di trasporti pubblici, imperativi soprattutto nelle valli del nostro Cantone, perché un tessuto economico più solido e meno incline alle crisi congiunturali possa svilupparsi anche in Ticino. Una realtà economica fondata sulla produzione di alto valore aggiunto, anche tecnologico e industriale, comparabile a quella dei Cantoni svizzeri che registrano un aumento del PIL pro capite molto migliore di quello ticinese, accompagnati da salari nettamente superiori a quelli del nostro Cantone. Dei Cantoni che hanno saputo affrontare e realizzare una riconversione strutturale che in Ticino non è ancora avvenuta.

Questo è il fatto politico e la sfida riguardo questo aspetto del lavoro in Ticino sollevata dal PS e che il PS intende non solo affrontare, ma soprattutto contribuire a risolvere. Perciò, oltre a impegno e serietà, questo tema richiede anche un importante dibattito politico che non può venir ridotto a un malaugurato e offensivo “cinguettio” sulle reti sociali.

Igor Righini, presidente PS Ticino


Continueremo a trascurare la scuola media?

di Alessandro Lucchini, cc di Giubiasco,vice-segretario Partito Comunista

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L’iniziativa popolare “Rafforziamo la scuola media – Per il futuro dei nostri giovani” rappresenta un concreto passo avanti nell’ottica di un miglioramento delle condizioni di studio e della qualità dell’educazione pubblica obbligatoria, soprattutto dopo anni in cui invece, in ambito scolastico, siamo soliti a parlare, in un modo o in un altro, di tagli.
Ma non è solo una questione di soldi: è anche l’uguaglianza di possibilità ad essere tagliata!

L’origine sociale o migratoria degli scolari comporta sensibili differenze nella formazione scelta dopo la scuola dell’obbligo, cioè influisce sul proprio futuro professionale. A rilevarlo è un’analisi dell’Ufficio federale di statistica. Non è una novità: lo stesso DECS ha già più volte tirato il campanello d’allarme in passato e anche gli studenti del SISA avevano denunciato – dati statistici e studi empirici alla mano – situazioni di selezione di tipo sociale nella scuola che non garantiscono quell’uguaglianza sostanziale che dovrebbe esserci di fronte al diritto allo studio. Diritto allo studio e uguaglianza di possibilità che, vale la pena ricordarlo, sono alla base della riforma che istituì la scuola media unica.

Il Consiglio di Stato nel 1985 scriveva che la scuola media doveva “assicurare, soprattutto ai ceti meno privilegiati, una formazione culturale più ampia e un corredo di conoscenze più ricco di quello dato alla scuola maggiore; (…) posticipare le scelte d’orientamento a un’età più avanzata; favorire le scelte d’orientamento in funzione delle reali attitudini, senza discriminazioni d’origine sociale o ambientale”. L’iniziativa popolare che voteremo il 5 giugno non si pone obiettivi mirabolanti, si limita a consolidare gli obiettivi posti dal Consiglio di Stato a suo tempo, proponendo di incidere maggiormente su questioni che chi vive quotidianamente la scuola ben conosce.

L’iniziativa garantisce il principio della gratuità della scuola media sia per quanto concerne il materiale scolastico sia per quanto riguarda i trasporti. Sappiamo tutti che è proprio la scuola dell’obbligo a dover contribuire ad appianare le discriminazioni che la società invece spesso esaspera. Per farlo la scuola deve avere i mezzi: un investimento nel futuro di questo Paese! I contrari giudicano tale misure come un “desiderio di tipo sociale” che non andrebbe inserito nella legislazione scolastica: è una scusa formalista, quando tutti vedono benissimo che, oggi più che mai, i due ambiti – quello educativo e quello sociale – non possono facilmente essere disgiunti.
Un altro degli obiettivi principali dell’iniziativa è quello di diminuire da 25 a 20 il numero massimo di allievi per classe. In passato alcuni esponenti del DECS dichiaravano che aumentare fino a 30 tale limite non avrebbe comportato rischi per la qualità dell’insegnamento. Imbarazzante! Classi e sedi scolastiche meno sovraffollate non sono semplicemente un “desiderio sociale”, costituiscono bensì una migliore possibilità di seguire gli allievi da un punto di vista pedagogico e di conseguire al meglio gli obiettivi didattici.

