, il primo film che dirige, di cui cura anche la musica, senza negarsi il piacere di interpretare Fico Fellove. Proprietario di El Tropico, locale notturno nell’Avana di fine anni ‘50, membro di una famiglia tanto ricca quanto tradizionale, divisa sulle sorti del Paese e sulla bontà della rivoluzione castrista. Fico non è Andy, ma c’è molto di lui. Alcuni critici hanno preso a frustrate il film, perché mischierebbe ragione e sentimento, non avrebbe definito i confini tra bene e male, perché, in fondo, non sarebbe stato capace di distiguere del tutto il ricordo d’infanzia di Garcia dalla sua opinione da adulto. Può darsi.Io so solo che l’intera sala del cinema Ex Rex, dopo una colonna infinita, ha riso, si è commossa, ha applaudito. Il pubblico ha apprezzato l’amore che pervade l’intera pellicola. Di fianco a me un giovane ragazzo che balla sulla poltrona sulle note di Cuba linda, dietro, solo di una fila, Andy Garcia che riguarda il suo film, che riscopre sé stesso, ancora una volta. «Il carattere dell’uomo è il suo destino», dice mentre veste i panni del protagonista, e così anche nella vita, quando arriva in America, e da stroncato campione di basket per colpa della mononucleosi, è a lungo frustrato perché troppi vedono in lui solo il personaggio ispanico, e non l’attore capace. Garcia è tanto generoso nel film - ricco di dettagli, ricordi, frammenti - quanto nell’incontro che segue la proiezione, rispondendo in maniera franca alle tante domande, compresa la mia.