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Cronaca
13.04.2022 - 08:240

Ragazzo picchiato dopo il concerto. Il racconto del padre: "Siamo stati fortunati... Pensate ai vostri figli"

È accaduto sabato sera fuori dall'Espocentro di Bellinzona, dopo il concerto del trapper Simba La Rue

BELLINZONA – Ancora un pestaggio tra ragazzi, che poteva finire molto peggio di come è finito. È successo sabato sera a Bellinzona, dopo il concerto di Mohamed Lamine Saida - in arte Simba La Rue – all’Espocentro. Un evento che ha attirato circa 500 giovani da tutto il Ticino.

Lo racconta oggi LaRegione, ricordando che l’estate scorsa il cantante tunisino residente nel Comasco (nella foto un suo concerto) con altri due trapper ha preso a sassate gli addetti alla sicurezza di una discoteca di Milano che li avevano respinti all’entrata. Un atto di violenza sfociato in un divieto di accesso per un anno e mezzo ai locali lombardi. Ma veniamo al pestaggio di sabato: la vittima è un sedicenne di Bellinzona che è tornato a casa con il naso rotto, il volto tumefatto e diverse escoriazioni. Il giovane, ha raccontato a LaRegione un testimone, ha chiesto a una ragazza di restituire degli occhiali alla propria amica. Ma il compagno della ragazza, un giovane del Luganese, non gradisce e inizia un litigio che prosegue fuori dall’Espocentro. Il sedicenne viene colpito, cade a terra e tre o quattro giovani gli si avventano addosso colpendolo con pugni e calci al corpo e alla testa. La vittima riesce a rialzarsi e a scappare, ma gli aggressori lo rincorrono e gli rubano zaino e cellulare. Nessuno avvisa la polizia, fino a quando, il ragazzo sporge denuncia accompagnato dal padre, con il referto dell’ospedale.

Il racconto del padre della vittima

Ed è proprio suo padre a rendere pubblica la vicenda, domenica sera, denunciando l’accaduto sul profilo Facebook “Bellinzona (Nuova Bellinzona)”, pubblicando anche le foto del volto tumefatto del figlio: “Era felicissimo mio figlio – scrive il padre – quando mi ha salutato ieri sera; gli pagavo il biglietto del concerto. Un premio. Sta studiando molto, sono fiero di lui. Non siamo ricchi. Venti franchi sembrano pochi, ma lui era contento. Verso l’una di notte sento suonare il citofono. Penso abbia dimenticato le chiavi. Mi dice scendi. Mi preoccupo, apro il portone e riesco solo a guardare il suo volto. Zigomi gonfi, naso gonfio, perdite di sangue. Mio figlio. Quello a cui do il bacio sulla testa prima d’andare a letto, avete presente? Quello al quale non posso dire quanto bene gli voglio. Quello a cui non si può spiegare che se si fa male lui, mamma e papà soffrono di più. Piange davanti a me: ‘Mi hanno rubato le chiavi, la sacca, scusa, mi dispiace, ma io non ho fatto niente’. Lo abbraccio. Non potevo piangere anche se avrei voluto. Dovevo, come avreste fatto voi tutti, consolarlo e mostrarmi forte. Lo porto in casa, mi racconta una storia confusa dove nulla può giustificare la violenza subita e le ferite. Andiamo in taxi all’ospedale dove fanno benissimo il loro dovere. Colgo l’occasione di ringraziare pubblicamente il medico di turno e gli infermieri. Alle 3 del mattino saluto mio figlio, lo incoraggio, d’accordo col medico lo lasciamo in ospedale sotto osservazione. Con l’ultimo sguardo che gli do, lo vedo sdraiato con la flebo dell’antidolorifico e il ghiaccio che gli copre interamente il viso. Vado a casa a piedi e finalmente, solo nella notte, piango”.

 

Siamo stati fortunati, aggiunge il padre, “perché ha solo zigomi, guance, occhi gonfi, escoriazioni sul viso e il naso rotto. Nei prossimi giorni si va in polizia a denunciare. Ora smettetela di pensare a mio figlio. Pensate ai vostri e al loro futuro. Pensate al momento in cui li salutate e, soli o con gli amici, vanno da qualche parte. Pensate a voi stessi, quando li aspettate e non andate a dormire. Pensate al Ticino, il cantone a cui è stato rubato il futuro. Negli ultimi mesi ho letto articoli che raccontavano storie spaventose di ragazzi soli, aggrediti da più persone. Non pensavo potesse accadere a me. Non voglio che questo accada ai vostri figli. Non voglio vi sentiate come me, non voglio soffriate come ho sofferto e soffro io guardando il volto di mio figlio. Credo si debbano chiedere delle risposte. Credo che la nostra democrazia possa sopravvivere nella certezza del diritto ma anche in quella della pena. Credo non ci si debba più abbandonare alla disperazione e alla rabbia, a urla che si spegneranno fino al prossimo pestaggio e ragazzo mandato all’ospedale. Guardate negli occhi i vostri figli, poi guardate gli occhi del mio, proprio quelli che vedete in foto. Agire nella civiltà, agire nel rispetto della legge, ma basta. Basta”.

Sara Demir: impegnamoci cobtro la violenza

Il post è stato rimosso dalla pagina Faceboook. Il perché lo ha spiegato l’amministratrice, l’ex consigliera comunale Sara Demir: “I genitori del ragazzo sono stati invitati a rimuoverlo dopo aver parlato con una Fondazione che li sta seguendo, in quanto in questa fase potrebbe inquinare le indagini. Così mi è stato riferito. In buona fede ho pubblicato il post come richiestomi da questa famiglia e raggiungendo oltre gli 8’000 lettori. Chi ha letto il post non poteva non essere triste.  Almeno di positivo è che si è ripreso un attimo il tema. Sono convinta che non è mai abbastanza la sensibilizzazione su questo tema della violenza giovanile. Si può fare di più e vi invito comunque a continuare a fare le vostre riflessioni su quanto pubblicato ieri (la lettera del padre) e a pensare: ma noi, come persone, cosa possiamo fare individualmente per contribuire a ridurre la percentuale di violenza che si registra nel nostro Cantone e nella regione del Bellinzonese? Ci sono tante cose da mettere a posto e non è sicuramente con due unità lavorative come operatori di strada che risolvi completamente il tema della prevenzione alla violenza in un comune di oltre 44’000 abitanti. Questo penso che è chiaro a tutti! Il Covid poi ha contribuito ad aggravare la situazione psicologica di molte persone. Io credo che presto organizzerò una serata su questo tema con dei buoni relatori. Questo posso fare io personalmente”.

 

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