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Economia
05.10.2023 - 16:290

Per arrestare la fuga di cervelli, servirebbe un aumento dei salari del 15%. E non basterebbe

Lo afferma l'economista Angelo Rossi, secondo cui nel nostro Cantone, oltre ai salari bassi, mancano posti di lavoro in linea con le specializzazioni universitarie conseguite da molti giovani che studiano oltr'Alpe. "E lo Stato qui può fare poco"

BELLINZONA - Aumentare gli stipendi permetterebbe davvero di cambiare la situazione del mercato del lavoro in Svizzera ed anche in Ticino? Secondo per esempio il presidente dell'Unione svizzera degli imprenditori Severin Moser non risolverebbe il problema della mancanza di manodopera indigena qualificata. Per l'economista Angelo Rossi, già docente per l’economia regionale e i problemi economici della pianificazione del territorio al Politecnico di Zurigo e docente di management e pianificazione del settore pubblico all’Istituto di studi per la pubblica amministrazione Idheap all’Università di Losanna, e direttore della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana dal 1998 al 2003, per mitigare la fuga dei cervelli dal Ticino servirebbe un aumento di ben il 15%.

E non basterebbe comunque a impedire che alcuni giovani dopo gli studi scelgano di vivere fuori Cantone. Infatti per Rossi non sono solamente i salari a farli decidere di non rientrare dopo l'università, ma anche le opportunità in linea con la loro formazione offerte fuori dal Ticino. 

Ne ha parlato nell'ambito di una inchiesta de La Regione volta a commentare dei dati dell'Ufficio Federale di Statistica che dicono come la popolazione nel nostro Cantone è in crescita, ma che ciò avviene in particolare grazie all'arrivo di pensionati da altri cantoni e da stranieri, mentre i giovani si trasferiscono dove ci sono i principali centri universitari e stimolanti offerte di lavoro.

Secondo Angelo Rossi, la spiegazione della scelta dei ragazzi ticinese è duplice. "Si tratta della situazione di tutti i cantoni non universitari e di tutte le regioni non universitarie in Europa. Il che significa che l’università ticinese non arresta la fuga dei cervelli", anche se ritiene corretto investire sul settore formativo, a cui si sommi che il Ticino  "è caratterizzato da salari bassi che non attirano chi possiede una formazione superiore".

"Il problema è che se i posti di lavoro non corrispondono alle specializzazioni delle persone è quindi evidente che queste debbano andare altrove per svolgere un’attività professionale confacente. Si crea così per il Ticino una perdita di capitale umano – in termini di creatività, capacità manageriali, contributi culturali – che indebolisce anche il potenziale economico del cantone", osserva.

Cosa si potrebbe fare, quindi? Una soluzione definitiva è difficile.  "Questa tendenza cambierebbe se da un lato i salari del Ticino aumentassero del 15%, e se dall’altro ci fosse un’offerta di posti di lavoro a livello di alte qualifiche che corrisponda alla domanda di lavoro dei giovani ticinesi. Ciò che non ci sarà sicuramente a breve termine e per cui lo Stato ha scarso margine di manovra: non può creare lui i tipi di posti di lavoro che mancano. Per cui un’emigrazione dei laureati ticinesi ci sarà sempre, come d’altronde c’è sempre stata". Insomma, mettiamoci il cuore in pace. 

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