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Garcia, Cimino, Berset, …
Le parole al Festival non sono al vento
LOCARNO - Dopo due giorni incollata a Locarno, venerdì mi sono spalmata sul divano, da un lato testi di diritto, dall’altro il programma del Festival, addosso un raffreddore da oscar. Nonostante la testa ovattata, non smetto di pensare a quello che mi sono persa. Dei discorsi a pranzo, al Monte Verità di Ascona, in particolare quelli di Berset e Scolari, giungono echi fino a Stabio, della cena al Leopard Club con
Andy Garcia
anche.Mi rifaccio sabato, incontrando questo attore cubano emigrato a Miami alla proiezione di
The Lost City
, il primo film che dirige, di cui cura anche la musica, senza negarsi il piacere di interpretare Fico Fellove. Proprietario di El Tropico, locale notturno nell’Avana di fine anni ‘50, membro di una famiglia tanto ricca quanto tradizionale, divisa sulle sorti del Paese e sulla bontà della rivoluzione castrista. Fico non è Andy, ma c’è molto di lui. Alcuni critici hanno preso a frustrate il film, perché mischierebbe ragione e sentimento, non avrebbe definito i confini tra bene e male, perché, in fondo, non sarebbe stato capace di distiguere del tutto il ricordo d’infanzia di Garcia dalla sua opinione da adulto. Può darsi.Io so solo che l’intera sala del cinema Ex Rex, dopo una colonna infinita, ha riso, si è commossa, ha applaudito. Il pubblico ha apprezzato l’amore che pervade l’intera pellicola. Di fianco a me un giovane ragazzo che balla sulla poltrona sulle note di Cuba linda, dietro, solo di una fila, Andy Garcia che riguarda il suo film, che riscopre sé stesso, ancora una volta. «Il carattere dell’uomo è il suo destino», dice mentre veste i panni del protagonista, e così anche nella vita, quando arriva in America, e da stroncato campione di basket per colpa della mononucleosi, è a lungo frustrato perché troppi vedono in lui solo il personaggio ispanico, e non l’attore capace. Garcia è tanto generoso nel film - ricco di dettagli, ricordi, frammenti - quanto nell’incontro che segue la proiezione, rispondendo in maniera franca alle tante domande, compresa la mia.

Tutt’altra musica quella di
Trainwrek
, proiezione serale in Piazza Grande. Aveva ragione il
New York Daily News
a concedere ben 4 stelle su 5 a questo film: «Schumer valorizza il lavoro di Apatow in modo splendido. Il suo mordente, il suo sarcasmo e la sua predilezione per la commedia si mischiano come il gin e il tonic». La protagonista Amy, giornalista capace, è cresciuta con il padre nelle orecchie mentre ripete che la monogamia non è possibile. Un padre eccessivo e così la figlia da adulta, sempre con il bicchiere in mano, spesso in orizzontale con chi capita. Sapevo che il regista Judd Apatow non mi avrebbe delusa, è pur sempre quello premiato con un
Emmy Award
per avere contribuito ad ideare
The Ben Stiller Show
, oltre ad aver scritto, realizzato e prodotto diversi esplosivi episodi di
The Larry Sanders Show
. Anche la protagonista non delude affatto, né sullo schermo, né sul palco. Piazza Grande ride, spesso, forte. Per un momento mi viene in mente la tragedia di pochi giorni fa in quel cinema della Lousiana, dove molti si divertivano come noi guardando questa stessa commedia, finché gli spari di un laureato in legge disperato non ha tolto loro la vita, oltre che il sorriso. In un’America dove i giovani adulti non possono comprare ovunque l’alcool ma tutti riescono a rifornirsi di armi, in un’America dove si moltiplicano gli appelli, non da ultimo, solo il giorno prima della sparatoria, quello del presidente
Obama
per una legge per il controllo delle armi: «gli americani uccisi dal terrorismo dall’11 settembre 2001 sono meno di cento, quelli uccisi dalla violenza delle armi sono decine di migliaia».È passata la mezzanotte quando mi incammino verso l’ex Magistrale. Locarno è bella anche di notte, tra i vicoli che abbracciano Piazza Grande e i sorrisi di chi cerca ancora un’emozione prima di andare a casa. Rivellino? Paravento? Rotonda?Io rimango in città vecchia, e quando si avvicina l’alba, riavvolgo la pellicola di una giornata densa di incontri e non di parole al vento. Che faccio prendo nota? No, non serve. Gli scambi di battute con Andy Garcia, Carla Del Ponte, Roger de Weck, Michael Cimino e Alain Berset, non me li dimentico. Neanche l’intervista con la RSI e l’esperienza nella “gabbia del pardo” del CdT. Amo i film per lo stesso motivo per cui apprezzo le persone: la meraviglia. nfm
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