Michele Bertini spiega perché ha accettato di guidare il gruppo spontaneo contro l’iniziativa “200 franchi bastano”

Michele Bertini, non la sorprenderà se le dico che molti sono rimasti sorpresi nel vedere il suo nome alla testa del gruppo di sostegno contro l’iniziativa “200 franchi bastano”, che propone una drastica riduzione del canone radiotelevisivo. E beh, il primo pensiero, nemmeno questo la sorprenderà, è stato: il prossimo passo sarà un ritorno alla politica… Il 2027 è vicino, e poi c’è il 2028, con le elezioni comunali…
“Guardi, la fermo subito: la mia scelta è una parentesi temporale, che va dall’inizio di gennaio fino all’8 marzo, quando si voterà sull’iniziativa. Poi tornerò tranquillamente a fare quello che stavo facendo prima e che continuo a fare tuttora. Non è dunque un ritorno alla politica e non è prodromico a future ambizioni. Qui non si parla di politica, ma di un’azienda, la SSR e in particolare la RSI, che considero troppo importante per il nostro Cantone e per il nostro Paese per accettare di vederla ridimensionata”.
Insomma, lei vuole contribuire ad evitare un indebolimento che colpirebbe in modo sproporzionato la Svizzera italiana…
“Esatto, mi dispiacerebbe vedere indebolita la RSI e, di conseguenza, vedere indebolita la Svizzera italiana all’interno del nostro Paese per una scelta che ritengo sbagliata”.
Il comitato che lei presiede si è presentato come un gruppo spontaneo, e non politico.
“È la realtà. Siamo un gruppo spontaneo, popolare, trasversale, di cittadini che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica. Vogliamo far ragionare le elettrici e gli elettori, anche toccando la corda delle emozioni, sull’importanza di un servizio pubblico come la RSI per la nostra minoranza culturale e linguistica”.
Ma l’iniziativa rimette in discussione la quota di canone e riguarda formalmente la SSR, dunque non solo la RSI…
“Certo, ma anche la RSI sarà colpita. E sappiamo che grazie al federalismo e all’attenzione alle minoranze, oggi il peso della Svizzera italiana è privilegiato nella ripartizione degli introiti derivanti dal canone. Forse è una delle poche vere forme di perequazione in cui il Ticino trae un beneficio concreto. E noi non possiamo permetterci di buttarla a mare”.
Un voto favorevole all’iniziativa in Ticino, anche nell’ipotesi in cui l’iniziativa venisse bocciata a livello federale, potrebbe comunque avere conseguenze politiche sulla chiave di ripartizione del canone…
“Eh beh, certo! Se siamo noi come ticinesi a dire che questa perequazione non ci interessa, mandiamo un segnale ambiguo a livello federale e nelle discussioni future perdiamo peso e rilevanza”.
Uno degli argomenti più ricorrenti dei sostenitori dell’iniziativa è l’accusa di parzialità politica del servizio pubblico, con un forte accento a sinistra. Lei che ne pensa?
“Se ci sono disfunzioni o squilibri - e quando ci sono vanno sicuramente corretti - esistono le istanze di ricorso e le possibilità di segnalare pubblicamente ciò che si ritiene inopportuno. Ma tagliare le gambe a un’azienda che produce ricadute culturali, linguistiche, fiscali ed economiche positive per il Cantone è una risposta sproporzionata. È come prendere il treno, scoprire che arriva in ritardo e lanciare un’iniziativa per tagliare i fondi alle FFS. E poi, mi permetta, ma proprio alcuni eventi recenti, penso anche alla tragedia di Crans-Montana, hanno mostrato quanto sia prezioso un servizio pubblico che verifica le fonti e resiste alla deriva scandalistica. Trovo che nonostante fra le persone coesistano sensibilità ed esperienze diverse, la ricerca dell’equilibrio, dare la possibilità al pubblico di formarsi liberamente un’opinione dando spazio a tutte le posizioni, siano valori forti dei giornalisti RSI ”.
Ma per tornare alle ripetute accuse di certe aree politiche sulla tendenza a sinistra della RSI?
“Sa cosa le dico? Chi accusa la RSI di essere troppo “di sinistra” si ritroverebbe probabilmente gli stessi giornalisti a fare informazione, ma con un taglio pesantissimo a tutto ciò che fa identità: cultura, sport, intrattenimento, approfondimento. Verrebbe colpito ciò che tiene insieme il Paese”.
C’è poi il tema del potere d’acquisto: cento franchi in più in tasca ai cittadini. Anche se, a ben vedere, si tratta di un risparmio inferiore a 30 centesimi al giorno.
“Non parlerei di costi, ma di valore. Il canone attuale è frutto di un compromesso del Consiglio federale che mantiene attenzione alle minoranze, alla cultura e a un’informazione di qualità, con un costo a mio parere sostenibile per le economie domestiche. Una riduzione è già stata fatta e ha già costretto l’azienda a una “cura dimagrante”. In questo senso, uno degli obiettivi degli iniziativisti è già stato raggiunto”.
Per finire, cosa direbbe a chi, anche in area liberale, sostiene l’iniziativa?
“Come ticinesi, sostenere questa iniziativa è un perfetto autogol. Anzi, un incomprensibile autogol. Il Ticino non decide da solo, certo, ma deve interrogarsi sul segnale che manda. E a chi afferma di non guardare più la televisione tradizionale, la diretta, insomma, ricordo che ai contenuti si può accedere anche in differita, con un ampio ventaglio di scelta: eventi sportivi, approfondimenti, documentari, dibattiti. Tutti contenuti di qualità che hanno un valore aggiunto: parlano spesso del nostro territorio. E il canone, oggi, a mio avviso è allineato a questo valore”.