Categoria: Tribuna libera

Nucleare o idro? E’ giunto il momento di scegliere

di Francesco Maggi

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L’Azienda elettrica cantonale (AET) – ex gioiello di famiglia – registra perdite milionarie: 43 milioni di deficit nel 2015. E nel prossimo futuro – se non verranno disattivate le centrali nucleari – non andrà meglio. Lo attestano i prezzi del mercato di riferimento tedesco a lungo termine che rimarranno bassi almeno fino al 2020 (oltre non vi sono ancora quotazioni). In base a questo scenario le perdite cumulate da AET nel periodo 2015-20 potranno facilmente superare i 250 milioni di franchi.

Perché siamo giunti a tanto? Alcuni puntano l’indice sui sussidi tedeschi al nuovo rinnovabile, ritenuti massicci. Questa è una risposta semplicistica, ideologica e che non corrisponde alla realtà, ben più complessa. Per citare solo un esempio, il carbone in Europa gode ancora oggi di 40-45 miliardi di franchi di sussidi diretti ai quali vanno aggiunti 120 miliardi di costi ambientali (clima e salute) non coperti e semplicemente ribaltati sui cittadini. Come per il nucleare, la verità dei costi nel mercato energetico rimane una chimera.

Le difficoltà attuali delle aziende idroelettriche e nucleari sono da ricercare piuttosto negli errori commessi in sede di sviluppo degli scenari relativi al mercato elettrico, rivelatesi totalmente sbagliati. Le numerose previsioni di forte crescita dei consumi non si sono mai avverate, mentre la crescita del nuovo rinnovabile (sole ed eolico) è sempre stata sottostimata. Così, mentre da un lato si sono stimolate politiche per incentivare le energie pulite, dall’altro si è continuato a investire nelle energie tradizionali e sporche. La stessa AET ha investito 35 milioni nella centrale a carbone di Lünen (Germania) e solo l’iniziativa dei Verdi ‘Per un’AET senza carbone’ ha bloccato un secondo investimento. Dopo anni di investimenti in nuove centrali di produzione e consumi stagnanti il mercato si trova in netta sovrapproduzione. I costi dell’energia sono crollati a 2-3 centesimi al kWh (per chi può acquistare sul libero mercato, non per i piccoli consumatori ancora sottoposti a regime di monopolio), mandando fuori mercato l’idroelettrico – che produce a 4-6 centesimi – e il nucleare che ha costi ben superiori ai 5 dichiarati.

La situazione è diventata insostenibile ed è giunto il tempo di decidere. L’avanzata delle energie rinnovabili non è destinata ad esaurirsi, anzi, dopo gli accordi sul clima di Parigi ha ulteriormente accelerato. In molte regioni il nuovo rinnovabile è competitivo anche a livello economico e lo sarà sempre di più nei prossimi anni. In Europa ogni 6 mesi vengono installati impianti che producono tanta energia rinnovabile quanta ne producono le 5 centrali nucleari svizzere. Il prezzo dell’energia sul mercato è quindi destinato a rimanere basso e le difficoltà per il settore idroelettrico sono lungi dall’essere risolte. Unico spiraglio di ottimismo: se il 27 novembre il popolo svizzero deciderà di spegnere, a tappe, le centrali nucleari svizzere.

Oggi, la chiusura forzata di Beznau 1 e quella di Leibstadt hanno permesso una ripresa temporanea dei prezzi sul libero mercato (Leibstadt verrà riattivata a febbraio 2017) ridando ossigeno ad AET. Considerata l’attuale sovrapproduzione abbiamo la possibilità di scegliere: o spegniamo a tappe il nucleare o rischiamo di danneggiare per sempre l’idroelettrico. Visto che Ticino e Grigioni sono due cantoni dove la risorsa acqua è da sempre importantissima e a questi benefici si potranno aggiungere i posti di lavoro creati nei settori del solare e della legna grazie alla svolta energetica, non ho dubbi sul fatto che la Svizzera italiana dirà un chiaro SÌ all’uscita pianificata dal nucleare.

Francesco Maggi, responsabile WWF Svizzera italiana e capogruppo dei Verdi in Gran consiglio


La fretta cattiva consigliera e la scorciatoia pericolosa

di Simone Boraschi

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Sono passasti più di 5 anni da quanto, nel marzo del 2011, l’incidente nucleare di Fukushima ha mostrato ancora una volta la pericolosità dell’energia nucleare. Sulla scia di quel disastro, il Consiglio federale ha deciso di modificare la propria strategia energetica, decretando l’abbandono progressivo del nucleare entro il 2050. Malgrado le buoni intenzioni, non tutti i partiti politici hanno ritenuto gli sforzi sufficienti. Infatti, i Verdi hanno lanciato l’iniziativa per l’abbandono più veloce del nucleare, sulla quale siamo chiamati ad esprimerci il prossimo 25 novembre.

L’iniziativa si dimostrata tutt’altro che malvagia. L’abbandono dell’energia nucleare deve essere una priorità del nostro paese per i decenni futuri, nei quali si dovranno garantire forme energetiche rinnovabili alternative al nucleare e, al tempo stesso, la sicurezza dell’approvvigionamento per la popolazione. Ma un abbandono dell’energia nucleare deve essere pensato e attuato in maniera lungimirante, intelligente e tenendo conto del bisogno di energia del nostro paese. Pensare di chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2029 (di cui 3 sulle 5 attuali entro l’anno prossimo) è qualcosa di impensabile e controproducente per il nostro paese. Attualmente, con il nucleare si produce quasi il 40% dell’energia totale di cui necessita la Svizzera e le energie rinnovabili non sono oggi come oggi in grado di sostituire la mancanza che si verrebbe a creare. L’energia eolica e quella solare, per non parlare di quella derivante da biomassa e dalla geotermia, non sono riuscite espandersi come si pronosticava e il lieve incremento del loro utilizzo (di pochi punti percentuali sull’arco dell’ultimo decennio) ne è la riprova.

Detto ciò, si può tranquillamente capire come la Svizzera dovrà importare gioco forza l’energia mancate dai paesi limitrofi come Germania e Francia, determinando così una dipendenza energetica da questi due stati. Inoltre, l’energia importata rischia di essere prodotta ancora con la stessa energia nucleare che la Confederazione vuole eliminare (basti vedere il caso della Francia, dove il 77% dell’elettricità prodotta è fatta mediante la scissione dell’atomo. Anche la vicina Germania non produce “meglio”: ha infatti una produzione energetica che dipende per un 42% dal carbone e per un 20% dal nucleare, tutta energia proveniente da fonti non rinnovabili). Quindi, oltre al danno arriverebbe anche la beffa di una energia pulita, ma solo all’apparenza.

Oltre a essere troppo precipitosa, l’iniziativa non tiene conto delle mosse già attuate dal governo. Il Consiglio federale si è già mosso nella giusta direzione e nel corso del 2013 ha presentato un primo pacchetto di misure pro energie rinnovabili e limitanti per il nucleare. Tra le diverse misure c’è anche, oltre il divieto di costruire nuovi reattori e l’obbligo di continui controlli alle centrali nucleari, anche diverse misure volte a incrementare l’efficienza energetica e a potenziare le energie rinnovabili. Solo per citarne alcune sono previsti contributi di investimento per i gestori di impianti fotovoltaici di piccole dimensioni; è previsto un maggiore sostegno alle grandi centrali idroelettriche esistenti, pilastro del nostro sistema energetico e che contribuiscono con il 60% alla nostra produzione di energia. Non vanno poi dimenticati gli incentivi fiscali per il risanamento degli edifici (che permettono a chi vuole risanare la propria casa riducendo il consumi di detrarre diversi costi previsti nelle opere) e il Programma edifici (che mira a ridurre il consumo energetico e le emissioni di Co2 delle strutture presenti sul nostro territorio, finanziando parte dei lavori relativi all’efficienza energetica). Oltre a queste misure, il Consiglio federale ha sottoposto alle due camere un nuovo progetto di legge sulle reti elettriche, al fine di accrescerne l’efficienza. Una migliore rete di distribuzione permette di avere meno sprechi e una gestione migliore delle nostre energie.

Tutto questo a dimostrare come il Governo e il Parlamento hanno a cuore la questione e non sono rimasti con le mani in mano. Per questo, l’iniziativa sull’abbandono, troppo precipitoso, del nucleare appare ancora di più controproducente per il nostro paese, già incamminato da qualche anno verso un abbandono, intelligente, dell’atomo. Ma la strada da percorrere è ancora lunga e le scorciatoie possibili riservano solo incognite, pericoli e forse danni per un paese che si vuole distaccare in modo tanto rapido, ma altrettanto sicuro, dall’energia nucleare.