Se riconosciamo nella scuola anche un utile e necessario elemento di coesione e di comunità, ecco che l’iniziativa ha il merito di affrontare anche questioni centrali ma spesso banalizzate come quelle relative a refezione, biblioteche e l’utilizzo da parte dei ragazzi degli spazi scolastici per i loro momenti di aggregazione.

Tutti si dicono a favore della scuola, tutti si dicono a favore del potenziamento della formazione dei giovani, ma poi manca sempre e da anni il coraggio politico di voler fare un investimento completo su una delle componenti più importanti e più trascurate del sistema formativo del nostro Cantone. Votare Sì all’iniziativa “Rafforziamo la scuola media – Per il futuro dei nostri giovani” significa sostenere il diritto dello studio, la scuola pubblica ticinese e quei principi certamente anche sociali che stavano alla base dell’istituzione stessa della scuola media unica tanti anni orsono.

di Alessandro Lucchini, consigliere comunale di Giubiasco,vice-segretario Partito Comunista


No a tasse ingiuste e inefficaci, sì ad una mobilità pubblica che dia l’esempio

Matthias Bizzarro, Vicepresidente dei GLRT

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Al lavoro mi reco esclusivamente in bicicletta, a piedi o in bus. E nonostante ciò voterò di no alla “tassa di collegamento” in votazione il prossimo 5 giugno. Perché? I motivi sono molti, e non potrò che citarne i principali.

Anzitutto si tratta di un’imposta (dovuta senza controprestazione) che, senza raggiungere gli obiettivi prefissati, colpirà molti lavoratori e studenti, in gran parte ticinesi, che di fatto non hanno alcuna alternativa in quanto serviti in modo pessimo dai trasporti pubblici, e che in molti casi già oggi pagano importi talvolta anche molto alti per il proprio posteggio. Non occorre vivere in zone discoste per trovarsi in questa situazione: basta uno sguardo alla situazione di molti comuni della cintura dell’agglomerato Luganese per rendersene conto. Oppure basta avere la sfortuna di doversi recare in aree industriali di questo cantone, per toccare con mano la completa mancanza di alternative. Si tratta quindi, in pratica, di una “tassa senza collegamento”. Certo, forse la situazione migliorerà un giorno, ma la realtà è che questa tassa è destinata esclusivamente alla copertura dei crediti ordinari di finanziamento del trasporto pubblico, per cui intanto moltissimi pagheranno senza ricevere nulla in cambio e senza per questo poter cambiare le proprie abitudini.

L’aspetto che però trovo più fastidioso di questa tassa è l’atteggiamento dello Stato nei confronti dei privati. In sostanza – si è sentito più volte – lo Stato tuona contro le imprese ree di non essersi sufficientemente organizzate a livello di mobilità aziendale e ora – di conseguenza – le “punisce” con questa tassa. Critica per certi versi condivisibile, se non fosse che a tuonare è senza dubbio il più grande generatore di traffico di questo Cantone. È il bue che dà del cornuto all’asino. Si pensi agli oltre 5000 dipendenti del Cantone, ai quasi 4000 docenti, agli innumerevoli spostamenti di traffico causati dalle scuole (parola chiave: mamme col SUV). Per non parlare delle amministrazioni comunali dei nuovi grandi comuni e del settore parapubblico. Il Cantone si è mai dotato di un piano di mobilità aziendale? Non mi risulta. Da me confrontato con questa domanda, l’onorevole Zali in occasione di un dibattito pubblico alcune sere or sono, per tutta risposta ha sottolineato che anche i dipendenti pubblici (che già pagano i posteggi) pagheranno la tassa di collegamento. “Ah beh” viene da dire, “allora il problema traffico è risolto”.

