TRIBUNA LIBERA
Dal Mar Nero a Hormuz: la guerra è arrivata sul mare che ci nutre. E Basilea sembra lontana dagli oceani, ma non lo è
L'analisi di Niccolò Salvioni: "Il gas che scalda le case svizzere arriva via mare, dai terminali italiani, francesi e olandesi"

di Niccolò Salvioni *

Una fregata iraniana affondata da un sottomarino USA nell’Oceano Indiano, con oltre 80 marinai uccisi o dispersi. Una metaniera russa di GNL esplosa tra Libia e Malta.

Non sono incidenti isolati: sono l’ultimo segnale di una spirale che coinvolge Stati Uniti, Israele, Iran, Russia e Ucraina, e che ormai si gioca sulle linee vitali del commercio mondiale.

Il teatro marittimo si allarga “a macchia d’olio”. Dopo l’affondamento dell’incrociatore russo Moskva nel Mar Nero nel 2022, dopo anni di attacchi contro mercantili nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, la violenza raggiunge oggi l’Oceano Indiano e il Mediterraneo centrale — rotte che fino a ieri erano considerate sicure.

Quando questa percezione di sicurezza svanisce, gli assicuratori si ritirano, i premi “war risk” raggiungono fino all’1% del valore della nave per singolo viaggio, e certe rotte diventano insostenibili prima ancora che fisicamente pericolose.

Il diritto internazionale vieta, salvo stretta legittima difesa, l’uso della forza contro navi in alto mare e gli attacchi a obiettivi civili. Ma questi atti si moltiplicano e restano sistematicamente senza risposta giuridica.

La storia insegna — dal Lusitania al Golfo di Tonchino — che quando la violenza in mare diventa routine, le spirali di rappresaglia possono diventare incontrollabili.

Cosa c’entra la Svizzera?

Basilea sembra lontana dagli oceani. Non lo è. L’Europa sta chiudendo deliberatamente il canale del gas russo — crollato dal 40% a meno del 20% dei consumi dopo il sabotaggio del Nord Stream — e si lega sempre più al GNL statunitense e del Golfo, proprio mentre la capacità americana è sostanzialmente satura e le forniture dal Golfo rischiano di restare bloccate a Hormuz.

Il gas che scalda le case svizzere arriva via mare, dai terminali italiani, francesi e olandesi. Ogni tensione nel Mediterraneo o nell’Indiano si riflette, settimane dopo, nei prezzi dell’energia che risalgono i valichi alpini.

Nelle stesse settimane, la politica federale compie scelte decisive e ravvicinate: il Consiglio nazionale boccia l’iniziativa sulla neutralità, Berna firma le Bilaterali III con Bruxelles, e l’Alta rappresentante UE Kallas incontra Cassis e Pfister a Zurigo per avvicinare ulteriormente la Svizzera al quadro europeo di sicurezza e difesa.

È la stessa Kallas che nel dicembre 2025 ha inserito l’analista svizzero ed ex colonnello Jacques Baud in una lista europea di persone considerate pericolose per l’Unione, causandogli conseguenze concrete — senza che, per quanto noto, il Consiglio federale abbia fatto nulla per contrastare questa decisione.

Un contrasto difficile da ignorare: quando gli Stati Uniti hanno sanzionato alti funzionari europei per questioni legate alla gestione dei dati, l’UE ha reagito immediatamente e con forza. La Svizzera, invece, è rimasta in silenzio su un proprio cittadino.

La domanda non è se queste scelte siano giuste o sbagliate — su questo il dibattito democratico è aperto e legittimo. La domanda è se le stiamo facendo con piena consapevolezza: più uno Stato si integra in sistemi di sicurezza collettiva, meno spazio rimane alla neutralità intesa come equidistanza politica.

E lo facciamo proprio mentre il mare che ci collega al mondo diventa, giorno dopo giorno, il suo principale punto di rottura.

Mi sembra che, se si esclude la decisione di mantenere il ruolo della Svizzera quale potenza protettrice nei confronti dell’Iran, forse mai come oggi – proprio mentre Basilea vive esattamente su questa linea di frattura – la politica federale si sia trovata su una traiettoria così lontana dall’idea originaria di neutralità del nostro Paese.

Potrei però anche sbagliarmi.

* avvocato, analista politico istituzionale

 

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