Simone Boraschi, Consigliere comunale PLR Caslano e segretario dei Giovani Liberali


Disordini dopo Ambrì-Zurigo

Un centinaio di tifosi delle due squadre si sono fronteggiato fuori dalla Valascia, e la Polizia ha avuto bisogno di un po’ di tempo per ristabilire l’ordine

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AMBRÌ – Oltre ai danni, le beffe. Ieri sera, dopo lo striscione di contestazione alla squadra, il doppio vantaggio vanificato e l’ennesima sconfitta dei leventinesi, a margine della partita fra Ambrì e Zurigo sono scoppiati dei disordini.

Segnalate via social subito dopo il termine dell’incontro, le brutte scene si sono protratte a lungo, sino alla partenza del bus degli ospiti. Sul posto sono prontamente intervenuti gli agenti preposti al mantenimento dell’ordine . Dopo una fase molto concitata gli agenti sono riusciti a ristabilire l’ordine. Sono un centinaio i tifosi di entrambe le squadre che con il loro agire hanno provocato i disordini. L’accertamento sull’identità degli autori proseguirà nelle prossime settimane, come ha comunicato la Polizia Cantonale.

Attraverso Facebook, sono numerosi i tifosi dell’Ambrì che si sono dissociati dall’episodio, esprimendo rispetto per quanto fanno quotidianamente per la compagine leventinese i tifosi delle frange più calde, comprese le coreografie e il sostegno in ogni pista, ma distanziandosi da alcuni atti come quelli di ieri.

Intanto, oggi l’Ambrì torna in pista, in una delicata sfida col Davos.


AlpTransit e il teoretico miglioramento, ma il reale peggioramento

di Barbara Sala

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La recente uscita dei nuovi orari delle FFS ha fatto molto piacere a molti, ma non agli studenti, ai quali crea molti disagi.

In primo luogo gli orari diventeranno insopportabili, obbligandoci a prendere collegamenti precedenti rispetto a quelli che eravamo soliti prendere e quindi ci accorceranno il tempo di permanenza in Ticino, impedendoci un lungo contatto con le nostre famiglie. Qui vorrei anche ricordare che non
tutte le famiglie hanno abbastanza denaro per spostarsi di tanto in tanto al luogo di studi della propria fanciulla o del proprio fanciullo, quindi è più facile che siano questi ultimi a spostarsi. Non siamo mica tutti dei Bernesi, e quindi non abbiamo collegamenti facili e non bisogna spostarsi come
noi Ticinesi per studiare.

In secondo luogo, come già citato nel paragrafo precedente, i prezzi sono già elevati di suo, se poi si aumentano del 20% di certo non si favorisce la mobilità (né di studenti né di turisti). Si sa benissimo che le matricole hanno poche liquidità a disposizione, quindi perché peggiorarci la situazione? Se si aumentano i prezzi è quasi una logica conseguenza che i viaggiatori diminuiranno.

La terza ragione è che i collegamenti con il Locarnese peggiorano: prima c’era il bellissimo treno diretto da Basilea a Locarno: perché sopprimerlo? Quel treno non viene usato solo dagli studenti di Basilea, bensì anche da quelli che vengono dalle università della Svizzera Francese. Adesso una
persona che cambia o a Olten o a Lucerna dovrà per forza scendere a Bellinzona. Per esempio gli studenti da Neuchâtel a Locarno non solo dovranno cambiare due volte, ma il viaggio avrà la stessa durata che prima dell’introduzione del nuovo orario. A questo punto non mi pare che non siano state tenute le promesse di accorciamento dei tempi di viaggio.

Il quarto punto vuole sviluppare un’analisi su più punti già citati. Se le FFS hanno aumentato i collegamenti a ogni 30 minuti a Lugano fino alle 18.00 perché non farlo anche dopo, che sicuramente ci sono anche dei lavoratori che utilizzerebbero quel treno, perché quello è un orario di punta. Quindi
perché non aumentarli fino a tarda notte? Perché non introdurre anche questa frequenza per il Locarnese? Perché non migliorare anche per il Locarnese qualsiasi tipo di collegamento? In ogni caso i collegamenti, anche serali, se vengono aumentati non fanno solo breccia tra gli studenti, ma anche tra i turisti, e se ci sono più turisti in Ticino probabilmente ci saranno anche meno disoccupati.

Un’altra domanda che sorge spontanea: se avete già numerose reclamizzazioni da parte di studenti per il sovraccarico dei vagoni, in particolar modo in certi orari perché non agire? Perché non rispondere alle critiche con delle azioni e non con sole parole? Ormai penso che ci siamo stancati delle parole, e adesso pensiamo sia giunto il momento di passare dalle parole ai fatti, facendo veramente un servizio pubblico e non pensando eccessivamente come macchina dalla quale spillare soldi.

Barbara Sala


Salto nel buio: davvero?

di Sinue Bernasconi

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Oggigiorno in Europa v’è una sovrapproduzione di elettricità. Di conseguenza i prezzi sono ai minimi storici, con un chilowattora che nei mesi passati è oscillato tra i 2 e i 4 centesimi. Questa situazione nuoce fortemente all’idroelettrico svizzero, vettore energetico che ci fornisce ben il 60% della corrente elettrica totale. Non fa eccezione l’Azienda elettrica ticinese (AET), che l’anno passato ha fatto registrare un deficit di 43 milioni di franchi. Le conseguenze si ripercuotono sui lavoratori: in Ticino vi sono stati un paio di licenziamenti, mentre al Grimsel, nel Canton Berna, sono state già una cinquantina le persone lasciate a casa.

Chi è rimasto ha visto le condizioni lavorative deteriorarsi. Eppure ai Ticinesi l’idroelettrico dovrebbe stare a cuore, sia perché dà lavoro a più di 500 persone, sia perché costituisce l’unica batteria a lungo termine di cui disponiamo (gli accumulatori servono per potenze basse e tempi brevi). Infatti, grazie al sistema di pompaggio-turbinaggio, si stocca energia nei bacini artificiali quando v’è un carico importante sulla rete, per poi ritrasformarla in elettricità, nel giro di pochi minuti, durante i picchi o quando viene a mancare l’apporto delle rinnovabili non programmabili (fotovoltaico ed eolico). Se il mercato energetico dovesse continuare con quest’andazzo, e le stime dell’Ufficio federale dell’energia (UFE) prevedono che così sarà sino al 2025, si rischia che le aziende non siano più in grado di pagare i canoni d’acqua a Cantone e Comuni, per un totale di 50 milioni di franchi l’anno. Gli oltre 500 posti di lavoro sarebbero minacciati, così come l’indotto indiretto fornito dal settore della forza idrica a molte imprese ticinesi.

Una vitale boccata d’ossigeno all’idroelettrico potremmo fornirla noi cittadini sostenendo l’abbandono progressivo del nucleare, come confermato da Rolf Wüstenhagen e Anton Gunzinger, Proff. di economia dell’Università di San Gallo e, rispettivamente, del Politecnico federale di Zurigo. Alcuni, però, cinicamente, non vogliono proprio staccarsi da quei cadaveri radioattivi che da troppi anni manteniamo artificialmente in vita a suon di miliardi di sovvenzioni statali, vera e propria eresia economica. Costoro temono che a causa della progressiva inattività delle centrali nucleari la Svizzera dovrà importare energia sporca dall’estero o, addirittura, che rimarrà senza elettricità. Quanta paura per nulla! Nell’ultimo decennio le aziende elettriche di tutta Europa hanno investito miliardi in nuova produzione per far fronte a scenari, poi rivelatisi totalmente sbagliati, che prevedevano un forte aumento dei consumi di elettricità. Come conferma l’UFE, i consumi della popolazione svizzera sono invariati da 10 anni a questa parte. E questo nonostante l’aumento della popolazione, delle termopompe, dei riscaldamenti elettrici e dell’elettromobilità. Nell’eventualità che dovessimo importare più energia rispetto a oggi potremo scegliere d’importare energia al 100% rinnovabile a un prezzo concorrenziale. D’altronde, nel Regno Unito già oggi il rinnovabile costa meno rispetto al nucleare.