Per tornare seri: pensando alla situazione del traffico durante le vacanze scolastiche, viene da chiedersi se non sarebbe il caso che lo Stato facesse i compiti in casa propria, gestendo meglio la mobilità pubblica e parapubblica, prima di muovere rimproveri e imporre nuovi oneri all’economia privata. Economia privata che già lotta per la propria sopravvivenza (e le recenti notizie di PMI storiche costrette a chiudere nel nostro Cantone lo dimostrano), dovendo competere con aziende agguerrite di tutto il mondo, e che si troverà nel dilemma se riversare la tassa sui lavoratori (in un periodo di pressione generale sul livello salariale) o se sobbarcarsela, a scapito degli investimenti futuri.

Matthias Bizzarro, Avvocato, Vicepresidente dei Giovani Liberali Radicali Ticinesi


Etica e rispetto delle regole

di Rocco Cattaneo, presidente PLR

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Premessa: parlo da politico, da presidente di partito, e non da tecnico bancario o da legale, quale non sono.
Dico che il caso BSI è molto grave e che obbliga tutti noi (cittadini, politici, imprenditori e soprattutto operatori finanziari) a una seria riflessione e a un profondo esame di coscienza.
È molto grave perché rischia di compromettere la reputazione, la solidità e il futuro non solo di una banca (che da tempo sta cercando di uscire dall’incertezza), e dei suoi collaboratori, ma di tutta la piazza finanziaria.
Anzi, rischia di avere effetti negativi sulla reputazione dell’intero sistema finanziario svizzero, che da anni è sotto stretta osservazione da parte della comunità internazionale.

Se è vero che la FINMA ha usato il pugno di ferro nei confronti della BSI, è anche vero che aveva fondati elementi per farlo. Non è dunque il caso, di fronte a quanto è venuto alla luce, di prodursi in difese d’ufficio o di fare del vittimismo alla ticinese: altri istituti di credito hanno fatto di peggio, oppure la FINMA ce l’ha con noi e con la BSI in particolare.

Può anche esserci un fondo di verità in questo, si può sostenere che il comunicato della FINMA fosse sopra le righe, ma il caso è oggettivamente grave e la sindrome di Calimero, questa volta, non ci sta. Anche se da oggi in poi dobbiamo pretendere che la FINMA usi lo stesso pugno di ferro nei confronti di tutte le banche (anche quelle grandi) colpevoli di aver violato le regole del gioco.

Come ha ben detto in un’intervista l’avvocato Emanuele Verda, quanto è accaduto è l’ennesimo schiaffo alla reputazione della nostra piazza finanziaria E aggiungo, con ulteriori ripercussioni negative sull’occupazione. Non passa mese senza che venga a galla uno scandalo, più o meno rilevante, tra truffe e malversazioni varie. Ma il caso del fondo sovrano malese che ha coinvolto la BSI ha proporzioni enormi, tant’è vero che il Ministero pubblico della Confederazione ha aperto un’inchiesta sulla banca per riciclaggio.
Le eventuali responsabilità individuali si chiariranno col tempo, ma fin d’ora sembra evidente (anche alla luce dei ripetuti richiami della FINMA) che questo caso coinvolge i vertici della banca, se non a livello di consapevolezza quantomeno a livello di mancanza di controllo o di negligenza.

E non sono d’accordo con chi vorrebbe cercare di giustificare ad ogni costo l’accaduto arrampicandosi sugli specchi. Ci si chiede come sia stato possibile, da parte di una banca seria e reputata, una così grossolana mancanza di controlli su operazioni finanziarie tanto rilevanti e condotte su un mercato potenzialmente a rischio come quello malese. Senza dire dei bonus milionari, quelli versati al consulente della filiale BSI di Singapore, ma anche degli emolumenti, non noti ma sicuramente ingenti, intascati in questa operazione dai dirigenti della banca…

È tempo e ora che chi opera sulla piazza finanziaria, a livello bancario, fiduciario ma anche legale, metta la responsabilità delle proprie decisioni, l’etica e il rispetto delle regole davanti alla cupidigia. I tempi sono cambiati e nessuno può più pretendere di giocare delle partite senza arbitri.

