LOCARNO - Ad attenderlo, se possibile, c’erano ancora più folla e più entusiasmo che per Edward Norton. Andy Garcia non ha deluso le aspettative, e alla conversation allo Spazio Forum ha raccontato la sua vita, partendo dai difficile esordi. Sembra impossibile crederlo, eppure anche per un divo come lui non tutto è sempre filato liscio. «Ho capito che la recitazione sarebbe stata la mia vita quando frequentavo le sale dei cinema a Miami, però sono stato rifiutato a molte audizioni per il teatro quando ero all’università». [nggallery id=11 images=99]Non si è dato per vinto, Garcia, spinto da una grande voglia di studiare e di imparare. «Frequentavo i corsi di recitazione durante il giorno, e spesso lavoravo di notte, per esempio come scaricatore di camion per i teatri. Anche dopo, una volta famoso, amavo andare a vedere come venivano montati i film. Al Ashby mi permetteva di osservare le scene che venivano montate, Brian De Palma invece è più riservato, da lui ho appreso molto solo osservando come preparava le scene. Ne “Gli Intoccabili”, dovevamo girare una sequenza su un treno, lui chiese di utilizzare la scalinata della stazione di Chicago, perché aveva in mente un omaggio alla corazzata Potemkin. Ridley Scott era molto istruttivo per come utilizzava l’obiettivo focale, soprattutto in “Pioggia sporca”.” E Coppola? «Lui è semplicemente lo Zeus delle divinità, un professore, che viene stimolato dai giovani e insegna costantemente loro».Garcia ha dovuto sconfiggere un pregiudizio, quello che lo voleva adatto solamente a dare vita a personaggi ispanici. «In me non vedevano un attore, bensì un attore ispanico, e il cognome era un peso! La svolta della mia carriera è arrivata con il primo film per cui presi uno stipendio, “Maledetta estate”, e fui visto da Ashby. Capii che per avere il ruolo dell’assassino in “Otto milioni di modi per morire”, dovevo essere lui e non Andy. Ho persino acceso una sigaretta perché il personaggio lo avrebbe fatto, dicendo ad Al che ad Angel non interessava se non era permesso. Ed ebbi il ruolo, anche se ci tenevo talmente a lavorare con lui che feci l’audizione anche per un altro personaggio».[nggallery id=12 images=99]L’attore racconta del rapporto fraterno con Frank Mancuso della Paramounth, che lo aveva scelto per recitare nel terzo episodio de “Il Padrino”, «un film che mi aveva fatto decidere di recitare». Ma c’era da convincere Coppola. «Provò tutti gli attori del mondo tranne me. Fui convocato pochi giorni prima dell’inizio delle riprese, e addirittura nella Napa Valley la sera in cui potevo studiare la parte andò via la luce, e mi esercitai grazie a una candela!».Il concentrato del suo essere un cubano emigrato, ostile al regime di Castro («anche ora non tornerei a Cuba», spiega, parlando senza censure anche di politica, «perché quando apri un’azienda e assumi un cubano una parte del suo stipendio va ai Castro: finché sarà così, non ci sarà libertà»), è nel suo “The Lost City”. «Contiene tutto ciò che mi sta a cuore, dalla musica che ho composto io, sino a molti riferimenti filmici».[nggallery id=13 images=99]Pur essendo stato a lungo un sex simbol, detesta la scene di sesso. «Ho cresciuto tre figlie, che immagine di me darei se mi vedessero in una scena sodomita? Io devo capire il resto della storia, dunque, se cercate un attore che gira scene di sesso, quello non sono io!». Non ama i social network, rei di «permettere a chiunque di attribuirti idee che tu non hai mai espresso, commettendo un vero abuso di personalità. E grazie ad essi tutti diventano critici, capaci di massacrare film costati centinaia di migliaia di dollari in base a qualche fotogramma».