E le simulazioni eseguite dal Prof. Gunzinger del Politecnico di Zurigo confermano che la combinazione intelligente tra solare, eolico, biomassa e idroelettrico può funzionare senza una sostanziale variazione delle importazioni di corrente e a un costo paragonabile a quello odierno. In quanto a offerta, l’Europa è la maggior produttrice di rinnovabile. In Germania quasi il 40% della produzione elettrica è pulita, Lettonia e Portogallo arrivano al 50% mentre i vicini Austriaci viaggiano addirittura attorno al 70%. Vi risparmio le percentuali dei Paesi nordici, precursori della transizione energetica e virtuosi modelli a cui ispirarsi. In caso di bisogno, quindi, nessuno ci vieterebbe d’importare energia rinnovabile, che abbonda in Svizzera come nel resto d’Europa. Basta volerla acquistare.

L’abbandono del nucleare costituisce poi una grande opportunità di crescita per l’economia ticinese e per i suoi residenti. Un recente studio dell’Università delle scienze applicate di Zurigo (ZHAW) giunge alla conclusione che l’approvazione dell’iniziativa genererebbe in poco tempo dai 5’000 ai 6’000 nuovi posti di lavoro in Svizzera nel settore cleantech. Considerando l’intera transizione energetica i posti di lavoro in più sarebbero invece 85’000, circa 4’500 solo in Ticino. Posti di lavoro e crescita economica, altro che blackout dovuto a un ammanco di energia o a problemi di sovraccarico nei trasformatori. Riguardo a quest’ultima obiezione, proprio per via dell’inaffidabilità del nucleare, Swissgrid ha già provveduto al potenziamento della rete lo scorso inverno. E lo sta facendo tutt’ora, installando i nuovi trasformatori e potenziando le linee. I lavori, assicura l’azienda che gestisce la rete elettrica nazionale, saranno terminati entro la fine di quest’inverno. E già che si tira in ballo l’inverno diciamo pure che il prossimo lo passeremo senza la metà (!) della corrente nucleare, poiché sono attualmente spente, e lo rimarranno sino almeno a febbraio, le centrali Beznau 1 (quasi 1’000 anomalie nel contenitore pressurizzato che protegge il reattore) e Leibstadt (corrosione di alcune componenti). Le tre centrali che spegneremmo nel 2017 (Beznau 1, 2 e Mühleberg) producono invece soltanto 1/3 dell’energia nucleare totale.

Oggi disponiamo quindi di meno elettricità rispetto a quella a nostra disposizione a fine 2017 (prima tappa di spegnimento prevista dall’iniziativa), a riprova che l’abbandono del nucleare in tre tappe (2017, 2024 e 2029) è fattibilissimo: nessuno sarà costretto al lume di candela o a cucinare sul focolare. Come non lo siamo stati nemmeno l’anno passato, quando, per alcune settimane, tutte le centrali nucleari elvetiche erano contemporaneamente inattive!

Le valli e le zone periferiche ticinesi devono poter beneficiare delle opportunità offerte dalla transizione verso il rinnovabile, non essere relegate a discariche di scorie radioattive, come qualcuno tentò di fare a metà degli anni ’70 con una valle leventinese. Il 27 novembre sosterrò quindi con convinzione e voglia di progresso l’iniziativa per un’uscita progressiva dal nucleare, sia perché non saremo assolutamente costretti a importare corrente sporca, sia perché il settore idroelettrico locale merita un sostegno… energico!

Sinue Bernasconi, membro di Comitato ALRA


COP22 e la necessità di un nuovo sistema economico

di Sabrina Chakori

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La rapida entrata in vigore dell’intesa climatica adottata alla COP21 a Parigi è il segnale politico chiaro che le nazioni di tutto il mondo sono impegnate in un’azione mondiale per rallentare il cambiamento climatico. Gli obiettivi climatici sono dunque fissati dall’Accordo di Parigi, ma il fulcro dei meccanismi per raggiungere e come sviluppare in modo sostenibile la società. La COP22 che si tiene a Marrakech in questi giorni, rappresenta un momento importante per la comunità internazionale, è infatti qui che sta venendo tracciata la road map per uno sviluppo ”sostenibile”.

Mentre i governi negoziano i meccanismi politici e mentre le Organizzazioni Non Governative si focalizzano sulle loro singole, e nobili, battaglie, la domanda alla radice della crisi sociale e ambientale non viene posta in nessuna arena della COP22: possiamo davvero sviluppare un pianeta sostenibile basandoci sull’attuale sistema economico?

Lo sviluppo sostenibile è stato il nucleo di tutte le negoziazioni climatiche degli ultimi anni.
Questo termine viene citato ripetutamente, eppure l’Accordo di Parigi menziona anche la promozione della “crescita economica” (Art.10.5). Quando si incomincerà a discutere l’incompatibilità di queste prospettive?
La crescita economica viene misurata con il Prodotto Interno Lordo (PIL), che tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito, come ad esempio le prestazioni nell’ambito familiare o quelle attuate dal volontariato. Sempre basandosi sull’attuale sistema economico, una foresta vergine non ha nessun valore economico, ma la stessa lo assume se tagliata e usata per la produzione di beni e servizi. I costi sociali e ambientali non vengono interiorizzati dall’attuale sistema. Ad esempio i prodotti che troviamo nei negozi non integrano l’impatto ambientale, quale l’inquinamento del processo di fabbricazione, nel prezzo che ci viene offerto.

Le questioni ambientali dovrebbero essere integrate nei forum economici internazionali. Non necessitiamo di conferenze parallele per discutere unicamente del clima. Infatti sebbene qui alla COP22 si discutano i meccanismi più efficienti e competitivi per ridurre le emissioni di CO2, tutto ciò non migliorerà le condizioni ambientali se il profitto e la crescita rimarranno le fondamenta dell’economia. Inoltre la questione deve spingersi aldilà del dibattito tra energie fossili e rinnovabili. Bisogna agire alla radice della consumazione, perché la migliore energia è quella che non viene utilizzata. In un modello economico che mira alla riduzione della produzione e consumazione, gli effetti ambientali verrebbero integrati direttamente nel BAU “Business As Usual”, ovvero nel normale sistema. Solo ridisegnando la società del consumo e misurando con nuovi indici più adeguati ad un vero benessere sociale e ambientale, si potrà ridurre l’impatto che abbiamo sul clima.

Sabrina Chakori
COP22 – Delegazione dei Giovani Verdi Europei
Ex coordinatrice Giovani Verdi Ticino


Lucens 1969 già dimenticato? Abbiamo sfiorato una catastrofe nucleare

di Valerio DE Giovannetti

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Il prossimo 27 novembre saremo chiamati a votare su un tema di estrema importanza. E’ un Si alla vita e non contro il nucleare. E’ un Si alle nostre future generazioni . Vogliamo vivere e garantire la vita ai nostri nipoti e per generazioni o vogliamo che nascano dei piccoli alieni?
Dieter Majer, già ispettore al ministero dell’Ambiente tedesco, invitato a Palazzo federale, alla riunione della Commissione del Consiglio degli Stati nell’agosto 2015 ha vivacemente consigliato di chiudere, parlando delle centrali nucleari Svizzere e rispondendo a specifiche domande.

“Ha spiegato che di centrali nucleari che garantiscono la sicurezza assoluta non ne esistono. Quando è iniziato lo sfruttamento dell’energia nucleare per scopo civile si escludeva la possibilità di incidenti nucleari. Nel frattempo tutti noi abbiamo assistito a tre disastri: Harrisburg, Cernobyl e Fukushima. Bisogna essere trasparenti nei confronti della popolazione: la Svizzera è un paese piccolo. Basterebbe un incidente a un impianto e alla Svizzera potremmo dire addio. Grazie ai nuovi metodi di rilevazione ad ultrasuoni si è riusciti a rilevare dei deficit in diversi impianti. Nessuno sa ancora che tipo di anomalie siano state trovate. Non bisogna poi sottovalutare i processi di invecchiamento: i materiali si logorano e si corrodono. L’età di un impianto risulta importante anche nel caso si verificasse un attacco terroristico . Lo spessore di cemento della centrale nucleare di XXX è, in alcune parti, di 15 centimetri soltanto. Questo significa che un elicottero o un piccolo aereo potrebbero bastare per sfondarne lo strato protettivo. Inoltre nessuna centrale nucleare in Svizzera o in Germania è sufficientemente attrezzata per affrontare la caduta di un Jumbo.

Aggiungerei rischi terroristici sempre piu’ d’attualité, quindi rischio nucleare sempre piu’ vicino. Nel 1969 la Svizzera ha sfiorato una catastrofe nucleare alla centrale sperimentale di Lucens (VD) che è considerato ancora uno dei più gravri mai avvenuto al mondo dopo quelli indicati dal ministro tedesco.