Rocco Cattaneo, presidente PLR


Un segnale chiaro: basta tasse!

di Alain Bühler, vicepresidente UDC Ticino

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Non sono un fanatico di tasse e imposte, anche se riconosco che lo Stato in un qualche modo va finanziato. Lo sono ancor meno quando prima di chiedere nuovi sforzi ai cittadini, il Governo ha ancora sul tavolo i compiti da fare. Compiti che ha sapientemente evitato sinora. Il deficit del Canton impone ora di prendere decisioni impopolari ridefinendo un po’ i compiti dello Stato e soprattutto ridimensionando un apparato amministrativo mastodontico per riportare le finanze pubbliche in pareggio. Da troppo tempo la politica ticinese ha in sospeso questo importante esercizio ed è solo adesso, con l’acqua alla gola, che finalmente parrebbe proporre qualcosa per rimettere in sesto le finanze, anche se anche nel caso della manovra di rientro si chiede nuovamente troppo al contribuente rispetto alla totale assenza di coraggio di tagliare gli sprechi nella spesa pubblica.

In mezzo alla discussione su nuove tasse e imposte per risanare i conti del Cantone, il 5 di giugno, il popolo ticinese deciderà sulla modifica della legge sui trasporti pubblici e potrà così decidere in prima persona se accollarsi la tassa di collegamento – che non collega nulla se non i soldi del cittadino con le casse dello Stato – o invece lanciare un chiaro segnale contro la continua richiesta di sacrifici al Popolo ticinese.

La tendenza a proporre tasse “d’incentivazione” non sembra scemare, soprattutto a livello federale. Lo Stato sempre più spesso si sente nel dovere di spingere il cittadino a comportarsi secondo dei principi che lui stesso definisce giusti e meritevoli. La Tassa di collegamento, apparentemente, si inserisce in questa visione. Ma solo apparentemente. Appena approvata in Gran Consiglio, la nuova imposta era stata venduta come una tassa sui frontalieri. Questa storiella è durata poco perché il Governo stesso ha dovuto ammettere che la gran parte dei 18 milioni a cui brama vengono pagati (nuovamente) dai ticinesi. Allora il Governo tenta di spacciare il nuovo balzello per tassa di incentivazione, per educare in un qualche modo il cittadino a non usare la macchina per i suoi spostamenti, bensì di usare il trasporto pubblico.

Tralasciando valutazioni sulla questione se ciò sia corretto o meno, la verità è che questo scellerato balzello non ha nemmeno il merito (o demerito) di modificare il comportamento del cittadino o dell’automobilista. Chi crede che tassando 30’000 posteggi in questo cantone, di cui la gran parte in zone praticamente irraggiungibili con il trasporto pubblico, si potrà “motivare” il ticinese a lasciare a casa la macchina a beneficio del trasporto pubblico probabilmente ha capito poco o nulla del Ticino, della sua morfologia e dei trasporti pubblici in generale. Quanti sono i ticinesi che oggi abitano e lavorano in zone comodamente raggiungibili con i mezzi pubblici? Praticamente solo quelli che abitano e lavorano lungo la linea ferroviaria, che alla sera e il fine settimana non si spostano per impegni extra lavorativi e che sicuramente tornano a casa prima dell’ultimo bus: spesso alle 18.30. Non ne restano moltissimi. Anche la credenza che i datori di lavoro si assumeranno in toto questa nuova spesa dimostra poca dimestichezza con l’attuale tessuto imprenditoriale ticinese. Per inciso, quello che per la maggiore, pur di tagliare i costi, assume manodopera frontaliera a discapito di quella indigena.
Chi promette minor traffico è, quindi, in malafede. Lo è ancor di più dopo che il Governo ha cambiato ancora una volta argomento per giustificare questa nuova tassa. Non i frontalieri e non la riduzione del traffico, ma il finanziamento del trasporto pubblico è il protagonista della questione ora.

