Un adolescente su quattro si confida prima con un chatbot che con psicologi o figure educative, attratto da anonimato e disponibilità costante. Ma il sollievo immediato può diventare una “camera d’eco, trasformandosi in isolamento

BELLINZONA - Sofia* ha 17 anni e frequenta una scuola media superiore. Da mesi subisce prese in giro e umiliazioni nei corridoi e nelle chat di classe. Quando torna a casa, non ne parla con nessuno: “I miei minimizzerebbero, direbbero che sono cose da ragazzi”. Di notte apre il suo chatbot preferito e scrive tutto. L’IA le risponde con frasi calme e rassicuranti, la invita a prendersi cura di sé, le suggerisce di respirare, tenere duro, “ricordare il proprio valore”. Sofia si sente finalmente ascoltata, senza rischiare giudizi o sguardi delusi. All’inizio è un sollievo. Non deve pesare sui genitori, né farli preoccupare. Si crea un rito serale: raccontare al chatbot insulti, paure, perfino i pensieri più oscuri. Il modello valida le sue emozioni, le propone piccole strategie di sopravvivenza, la incoraggia a “parlare con un adulto di fiducia”, ma la conversazione con l’IA diventa l’unico spazio in cui cerca un dialogo.
Circa un quarto degli adolescenti cerca conforto da chatbot prima che da psicologi o figure educative, soprattutto per temi di ansia, bullismo, autolesionismo e pensieri suicidari. Il motivo è chiaro: anonimato, disponibilità 24 ore su 24 e nessun imbarazzo. Ma questo “diario interattivo” rischia di trasformarsi in una camera d’eco, dove il trauma viene ripetuto e mai elaborato. Se da un lato il chatbot offre una buona regolazione emotiva di breve periodo, dall’altro non vede la situazione reale e nemmeno aiuta Sofia a elaborare le sue emozioni e le situazioni perché non fa altro che validarle. Gli esperti parlano di “privacy emotiva fragile”: ciò che viene scritto può essere analizzato e usato per addestrare modelli di IA. Ma il nodo principale è clinico: la guarigione dai traumi richiede una relazione: la “cura” offerta dall’IA, per quanto ben formulata, resta senza responsabilità.
Un consulto con professionisti permette di integrare l’uso degli strumenti digitali in un percorso terapeutico autentico, in cui il “diario segreto” non sia una gabbia, ma un trampolino verso delle proficue relazioni di cura.
Come accade per molte altre dipendenze, il primo passo è riconoscere il problema. Il secondo è chiedere aiuto, senza vergogna né paura. Per un sostegno anonimo e gratuito è possibile rivolgersi a Ingrado – Servizi per le dipendenze, Settore Disturbi comportamentali GAT-P: www.ingrado.ch
* Sofia è un personaggio di fantasia, costruito a scopo illustrativo a partire da dinamiche documentate dalla letteratura clinica e giornalistica.