A tutt’oggi non abbiamo soluzioni valide e sicure per lo stoccaggio a lungo termine. E nessun comune svizzero tantomeno la popolazione vorrebbe la centrale nucleare in casa e tantomeno lo stoccaggio
Nessun impianto nucleare puo` essere assicurato tramite assicurazioni commerciali, necessitano dell’ assunzione dei costi da parte dello Stato. Nel nefasto caso di un evento saremmo tutti noi chiamati alla cassa con veri risarcimenti miliardari.

Dipendenza dall’estero sempre e comunque. Oggi la tecnologia è spesso straniera quindi maggior parte dell’ investimento é per l’estero e nessun apporto per le PMI locali. Tantomeno l’uranio é di provenienza svizzera. Oggi i costi di produzione sono piu` elevati rispetto le energie rinnovabili, non piu’ redditizio, Immaginiamoci tra 40 anni? Lunghi tempi di realizzazione ed operatività solo dopo 10/15 anni con grandi progetti e sovraccarico di altri oneri.

Con Solar Impulse 2, la Svizzera ha dimostrato la sua efficienza e che con energia pulita possiamo fare anche il giro del mondo. Diamo l’esempio agli altri paesi. Il futuro sono i giovani, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili e una grande occasione per la nostra economia. Votiamo quindi Si il prossimo 27 novembre, contro il nucleare.

Valerio De Giovanetti – Biasca, già candidato al Nazionale per i Verdi Liberali


Incentivi finanziari per la rivitalizzazione degli edifici industriali dismessi

di Nicola Pini, Raffaele De Rosa, Michele Guerra e Ivo Durisch

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Nel febbraio del 2015 è stata presentata una mozione per rivitalizzare gli edifici industriali dismessi, nella quale in sintesi si chiedeva al Lodevole Consiglio di Stato non solo di aggiornare lo studio dell’Accademia di architettura di Mendrisio (datato del 2007) relativo alla mappatura e ai potenziali di recupero e di sviluppo degli edifici industriali dismessi presenti sul territorio cantonale, ma anche di adoperarsi affinché tali potenzialità venissero poi attivate attraverso gli attori più appropriati e i
necessari strumenti, come ad esempio il finanziamento tramite la politica economica regionale di un profilo che agisca sul terreno, l’inserimento degli edifici nel catalogo dei terreni a disposizione degli enti pubblici e la definizione di incentivi per favorirne il recupero e la rivitalizzazione.

Nella sua risposta, datata 15 giugno 2016, il Consiglio di Stato propone di accogliere la mozione e le sue richieste. Il Consiglio di Stato ha così avviato un aggiornamento dello studio, inserendo in particolare un approfondimento sullo stato di conservazione degli edifici ubicati nelle zone per il lavoro. Al termine dei lavori sarà così possibile rilevare gli edifici dismessi, il loro stato di conservazione e il loro potenziale di riconversione: il tutto potrà poi confluire nella banca dati a
disposizione degli enti pubblici favorendo quindi lo scambio di informazioni.

Il Consiglio di Stato ritiene però che solo dopo aver raccolto questo tipo di informazioni sarà possibile mettere in campo le azioni mirate proposte dalla mozione (esclusa la piattaforma web pubblica, ritenuta problematica)
volte ad attivare il potenziale degli edifici dismessi rilevati.

Visto che da più parti si sono sottolineati gli ingenti costi necessari per rivitalizzare gli edifici dismessi, e appurati l’altrettanto importante necessità e utilità di evitare di abbandonare al loro destino aree
ora desuete come anche l’ampia condivisione politica che si è creata attorno all’idea di rianimare gli edifici industriali dismessi tramite progetti di interesse pubblico, economico o sociale, con l’iniziativa parlamentare si propone l’introduzione di incentivi finanziari per sostenere sia lavori di diagnosi e studi di fattibilità sui progetti di rivitalizzazione, sia parte dei costi di ristrutturazione e degli investimenti materiali necessari per l’avvio dell’attività. Oltre alle necessarie modifiche legislative,
andrebbe stanziato un credito quadro – indicativamente di una decina di milioni – e definiti in maniera precisa i criteri di accesso, che dovranno evidentemente tenere conto delle priorità, delle opportunità, delle esigenze e delle strategie definite a livello regionale e cantonale. A mente degli
iniziativisti, dovrebbero infatti beneficiare di incentivi finanziari unicamente i progetti di interesse pubblico regionale o cantonale, integrati nei piani di sviluppo e nelle strategie di sviluppo regionali o cantonali, che portino benefici socio-economici (recupero e rilancio degli edifici con nuove destinazioni, posti di lavoro, insediamenti, attività economiche, sociali o culturali) e territoriali (estetica, protezione, razionalizzazione e valorizzazione del territorio).

I sottoscritti deputati – a nome della Commissione della Gestione e delle Finanze – chiedono quindi al Consiglio di Stato di attuare le modifiche legislative necessarie e di stanziare un relativo credito quadro per introdurre degli incentivi finanziari a sostegno di progetti di rivitalizzazione degli edifici industriali dismessi di rilevante interesse pubblico, economico, sociale o culturale, definendo con precisione i criteri per l’attribuzione di tali incentivi finanziari, così come le modalità di attuazione.

Nicola Pini, Raffaele De Rosa, Michele Guerra e Ivo Durisch


Info point multifunzionale all’aeroporto cantonale di Locarno?

di Claudio Franscella e cofirmatari

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Nella Regione del Locarnese e del Bellinzonese, da più di vent’anni, le varie Autorità e gli enti turistici sono alla ricerca di un centro informativo per l’utenza locale e turistica in una zona strategicamente ben posizionata e nel quale si possa assicurare la necessaria informazione diretta. L’informazione del “sistema turismo” non ha però ancora dato risposta a tutte le esigenze del turista (sia esso straniero o indigeno) quando si trova sul territorio. Quel che si sa è che oggi il vero valore aggiunto nel turismo è la consulenza personalizzata.

E proprio in quest’ottica il fatto che l’aeroporto di Locarno si trova nel centro del piano di Magadino e a ridosso dell’attuale e futura strada di collegamento dell’intero Locarnese con il resto del Cantone e della Confederazione è un aspetto che va sfruttato. Prova ne sia che le varie ubicazioni di centro informativo valutate negli ultimi vent’anni sono sempre state situate in questo comparto.

La nuova situazione data dalla futura costituzione dell’ente gestore del parco del piano di Magadino adottato dal Gran Consiglio il 18 dicembre 2014 aggiunge un contenuto informativo e di promozione che non può, a nostro avviso, restare confinato alla cerchia ristretta dei diretti interessati. Pensiamo infatti anche a chi sfrutterà questo grande spazio aperto (23 km quadrati) per lo svago e lo sport o a chi ne vorrà cogliere il valore naturalistico e turistico. Utenti che potrebbero anche non cogliere questa nuova opportunità proprio per una mancata informazione: un info point all’aeroporto cantonale, facilmente riconoscibile e fruibile da tutti coloro che entrano in città, potrebbe essere la soluzione ideale.
Si potrebbe tra l’altro ipotizzare -in aggiunta alla consulenza informativa sulle varie peculiarità che offre la nostra Regione – anche una messa a disposizione di biciclette o la vendita di prodotti artigianali particolari del piano di Magadino o altro ancora.

Nell’impostazione settoriale, forse troppo settoriale, adottata nel progetto del PUC del parco il centro informativo dovrebbe invece essere a Gudo. Questa ubicazione potrebbe soddisfare le necessità operative e gestionali (direzione, magazzini e depositi, centro didattico, ecc.), ma non essendo su nessun asse di mobilità non potrà assolvere al compito di attrarre nuovi utenti che non siano già per loro natura vicini al parco stesso.
Secondo il rapporto di pianificazione del PUC il centro del Parco si pone l’obiettivo di creare un punto di riferimento per coloro che visiteranno il Parco (scuole, gruppi, singoli visitatori) e di fungere da sede dell’Ente Parco. Il Centro sarà chiamato a svolgere l’importante funzione di mostrare didatticamente la storia e le caratteristiche del Piano di Magadino attraverso una mostra permanente o altri supporti adatti a tale scopo. Altri temi di approfondimento saranno quelli agricoli e territoriali. La storia dell’agricoltura del Piano, la sua evoluzione e la sua situazione attuale saranno presentate ai visitatori in varie forme. In quest’ambito si rende anche possibile il sostegno alla creazione di un punto della rete del “reseau du terroir”: ovvero di una struttura volta a promuovere le eccellenze dei prodotti locali (Maison du terroir).