Un ricatto che altrove in Svizzera non avrebbe vita facile, ma in Ticino, pur di raggranellare nuove entrate, il nostro Governo e la maggioranza del Parlamento sono giunti a questo punto. Ora sta al Popolo ticinese decidere se dare seguito a questa nuova imposizione o mandare un chiaro messaggio a chi crede che i ticinesi siano sempre pronti ad una bella spremitura, ossia basta tasse!

Alain Bühler, vicepresidente UDC Ticino


Videosorveglianza per tutti i valichi ticinesi

di Marco Romano, Consigliere Nazionale PPD

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Domanda inoltrata al Consiglio federale cui sarà data risposta lunedì prossimo 6 giugno a partire dalle 14.30 nell’ambito della tradizionale “ora della domande” in Consiglio nazionale.

Criminalità transfrontaliera: videosorveglianza per tutti i valichi ticinesi

Da anni si registra un numero significativo di furti e rapine lungo la zona di confine a sud del Ticino. La mobilità tra Svizzera e Italia è facile e i “criminali transfrontalieri” ne approfittano. Il Consiglio federale sostiene la realizzazione di una videosorveglianza completa presso tutti i valichi (principali e minori) a sud del Ticino? Entro quando tutti i valichi saranno controllati da moderne telecamere con sistemi di identificazione? Il progetto è a rischio a causa dei piani di risparmio?

Marco Romano, Consigliere Nazionale PPD


Pur di tassare i ticinesi si abusa dei frontalieri

di Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino

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Diciamolo subito: quando la sinistra inizia a parlare di frontalieri vuol dire che c’è sotto qualcos’altro. Pur di inventarsi una nuova tassa, che in verità tocca il cittadino-automobilista ticinesi, qualunque argomento viene messo in primo piano da chi semplicemente e da sempre ha voglia di ingrandire lo Stato, aumentare le spese e aumentare quindi anche il carico fiscale.

La modifica della legge sui trasporti pubblici, che introduce la tassa di collegamento, sta scaldando gli animi, tanto da far perdere la testa al momento di argomentare in modo coerente. Da una parte i fautori della tassa sostengono che non toccherà assolutamente gli automobilisti perché la tassa viene pagata interamente dall’economia, dunque dai proprietari dei posteggi stessi; nella stessa tirata di fiato si denuncia il fatto che una gran parte dei frontalieri dispone di posteggi gratuiti e che finalmente questi devono essere chiamati alla cassa. Ma allora, la pagano i proprietari dei posteggi o la pagano gli utenti-automobilisti? Nel secondo caso il problema è che, sui 30’000 posteggi colpiti dalla tassa, solo 5000-6000 posteggi sono occupati dai frontalieri mentre gli altri sono utilizzati da lavoratori e consumatori ticinesi, da persone con un reddito non forzatamente alto e che spesso abitano nelle regioni più rurali del Cantone.

Non c’è alcun minimo dubbio che l’UDC Ticino si metterebbe in primissima fila al momento per portare avanti soluzioni per chiamare alla cassa i frontalieri che, uno per macchina, inondano quotidianamente le nostre strade. Ma la tassa di collegamento va proprio nella direzione opposta, esentando oltre il 90% dei frontalieri da questa imposta. Insomma, i lavoratori di oltrefrontiera continueranno ad incolonnarsi sulle nostre strade, mentre noi ticinesi ci sobbarchiamo una nuova e grave imposta. Un’assurdità.

Sul fatto che quest’ultima possa essere pagata dai proprietari dei posteggi penso non sia nemmeno necessario discutere. Il cantone stesso, che in molte zone del Cantone dispone di fondi con più di 50 posteggi (scuole, uffici, servizi) ha annunciato che riverserà la tassa sui dipendenti. Una scelta ovviamente necessaria se si vogliono in cassare i 18 milioni di cui ha urgentemente bisogno. Infatti, se “pagasse il cantone stesso”, semplicemente una parte di quei ricavi – e dunque dell’obiettivo della tassa – non verrebbe realizzata.

