ULTIME NOTIZIE News
Sport
30.12.2022 - 13:290

"Quella volta in cui fu espulso l'arbitro che aveva dato un rosso a Pelé". Le parole di Sconcerti per O Rei

Il grande giornalista è scomparso qualche giorno fa ma, date le condizioni del campione brasiliano, aveva già preparato l'omaggio per quando sarebbe deceduto. È il miglior modo di ricordare entrambi

ROMA - Se ne sono andati entrambi, in pochi giorni. Ma le parole di uno ora rendono omaggio all'immortalità dell'altro. Ieri ci ha lasciati Pelè, uno dei più grandi calciatori di sempre, per molti il più grande. Mario Sconcerti, deceduto pochi giorni fa, aveva già scritto il suo omaggio, dato che il grande campione da tempo non stava bene.

Quali migliori parole, dunque, per ricordare Pelè e omaggiare anche il giornalista? Sconcerti parla di un campione che non è mai potuto uscire dal Brasile, nemmeno davanti  a una offerta di Moratti, perchè i brasiliani amavano troppo averlo lì. Cita l'eterno confronto con Maradona, spiegando perchè non vanno paragonati. E cerca di far capire ai più giovani chi e che cosa è stato Pelè, per chi lo ha visto solo in tv.

Riportiamo in modo integrale il suo lungo testo.

"Diceva Pelé che quando fosse venuta l’ora di presentarsi al buon Dio, avrebbe chiesto di essere trattato in paradiso come era stato trattato sulla Terra. Perché Pelé ha avuto una vita lunga e felice. E quando non lo era, sorrideva comunque perché quello voleva sembrare, il simbolo tranquillo, gioioso, del calcio in Sud America e nel mondo. Più Maradona si accostava alla parte oscura, più lui si vestiva da Migliore. Era il suo ultimo modo per rimanere unico. Ha avuto tante donne, tanti figli anche lui ma trattenendoli, spargendo sempre parole di pace.

Ha coltivato con cura la sua leggenda, ne ha fatto un mestiere, apparire come un fuoriclasse deve essere, il sacerdote di un calcio buono. Sempre con vestiti brillanti ma classici, sempre con cravatte firmate e moderato champagne, un uomo di mondo inventato dal pallone, la parte ingenua, infantile del calcio, corretta e presentabile. Per definire la sua storia sul campo bisogna evitare di paragonarlo a Maradona . Erano due giocatori diversi, unici, le cui qualità a confronto sono sempre state soltanto opinioni. Erano un tesoro inestimabile, tra loro potevi scegliere ad occhi chiusi, non sbagliavi mai, eri pronto per vincere.

Pelé ha avuto un riconoscimento in più: è stato il calcio a scegliere lui . È stato premiato miglior calciatore del secolo dalla Fifa, dal Comitato Olimpico Internazionale e dalla Federazione mondiale di storia e statistica. Hanno scelto lui perfino i suoi colleghi fuoriclasse: tutti i vincitori di Palloni d’oro, riuniti in commissione, lo hanno eletto primo tra i primi. Undici anni fa 376.496 persone di 72 paesi hanno votato perché diventasse patrimonio dell’umanità. Qualcosa di molto simile aveva già fatto il governo brasiliano ai tempi in cui ancora giocava.

Angelo Moratti era riuscito a metterlo davanti a un contratto, a farglielo firmare, ma si ribellò tutto il Brasile e l’affare si fermò. Due anni dopo, per evitare tentazioni, il governo dichiarò Pelé «Tesoro nazionale», impossibilitato per legge a trasferirsi, prigioniero della sua bellezza. Ho spesso pensato che gli unici giocatori paragonabili a Pelé siano stati Cruyff e Di Stefano. Non per colpa di Maradona, per vicinanza di passo e di ruolo.

 Pelé era prima di tutto un atleta. La sua differenza era saper dare forza alla tecnica. Quando segnò all’Italia nella finale del 1970 a Città del Messico non segnò un gol memorabile, non dribblò tre avversari. Si alzò un metro da terra e colpì di testa rimanendo in elevazione per un tempo infinito. Il suo avversario era Tarcisio Burgnich, forse il miglior difensore italiano. E gli stava attaccato. Fu semplicemente saltato, ignorato.

Il vero limite di Pelé è stato il tempo. Ha giocato in anni in cui la comunicazione era lenta, la televisione alle prime ore. Noi riusciamo a sentire nostro solo quello che vediamo. Pelé non lo abbiamo davvero mai visto. Era un modo di dire, mi sembri Pelé. Ma non capivamo cosa stavamo dicendo. Pelé usciva dal Brasile solo per lunghe tournée in giro per il mondo, come un’opera d’arte da mostrare e poi subito impacchettare e riportare a casa. La gente accorreva, allargava ogni giorno la leggenda. Voleva far parte del miracolo. Una volta in Colombia fu espulso, ma il pubblico si rivoltò contro l’arbitro, minacciò seriamente di invadere il campo. Alla fine, Pelé tornò in campo e fu espulso l’arbitro.

Un’altra volta in Nigeria, due clan in guerra firmarono una pace di 48 ore per andare tutti allo stadio a vederlo giocare. In Italia venne per un’amichevole col Milan a San Siro. Era stanco e infortunato, ma nel contratto era obbligatoria la presenza. Scese in campo per 23 minuti, trotterellando. I giornali il giorno dopo esaltarono il giovane Trapattoni che lo aveva fermato. La storia del Trap che ferma Pelé va avanti ancora oggi. Perché Pelé illuminava, bastava passargli vicino per salire di energia. Altafini perse il posto nel Brasile del '58 per colpa dell’estro di Pelé. Altafini aveva 21 anni ed era un grande centravanti. Continua a giurare che farsi superare da Pelé è stato uno dei suoi più forti motivi di orgoglio.

Pelé aveva un capriccio, quasi una nostalgia: non amava il suo nome Pelé. Amava essere chiamato col nome che gli aveva dato suo padre, Edson, Edison, come l’inventore della lampadina. Pelé era un nomignolo conquistato sul campo quando era ragazzo, glielo gridò contro un avversario scontroso. Probabilmente il suono partì come bilè, che in brasiliano è un’offesa. E comunque si poteva equivocare. A 18 anni quel cattivo nome, Pelé, era già così famoso nel mondo che non ci fu più nessun equivoco.

P.s.: A scanso di equivoci e rispettando il libero arbitrio, successivamente la Fifa ha dato il premio di miglior calciatore del secolo anche a Maradona. Ex equo con Pelé".

Potrebbe interessarti anche
Tags
© 2024 , All rights reserved