Un’importante sinergia su questo aspetto è data dalla presenza dell’azienda agricola cantonale del Demanio. Il Centro sarà complementare e in stretto contatto con quello progettato dalla Fondazione Bolle a Magadino, nel quale saranno affrontati i temi di carattere naturalistico.

Si tratta, a non averne dubbio, di una visione in gran parte condivisibile ma nel contempo limitativa perché dedicata solamente ad un pubblico mirato che comunque visiterà il parco anche in assenza, probabilmente, di una moderna struttura di accoglienza o informativa e non al grande pubblico che è composto da sportivi, persone in cerca di attività ricreative e turisti.
Specie per quest’ultimi l’informazione non può e non deve essere solo di tipo naturalistico e/o scientifica, ma deve essere bene più ampia ed aperta. L’ubicazione Gudo sembra quindi molto limitativa per soddisfare queste esigenze e anche, addirittura, un po’ nascosta. Il parco del piano di Magadino non è una riserva naturale, come lo sono le zone A e B delle Bolle di Magadino, ma un comparto che va, da una parte, prioritariamente liberato dalle occupazioni un po’ troppo invasive (traffico, ecc.) ma, dall’altra, deve essere vissuto nel migliore dei modi da tutti i fruitori.

E questa funzione di attrattore per contro, grazie alla favorevole ubicazione, la potrebbe sviluppare un moderno info point multifunzionale in zona aeroportuale.
Come ben descrive il rapporto di pianificazione del PUC PPdM (“Il PdM è al centro del Cantone, dove funge da cerniera tra Bellinzonese, Locarnese e Sottoceneri nello sviluppo dell’uso del territorio e degli insediamenti. Esso costituisce così, anche per le sue peculiarità, un’area di particolare valenza strategica per la Città-Ticino.”) questo comprensorio è vasto ed importante e, secondo noi, è illusorio pensare che possa essere gestito con un solo punto informativo, per di più mal posizionato.

Noi crediamo che questo aspetto strategico, mai approfondito in fase di elaborazione del PUC nemmeno dal Gran Consiglio, non debba essere lasciato alla costituenda organizzazione gestionale del parco che nei primi anni avrà altre priorità, ma sia compito del Cantone nell’ambito dell’indispensabile accompagnamento iniziale.

Per questi motivi i sottoscritti deputati chiedono al Consiglio di Stato
1. Cosa ne pensa della possibilità di realizzare un info point multifunzionale in zona aeroportuale che permetta di promuovere il turismo, il costituendo parco del piano di Magadino, la vendita di prodotti agricoli e il noleggio di mezzi di trasporto ecologici, visto anche che la scelta di quest’ubicazione potrebbe essere favorita dal fatto che la proprietà è dell’ente pubblico e non è richiesto nessun nuovo acquisto di fondi ?
2. Ritenuto che quasi i tre quarti del comprensorio PUC sono sui territori giurisdizionali del Locarnese (40.7%) e della nuova Bellinzona (30.2%) non è pensabile coinvolgere le rispettive OTR e i Comuni delle due regioni per valutare congiuntamente gli aspetti strategici, specie per quelli che vanno ben oltre il perimetro di protezione come l’informazione?

Claudio Franscella

Fabio Battaglioni, Mauro Minotti, Nicola Pini, Cleto Ferrari, Paolo Peduzzi, Andrea Giudici, Giorgio Pellanda, Marcello Censi, Giacomo Garzoli, Fabio Bacchetta-Cattori, Milena Garobbio, Germano Mattei, Marco Passalia, Sergio Morisoli, Simone Ghisla, Lelia Guscio, Omar Balli, Fabio Käppeli, Giorgio Galusero.


C’è sempre un’alternativa

di Nicolas Brianza, Verdi Liberali

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“Non ci sono alternative all’energia nucleare”, questo è sostanzialmente il messaggio che i promotori dell’energia nucleare ci ripetono da anni.

Ebbene, se fossimo nel 1990 sarei d’accordo, in effetti guardando indietro di 26 anni le tecnologie per le energie rinnovabili non erano così efficienti e competitive dal profilo energetico ed economico. Oggi invece queste tecnologie hanno fatto importanti passi avanti e sono maturate al punto che per la prima volta dall’invenzione della fissione dell’atomo ci troviamo di fronte ad una vera alternativa energetica che ci permette l’abbandono del nucleare così pericoloso e letale per l’essere umano e l’ambiente che ci circonda.

Entro il prossimo 27 novembre saremo chiamati ad approvare la chiusura pianificata delle nostre ormai vetuste centrali nucleari, facendo in modo che nessuna rimanga operativa per più di 45 anni. Ne consegue che se l’iniziativa venisse approvata, la prima centrale a chiudere sarà quella di Beznau, che con i suoi 46 anni di vita “vanta” il record di centrale nucleare più vecchia al mondo. Le ultima centrale, quella più giovane e meno pericolosa, verrebbe invece smantellata entro il 2029.A livello globale la durata media di vita delle centrali nucleari di prima e seconda generazione si situa tra i 25 e 30 anni (50 anni per quelle di terza generazione) , dopodiché iniziano a subentrare cedimenti strutturali che devono essere mitigati mediante costosi lavori di manutenzione), l’iniziativa “SI all’uscita pianificata dal nucleare” risulta essere ragionevole e responsabile. Non si giustifica quindi la decisione di Berna di tenere le centrali nucleari operative per un periodo illimitato, come pure il recente ricatto di un’azienda attiva nel settore che tentando di influenzare la votazione cerca di intimidire la popolazione con la minaccia di rivolgersi al tribunale per chiedere un fantomatico risarcimento miliardario nel caso l’iniziativa venisse approvata (secondo notizie riportate dalla stampa la stessa azienda è in grosse perdite finanziarie a conferma che il nucleare già oggi non è redditizio!). Io invece vorrei sapere se questa azienda possiede una sufficiente copertura assicurativa nel caso di eventi catastrofici causati dalla natura (purtroppo ultimamente ci sono state parecchie notizie di terremoti), oppure causati dall’uomo (mi tornano in mente le scene di un video che circola su internet dove si ipotizza lo schianto di un aereo di linea sulla centrale di Beznau). Eventi così gravi e con conseguenze paragonabili a quelli di Chernobyl o Fukushima (quindi casi concreti, reali e possibili) che provocano contaminazioni radioattive, rendono vaste aree di territorio inabitabili, provocano il dislocamento di oltre 1 milione di persone e generano costi stimati ad almeno 10 volte il nostro PIL. Siamo veramente ancora disposti e pronti a sostenere questi rischi nonostante l’obsolescenza delle centrali? Non è che stiamo rasentando l’accanimento per tenerle operative e a quale prezzo?

Ma torniamo alle alternative al nucleare, queste non sono altro che le nostre risorse naturali presenti sul nostro territorio nazionale, come il solare, l’eolico, la biomassa, la geotermia ed infine l’idroelettrico, la nostra principale fonte energetica. I contrari all’uscita dal nucleare affermano che senza l’atomo non saremmo in grado di garantire l’approvvigionamento energetico e che faremmo un salto nel buio (tanto per usare un eufemismo). Niente di tutto ciò si avvicina alla realtà, infatti per chi non se ne fosse accorto (e sono in tanti) l’anno scorso tutti i reattori nucleari sono stati disattivati per imprevisti o per manutenzione. Fatto sta che ad un certo punto ci siamo ritrovati con tutte quante le centrali nucleari spente per alcune settimane. Non si sono visti black-out o disservizi di sorta, e nei momenti di punta l’approvvigionamento è stato garantito tramite l’importazione di elettricità estera. Certo, conoscere in anticipo quando le centrali nucleari saranno chiuse (come d’altronde si prefigge l’iniziativa) rende possibile pianificare una fornitura elettrica da fonti rinnovabili, per esempio sappiamo già che circa la metà del fabbisogno elettrico attualmente prodotto dalle centrali nucleari potrebbe essere sostituito grazie ai progetti già depositati a Berna e in attesa di autorizzazione. Mentre entro il 2029 si potrà coprire il rimanente quantitativo di energia elettrica che ci mancherà solo se staremo con le mani in mano invece di investire in nuovi progetti. Sia chiaro, ci sarà un breve periodo di transizione dove non si potrà evitare di importare elettricità dall’estero, specialmente nei primi anni, tra il 2017 e il 2022, durante i periodi invernali quando ci saranno i picchi di richiesta. In tal caso però potremo, anche grazie alla liberalizzazione del mercato elettrico europeo, scegliere che tipo di energia importare, che sia per esempio quella prodotta da centrali eoliche off-shore dai paesi scandinavi, oppure al solare germanico, magari passando da aziende o partecipazioni svizzere attive all’ estero. È quindi possibile evitare, se lo si desidera, di importare elettricità estera prodotta da fonte nucleare o peggio da combustibile fossile malgrado molti dei contrari che oggi evocano questo rischio siano gli stessi che avevano sostenuto investimenti esteri come quello dell’AET sulla centrale a carbone di Lünen.