Il prossimo 5 giugno si decide su un tema cruciale che per certi versi costituirà un segnale che va oltre quello della votazione stessa: vogliamo continuare a finanziare un Cantone che non trova il coraggio da una parte di procedere ad una revisioni sul fronte delle spese (enormi ancora i costi che si potrebbero tagliare senza toccare direttamente il cittadino) e dall’altra che cerca di estorcere al ticinese altri 18 milioni con argomenti che non stanno né in cielo né in terra?

La scelta mi sembra ovvia e invito i cittadini ticinesi, da destra a sinistra, a votare NO alla modifica della legge sui trasporti pubblici.

Piero Marchesi, Presidente UDC Ticino


Caso BSI, DFE e fisco ticinese: forti con i deboli e deboli con i forti?

di Boris Bignasca, granconsigliere Lega

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In seguito al caso BSI è tornata alla ribalta la figura dell’ex CEO della Banca Alfredo Gysi. La stampa ha riportato alcune notizie già di pubblico dominio riguardo al signor Gysi. Infatti risulta che lo stesso ex CEO di BSI abbia spostato di recente il proprio domicilio fiscale a Londra. Questa prassi sembra purtroppo in voga presso diversi grandi contribuenti e rappresenta una grande perdita per l’erario ticinese.

Considerato poi che Alfredo Gysi rappresenta gli interessi pubblici in vari consessi che richiedono la sua presenza attiva, come ad esempio l’Università della Svizzera Italiana, la Fondazione per le facoltà dell’USI, la Fondazione Lugano Musica ecc. si chiede si pongono al Consiglio di Stato le seguenti domande:

– Corrisponde al vero, quanto afferma la stampa, riguardo al domicilio fiscale del sig. Gysi ex CEO di BSI?

– Per quanto risulti alla divisione delle contribuzioni, il signor Gysi ha proceduto effettivamente a spostare il proprio centro di interessi personali a Londra oppure questa mossa è finalizzata solo all’ottimizzazione fiscale?

– I “motivi culturali” che, secondo quanto ha riportato la stampa, hanno indotto il signor Gysi a trasferire il proprio domicilio fiscale a Londra sono stati verificati? In cosa consistono esattamente? Tali “motivi culturali” sono talmente forti da consentire lo spostamento del centro di interessi e quindi del domicilio fiscale?
– Essere un grande tifoso del Leicester permetterebbe a qualunque ticinese di spostare il domicilio fiscale in Gran Bretagna per “motivi sportivi”?

– Non sarebbe il caso di fare delle verifiche su questo e altri cambiamenti di domicilio fiscale verso Londra, Montecarlo o altri lidi?

– Quanti altri casi di cambiamento di domicilio fiscale di grandi contribuenti svizzeri sono avvenuti negli ultimi 5 anni?

– Quanto hanno fatto perdere questi “spostamenti” in termini di gettito fiscale cantonale e comunale?

– Il DFE intende continuare a lasciar scappare grossi contribuenti senza fare nulla?

Boris Bignasca, granconsigliere Lega


Nuova legge sull’EOC: sanità di qualità, per tutti

di Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR

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Quando, nel 2007, il legislatore federale ha adottato il nuovo modello remunerativo per le prestazioni ospedaliere, ha posto al centro della riforma la libertà di scelta del paziente. È proprio il paziente, e non altri, ad avere il diritto di decidere dove e presso quale ospedale farsi curare, potendo far capo all’offerta sanitaria presente sull’intero territorio nazionale, poco importo se gestita da istituti pubblici o privati. Con l’apertura del sistema ospedaliero svizzero ad una concorrenza ben regolata è stata pure pianificata la creazione di determinati centri di punta altamente specializzati, in modo da garantire una sempre migliore qualità delle cure grazie alla concentrazione dei casi.

