Dal Golfo ai mercati: prezzi in salita, volatilità e rischio stagflazione. Svizzera e Ticino esposti tra franco forte, costi energetici e imprese sotto pressione

di Oliviero Pesenti *
Dallo Stretto di Hormuz passa un quinto del petrolio mondiale. La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è lontana: le imprese europee, svizzere e ticinesi pagheranno il conto in termini di costi energetici, export e instabilità economica, mentre la politica americana e la logica strategica dietro l’attacco rendono la situazione ancora più imprevedibile e rischiosa.
Le crisi mediorientali non restano mai confinate al Medio Oriente. Quando coinvolgono direttamente Washington e Teheran diventano un fattore sistemico per l’economia globale. La dimensione militare è solo la superficie: sotto si muovono energia, finanza, commercio e fiducia. Ed è su questi piani che si gioca la vera partita per l’Europa.
Il primo snodo è energetico. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del greggio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto. Non serve una chiusura formale per destabilizzare i mercati: è sufficiente l’aumento del rischio geopolitico. Premi assicurativi più alti, costi di trasporto in crescita, volatilità sulle quotazioni. Per l’industria europea – ancora fortemente dipendente dall’energia importata – questo significa margini compressi e perdita di competitività proprio mentre cerca di consolidare la ripresa post-crisi energetica.
I segnali sono già evidenti. In queste settimane il prezzo del petrolio, del gas e dei carburanti – dal diesel alla benzina – sta registrando aumenti sostanziali in tutta Europa e anche in Svizzera. Per le imprese manifatturiere, per la logistica e per i trasporti si tratta di un impatto immediato sui costi di produzione. Per le famiglie significa inflazione energetica e minore potere d’acquisto. Per i governi europei, invece, significa dover gestire una nuova fase di instabilità economica proprio mentre si cercava di consolidare la ripresa.
Le imprese esportatrici europee affrontano così un doppio shock: energia più cara e domanda globale più debole. Se l’inflazione dovesse riaccelerare, le banche centrali avrebbero meno spazio per sostenere la crescita con politiche accomodanti. Il ritorno dello spettro della stagflazione – crescita debole e prezzi elevati – non è un esercizio accademico ma una possibilità concreta.
La Svizzera, economia aperta e altamente integrata nei flussi europei, subirebbe effetti indiretti ma incisivi. In caso di escalation, il franco tenderebbe ad apprezzarsi come bene rifugio, comprimendo la competitività dell’export. Meccanica di precisione, farmaceutica, industria del lusso: settori ad alto valore aggiunto ma sensibili al ciclo globale e al cambio. Il Ticino, con il suo tessuto di PMI manifatturiere e logistiche, vedrebbe crescere i costi energetici. Anche i servizi finanziari, pilastro cantonale, risentirebbero di mercati più volatili e di una maggiore avversione al rischio.
A questo punto entra in gioco la dimensione politica interna americana. L’iniziativa militare dell’amministrazione di Donald Trump si inserisce in una fase di forte polarizzazione negli Stati Uniti, con elezioni di medio termine all’orizzonte e un Congresso profondamente diviso. In un contesto simile, nessuna delle due grandi forze politiche sembra realmente desiderosa di trovarsi a gestire direttamente una crisi militare di questa portata senza una leadership già pienamente coinvolta nella decisione iniziale.
Per i Democratici, assumersi la responsabilità di una guerra ereditata significherebbe esporsi al rischio politico di sostenerla o di ritirarsi in modo disordinato, entrambe opzioni potenzialmente impopolari. Per molti Repubblicani, allo stesso tempo, una presa di distanza troppo netta dall’iniziativa presidenziale potrebbe apparire come una frattura interna nel momento di maggiore tensione internazionale. In questo quadro paradossale, la gestione del conflitto finisce per rafforzare la centralità politica di chi lo ha avviato: chiunque volesse subentrare si troverebbe immediatamente a dover affrontare costi politici e strategici enormi.
Questo non significa che esista un consenso pieno sull’operazione militare, ma piuttosto che nessuno, a Washington, sembra oggi avere una strategia alternativa chiara e condivisa per gestire una crisi di tale complessità.
Nel frattempo, due grandi potenze restano formalmente ai margini: la Russia e la Cina. Non è neutralità morale, ma calcolo strategico. Mosca, già impegnata su altri fronti, non ha interesse ad aprire un secondo contenzioso con Washington. Prezzi energetici elevati rafforzano le sue entrate senza l’onere di un coinvolgimento militare diretto. Pechino, principale importatore mondiale di energia dal Golfo, ha tutto da perdere da una destabilizzazione prolungata delle rotte marittime: preferisce preservare i flussi commerciali e mantenere relazioni economiche con entrambe le sponde.
Proprio in questo contesto si inserisce un elemento che l’Europa non può ignorare. Il presidente Vladimir Putin ha dichiarato la disponibilità della Russia a riprendere la fornitura di gas e petrolio verso il continente europeo. Come reagirà l’Unione Europea a questa apertura? La questione merita una riflessione pragmatica, scevra da considerazioni politiche, emotive o morali.
Se il nostro vecchio continente vuole tornare a contare sullo scacchiere internazionale, assicurandosi un’alternativa solida ai fornitori di energie vitali oggi in estrema difficoltà – e probabilmente per molto tempo ancora – deve interrogarsi con realismo. Garantirsi uno sviluppo industriale a costi competitivi richiede scelte strategiche chiare. Questo significa anche riaprire il dialogo con Mosca su basi nuove: proposte solide, accordi strutturati, garanzie blindate.
Non farlo, semplicemente per ragioni ideologiche o di principio, rischierebbe di indebolire ulteriormente l’economia europea proprio nel momento in cui la competizione globale si fa più dura.
* imprenditore