Infine due parole sulle opportunità economiche per il nostro cantone e le nostre valli. Con l’uscita pianificata dal nucleare valorizzeremo le nostre centrali idroelettriche presenti sul nostro territorio e la nostra posizione favorevole all’irraggiamento solare renderà il nostro cantone molto interessante agli occhi delle aziende fornitrici di energia fotovoltaica. La Fondazione Svizzera per l’Energia prevede che entro il 2035 saranno creati complessivamente 85’000 posti di lavoro (di cui 4’100 in Ticino) nel campo delle energie rinnovabili, mentre oggi è già possibile affermare che dal nucleare ci saranno zero nuovi posti di lavoro.

Il prossimo 27 novembre guardiamo avanti con fiducia, votando SI all’iniziativa, oltre che a rendere la Svizzera più sicura e competitiva, daremo un chiaro segnale di sostegno alla Strategia Energetica 2050.

Nicolas Brianza, Bellinzona
Membro del comitato cantonale dei Verdi Liberali


Come farà fronte Lugano agli effetti negativi del cambio climatico?

di Nicola Schoenenberger, Melitta Jalkanen, Fausto Beretta Piccoli

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I cambiamenti climatici di origine antropogenica già oggi hanno effetti inequivocabili sull’ambiente, l’economia e la società della nostra regione. Per le sue caratteristiche geografiche, la Svizzera sarà probabilmente colpita in modo superiore alla media. Infatti il clima del nostro paese si riscalda più del doppio rispetto alla media globale . A lungo termine, le conseguenze negative avranno la meglio su quelle positive. Singoli Cantoni, Comuni e Città già ora si occupano attivamente di aspetti dell’adattamento ai cambiamenti climatici e hanno elaborato documenti di base o strategie .

La maggiore frequenza e intensità delle ondate di canicola porterà a maggiori rischi per la salute, in particolare per le persone più anziane. A tal proposito, l’Ufficio federale della sanità scrive: “Nelle persone anziane […] problemi cardiocircolatori e della termoregolazione corporea insorgono più velocemente. Disturbi alla pressione sanguigna, aumento della frequenza respiratoria e cardiaca, disidratazione, ipertermia, esaurimento, perdita di conoscenza sono la conseguenza di questa mal regolazione termica del corpo.” Sempre secondo l’Ufficio federale della sanità, l’estate canicolare del 2003 ha determinato un netto aumento nella mortalità delle persone anziane. Durante quell’estate, in Europa si sono osservate più di 70’000 morti premature di persone anziane. In Ticino, la temperatura estiva nel 2003 era superiore di 3-6°C alle medie pluriennali e sono stati registrati un aumento della mortalità del 2 % e un aumento delle ospedalizzazioni del 33 % rispetto alla media pluriennale.

Infatti, un recente studio pubblicato dall’Ufficio federale dell’ambiente sui rischi e sulle opportunità legati ai cambiamenti climatici in Ticino , giunge alla seguente conclusione: “La salute è il settore più sensibile ai cambiamenti climatici. L’aumento delle ondate di caldo estive rappresenta il maggior rischio per questo settore a causa del correlato aumento della mortalità, delle ospedalizzazioni e della perdita di resa sul lavoro. L’innalzamento della temperatura media potrebbe inoltre favorire la diffusione di vettori di nuove malattie. A livello socioeconomico questi rischi potrebbero essere in parte mitigati dall’aumento di abitazioni ottimizzate energeticamente e dotate di un sistema di climatizzazione “.
Le ripercussioni, in particolare nel settore della salute, sono destinate ad inasprirsi ulteriormente nei prossimi decenni, anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione e suscitano già ora delle preoccupazioni nella popolazione. Un gruppo di donne anziane (www.klimaseniorinnen.ch) ha ad esempio fondato un’associazione per denunciare lo Stato svizzero, reo di non garantire il diritto fondamentale alla salute. I motivi sono legati al mutamento climatico, causato dalle emissioni di gas ad effetto serra. Le donne dell’associazione accusano la Confederazione di non prendere misure efficaci per far fronte alla situazione e quindi di infrangere i principi costituzionali di precauzione e l’obbligo di proteggere la popolazione.

Il mutamento del clima non implica solo l’aumento delle temperature ma anche l’incidenza maggiore di fenomeni climatici estremi, come siccità, tempeste, alluvioni, frane e incendi, che rappresenta un rischio per le infrastrutture, gli edifici, la produzione agricola e il turismo. Un altro rischio consistente è l’aumento del fabbisogno di energia per il raffreddamento4.
Per questi motivi, oltre alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra è importante sviluppare delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici che tengano conto delle peculiarità delle singole regioni e dei compiti istituzionali dei relativi enti pubblici.

Chiediamo quindi al Municipio se:

• Ha identificato i rischi dei cambiamenti climatici per i propri settori di attività? Ne ha quantificato gli impatti sulla salute, sull’economia e la società? Ha quantificato il rischio finanziario nel caso che misure preventive non dovessero essere adottate? A quanto ammonta?
• Dispone di una strategia di mitigazione dei cambiamenti climatici? Nel caso affermativo, quali sono gli elementi salienti della strategia?
• Come intende il Municipio prepararsi per l’aumento di temperatura nei prossimi anni? Dispone di una strategia di adattamento ai cambi climatici volta a contrastare gli effetti negativi sulla salute, sull’economia e sulla società? Nel caso affermativo, quali sono gli elementi più importanti e le tempistiche di attuazione?
• Esiste un piano di azione per garantire la salute e la sicurezza della popolazione, in particolare dei cittadini più vulnerabili, contro gli effetti del cambio climatico?
• Nella pianificazione del territorio comunale sono previste misure di mitigazione degli effetti negativi del cambio climatico? Si prevedono interventi volti a contrastare la calura negli spazi pubblici e negli immobili della Città? Quali?
• Le risorse economiche per attuare le misure di adattamento al cambio climatico sono assicurate nella pianificazione finanziaria?
• È coperto contro i danni causati dal cambiamento del clima, attraverso le proprie polizze assicurative?
• Ha preso o intende prendere in considerazione esempi collaudati in altre città che potrebbero essere d’aiuto anche per noi?

Gruppo I Verdi in CC a Lugano.

Nicola Schoenenberger, Melitta Jalkanen, Fausto Beretta Piccoli


Lettera a chi sta dicendo no a un progetto prezioso

di Cristina Gardenghi

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Cara o caro amica/o che dici “NO” al progetto Parc Adula,

questa lettera è una raccolta di risposte ad alcune esternazioni che porti avanti come argomentazioni per giustificare il tuo “NO” a questo progetto. Non vuole essere né una lettera polemica né una paternale, bensì una riflessione critica, che spero possa aiutare chi si trova perso in tante informazioni di dubbia veridicità a ritrovare un punto di riferimento.
Parli spesso del “Parc Adula” come un’istituzione lontana dal contesto vallerano-regionale, quasi fosse composta da extra-terrestri. Ti invito a scorrere la lista delle persone che costituiscono attualmente l’Assemblea e i gruppi di lavoro del Parco. Potrai constatare la presenza dei nominativi di stimati con-vallerani o rappresentanti delle altre regioni coinvolte, che si mettono a disposizione per difendere i NOSTRI interessi.

Magari contesti la legittimità a definire il futuro parco un “vero Parco Nazionale”, a causa soprattutto delle eccezioni ammesse nella zona centrale. Ti ricordo che lo statuto previsto per la zona interessata è quello di Parco Nazionale di nuova generazione, che differisce dal concetto di Parco Nazionale inteso come riserva protetta fine a sé stessa.  Esso si prefigge sì di tutelare natura e territorio, ma anche di incentivare uno sviluppo economico sostenibile e compatibile con la conservazione del patrimonio naturale, culturale e storico. Si tratta secondo me di un concetto molto moderno, che accetta e integra la presenza dell’uomo e delle sue attività ormai su tutto il territorio.