Le Camere federali, parificando il finanziamento di strutture pubbliche e private, non hanno affatto rinunciato al principio del servizio pubblico sancito dalla LAMal, ma ne hanno affidato l’attuazione – mediante i mandati di prestazione – a quei fornitori che meglio lo garantiscono, indipendentemente dalla loro veste giuridica (enti di diritto pubblico, fondazioni private, società anonime, ecc.).

È in questo contesto che va letta la necessità di aggiornare la Legge cantonale sul nostro Ente ospedaliero cantonale (EOC), il quale deve essere messo in condizione di collaborare in modo più stretto e articolato con quegli attori privati della sanità che siano disposti a sviluppare dinamiche sinergiche e modelli organizzativi integrati, allo scopo di superare l’attuale frammentazione dell’offerta. Come ha spiegato il prof. Moccetti, che sa molto bene di che cosa parla, soltanto grazie ad una messa in rete delle competenze e delle dotazioni tecnologiche pubbliche e private (evitando inutili e costosi doppioni) riusciremo a mantenere in Ticino anche la casistica complessa, potenziando così la competitività, la qualità e l’efficienza della nostra offerta sanitaria nell’ambito nazionale. È un obbiettivo strategico il cui raggiungimento viene invece ostacolato dall’iniziativa “Giù le mani dagli ospedali” che, a dispetto del titolo accattivante, pregiudica pericolosamente lo sviluppo del nostro del sistema sanitario.

Chi teme l’inizio di una privatizzazione della sanità si sbaglia. È semmai l’EOC e il servizio pubblico che vengono rafforzati dalla riforma della Legge. Non solo perché il Gran Consiglio sarà chiamato di volta in volta ad approvare le singole nuove partecipazioni al capitale di società private e lo potrà fare soltanto in presenza di un evidente interesse pubblico, ma anche perché i partners privati saranno tenuti ad applicare le stesse condizioni che regolano il settore pubblico, come ad esempio i contratti di lavoro, il primariato e la messa a disposizione di posti di formazione. Verrà inoltre conferita la possibilità all’EOC di gestire l’intero percorso di cura del paziente – dalla fase acuta al rientro a domicilio – secondo quanto previsto dalla pianificazione federale e cantonale.

Il Cantone beneficerà per altro degli interessi che maturerà il capitale di dotazione, di cui l’EOC potrà disporre.

Non vi è dunque motivo di inquietarsi: né per la presenza di società anonime tra gli attori privati, né per il destino del servizio pubblico in un contesto concorrenziale. Diversi ospedali pubblici in Svizzera hanno assunto da anni la forma giuridica della SA, avvalendosi così di una maggiore flessibilità nelle collaborazioni con il settore privato; cionondimeno, nessuno dei loro pazienti si sognerebbe di dubitare del ruolo trainante di quelle strutture nella promozione di un servizio di pubblico di primo ordine. La concorrenza ha il pregio di stimolare la cooperazione dell’offerta pubblica e privata, l’innovazione in campo medico e i progressi della ricerca scientifica. Il settore privato continuerà ad essere complementare a quello pubblico e quest’ultimo manterrà la sua centralità, consolidando le sue specializzazioni.

Ciò presuppone però una condizione: quella di poter coordinare e concentrare meglio le attività – soprattutto nella diagnostica e nel trattamento di certe specialità – tra i fornitori di prestazioni che se ne occupano, come appunto prevede la modifica della legge sull’EOC. Ne beneficerà anche il futuro Master in medicina dell’USI, che andrà ad accrescere l’offerta accademica e scientifica in Ticino, con un virtuoso riverbero in termini di conoscenze ed esperienze in campo medico, a tutto vantaggio dei pazienti ticinesi e non solo.
L’accesso alle cure per tutti è e rimane la condizione indispensabile di ogni sistema sanitario equo e solidale. La nuova legge intende rafforzare questo principio assicurando l’accesso in Ticino anche alla medicina di punta, senza tuttavia rinunciare ad un solido servizio di base e di emergenza su tutto il territorio, valli comprese.

Per questi motivi il prossimo 5 giugno io voterò un convinto “SÌ” alla modifica della Legge dell’Ente ospedaliero cantonale, invitandovi a fare altrettanto.

Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR


A mani nude

di Michela Delcò Petralli, Coordinatrice dei Verdi

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Con una iniziativa parlamentare elaborata dell’ottobre 2011 i Verdi chiedevano la creazione di un registro delle imprese, che riportasse una serie di informazioni anonimizzate relative al numero delle persone occupate, al tipo di posti di lavoro e ai salari corrisposti. Con la medesima iniziativa si chiedeva anche l’inserimento nella legge di un obbligo per le aziende di notificare i posti vacanti alla Sezione del lavoro.

Attualmente le autorità non hanno un controllo puntuale sulle imprese che si insediano sul nostro territorio, né tanto meno sul tipo di impieghi offerti. Questa mancanza di informazioni è spesso oggetto di lamentele da parte di chi deve allestire degli studi in ambito socio-economico o semplicemente delle statistiche. Un registro delle imprese avrebbe permesso non solo di creare trasparenza nel diversi settori economici ma anche di avere una fonte certa di dati statistici, senza i quali non è possibile costruire una politica economica e fiscale.

L’obbligo di annunciare i posti vacanti alla Sezione del lavoro permetterebbe di circuire le agenzie di collocamento, che, come tutti sanno, e come sottolineato dallo stesso Rico Maggi dell’IRE, sono il principale vettore di manodopera frontaliera a buon mercato.

La Commissione della gestione ha bocciato ambedue le proposte. Per la maggioranza della commissione le soluzioni indicate nell’iniziativa sarebbero contrarie alla libertà economica e arrecherebbero troppo lavoro agli Uffici regionali di collocamento (URC), a cui peraltro, l’iniziativa non chiedeva null’altro che di ricevere la notifica dei posti vacanti.

Quel che è assurdo è che nel rapporto si dice chiaramente che è possibile obbligare le aziende a segnalare gli impieghi agli URC, come avviene già nei Grigioni, ma la Commissione ha ritenuto che il Ticino non ne ha bisogno di questo strumento.

Ora, nel 2013 (ultimi dati disponibili) i posti vacanti annunciati agli URC sono stati 2’475, circa uno per 10 disoccupati iscritti. Lo stesso anno sono stati rilasciati 8’240 nuovi permessi G (esclusi i rinnovi di permessi esistenti) e le ore di lavoro fornite dalle agenzie interinali hanno superato i 6,5 milioni, pari a circa 3400 posti di lavoro a tempo pieno. È evidente quindi che la stragrande maggioranza dei posti vacanti non viene segnalata e che le imprese preferiscono assumere attraverso altri canali. I pochi posti vacanti annunciati agli URC non bastano certo a riassorbire la disoccupazione. Quanto dovremo soffrire, in termini di disoccupazione, per attivare anche in Ticino una solidarietà delle imprese che ci aiuti a superare la crisi del lavoro? Ci sono già 12’000 disoccupati ILO e 13’500 sottoccupati in questo Cantone, non bastano queste cifre?

E come pensiamo di affrontare l’aumento della spesa sociale per le varie prestazioni assistenziali, in gran parte dovute alla mancanza di lavoro o a lavori precari, quando, fra non molto, anche le imprese, con la riforma III della fiscalità, pagheranno ancora meno imposte? Si parla di una perdita erariale di 100’000 franchi per il Ticino a fronte di un aumento costante e inarrestabile dei costi sociali.

E come pensiamo di calcolare i costi del frontalierato richiesti recentemente dalla Confederazione se non sappiamo esattamente come calcolarli e su quali dati statistici? Come affronteremo il futuro se il Parlamento si rifiuta di prevedere quegli strumenti atti a contenere l’esplosione dei costi sociali? Spero che lunedi prossimo, il Parlamento cantonale, a cui verrà sottoposto il rapporto di maggioranza, ribalti la decisione commissionale.

Combattere a mani nude si può, ma è difficile vincere!

Michela Delcò Petralli, Coordinatrice dei Verdi