Parli spesso di sudditanza e di completa dipendenza dai funzionari statali, o addirittura di perdita della libertà. Come specificato nella nuova versione della Charta (Capitolo B, “Statuto Associazione Parc Adula”, Articolo 8), l’ultima parola in fatto di decisioni spetterà sempre e comunque all’Assemblea dei rappresentanti dei comuni e delle regioni, quindi a NOI, non ad un esotico funzionario statale.  Quanto alla paura di perdere parte della tua libertà, ti invito a riflettere seriamente su quali siano davvero le libertà fondamentali. Io non penso che essere invitati a proseguire la propria gita su un sentiero battuto, o rinunciare per una volta a portare con sé il proprio animale domestico, rappresenti una mutilazione così importante della propria libertà. Ti rammento inoltre che queste restrizioni varranno SOLO nella zona nucleo; non dimenticarti dell’ampia scelta di itinerari escursionistici anche nella zona periferica, dove non vi saranno limitazioni di questo tipo!

Se contesti perché hai timore di future restrizioni anche nella zona periferica, penso che manchi di fiducia nei confronti delle autorità politiche (comunali e regionali) e dei privati cittadini che costituiscono l’assemblea e i gruppi operativi dell’associazione. Ti chiedo: perché queste persone non dovrebbero difendere gli interessi dei residenti (quindi i tuoi), quando sono essi stessi domiciliati nelle regioni coinvolte dal parco?
Se ti senti limitato nell’accesso alle informazioni, perché tra le altre cose trovi che il piano di gestione ufficiale (la Charta) sia illeggibile, non dimenticarti della vasta scelta di modalità alternative di informarti che hai avuto e che hai tutt’ora a disposizione! Ci sono state le serate informative, la possibilità di contattare direttamente il comitato dell’Associazione in caso di dubbio o domande su un particolare tema…insomma, un comportamento proattivo premia sempre. Inoltre, concedimi una battuta, non mi risulta che la Charta sia più difficile da decifrare della Costituzione Svizzera o di qualsiasi altro regolamento statale o cantonale che GIÀ regolamenta gran parte delle attività che svolgi, e non credo che questo ti abbia mai creato particolari problemi…

Sembra che tu trovi il concetto di sostenibilità che sta dietro l’idea del Parco una motivazione troppo astratta e quindi insufficiente a giustificare un progetto del genere. Sostenibilità significa conciliare gli interessi nei vari ambiti di un sistema (in questo caso economico, sociale ed ambientale) in modo da garantirne la stabilità nel tempo. Mirare ad una gestione ragionata delle risorse naturali per proteggere noi stessi e le nostre attività a lungo termine mi sembra abbastanza concreto come obiettivo!
Per finire, vorrei ricordarti che il contratto stipulato tra Confederazione, Cantoni e Parc Adula ha una durata limitata a dieci anni, il che secondo me non è segno di fragilità del progetto come hai ipotizzato qualche volta, bensì indice di un forte spirito critico e democratico. Alla scadenza del contratto saremo di nuovo NOI a dire la nostra e a decidere se continuare o meno l’avventura Parc Adula.

Sperando di essere riuscita a rassicurarti, o perlomeno a fornirti qualche spunto di riflessione che ti permetta di prendere una decisione ponderata il prossimo 27 novembre, ti saluto e ti auguro buona continuazione!
 
Cristina Gardenghi, Gruppo di sostegno Sì al Parc Adula Valle di Blenio


Telelavoro, nuove opportunità

di Simone Boraschi, GLRT

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In una società che corre sempre più di fretta è diventato sempre più difficile stare al passo con tutte le innovazioni che vengono create. La rivoluzione informatica, iniziata quasi 40 anni fa’ e che da allora si è intrecciata fortemente con le nostre vite, ha portato tante novità negli ambiti più disparati. Tra le tante, ce n’è una capace di cambiare in modo marcato la nostra concezione di lavoro: il telelavoro.
Presentato nelle scorse settimane da Nicola Pini e Natalia Ferrara tramite una mozione indirizzata al Consiglio di Stato, il telelavoro è stato portato sui banchi del Governo, senza però fare molta notizia sui media cantonali. Con questo termine, si intendono tutti quei lavori che posso essere eseguiti attraverso un computer o un tablet e che non necessitano della presenza fisica del lavoratore sul posto di lavoro. Questa nuova concezione di lavoro sta prendendo piede in alcuni rami dell’economia sia in Svizzera che all’estero e possiede diversi vantaggi. In primo luogo, non viene più richiesta la presenza fissa del lavoratore in azienda e ciò consente allo stesso lavoratore di stare a casa ad eseguire tutti gli incarichi assegnatili, a prescindere che si trovi a Lugano, nelle valli o nelle zone più periferiche.

E qui sta il vantaggio. Non necessitando più di abitare vicino al proprio posto di lavoro, le famiglie possono decidere tranquillamente di spostarsi lontano dai centri urbani e di insediarsi nelle zone periferiche o nelle valli. Così facendo si otterrebbe il doppio effetto di rendere più attrattivo un domicilio in valle (dove si vive una realtà notoriamente meno caotica, ma al tempo stesso dotata dei più necessari servizi di base) da un lato e dall’altro di alleggerire le città e i comuni della catena peri-urbana, che soffrono cronicamente i problemi dovuti alla massiccia presenza di popolazione (parcheggi pieni, strade congestionate, vivibilità precaria e via dicendo). Ma c’è di più. Il Telelavoro ha l’intrinseca capacità di rendere il lavoro flessibile, ovvero adattabile alle esigenze del lavoratore o della sua famiglia. Il primo caso che mi viene in mente è quello delle mamme, che fanno spesse volte fatica a conciliare lavoro e famiglia. Con il Telelavoro, le si da la possibilità di lavorare part – time e al tempo stesso non le si impedisce di prendersi cura dei propri figli. Ma a trarne vantaggio possono essere tutti, anche i lavoratori già impiegati a metà tempo. Grazie alle nuove opportunità generate dal Telelavoro si garantiscono un’altra fonte di entrata.

Tutto ciò incentivato dallo sviluppo della fibra ottica sul suolo cantonale (chiesto dal PLR) che permetterà di connettere ad internet anche le zone più distaccate del Cantone e in cui la connessione ha sempre riservato più noie che vantaggi. Dobbiamo cogliere questa nuova opportunità che la tecnologia ci offre per garantire nuove forme di impiego a beneficio della popolazione. Solo stando al passo con i tempi e garantendo occupazione ai lavoratori residenti si riesce a garantire un benessere diffuso e per tutti.

Simone Boraschi, Consigliere comunale PLR Caslano e segretario dei Giovani Liberali


Brucia, la lettura

di Matteo Quadranti, deputato PLR

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“Il Ticino non è un Paese per lettori” titolava un articolo su questo giornale. Leggiamo poco. Consola sapere che almeno i pochi appassionati siano buoni lettori. Leggere arricchisce e allarga le vite. Le prossime “Notti del racconto” sono il pretesto per qualche riflessione.
Leggere, quasi più che scrivere, ha sempre spaventato chi volesse controllare le masse. Lo stesso Kant partiva da un dispositivo del leggere e dello scrivere come fondamento della maggiore età, ovvero dell’età della maturità, dell’indipendenza, del distacco dal potere genitoriale. Le nuove tecniche di psicopotere invece preferiscono conservarci minorenni, controllabili, punibili, mandati a giocare mentre altrove si decide di noi (cfr. Byung-Chul Han, Psicopolitica, ed. Nottetempo, 2016). In questo la televisione, i media digitali e sociali sono senz’altro ben più utili ai poteri.
La lingua immaginaria nello stato di sorveglianza orwelliana (“1984”), detta “neolingua”, deve sostituire la “archeolingua” per limitare lo spazio di pensiero. Anno dopo anno le parole vengono diminuite così che si riduce anche la libertà del pensiero mancando le parole per pensarlo ed esprimerlo, scriverlo e leggerlo. Così si arriva a rendere impossibili anche i reati di pensiero. La (auto-)censura è utile ai poteri.
Il rogo dei libri – quale quello di Alessandria d’Egitto, di Savonarola nella Firenze del 1497, quelli dell’Inquisizione e dei nazisti nonché di recente quello della grande biblioteca di Mossul ad opera dell’Isis – hanno ispirato alcuni romanzi. Tra essi quello distopico “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (1951) di cui sono stato omaggiato da una giovane studentessa (ciò che lascia bene sperare nella prossima generazione). Montag, il protagonista del libro, fa il pompiere in un mondo in cui ai pompieri non è chiesto di spegnere gli incendi, ma di accenderli: armati di lanciafiamme, fanno irruzione nelle case dei sovversivi che conservano libri e li bruciano. Così vuole la legge e il potere di cui i pompieri sono strumento. Alla temperatura di 451 gradi fahrenheit la carta brucia. Il fuoco pulisce, anche le coscienze e le conoscenze. Non vuoi che qualcuno sia politicamente scontento, non fargli sapere o capire che la questione ha due aspetti: digliene solo uno, non si preoccuperà, meglio ancora, non dirgli niente. Fagli dimenticare il punto in questione. Dai alla gente concorsi a premi, reality show. Riempila di informazioni innocue, rimpinzala di fatti e si sentirà intelligente solo perché sa le cose senza doverle interpretare, comprendere, liberamente criticare e magari contestare.
Bradbury fu anticipatore. La società odierna dell’informazione è caratterizzata non dall’azzeramento ma dall’incremento delle parole. Fatto sta che anche il troppo storpia, distrae, confonde chi non è abituato a scernere, leggere, riassumere, comprendere un testo. Non si è in grado di pensare se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza. Le società vengono costruite e si reggono su una premessa linguistica, parte del contratto sociale, in base al quale ho il dovere di scrivere e pronunciare parole vere e fare in modo che le stesse vengano lette e comprese. È un compito del politico e del legislatore. La democrazia, come la legge, è fatta di parole precise e non ammette ignoranza.
Il numero 2/2016 del periodico della Divisione della scuola del DECS “Scuola Ticinese” è dedicato, consci della problematica, al “leggere”: per essere liberi, per riflettere e riflettersi, per comprendere la realtà, per far uso di una scoperta, di un diritto (che non hanno i poveri, gli oppressi e gli schiavi), di una potenzialità per sé stessi (basti pensare al potere di Papi e Monarchi di raccontarci quel che faceva comodo prima che si scoprisse la stampa e si diffondesse l’alfabetizzazione). Il Sole24Ore segnala il problema e lancia l’allarme con un inserto domenicale dal titolo “C’è qualcuno che sa leggere?”. S’impongono iniziative in questo senso perché l’umanità è in crisi tanto quanto l’economia. Leggere e condividere letture è ad esempio un fatto di integrazione, condivisione e comprensione reciproca, anche dell’altro che non per forza già sta alle nostre porte e di cui abbiamo paura. Una paura indotta, riempita di parole confuse che non vogliono lasciare spazio al ragionamento sull’altra faccia della medaglia. Una paura vergognosa, che pone l’indignazione sotto terra, come la testa dello struzzo, mentre dovremmo imparare a leggere il mondo là fuori. Foss’anche per calcolo di nuovo egoistico e opportunistico.

Matteo Quadranti, deputato PLR


Lotta al dumping: creare le condizioni per combattere i licenziamenti sostitutivi

di Matteo Pronzini, MPS 

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Proposta d’iniziativa cantonale (art. 160 cpv. 1 Cost. fed.; art. 59 cpv. 1 lett. r) Cost. TI e art. 106 cpv. 1 LGC)

Su proposta dell’UDC, il popolo ticinese ha accolto, con il 58% dei voti, l’iniziativa popolare costituzionale “Prima i nostri!”. Uno dei nuovi disposti costituzionali, che dovrebbe essere tradotto in legge se s’intende rispettare la volontà popolare, è l’art. 14 lett. j che dà mandato al Cantone di provvedere affinché “nessun cittadino del suo territorio venga licenziato a seguito di una decisione discriminatoria di sostituzione della manodopera indigena con quella straniera (effetto di sostituzione) oppure debba accettare sensibili riduzioni di salario a causa dell’afflusso indiscriminato della manodopera estera (dumping salariale)”.
 
Ora, appare pacifico a tutti che, essendo la suddetta materia di competenza federale, una concretizzazione del disposto costituzionale mediante una legge cantonale richiederebbe preliminarmente una modifica della suddivisione delle competenze tra Confederazione e Cantoni, sancita dalla Costituzione federale. A questa opzione poco realista c’è però una soluzione alternativa: che il nostro Cantone si faccia parte diligente nei confronti della Confederazione, postulando la soppressione degli impedimenti giuridici all’attuazione della citata modifica costituzionale che derivano dalla legislazione federale, in particolare, in questo caso, dalle disposizioni del Codice delle Obbligazioni (CO), materia di competenza del Parlamento federale.
 
 
Il nuovo articolo costituzionale prevede un intervento volto a impedire un licenziamento sostitutivo. In realtà poco importa, in questo contesto, che il licenziamento abbia luogo per sostituire il lavoratore con un lavoratore non residente; infatti, l’obiettivo di tale atto è quello di assumere un nuovo lavoratore con un salario inferiore. Anche se un lavoratore patrizio di Sementina venisse sostituito con uno patrizio di Semione, ci troveremmo sicuramente di fronte a un “licenziamento di sostituzione” con l’obiettivo di contribuire all’abbassamento del livello dei salari, cioè al dumping. Qualunque sia, quindi, la prospettiva nella quale ci si muove, al fine di consentire un intervento riparatore di fronte a un simile atto è necessario che la legge superiore applicabile preveda questa possibilità.
 
 
Le disposizioni pertinenti del CO elencano i casi di disdetta abusiva (art. 336 CO) nonché quelli di disdetta in tempo inopportuno (art. 336 lett. c) CO). I primi includono segnatamente i licenziamenti motivati da una ragione intrinseca alla personalità del lavoratore (convinzioni politiche o religiose, orientamenti sessuali, nazionalità, condizione familiare, ecc.), dal fatto che il destinatario eserciti un diritto costituzionale o faccia valere in buona fede pretese derivanti dal rapporto di lavoro, oppure eserciti un’attività sindacale. I secondi comprendono i licenziamenti inflitti durante un periodo di servizio militare o protezione civile, di malattia o infortunio (entro certi limiti temporali) o durante la gravidanza e nelle 16 settimane dopo il parto.
 
Il “licenziamento sostitutivo” non è contemplato dalle attuali norme del CO. Inoltre, solo nei casi di disdetta in tempo inopportuno è prevista la nullità della stessa (art. 336 c cpv. 2 CO), mentre nei casi di licenziamento riconosciuto come abusivo è prescritto unicamente il versamento di un’indennità, che può raggiungere sei mesi di salario.
 
Per poter operare nel senso indicato dal nuovo disposto costituzionale, si rendono pertanto necessarie due modifiche del CO, senza le quali detto disposto non sarebbe altro che aria fritta, pure chiacchiere lanciate solo con l’obiettivo di far leva sulla disperazione di chi perde il posto di lavoro. Proprio perché la volontà popolare deve essere rispettata, riteniamo quindi necessario dar seguito alla modifica costituzionale e proporre quegli aggiustamenti del diritto superiore che ne rendano possibile la concretizzazione.
  
Per questi motivi, ci pregiamo sottoporre al Gran Consiglio un’iniziativa cantonale, rivolta al Parlamento federale ai sensi dell’art. 160 cpv. 1 della Costituzione federale, con la quale si invita quest’ultimo a legiferare su due punti intimamente collegati:
 
a)      l’allargamento del concetto di licenziamento abusivo anche ai cosiddetti “licenziamenti di sostituzione”;
b)     l’introduzione della nullità della disdetta nei casi di un comprovato licenziamento abusivo, messo in atto per sostituire un lavoratore con un altro pagato di meno.
 
Alla luce delle considerazioni suesposte, si propone pertanto al Gran Consiglio di approvare la seguente iniziativa cantonale:
 
Il Cantone Ticino chiede all’Assemblea federale di legiferare in materia di licenziamenti abusivi legati al dumping salariale e alle relative conseguenze.
 
In particolare, chiede di modificare gli articoli 336 e seguenti del CO in questo senso:
 
I. La disdetta da parte del datore di lavoro è abusiva se data:
 
a) con l’obiettivo di sostituire il dipendente licenziato con un altro lavoratore che, a pari qualifiche, percepisce un salario inferiore;
b) per il rifiuto del dipendente di accettare sensibili riduzioni di salario a causa di un forte afflusso di manodopera sul mercato del lavoro (dumping salariale).
 
II. La disdetta riconosciuta come abusiva ai sensi del punti I lett. a) e b) sopra menzionati è nulla.

Matteo Pronzini, MPS